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Il nuovo linguaggio di Kinkaleri

Recensione a Gun No Fake For You / All! – di Kinkaleri

Simona Rossi – foto di Kinkaleri

Una danza fatta di consonanti, di vocali, di punteggiature. Lettere restituite da un codice corporeo e da sfumature sonore che si intrecciano con passi, gesti, scivolamenti. Da un movimento all’altro le intersezioni, gli spazi necessari che servono a comporre una parola, a darle senso e a proferirla: svuotano il significato ma regalano un nuovo significante.

La performance che Kinkaleri ha presentato al Festival Contemporanea di Prato dal titolo Gun No Fake For You, inserita nel progetto più ampio All!, interroga il linguaggio e ne sviluppa uno ex novo, con tanto di alfabeto creato per l’occasione. Simona Rossi – che insieme a Jacopo Jenna è l’interprete di questo lavoro – illustra le singole lettere che lo compongono: sono date da una gestualità precisa, che può essere un braccio teso, una rotazione delle spalle, un ginocchio alzato, un giro su se stessi e così via per arrivare fino a 26 diversi movimenti, tanti quante sono le consonanti e vocali del nostro alfabeto. Ogni gesto coreutico si accompagna a una produzione di suoni, a sforzi gutturali quasi animaleschi che tentano di restituire una comprensione verbale parziale della lettera a cui si dà vita con il proprio corpo. Sembra di tornare a una babele incomprensibile, a un calderone in cui le parole cercano di prender vita per formare una nuova comunicazione che rimane in ogni caso, per gran parte dello spettacolo, quasi afona.

Kinkaleri crea un meccanismo complesso dove i due danzatori in scena, attraversoun codice corporeo che diventa ipnotico, interpretano un testo di William Burroughs in cui il gesto si fa interpunzione, lettera, parola.

Jacopo Jenna – foto di Kinkaleri

La componente di immediatezza, che fa del corpo l’unico comunicatore in un linguaggio universale, qui scompare perché il movimento del fisico cerca di replicare un idioma verbale che non gli appartiene: il risultato è che la comprensione è separata da un abisso, il gesto deve essere decodificato per essere colto nella sua totalità, diventando un attraente “fake” sostitutivo della parola. Rossi e Jenna catturano con i loro puntuali “nuovi significanti”, si fanno perfetti interpreti di una lingua astratta ma che attira e che da spettatori si tenta continuamente di afferrare; interessante come da questo codice i due fuoriescano – e allo stesso tempo il pubblico con loro – entrando nel quotidiano, prendendo una tazza di caffè o sistemando un faldone su una scaffalatura: un gesto immediatamente compreso da tutti.
E curioso come per interrompere del tutto questo nuovo linguaggio sul nascere sembra sia possibile un solo modo: la violenza. Inaspettati colpi di pistola, che loro stessi sparano, bloccano qualsiasi forma di espressione ulteriore, i loro corpi non danno vita più a nessun linguaggio, si guardano e si aggirano per lo spazio come se avessero dimenticato ogni forma di espressione precedente. L’alfabeto inventato è ormai diventato sterile e sembra che non ci si possa più tornare.

Visto allo Spazio K, Festival Contemporanea di Prato

Carlotta Tringali