Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

In bilico tra religione e affetto

foto di Mario Boccia

foto di Mario Boccia

Recensione de Il mare in tasca – scritto, diretto e interpretato da César Brie

Un piano che scivola continuamente tra finzione e realtà, tra sincerità e rappresentazione: colpisce per il carattere diretto e coinvolgente Il mare in tasca, spettacolo diretto e interpretato dall’argentino César Brie, andato in scena al Centro Culturale Candiani di Mestre. Tre personaggi, che trovano un senso nel singolo corpo del regista naturalizzato italiano, si alternano continuamente intorno a piccoli e semplici oggetti caricati di una simbologia multipla. Brie mette in atto l’espediente del metateatro, interpretando un attore che una mattina si risveglia vestito da prete, per volontà di un Dio severo che lo costringe a rappresentarne la parte. Tutto assume intelligentemente una duplice valenza: le fragili e minuscole bamboline sedute di spalle su una piccola panca diventano i credenti presenti alla delirante funzione religiosa del prete-attore; ma allo stesso tempo sono una proiezione del pubblico in sala che assiste a uno spettacolo. Palese è la voluta coincidenza della rappresentazione liturgica con la messa in scena teatrale: il regista e fondatore del Teatro boliviano de los Andes presenta la religione come qualcosa di esistente solo nel momento in cui ci si crede. Proprio come accade in teatro: lo spettatore accetta la verità della finzione, che ha senso di essere solo con la complicità del pubblico, a sua volta testimone di un sacramento. Brie crea così, in maniera irriverente e ironica, la storia di un uomo che non crede in Dio ma che è costretto a conversarci: quello descritto è un Signore troppo assente per un mondo in decadenza, ma troppo presente per piccole vicende quotidiane, che sembrano inutili, proprio come quella di un attore. Camuffato da prete, il personaggio dà vita a un divertente monologo, molto apprezzato dal pubblico, con battute che irridono il sacramento della confessione ribaltandolo e caratterizzandolo tramite laicismo: Brie assolve non solo le sue marionette da insignificanti peccati, ma anche il pubblico per l’aver fischiato Maradona o per confondere la Bolivia col Venezuela.

Come se avesse un rosario, il regista tira fuori dalla sua tasca un piccolo nastro blu, simbolo di un mare che qui si trasforma in un oggetto sacro: alludendo a una immensa distesa d’acqua, la striscia di stoffa separa l’uomo fisicamente dalla terra; una separazione spirituale che dovrebbe avvenire mentre si prega, tenendo tra le dita il piccolo strumento religioso che ricorda una collana. È un gioco che si basa continuamente su una duplice interpretazione e che lo spinge ad osare di più: si porta il nastro alla bocca, imbavagliandosi, come se quel nastro diventasse un impedimento a vivere la propria vita rimanendo attaccati alla terra e magari all’effimero.

A metà dello spettacolo, quando si è convinti di trovarsi di fronte a un teatro che parla di religione, Brie spiazza lo spettatore annunciandogli che in realtà il tema è l’amore. Convince poco questo cambio improvviso che sembra rimanga solamente una formalità: la religione continua a essere presente con l’esempio dell’affetto incondizionato che coincide con l’eutanasia, “portando il proprio amore a morire” come dice lo stesso attore. È un tema questo che nell’immaginario non può separarsi dalla religione. Proprio come la tunica da prete che il regista si toglie, ma da cui sotto ne esce fuori un’altra identica, Brie prova a camuffare la propria pièce, facendole indossare l’abito amoroso, quando sotto è sempre presente quello religioso. L’amore presente nel finale sembra però sposarsi benissimo con quel mare in tasca perché come dice il regista argentino a proposito dello spettacolo “Ognuno può vederci il proprio dolore d’amore, i resti di un naufragio. E il porto non c’ è, a meno che quest’ultimo non sia negli sguardi degli spettatori”. Sguardo che osserva l’attore-prete-uomo con affetto.

Visto al Centro Culturale Candiani, Mestre

Carlotta Tringali

Un buon gioco dura poco

Wendy Houstoun

Wendy Houstoun

Recensione della prova aperta di Wendy Houstoun

“And dancing and dancing and dancing”: sono queste le parole che continuano a girare in testa in modo ossessivo non appena usciti dal Teatro Fondamenta Nuove, dove si è tenuta una prova aperta del nuovo lavoro di Wendy Houstoun. L’eclettica inglese, che spazia dal teatro alla danza coniugando i diversi aspetti in modo divertente, passa in rassegna tutte le azioni umane che, per compiersi, si servono del corpo. Un presupposto ambizioso, come dice inizialmente la stessa coreografa, dato il tempo limitato della sua performance e l’ampia gamma di movimenti possibili; ma che riesce in un modo curioso a raggiungere l’obiettivo prefissato.

Sola sul palco, la Houstoun trova nel Mac che l’accompagna il giusto strumento interlocutore per interagire con il pubblico in sala. In silenzio, seduta davanti al computer, gli affida i suoi pensieri, lasciando chesia la tecnologia a darle voce traducendo la sua scrittura in parole. Si crea un cortocircuito pieno di humour e la performer è bravissima a reggere il gioco: lo strumento sembra non funzionare bene, ripetendo ostinatamente alcune frasi; e perfetta è la tempistica calcolata dalla Houstoun nell’intrecciare la sua voce live con quella registrata che proviene dal computer in off. È come se fosse presente una specie di alter ego sul palco che dialoga con lei ma non si riesce a vedere. Sembra di trovarsi di fronte al corrispettivo femminile del coreografo francese Jerome Bel, che ha completamente scardinato le coordinate coreutiche tradizionali: non si assiste infatti semplicemente a uno spettacolo di danza, ma a un lavoro che utilizza trasversalmente altre forme espressive, come immagini, movimento e parole.
Proiettando un video sul fondale, che richiama dei movimenti specifici eseguiti in una sequenza del tutto originale, la Houstoun inizia a leggere velocemente un elenco di azioni che appartengono all’uomo e, precisamente, al suo corpo. Alcune definizioni tornano spesso, come ‘falling’ e ‘flying’ ma è il termine ‘dancing’ che si ripropone insistentemente e chiude la lunga lista. Tra le immagini che scorrono rapidamente anche le prime foto-studio intorno al movimento umano fatte da Muybridge all’inizio del XX secolo, oppure scene cinematografiche o assurde situazioni che sembrano appartenere al gioco dei guinness dei primati. Spesso ritornano in loop i volti sorridenti di alcune donne appartenenti agli Anni ’50 che ballano, e bellissimo è l’effetto che la Houstoun riesce a creare con la sua ombra: muovendosi davanti al fondale il suo corpo entra direttamente a far parte del video in bianco e nero attraverso la sua sagoma scura. L’interazione con le immagini avviene così tramite due piani che scorrono parallelli: quello fisico, dato dal corpo reale della coreografa, e quello immaginario della sua ombra.
La nota stonata di questa prova aperta sta nella parte finale del percorso: la voice off che insistentemente fa ascoltare al pubblico in loop il termine ‘dancing’, accompagnato a un movimento della Houstoun troppo casuale e inespressivo, si rivela ripetitivo.
Se lo scopo era quello di rispedire a casa lo spettatore costringendolo a pensare a uno dei movimenti principe del corpo, quello di danzare appunto, il risultato è stato ottenuto intelligentemente. Ma lascia l’amaro in bocca, se si pensa che a tutto si è assistito meno che a uno spettacolo di danza.

Carlotta Tringali

Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia


 

Uno spettacolo fatto ad arte

Recensione di My Arm – Accademia degli Artefatti

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

In un silenzio che sembra portare con sé qualcosa di sacro, una vecchia pellicola proietta sul fondale del palco del Teatro Fondamenta Nuove le immagini di un bambino cicciottello, felice e senza pensieri, circondato dall’affetto famigliare. Si prova una dolce sensazione malinconica, consapevoli di vedere un frammento di un passato gioioso, di una piccola storia che non è più e che non tornerà. Ma se lo spettatore si stava già crogiolando nella tristitia è subito costretto a rimescolare le sue sensazioni: le luci si accendono e il protagonista della serata, seduto comodamente in platea, scatta in piedi chiedendo se ‘vogliamo iniziare’. Strano modo di partire per uno spettacolo. Ancora più folle se l’attore chiede direttamente agli spettatori di dar libero sfogo ai loro pensieri, creando delle associazioni con ciò che si è appena visto, e per lo più se si fa consegnare degli oggetti personali per farli diventare complementari alla scena. Tutto previsto dal testo My Arm del drammaturgo inglese Tim Crouch che, riproposto dall’impeccabile compagnia dell’Accademia degli Artefatti, lascia spiazzati e spiazza continuamente, diverte e fa sorridere rendendo partecipe il pubblico alla storia personale, e assurda, di un ragazzo trentenne morto e vivo allo stesso tempo. È infatti un brillante Matteo Angius a dare vita a questo monologo che racconta di come da bambino abbia deciso di tenere il braccio sollevato sopra la testa per poi non tirarlo più giù, incuriosendo e irritando insegnanti dapprima, facendo disperare i genitori e i medici poi, per finire con il divenire un richiesto soggetto artistico e protagonista di opere d’arte. Ma la ‘Signora oscura’ si insinua dentro quel suo braccio atrofizzato, distruggendo i suoi organi interni e portandolo lentamente alla morte: lo spettacolo così si svolge come un paradosso, dal momento che chi narra dovrebbe trovarsi già nell’aldilà. Sospeso tra verità e finzione, Matteo persona-attore-personaggio esce da se stesso, declinando la sua parte e affidandola a un pupazzetto ripreso da una telecamera live e proiettato in un piccolo schermo alle sue spalle: continuamente veste e getta i panni del protagonista, creando una situazione assurda e cercando la complicità di chi sta in sala, con sguardi e battute ad hoc. Geniale la trovata dello schermo sul fondale del regista Fabrizio Arcuri, fondatore storico della compagnia: un video registrato mostra Matteo che con la sua gestualità dialoga con il protagonista in scena, commentando in silenzio ciò che viene raccontato. L’altro da sé, presente già nel pupazzetto col braccio alzato, continua a moltiplicarsi in modo schizofrenico: sulla scena si hanno così ben tre rappresentanti dello stesso personaggio ma sempre un unico attore bravissimo a far combaciare il suo mondo fatto di parole con quello delle immagini dato dal video – curato da Lorenzo Letizia – che continua a scorrere, battendo il tempo come un metronomo. Tempo che è anche scandito dalle musiche suonate con la chitarra elettrica da Emiliano Duncan Barbieri: dei brani rock inconfondibili come Knockin’on heaven’s door, Anarchy in the UK, Smells like teen spirit riportano a degli anni specifici, accompagnando Matteo nella rievocazione di alcuni episodi della sua vita.
Lo spettacolo, che insieme ad An oak tree fa parte del progetto Ab-uso, consegna un gioiellino impeccabile, un orologio svizzero fatto ad arte che si mette in discussione ogni sera, proponendo delle continue ipotesi, creando nello spettatore uno spiazzamento in grado di mettere in crisi il suo punto di vista e confondere il piano della realtà con quello della finzione. Un teatro che sorprende e lascia piacevolmente perdere le coordinate.

Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia

Camilla Toso

Intervista a un protagonista assente

Recensione de L’intervista – regia di Valerio Binasco

Valerio Binasco e Maria Paiato, foto di Norberth

Valerio Binasco e Maria Paiato, foto di Norberth

Usciti dal Teatro Villa dei Leoni di Mira, paesino lungo la riviera del Brenta dove è andata in scena L’intervista, si ha la sensazione di avere spiato dal buco di una serratura le vicende intime di due anime sconfitte, di due persone ritrovatesi casualmente a condividere piccole affinità di vite trascorse sottovoce. Il talentuoso Valerio Binasco rilegge un testo scritto nel 1989 da Natalia Ginzburg e, oltre a firmarne la regia, veste anche i panni del giornalista romano protagonista. Pieno di ambizione e grande ammiratore del letterato Gianni Tiraboschi, il giovane Marco Rozzi si reca nella tenuta toscana del suo idolo per incontrarlo e intervistarlo: ma il padrone di casa è il grande assente dello spettacolo, nonostante quasi tutti i dialoghi riguardino lui. Nell’arco di dieci anni, tempo che scorre attraverso piccole proiezioni di date sul muro della scena, Rozzi si reca per ben tre volte in quella casa; e ogni volta si ritrova a parlare piacevolmente con la compagna di Tiraboschi: Ilaria, un’anima bella, dedita e fedele a questo suo uomo assente, interpretata da una meravigliosa Maria Paiato. In questi loro dialoghi risiede l’amabilità del testo: sono brillanti, pieni di ironia e di vitalità; merito ovviamente anche dei due attori che, affiancati a volte da una giovane e meno esperta Azzurra Antonacci, nei panni di Stella (sorella di Gianni), indossano la scena come solo due grandi personalità del teatro riescono a fare. Binasco e Paiato formano una coppia eccezionale, riuscendo a dare vita a una pièce fatta di piccole gestualità, restano per la maggior parte del tempo fermi e immobili, seduti su una poltrona o su una sedia.

Valerio Binasco, Maria Paiato

Valerio Binasco, Maria Paiato

Si entra così dentro la vita stessa di questo letterato sempre in giro per il mondo, grazie alle parole di Ilaria, di Stella e dello stesso Marco che incontrano con l’immaginazione la sua voce rugginosa, il suo balbettio, i suoi discorsi impegnati, le sue amanti, suo figlio. La conoscenza che si ha di lui non rimane superficiale, è approfondita, grazie soprattutto ai racconti di chi gli ha dedicato tutta la vita, con sacrificio e amore, come un’amante inappagata. Rinunciando al sogno di andarsene in Australia, Ilaria resta infatti per tutta la sua esistenza lì, in quella casa fatiscente e diroccata, sperduta, in una campagna dove l’atmosfera sembra sospesa e la realtà completamente distaccata da quella cittadina. Abituata a vivere all’ombra del suo partner, questa donna trova, nella compagnia fortuita del giovane giornalista, l’occasione di evadere, almeno una volta, da quella sua esistenza silenziosa, trascorsa in disparte e in solitudine; ha voglia di raccontare, di parlare ma anche di essere ascoltata. Perché spesso si riesce a trovare grande affinità con persone che non si conoscono, entrando subito in sintonia e condividendo piccole intimità, piccoli sogni su cui si aggrappano queste vite segnate dalla precarietà e dalla casualità.

La semplice scena realizzata da Antonio Panzuto diventa funzionale alla trama, sposandosi perfettamente con il testo; il giornalista scende le scale continuamente quasi a simboleggiare il continuo scavare nel profondo della personalità del Tiraboschi. Solo durante l’ultima visita, passati dieci anni, Rozzi sale le scale, avvicinandosi all’ultima porta posta in alto, dietro a cui si trova il letterato: è il momento in cui avrebbe potuto intervistarlo, momento tanto desiderato in gioventù, ma che è arrivato troppo tardi, quando, un ormai stanco e provato Rozzi, non lo cerca più.

Visto al Teatro dei Leoni, Mira (Venezia)

Carlotta Tringali

 

Termine ultimo: lavoro

Recensione di Underwork – Babilonia Teatri

Foto di Antonella Tarvascio

Foto di Antonella Tarvascio

L’attesa: questo elemento che caratterizza spesso le nostre vite diventa uno dei principali protagonisti in Underwork, spettacolo che i provocatori Babilonia Teatri hanno portato in scena nel paesino lagunare di Chioggia, rendendo il pubblico felice e contento di aver riso delle sue stesse disgrazie.

Tre attori, seduti come se si trovassero in una sala d’aspetto, rimangono in silenzio mentre in platea si prende posto rumorosamente. Accompagnati da tre galline libere di girare sul palco, indifferenti alle parole pungenti che investono lo spettatore, i tre giovani veronesi danno vita a un vero e proprio show ironico e intelligente, semplice ed efficacissimo.

È il tema del lavoro a passare sotto la lente di ingrandimento: viene analizzato in ogni suo aspetto, a partire dalla legge Biagi, dai giovani laureati che si ritrovano con un inutile pezzo di carta, dagli anziani che in dialetto veneto rimproverano i propri nipoti di perdere tempo anziché andare a lavorare. Come se fosse facile. Il fiume di parole, con cui la compagnia consegna immagini di una società sospesa tra sfrenato consumismo ludico e difficoltà di trovare un lavoro, si riempie di stereotipi, luoghi comuni, stacchetti musicali di programmi televisivi retrò. La fotografia riprodotta è desolante, ma perfetta a ritrarre un Bel Paese dove i giovani disoccupati non risultano neanche essere tali: infatti cercare un impiego è già un lavoro di per sé.

I fondatori del gruppo, nonché interpreti e autori, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, sono ormai noti per il loro stile inconfondibile che, insieme alla terza attrice in scena Ilaria Dalle Donne, sviscera un linguaggio privo di qualsiasi intonazione, ripetuto in coro in perfetta sincronia, urlato ed esasperato. Non accusano, non giudicano, ma ‘sputano’ la fredda verità, senza veli e senza inganni, semplicemente dicendo ciò che è e non ciò che appare o che potrebbe essere. Traendo ispirazione dalla cronaca italiana e dalla realtà che li circonda, i Babilonia Teatri riescono a mettere in luce tutte le incongruenze di un paese dove le leggi, che dovrebbero migliorare la vita di un cittadino, non fanno altro che complicarla ancora di più. Di fronte all’esposizione senza pause e senza interruzioni delle caratteristiche che ritraggono un tipico giovane in cerca di lavoro, si ride ma si rimane anche impietriti sulla poltrona: si inizia a riflettere sulla propria condizione, sui paradossi tipici di un’Italia dove purtroppo politica e realtà viaggiano su rette parallele che non si incontrano mai. È incredibile come i testi riescano a dar vita a giochi esasperanti di parole; ad esempio il geniale inserimento di termini uguali in contesti semantici diversi, fino all’esplosione divertente della frase: “Un centro di gravità permanente/Un lavoro permanente/una casa permanente/un uomo, una donna, qualcuno permanente/un parrucchiere!”. Ma nel momento in cui è il vocabolo ‘contratto’ a passare sotto i riflettori, questo meccanismo acquista un sapore amaro: si realizza come le varie declinazioni di questa parola non appartengano ad ambiti diversi, perchè il contratto diventa a chiamata, a progetto, occasionale, intermittente, interinale… tutte sfumature che sostituiscono il temuto termine ‘precariato’.

L’alienazione riprodotta dai Babilonia è continua, ma raggiunge l’apice quando sotto le note dell’inno ‘menomale che Silvio c’è’, il tecnico del gruppo si traveste da Babbo Natale e regala ai tre attori costumi da bagno e maschere: dimostrazione che ai giovani qualcuno pensa; peccato che questo sia un personaggio di illusione, che fornisce, a chi cerca lavoro, strumenti per sopravvivere solamente per poco in un mare in continua mutazione, proprio come il mondo del lavoro.

Si esce dal teatro con la sensazione di avere assistito a uno spettacolo con dinamiche che ricordano per certi versi quelle teatrali ottocentesche: provocatorie nei confronti di quella classe sociale, la borghesia, che osservava seduta in platea, comunque indifferente, sorda alle critiche.

Visto all’Auditorium San Nicolò, Chioggia

Muta Imago da non dimenticare

Recensione di Madeleine  Muta Imago

Una soglia da attraversare, un ricordo da cancellare, un’ombra che non si può neanche sfiorare: la prima tappa di Madeleine, ultima fatica dei Muta Imago, sembra avere tutte le carte in regola per diventare il giusto successore di Lev, spettacolo che ha consegnato il giovane gruppo romano al successo. La prova aperta di questo nuovo progetto è andata in scena al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia riuscendo a stupire con una semplicità scenica carica di intensità, seppur per una manciata di minuti.

Immersi in un’oscurità totale, crescono ansia e paura in uno spazio dove tenebra e silenzio dominano: è come se il tempo si fosse fermato, pochi istanti di buio sembrano durare un’eternità. Lentamente, al centro, prende forma una sorta di grande finestra che apre verso un ‘altrove’, verso uno spazio non definito; ma tutto rimane avvolto in un manto di nebbia che impedisce allo sguardo di scorgere qualcosa di familiare. È come l’illuminazione spettrale di cui parla Conrad in Cuore di tenebra, quel chiarore lunare che rende visibili gli aloni oscuri intorno allo stesso satellite celeste: ugualmente sul palco, attraverso questa finestra, si ha un fioco barlume, di cui non si conosce la provenienza, continuando ad essere immersi nel buio. Nel sottofondo un vento sibila, quasi impercettibilmente e attraverso un bellissimo gioco di specchi, delle immagini frammentate di un corpo femminile vengono riflesse sopra il pannello-finestra: sembra di trovarsi in un’atmosfera onirica e sognante, precaria, sospesa nel buio misterioso, a cui è impossibile accedere.

Una piccola luce si accende e il suo fascio investe solo la donna che, camminando, trascina la lampada appesa sopra di sé: sembra di essere entrati nella sua intimità, lo sguardo è concentrato su di lei, sulle sue azioni. Ma dalla quiete data dai suoi piccoli gesti quotidiani – come il vestirsi –, si ha di nuovo un ribaltamento di emozioni: il pannello-finestra diventa una porta scorrevole e confine che separa la donna da un’ombra maschile di qualcuno che sfugge, di una persona di cui non riusciamo a vedere la fisicità perché al di là di questo limen. Corpo e ombra danno vita a un inseguimento concitato, non riescono a toccarsi: la soglia quasi celaniana da attraversare, non è qui un passaggio tra un dentro e un fuori, ma tra una condizione di essere ancora e non essere più, di qualcosa che è e di ciò che è stato, di ciò che permane, ma in maniera sfocata, come un ricordo. Oltrepassare quel pannello significa addentrarsi in una oscurità enigmatica, dove piccole luci che appaiono confusamente non riescono a illuminare il buio calato di nuovo violentemente in teatro; un buio in cui la donna si immerge senza sapere dove la porterà: forse nel labirinto dei ricordi che Madeleine vorrebbe cancellare, ma su cui non ha alcun potere e che, come la figura maschile, si presentano sotto forma di ombre che sfuggono al suo controllo.

Terzo anello di una trilogia della separazione, iniziata con (a+b)³ e proseguita con Lev, Madeleine assorbe in sé le figure incontrate durante questo percorso partito nel 2006: se b trova il suo corrispettivo identitario in Lev, a si rispecchia nella protagonista, dal nome proustiano, dell’ultimo anello del progetto. Ma i due amanti separati nel primo spettacolo a causa della guerra si contrappongono: Lev attraversa tempo e spazio per cercare di recuperare una memoria che non tornerà, Madeleine tenta di lasciare i suoi ricordi al buio, illuminando solo se stessa e il suo presente.

Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia

César Brie e il Teatro de Los Andes

Cesar Brie

Cesar Brie

Si lascia la laguna veneziana per raggiungere la terraferma, in una limpida giornata che permette di arrivare con lo sguardo sino ai monti innevati, imponenti all’orizzonte; sono lì in tutta la loro grandezza a ricordare che, nonostante il sole, è ancora inverno. È il 7 marzo e sembra di trovarsi in gita scolastica, forte è l’entusiasmo e tanti sono i giovani che affollano il Teatro Toniolo di Mestre per l’atteso incontro con il regista teatrale argentino César Brie, promosso dalla Fondazione di Venezia. Capelli grigi spettinati, occhi azzurri e sguardo sempre attento, l’uomo che ormai da più di 18 anni guida Il Teatro de Los Andes racconta la passione immensa per il suo lavoro a cui si è avvicinato inizialmente solo per vincere la sua timidezza – come spiega a una ragazza che dal pubblico gli chiede dei suoi esordi.

Dapprima introdotto dallo studioso Fernando Marchiori, dal Vicepresidente della Fondazione di Venezia Gianpaolo Fortunati e dall’Assessore alla Produzione Culturale del Comune di Venezia Luana Zanella, Brie è presentato come un uomo impegnato e attento nei confronti di quelle classi umiliate e povere che abitano il sud del mondo. Marchiori in particolare, che da tempo segue il Teatro de Los Andes, anticipa come il regista faccia attenzione al presente e alle culture native del Sud America.

Accompagnato dal suo inseparabile amico e socio Paolo Nalli – co-fondatore della compagnia che ha sede in Bolivia -, Brie prende parola e conduce la platea attraverso i suoi ricordi, dentro quelle vicende che hanno segnato nel profondo la sua esistenza. Brie racconta di quando, in particolare, ha lasciato il suo paese natio, l’Argentina, per trovare esilio in Italia; di come sia riuscito a risparmiare soldi per quattro anni e poter così aprire un proprio teatro in Bolivia, paese privo di qualsiasi cultura teatrale prima dell’arrivo de Los Andes. Il regista narra poi della sua Odissea personale e di quella che metterà in scena nel teatro mestrino il 22 aprile con una compagnia, quella boliviana, con cui si identifica pienamente: il soggetto narrante è quasi sempre ‘noi’.

Entrando nel merito dello spettacolo, César Brie lo descrive come un processo di ricerca su loro stessi, su quando sono stati, per esempio, Circe, o quando Polifemo. “Lavoro molto facendo domande ai miei collaboratori, raccolgo poi immagini e risposte – continua il regista -. Le domande intorno a Odisseo dovevano farmi scoprire con chi stavo lavorando. Alcune immagini come una sedia a rotelle, che ricorda l’esperienza di un attore con la mamma invalida, e altri elementi molto personali, rimangono nello spettacolo e sono humus vitale per noi, anche se allo spettatore tutto ciò non può arrivare in maniera diretta.”

Odissea affronta alcuni temi caldi dell’attualità, primo fra tutti quello dell’emigrazione boliviana. Trattare un tema classico per approdare al presente è una necessità che il gruppo teatrale sente per la seconda volta: dieci anni fa era infatti iniziata la rilettura dei poemi epici con l’Iliade. Ma mentre l’Iliade indaga il tema della violenza e ha un’unità di luogo, quest’ultimo lavoro parla di mondi differenti e di spazi che si aprono, di un Ulisse che, ritornato dopo parecchi anni a casa, non riconosce la sua terra. È un uomo che torna a Itaca deportato e che si rispecchia in coloro che in Bolivia hanno lasciato casa e famiglia per cercare altrove una vita migliore. In questo paese sud-americano un terzo della popolazione se ne è andata, soprattutto verso gli Stati Uniti, lasciando uno stato che, senza forza-lavoro, non può che peggiorare dal punto di vista di qualità della vita per coloro che rimangono. È per questo motivo che il regista, emigrante e immigrato in un luogo che molti abbandonano, sente da vicino questo problema, così come lo sente lo stesso pubblico boliviano che segue il Teatro de Los Andes assiduamente, perché sente che parla a lui, di lui e della sua situazione.

Continuando a parlare dello spettacolo e delle scelte registiche, Brie dice di aver collocato i mostri, presenti nel poema omerico,  proprio nella migrazione e nel viaggio: il Mare Caraibico – che molti boliviani devono attraversare per passare la frontiera – è infestato da pescecani: è molto più difficile riuscire a sopravvivere in quel mare che non nel Mediterraneo a noi più vicino, anche se quest’ultimo è spesso teatro di tragedie. Non per niente, il treno merci che i migranti usano per raggiungere gli Stati Uniti, viene chiamato ‘la bestia’.

Tra tutti i personaggi che il Teatro de Los Andes analizza nello spettacolo, curioso è quello della sirena che qui si allontana dalla figura che nel Medioevo si identificava con la donna-pesce. Essa rappresenta il canto della nostalgia, un canto che parla dell’Io che è proprio di chi è in ascolto. Brie entra nel particolare, spiega il perché alla presenza della sirena si muore: ci si dimentica di se stessi sentendo cantare del proprio Io. E il primo grande rischio di chi è emigrato è proprio questo: dimenticarsi di sé e ancorarsi al passato. Nella tradizione andina questa figura esiste e si rispecchia nello sciamano chiamato sileno: egli porta lo strumento musicale nell’acqua aspettando che il demonio lo suoni; nell’istante in cui vien suonato deve strapparlo al demonio stesso perché da quel momento lo strumento è stato ‘serenato’ e contiene tutte le melodie dell’universo – che l’artista non dovrà inventare ma scoprire.

Ascoltare César Brie parlare del suo teatro, costruito in Bolivia con grande fatica ma arrivato a ottimi risultati – tanto che ogni rappresentazione registra sempre il tutto esaurito – è come sentire il caldo sole ristoratore sulla pelle e, nello stesso tempo, essere riportati alla realtà invernale della neve sui monti. Forse ci si dovrebbe chiedere perché in un paese da dove molti emigrano il teatro riesce a essere un sole che riscalda e risplende, mentre in Italia questa arte risulta spesso coperta da una coltre di neve, con la minaccia di trasformarsi in un ghiacciaio perenne.