Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

Nuovo passo per i Babilonia

Recensione di Popstar – Babilonia Teatri

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

I giovani ed esplosivi Babilonia Teatri abbandonano alcuni elementi caratterizzanti del proprio lavoro per confrontarsi per la prima volta con un testo e una storia. Piuttosto che prendere una tematica, sviscerarla e analizzare in modo irriverente tutto ciò che gira intorno al mondo da loro preso in considerazione – che è per lo più l’universo del Nord Est italiano da cui provengono – Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Ilaria Dalle Donne compiono un grande passo, iniziando anche a prendere piccole distanze da uno stile che li ha lanciati. Non sono più in tre a urlare in maniera martellante, all’unisono, rafforzando ciò che viene detto, ma, rappresentando tre diversi personaggi in scena, provano a differenziarli attraverso vari stili del loro parlato. Se Enrico urla sia verbalmente che fisicamente – dato che il suo corpo non riesce a contenere la sua agitazione -, Valeria rigetta tutte le sue parole sul pubblico in modo serratissimo, ma senza gridarlo; l’unica a cambiare quasi totalmente tendenza è Ilaria che, sempre senza alcuna intonazione, sembra recitare una litania: rallenta il ritmo e per questo andrebbe più frequentemente alternata agli interventi degli altri due interpreti.

Il dialetto veneto rimane protagonista del loro parlato, che diventa ancora più ironico e colorito nella sua quotidianità. Assente il linguaggio decostruito e rimontato in maniera divertente e allusiva che era proprio dei lavori precedenti: con Popstar lasciano più spazio alle storie delle tre identità in scena, ciascuna rinchiusa dentro una bara, che raccontano della loro personale realizzazione raggiunta solo nel momento del trapasso. I tre non rappresentano dei personaggi approfonditi: protagonisti del racconto  sono tre lettere, A, B e C, ossia una madre che fa volontariato, una figlia depressa e un serialkiller.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Ad unirli un destino grottesco proprio nel momento del passaggio in un aldilà poco consono ai canoni dell’immaginazione classica. Il testo totalmente spersonalizzato acquista un’ennesima potenza reinterpretato dai Babilonia, attraverso l’aiuto drammaturgico anche di Vincenzo Todeschi. I giovani veronesi creano un cortocircuito interno: rendono ancora più anonimi i personaggi, non dandogli spessore, intonazione e immobilizzandoli nella loro gestualità. il testo dei tre defunti diventa con il loro stile, ancora più surreale e straniante, raggiungendo il massimo dell’assurdità quando i tre si gettano sopra il letto di fiori finti, in terra, cantando a squarcia gola la canzone di Laura Pausini, La solitudine. Inserendo il testo irlandese di O’Rowe in un contesto italianissimo come quello del festival di San Remo si apre uno spiraglio verso qualcosa di nuovo per il loro percorso; ma che ancora deve essere rodato per non perdere troppo la carica esplosiva che li ha contraddistinti finora, che qui tende un poco a diminuire per lasciare più spazio alla narrazione della storia.

Visto al Bastione Alicorno, Padova

Carlotta Tringali

Neorealismo distante

Recensione de Il sogno – Roberto Citran

Un testo appartenente a una realtà lontana, ambientato nella campagna friulana del secondo dopoguerra, viene attraversato nei suoi punti salienti da un solo attore in scena: Il sogno di una cosa di Pier Paolo Pasolini torna con sfumature neorealiste nel libero adattamento teatrale di Roberto Citran.

La disposizione degli oggetti sul palco riporta alla povertà tipica di quegli anni successivi alla fine del conflitto mondiale: un tavolo con due sedie, una bottiglia di vino, due bicchieri e una bicicletta buttata in terra; tutti elementi che si ricollegano alla storia narrata da Citran, ma che sembrano troppo didascalici e scontati, non aggiungendo nessuna connotazione originale. L’attore-regista, seduto a quel tavolo, racconta la vicenda di tre amici che scelgono di emigrare verso la Jugoslavia durante la giovinezza per trovare lavoro. Aderendo alla ideologia comunista e sperando di trovare in quest’ultima ciò che nella propria patria non riuscivano ad avere, Nini, Eligio e Milio si ritrovano costretti a tornare a casa, perché consapevoli di essersi illusi e di aver trovato, oltre il confine, una realtà non lontana a quella friulana in termini di qualità della vita.

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Citran non riesce a fare inserire lo spettatore nella trama del discorso, non coinvolge: racconta mantenendo sempre una certa distanza dalle vicende, non dona una propria vita alla storia, ma piuttosto sembra studiare un racconto strada facendo, con matita alla mano e appunti da consultare appoggiati sopra il tavolo. La stessa scelta di Cecilia – altro personaggio de Il sogno – giovane incapace di donarsi totalmente all’amore, decisa a farsi suora, e la prematura morte di Eligio sono snocciolate dal suo sguardo esterno come se fossero semplici parti di un racconto e niente più. È un teatro di narrazione troppo povero, non riesce a creare un ponte tra la parola detta e quella scritta; non rimanda a nessun collegamento tra la nostra quotidianità e il mondo contadino ormai scomparso, descritto in questo primo testo scritto da Pasolini.

Proiettato sullo sfondo, il video di Armando Panzuto accompagna Citran nel suo viaggio all’interno de Il sogno di una cosa: immagini di verdi paesaggi, spighe di grano e strade ghiaiose sono riprese con un effetto rallentato, da una bicicletta di cui si intravede solamente il manubrio.

Racconto, video e la insicura prova attoriale di Citran non riescono a far decollare l’entusiasmo dello spettatore, non lo lasciano ‘sognare’: il mondo arcaico del testo pasoliniano non viene rievocato e il pubblico si ritrova escluso da questo universo che non gli appartiene.

Visto al Teatro delle Maddalene, Padova

Carlotta Tringali

Ballando con uno scheletro

Recensione de Il castello di Holstebro II– Julia Varley, Odin Teatret

Un flusso di coscienza, un labirinto di pensieri che si intrecciano casualmente portando riflessioni amare, sulla triste temporalità della vita: questo il tesoro nascosto del Castello di Holstebro II, spettacolo portato in scena da una storica attrice dell’Odin Teatret, compagnia danese fondata da Eugenio Barba. Julia Varley interpreta questa particolare messinscena, dove frammenti di un sogno prendono vita attraverso la sua voce. Holstebro è la città danese dove l’Odin opera, e il suo castello è tutto il bagaglio acquisito in più di quarant’anni di esperienza che ha portato questa compagnia a compiere viaggi specialmente in Sud America e in terre lontane dall’Europa.

Da questo percorso errante derivano tradizioni teatrali differenti, modi di usare il corpo in scena che si discostano da quelli che si è abituati a vedere tra le compagnie degli stabili italiani. La Varley, sola sul palco, balla in mondo infantile, reggendosi la gonna, o si nasconde il capo con una stoffa; le espressioni del suo viso sono tenere, rilassate mentre la sua voce pronuncia aspre verità. Il corpo non risponde alle sensazioni veicolate attraverso le parole: afferma sorridente che tutti i giovani moriranno presto o mentre racconta di una ragazza annegata, il suo volto trova la serenità.

Centrale in questo lavoro è il tema della morte: un teschio la accompagna per tutta la durata dello spettacolo, assistendo silenziosamente al suo flusso di riflessioni e costituendo una sorta di alter ego della donna. Inizialmente è lei stessa a muovere questa testa ossuta, posizionata sopra il suo capo a sua volta nascosto sotto l’abito: il frac indossato fa sembrare la strana figura un fantasma enorme, elegante e sproporzionato; tolti i pantaloni e indossata una gonna, essa acquista improvvisamente una caratteristica femminile: è un gioco di velamento e disvelamento. Ma il teschio non appartiene né all’universo femminile né a quello maschile: perché la morte non ha volto, colpisce chiunque. E l’attrice narra così di un bambino annegato, di una giovane che fece la stessa fine mentre raccoglieva dei fiori. Gioia e sofferenza proseguono a braccetto, proprio come vita e morte non possono esistere separatamente, perché “qualsiasi posto illuminato avrà sempre la sua ombra” e qualsiasi essere la sua fine.

Lo spettacolo scorre tra la bravura dell’attrice – che usa la sua voce passando da una tonalità bassa e roca a urla che si avvicinano a ultrasuoni – e pensieri confusi, labirintici: ma è un giardino silenzioso quello in cui ci si aggira, popolato da strane figure tutte prossime alla morte.

Visto al Teatro delle Maddalene, Padova

Carlotta Tringali

Ballata della semplicità perduta

Recensione di La madre dei gatti – Teatro Tascabile di Bergamo

foto di Andrea Cravotta

Un teatro semplice, fatto di pochi elementi: un siparietto mobile, strumenti musicali e una scena che si compone e scompone, seguendo il movimento dei tre attori. Uno spettacolo di canzoni e ballate popolari riportate in un dialetto, quello milanese, che parla di gente della strada, di malaffari, di un’umanità bassa, ma viva. Il Teatro Tascabile di Bergamo porta al festival di Padova La madre dei gatti, opera che si sviluppa tra le osterie dormienti milanesi, tra ubriachi e vecchie pazze, bordelli e cantastorie. Spazi e personaggi vengono rievocati tramite i testi di Giovanni Barrella, Ivan Della Mea, Dario Fo, Alda Merini e Carlo Porta, storici lombardi che si sono occupati del folclore popolare, ponendo la loro attenzione sugli istinti umani, sulla rabbia di chi ha perso tutto e cerca di sopravvivere, aggrappandosi a una bestemmia leggera, detta sottovoce.

I bravissimi Tiziana Barbiero, Luigia Calcaterra e Alessandro Rigoletti si alternano nel suonare fisarmonica, chitarra, tamburo, violino e tromba; cantano e ballano dando vita a piccoli quadretti di storie intrecciate tra loro, che iniziano con un brindisi a un Dio ingiusto e terminano con una circolarità ritrovata, nel bicchiere di vino bevuto e l’ultima goccia versata a terra. L’ambientazione evocata attraverso la poesia della Merini, “gli anfratti bui delle osterie”, è riprodotta attraverso l’uso di un semplice tavolo, un calice di vino e una donna lì seduta: riviene in mente il quadro di Degas, l’Absinthe, per lo sguardo assente dell’attrice, bevitrice solitaria. Una fioca illuminazione fa emergere dal buio una vecchia malinconica che canta il suo amore sciupato e ormai perduto, rompendo un silenzio tombale, mentre nella scena successiva tre cantori raccontano vivacemente di un miracolo, avvenuto in un bordello. Di una fanciullesca piacevolezza la scena proposta durante la canzone El me gatt, scritta da Della Mea e qui cantata da Rigoletti: piccole marionette di cartone mimano il crudo testo della canzone, riuscendo a ricreare una poetica visione della storia.

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Perfetta la scelta di interpretare quasi tutto lo spettacolo in dialetto: solo tramite questo linguaggio, vivo e non fittizio, si possono scandagliare le testoriane ‘viscere dell’esistenza’, avvicinandosi al mondo proposto da questi personaggi. Anche chi non conosce il dialetto milanese riesce ad apprezzare il lavoro: gli attori sono infatti molto abili nel restituire un significato comprensibile a tutti, presentato attraverso la gestualità del corpo e l’intonazione vocale. Questo si può notare soprattutto nel monologo finale, dove la Barbiero interpreta il personaggio della mamma di gatt; la donna alterna momenti di dolcezza a stati di pura rabbia per narrare la sua storia: rinchiusa in un manicomio, dopo aver perso il suo bimbo appena dato alla luce, le viene concesso di essere solo madre dei gatti.

Dedicato a Ivan Della Mea, recentemente scomparso, La madre dei gatti alterna divertimento a momenti di estrema drammaticità: basta questa sua semplicità – oggi spesso abbandonata – di un teatro che si spoglia dei suoi ornamenti, per ritornare al luogo originario di incontro tra persone e storie straordinarie.

Visto al Teatro delle Maddalene, Padova

Carlotta Tringali

Adolescenza sintetica

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Recensione di Crac – Motus

La perfetta geometria di linee e piccoli quadrati proiettati su due superfici speculari, coppia di spazi circoscritti in due cerchi bianchi, si scontra con il movimento volutamente impreciso, insicuro e destabilizzante di Silvia Calderoni, unica interprete di Crac, performance ideata e diretta dai Motus.
Il lavoro processuale sviluppatosi tra le periferie di città europee a partire dai primi ‘movimenti’ di X (ics). Racconti crudeli della giovinezza, ha condotto i due artisti fondatori della compagnia riminese, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, a sintetizzare al massimo l’esperienza precedente. Con Crac si raggiunge una poesia fatta di immagini virtuali, di piccole linee, di elementi propri dei videogames che si allontanano dalla realtà documentaristica dei Racconti crudeli. Ma il mondo fittizio di pixel cui lo spettatore è posto davanti è imbevuto di quotidianità, restituita tramite un tappeto sonoro che riporta i rumori di una città insonne: urla, risate, sirene, fischi di treni. Il cerchio bianco, su cui vengono proiettate queste figurine geometriche, si frantuma, riproducendo piccole fessure che aprono verso un suono altro, verso voci straniere, musiche appartenenti a culture differenti. Se video e sonorità sintetiche rimandano al mondo esterno, in terra disteso sul palco l’esile corpo di Silvia rappresenta la sfera dell’interiorità, del proprio Io. Vestita di bianco, l’androgina figurina cerca di dormire, nello spazio sempre delimitato in un cerchio, mentre il sound design curato da Enrico Casagrande e Roberto Pozzi rimanda incessantemente a manifestazioni politiche, a una violenza verbale agghiacciante e attuale, perfettamente riconoscibile.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Silvia Calderoni si spoglia dei pattini in linea, presenti nelle diverse tappe di X, per indossare quelli classici, con cui viene eseguito solitamente il pattinaggio artistico. Ma la sua non è una danza, non ha niente di propriamente ‘artistico’: è un movimento estenuante, fatto di cadute e risalite; è la continua ricerca di una stabilità lontana, specchio di un mondo fratturato. Pixel, registrazioni sonore e corpo umano interagiscono in un vertiginoso crescendo dove il mondo dell’interiorità cerca di allargare la sua dimensione, di conquistare un proprio spazio dietro le sbarre che vengono riprodotte nel cerchio. Ma le linee si fanno serrate, il cerchio è spezzato; tutto sembra crollare, collassare e rompersi: lo stesso telo bianco viene aperto da Silvia, che si infila al suo interno. Ma rimane la speranza di una rinascita, di una possibile nuova congiuntura, tramite una piccola piantina che spunta dalla frattura.

Una performance fatta di emozioni digitali, che veicola la sua poeticità raggiunta con una perfetta interazione tra mondo virtuale e fisicità. Ma che forse riesce a parlare molto di più allo spettatore appassionato che abbia già seguito tappa per tappa il processo di ricerca sulla giovinezza, rispetto a chi vede Crac come una performance a sé stante, che rimane così all’oscuro dei tanti sottili rimandi all’adolescenza.

Visto al bastione Alicorno, Padova

Carlotta Tringali

Il surreale vuoto dell’esistenza

Recensione di Tragedia tutta esteriorequotidiana.com

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Staticità, lentezza, specularità e vuoto: questi alcuni dei principali elementi di un lavoro fresco, surreale e raggelante. La giovane compagnia dei quotidiana.com crea un lavoro innovativo, che ritrova le sue radici nel teatro dell’assurdo beckettiano, ma che allo stesso tempo si spinge oltre, portando la sua assurdità alla deriva. Tragedia tutta esteriore propone un tipo di surrealismo imbevuto di insensata quotidianità, facendolo diventare la reale rappresentazione di una coppia ormai stanca, che non riesce a comunicare, ma che continua a provocarsi: proprio qui si consuma la tragedia. Un uomo e una donna seduti l’uno di fronte all’altra si sfidano, attendono immobili, si fissano e mai si sfiorano. Roberto Scappin e Paola Vannoni sono semplicemente loro stessi, non fanno una piega; sono bravissimi nel tenere i loro corpi immobili nella stessa posizione, o muoverli in maniera rallentata, in perfetta sincronia per alzarsi o per eseguire piccole gestualità prive di significato, che rendono la situazione ancora più straniante.
Ritorna in mente il film di Michael Haneke Funny Games, dove due giovani entrano in una casa con delle mazze da golf, vestiti rigorosamente di bianco, e giocano gratuitamente al massacro con i proprietari. In Tragedia tutta esteriore i protagonisti, immersi nelle luci fredde dei neon posti lungo la spoglia scena, hanno in mano due racchette da ping pong e dei vestiti candidi; ma non vi è nessuna violenza fisica tra di loro: niente è mostrato visivamente, l’accanimento verso l’altro è esclusivamente verbale, è presente nei loro dialoghi, nelle loro idee perverse, nelle parole dette e nelle domande poste che difficilmente trovano un filo conduttore tra di loro. Gli argomenti trattati spaziano tra diverse tematiche in modo del tutto casuale: si parla di un Dio single, di ritocchi estetici, di Divina Commedia, di categorie sociali privilegiate a cui porre delle punizioni, del proprio corpo come carne d’allevamento e della morte. E poi pause fatte di lunghi silenzi, mentre i due si guardano negli occhi, gelidamente, come se fossero pronti a sbranarsi l’un con l’altra.
Nonostante abbiano delle visioni opposte, riescono ad essere perfettamente speculari, alternando i loro dialoghi spesso ironici e divertenti a frammenti di pensieri ripetuti all’unisono: “Perché mi guardi negli occhi?/Perché tutto è bianco./ Perché mi guardi negli occhi?/ Perché tutto è nero.”
Esprimono il vuoto dell’esistenza, l’inutilità di condurre una vita dove non si è ‘diventati qualcuno’ o dove non si è capito il mondo. Ma come si può averlo compreso, quando è questo il primo ad essere pieno di contraddizioni e assurdità. La vita stessa è un paradosso e nel lavoro dei quotidiana.com essa diventa inutile, una ‘qualsiasi vita di nessuno’, dove la tragedia è della propria esistenza, internamente svuotata di significato.


Carlotta Tringali

Drammatizzazione sonora di uno spazio bidimensionale

Recensione di Flatlandia – lettura drammatica e musicale di Chiara Guidi, Socìetas Raffaello Sanzio

Poco considerata come apertura verso possibilità altre, la voce umana può stupire con le sue numerose potenzialità di espressione e può ricreare uno spazio sonoro, dove ci si può immergere, scoprendo così nuove sensazioni, nuove strade che si possono percorrere con questo strumento che ci appartiene, perché insito nel nostro corpo. È una drammatizzazione sonora quella che Chiara Guidi ha proposto al pubblico del festival padovano; non una semplice lettura del testo di Edwin Abbott, Flatlandia, ma un’interpretazione vocale che riproduce timbri e varie sfumature di tonalità.

Chiara Guidi, foto di Andrea Cravotta

Chiara Guidi, foto di Andrea Cravotta

Storica fondatrice della compagnia Socìetas Raffaello Sanzio, la Guidi esplora con le sue doti artistiche un testo che per essere apprezzato ha bisogno della complicità e della fantasia del lettore o, in questo caso, dell’uditore. E durante lo spettacolo non è difficile entrare con la mente dentro Flatlandia, lasciandosi trasportare dall’atmosfera ricreata da questa grande artista, che dà vita a una vera e propria performance teatrale inusuale, facendo affiorare una narrazione nascosta. La storia di un quadrato, abitante della città bidimensionale di Flatlandia, che scopre nel suo percorso la tridimensionalità, è restituita attraverso grida, sussurri, cambi tonali. La Guidi partecipa, con una voce che diventa a tratti quasi piagnucolosa, alla malinconia del quadrato che non viene creduto dai suoi compagni, figure geometriche che preferiscono rimanere nella loro ignoranza bidimensionale, e non conoscere così la diversa possibilità della terza dimensione.

Marco Olivieri, curatore del suono, accompagna l’incredibile voce dell’artista e ricrea musiche d’eccezione riproducendo gli impercettibili suoni e crepitii, prodotti normalmente dalla bocca, che contribuiscono al processo di trasformazione del fiato in parola, come la salivazione o i piccoli schiocchi emessi dalla lingua nel suo sbattere contro il palato. Le musiche assordanti ed elettroniche che si alternano ai suoni propri dell’uomo o della natura – come lo sbattere d’ali dei pipistrelli – diventano fondamentali per amplificare la percezione e avvolgere lo spettatore in questa esperienza uditiva.

Visto al Bastione Santa Croce, Padova

Carlotta Tringali

Recitazione svuotata. E Shakespeare ringrazia

Recensione a Il mercante di Venezia – regia di Massimiliano Civica

In un suggestivo ambiente decadente, un bastione dimenticato e trasformato in spazio teatrale dal Festival Teatri delle Mura, è andato in scena Il mercante di Venezia, spettacolo primo della ormai stimata rassegna padovana. Si inizia con essenzialità e parole, con un teatro ricercato, possibile da apprezzare solo per chi non ferma il suo giudizio al primo impatto, ma procede oltre, cercando di interrogarsi sul motivo che ha portato il giovane Massimiliano Civica a fare determinate scelte registiche. Dopo aver ottenuto con questo lavoro il premio Ubu 2008 per la miglior regia, Civica approda tra le rovine medievali portando un teatro ridotto all’osso – o meglio, alla drammaturgia – invitando alla riflessione il numeroso pubblico presente.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Nessuna scenografia, ma solo quattro sedie sul palco, dove gli attori silenziosamente e impassibilmente attendono il proprio turno con delle maschere sul volto, prima di alzarsi e interpretare la propria parte. Rappresentano semplicemente i personaggi principali del famoso testo shakespeariano: il generoso Antonio, cristiano che presta denaro ai suoi amici solo per altruismo, Bassanio, amato e soprattutto appoggiato da Antonio nell’impresa di conquistare e sposare la bella e sagace Porzia, regina di un regno inventato, e Shylock, l’ebreo usuraio che viene umiliato per infine perdere tutto e ritrovarsi solo, senza affetto né alcun bene materiale. Una trama fatta di vendette e di promesse, dove la felicità di coppie innamorate si contrappone alla solitudine degli sconfitti.

Il regista rietino propone una fedelissima drammaturgia, restituendo un testo che risulta perfetto nella sua purezza. Non vi è alcuna immedesimazione degli attori, la recitazione è svuotata di qualsiasi coinvolgimento emotivo. Civica sembra voler presentare uno Shakespeare gelido, senza anima; ma è proprio qui che spunta un paradosso: impossibile far suonare vuote le malinconiche e rassegnate parole di Shylock, quando nel suo celebre monologo si chiede se anche un ebreo non abbia occhi o non soffra come un qualsiasi altro uomo; impensabile rendere privi di dolcezza i versi recitati e sussurrati da Jessica, la figlia dello strozzino, scappata di casa per amore di un cristiano, dopo aver rinnegato suo padre, sangue del suo sangue. Nelle battute finali del Mercante, quando i dialoghi racchiudono ogni tipo di dramma umano e forti sentimenti enunciati con parole che dilanierebbero qualsiasi anima, sembra quasi che gli stessi attori, Oscar De Summa, Mirko Feliziani e Angelo Romagnoli, fatichino nel trattenere il proprio pathos, cercando di mantenere la distanza e quell’essenzialità fortemente voluta. L’unica a non cambiare mai tonalità è Elena Borgogni, che si estrania totalmente, come fosse una marionetta, lasciando il suo sguardo perso nel vuoto.

Di fronte a un teatro paradossalmente freddo e distante, è il testo a uscirne vincitore: spicca tutta la poeticità piena di amara dolcezza di uno Shakespeare impossibile da mettere da parte, perché la sua scrittura piena di umanità non conosce tempo. Il mercante di Venezia acquista una forza incredibile, come se fosse elevato all’ennesima potenza: la nuda bellezza delle parole rapisce e conduce per mano verso un poetico e indefinito altrove.

Visto a Bastione Santa Croce, Padova

Carlotta Tringali

 

Delirante divenire di creta

Foto di Cristobal Manuel

Foto di Cristobal Manuel

Recensione di Paso Doble – Miquel Barceló e Josef Nadj

Una performance irresistibile ha rapito e conquistato l’affollatissimo Teatro Fondamenta Nuove di Venezia durante le intense giornate di vernissage della 53° Biennale d’Arte, che hanno visto la laguna al centro dell’interesse artistico contemporaneo internazionale. Il Padiglione Spagnolo, illustre ospite da anni della kermesse, ha regalato questo evento – inserito appunto in una location teatrale – ai suoi invitati e ai pochi fortunati che sono riusciti a trovare posto. I due eclettici artisti Miquel Barceló e Josef Nadj, pittore e scultore ispanico il primo e coreografo naturalizzato francese il secondo, hanno dato vita a Paso Doble, una performance/happening che aveva già debuttato al Festival Teatro di Avignone nel 2006.

Due grandi pareti di argilla diventano la base materica per la realizzazione di un’opera d’arte, nata da gesti violenti e ironici, casuali e di forte impatto. L’iniziale superficie piatta e ruvida si riempie a poco a poco dei segni deliranti dei due artisti: il pubblico assiste così al processo di creazione di un quadro-scultura, attraverso una gestualità che molto ricorda l’action painting pollockiano.

Dopo che la parete verticale sembra animarsi autonomamente, presentando delle protuberanze che crescono di volta in volta, Barceló e Nadj escono dal retro del fragile muro vestiti a giacca, con in mano degli scalpelli: l’agghiacciante quiete del loro ingresso viene subito ribaltata dalla foga con cui prendono a colpire la creta sotto i loro piedi, sollevando lingue di terra e scavando piccole sfere fangose. I loro corpi violentano quella materia molle e umida, la bucano, la squarciano, la sollevano, la tagliano. Sembrano sfogare la loro rabbia contro quel muro malleabile, prendendo vasi di argilla fresca, comprimendoli e trasformandoli in maschere animalesche per poi scaraventarli con veemenza alla parete. In un attimo la composizione d’argilla cambia volto, è dilaniata e massacrata, ma allo stesso tempo prende vita, si trasforma, acquistando un nuovo valore.

Paso Doble diventa una danza e un rituale trascendentale, dove la materia acquista vita propria, includendo anche lo stesso Nadj che si accascia al muro, schiacciato dal peso delle anfore d’argilla che il suo compagno continua a gettargli addosso. Solo alla fine entrambi vengono risucchiati da questa opera, entrando così dentro il quadro: per pochi istanti solo le loro gambe rimangono fuori dai fori realizzati nella parete. I due artisti, attraverso questa performance, raggiungono un’altra dimensione: penetrano nella loro stessa creazione, annullando se stessi e fondendosi con il loro quadro, lasciando che sia solo quest’ultimo a parlare.

Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia

Carlotta Tringali

 

 

 

Inseguendo un’illusione

Recensione de L’inseguitore – regia di Arturo Cirillo

Salvatore Caruso e Michelangelo Dalisi

Arturo Cirillo e Michelangelo Dalisi

Un testo che parla al presente, spiazzante e intelligente, una messinscena impeccabile e puntuale con un piccolo cast di attori trasformisti in grado di interpretare molteplici personaggi: il drammaturgo Tiziano Scarpa e il regista Arturo Cirillo riescono a creare una collaborazione perfetta per L’inseguitore, andato in scena solo per pochi eletti al Teatro Goldoni di Venezia.

Capita raramente di riuscire a vedere un teatro fresco e innovativo che non si avvalga di musiche elettroniche feroci o di scene visive ad impatto, relegando il testo a un ruolo marginale. La drammaturgia di questa pièce è infatti al centro dell’attenzione e si sposa perfettamente con ogni singolo movimento o respiro degli attori in scena; riesce a tenere alta la tensione, facendo crescere diversi interrogativi nello spettatore che segue molto da vicino – seduto comodamente sul palco – la vicenda del protagonista Aloisio. Cirillo dà vita a questo vecchio dai capelli bianchi e spettinati, vestito con un impermeabile dotato di ogni tipo di gadget, che pedina le persone appena uscite da galera senza motivo: dapprima sembra volerli importunare, poi aiutarli, dandogli il suo appoggio e affetto incondizionato; ma è impossibile prevedere ciò che il personaggio va realmente architettando con il suo strano comportamento.

Diverse sono quindi le tappe di avvicinamento del vecchio enigmatico verso Nic, un giovane spaesato, finito in carcere per aver commesso un omicidio e ora di nuovo in libertà. Interpretato da un convincente Michelangelo Dalisi, quest’uomo pieno di rabbia incontra il suo inseguitore per caso, in una città non specificata, ma caratterizzata dal traffico selvaggio e dal grigiore di una qualsiasi periferia italiana. Lo spettatoresegue Nic nello scoprire quali veramente siano le intenzioni del vecchio Aloisio che, nonostante il ragazzo non smetta di insultare ferocemente, continua a inseguirlo senza sosta. Continuando a spiazzare con le sue proposte stravaganti, Cirillo diventa un vero e proprio ‘maniaco dell’illusione’. Geniale e di forte impatto emotivo è il fine del suo inseguimento: cercare un uomo-bestia per sua figlia, inchiodata a una sedia e in preda a continui spasmi, affinché la metta incinta; solo così dal suo corpo-gabbia la sua vita tornerebbe ad avere un senso.

La dura quotidianità di questo vecchio uomo viene sapientemente inframezzata da momenti onirici che vedono in scena dei personaggi assurdi, sempre interpretati dai bravissimi e divertenti Salvatore Caruso e Sabrina Scuccimarra. Ed è così che con delle parrucche coloratissime e surreali nel sogno di Aloisio si incontrano Temistocle e Sofonisba: sembrano accettare reciprocamente i loro problemi fisici eccentrici e caricaturali, ma si perdono nella semplicità di un nome, troppo normale per essere sopportato.

I costumi di Gianluca Falaschi e le luci di Simone De Angelis sono perfetti nel rendere questa atmosfera straniante e grottesca, e allo stesso modo le musiche di Francesco De Melis riescono a riprodurre suoni di clacson e automobili che riportano con l’immaginazione su una strada di periferia. Creata da Dario Gessati, la scenografia è semplice, composta da alcuni pannelli mobili che servono per allungare il percorso del pedinatore e del pedinato: ma anche per celare o per rivelare a poco a poco oggetti o personaggi.

Discutibile la scelta di farlo per soli trenta spettatori: L’inseguitore regalerebbe le stesse emozioni anche ad una platea piena; riuscendo a coinvolgere con il suo ritmo acellerato, con le sue microsituazioni stranianti e con la sua cruda e finale amarezza: ossia quella di un uomo che vorrebbe regalare un po’ d’amore a sua figlia senza purtroppo riuscirvi.

Visto al Teatro Goldoni, Venezia

Carlotta Tringali