Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

La magia è sul palco con il Teatro Nero di Praga

Recensione a DreamsTeatro Nero di Praga

Dreams

Luogo delle possibilità, il teatro è lo spazio dove si compiono magie, dove prendono vita situazioni immaginifiche e accadimenti unici, che trasportano lo spettatore verso altri confini. Puntuali e studiati accorgimenti  creano un mondo parallelo, simile ma allo stesso tempo lontano da quello reale; situazioni quotidiane e comuni si ribaltano e, avvolte in un manto poetico, regalano piacevoli emozioni.

Il Teatro Nero di Praga, arrivato a Venezia durante il periodo carnevalesco, è pienamente consapevole delle possibilità “altre” del teatro, tanto che da circa quarant’anni porta in scena, con diversi spettacoli, le sue magie e i suoi effetti stupefacenti che divertono il pubblico di ogni età. Dreams – titolo che si sposa benissimo con la condizione sognante in cui lo spettatore viene immerso – diventa un’occasione, per le maschere che si aggirano nella laguna festante, di poter vedere le capacità di questa compagnia in un unico spettacolo. Una collezione di scene tratte dal proprio esteso repertorio accompagnano il pubblico attraverso piccoli sketch mimati di situazioni e personaggi di tutti i giorni: la lavandaia, il violinista, il prigioniero o il fotografo. Seguendo la scia dell’arte circense ma aggiungendo la sua particolare firma, il Teatro Nero – fondato da Jiří Srnec nel 1961 nella capitale ceca – accantona la parola per sposare una gestualità divertente ma non solo; sorprendente è infatti l’apparizione di oggetti fluorescenti e fluttuanti che spuntano come per magia da una zona buia e oscura. Panni stesi, macchine fotografiche, violini e valige prendono vita improvvisamente provocando le risate dei più piccoli presenti in platea ma non solo: anche gli adulti tornano per un paio d’ore bambini uscendo da teatro sorridenti e predisposti maggiormente a far festa mentre il giovedì grasso impazza nelle calli.

Se la prima parte dello spettacolo risulta forse più ripetitiva, in quanto gli oggetti magici usati sono un numero limitato e si creano situazioni abbastanza simili, la seconda parte riesce ad affascinare e a stupire molto di più. Il mondo acquatico ricreato con tanto di meduse, pesci e sirene fluttuanti riempie il teatro di magia, mentre lo sketch che vede un cowboy-attore su un cavallo fatto di stracci e boccali al posto degli zoccoli anima lo spettacolo. La bravura tecnica degli attori sul nero – che manovrano gli strumenti fluorescenti come se questi si muovessero da soli – non si smentisce per un secondo: nonostante siano invisibili, questi sono i veri fautori del successo del Teatro Nero di Praga in tutto il mondo.

Visto al Teatro Goldoni, Venezia

Carlotta Tringali

Benvenuti a Emerald City

Recensione a Emerald CityFanny & Alexander

Foto di Enrico Fedrigoli

La duplicità ha sempre giocato un ruolo molto importante nel lavoro teatrale della compagnia ravennate Fanny & Alexander. Una coppia, la drammaturga Chiara Lagani e il regista-scenografo Luigi de Angelis, che firma insieme l’ideazione di ogni percorso progettuale lungo e complesso: un viaggio dentro un’opera letterale che viene totalmente sviscerata, analizzata e amplificata in tutte le sue infinite possibilità.

Ricomponendo e scomponendo attraverso diverse tappe Il meraviglioso mago di Oz – storia fantastica scritta da Frank Baum all’inizio del secolo scorso e resa ancor più celebre con il film di Victor Fleming – Fanny & Alexander offre la possibilità al pubblico veneziano di giungere a Emerald City, la città utopica abitata da colui che dà il nome al romanzo. La duplicità si presenta sin da subito: gli spettatori non sono semplici osservatori di ciò che succede, ma artefici stessi – forse inconsapevoli – della situazione che si viene a creare; seduti sul palco sono loro stessi un’opera, loro stessi gli artisti e soprattutto diventano gli abitanti della ingannevole città di smeraldo. Ingannevole perché immediatamente il gioco dei rimandi si complica: il mago di Oz, a cui nel romanzo i personaggi rivolgono i loro desideri, trova la sua personificazione in una delle immagini simbolo del potere, niente di meno che Hitler. Posto davanti a uno sfondo spaziale che richiama i quadri/vuoti materici e illusionistici di James Turrell, la geniale coppia romagnola alza la posta in gioco decidendo di mostrare il dittatore, di fronte agli spettatori, in ginocchio: l’interprete Marco Cavalcoli ricorda volutamente l’installazione dell’artista Maurizio Cattelan.

Foto di Enrico Fedrigoli

Immobile e bonario, Hitler rimane in ascolto, diventando una specie di confessore: un tappeto sonoro fatto di voci, preghiere, emozioni e racconti privati in diverse lingue lo avvolge, mentre gli spettatori possono sentire la stessa “sinfonia” – come la definisce Chiara Lagani – tramite delle cuffie che rendono le confessioni ancora più intime. L’attore-dittatore assorbe ciò che gli viene detto riflettendo tutte le emozioni umane attraverso una mimica facciale più comprensibile del linguaggio verbale composto da suoni stranieri, suoni che girano attorno ai concetti di “cuore, cervello e coraggio”, tre virtù dell’uomo. Questa nenia di desideri umani crea Oz, quel grande vuoto a cui i personaggi del romanzo danno una forma differente, secondo il proprio volere. E infatti se nella prima parte il dittatore è più uomo e meno mostro, nella seconda parte di Emerald City l’attore Cavalcoli scompare, lasciando il posto a una proiezione 3D: invitando a mettere degli occhialini verdi – occhiali per la visione in 3D forniti al pubblico all’ingresso del teatro – l’immagine silenziosa di Hitler e alcune scritte proiettate alla parete spingono gli abitanti della sua città color smeraldo a seguirlo. E gli abitanti-spettatori – vinti dalla tecnologia accattivante e dalle fascinose possibilità del video – seguono, come fossero sotto incantesimo, gli ordini di Hitler in tutto e per tutto. Potrebbero riecheggiare qui le parole della famosa canzone The sound of silence di un’altra coppia, Simon & Garfunkel: “e la gente si inchinava e pregava/ al Dio neon che aveva creato. E l’insegna proiettò il suo avvertimento/ tra le parole che stava delineando. E l’insegna disse: ‘le parole dei profeti/sono scritte sui muri delle metropolitane/e sui muri delle case popolari’.”

Fanny & Alexander mostrano il potere dell’arte della persuasione, la pericolosità di immagini e oggetti che attraggono e mandano a casa lo spettatore solo a posteriori conscio di aver partecipato, anche solo per gioco, alla follia di Hitler. Si rabbrividisce al solo pensiero: essere omologato e seguire un dittatore nei suoi folli capricci non è né così improbabile o impensabile né poi così lontano dalla nostra quotidianità come si crede.

Visto al Teatro Universitario Giovanni Poli, Venezia

Carlotta Tringali

L’astrattismo entra a teatro con Pathosformel

 

foto di Paola Villani

foto di Paola Villani

Recensione a La timidezza delle ossa e Concerto per harmonium e città –Pathosformel

Giovani e intellettuali. Intellettuali sì, ma senza l’eccessivo accademismo che li renderebbe incomprensibili. Il teatro di Pathosformel, compagnia formatasi a Venezia nel 2004 dall’incontro di Daniel Blanga Gubbay e Paola Villani, arriva allo spettatore in maniera diretta e con semplice stupore nonostante si serva, per farlo, di differenti strumenti teorici non sempre di facile accesso. Arte concettuale, astrattismo, costruttivismo e decostruttivismo sono solamente alcuni fattori che hanno ispirato La timidezza delle ossa, breve spettacolo che implica una totale messa in gioco dell’immaginazione dello spettatore. Centrale diventa la sottrazione di quegli elementi che solitamente costituiscono il nucleo primario degli spettacoli teatrali: il corpo dell’attore e la parola qui sono completamente negati, mentre si indaga lo spazio vuoto attraverso un potente impatto visivo, fatto di improvvisi e rapidi riempimenti. Un telo bianco e illuminatissimo, posto al centro del palco, abbandona a poco a poco la sua prerogativa di superficie piatta per far trasparire delle membra, parti del corpo riconoscibili o non. Un braccio, una mano, una gamba mostrano per pochi istanti la loro consistenza, la loro ossatura filtrata dal materiale plastico che si frappone tra corpo e pubblico.

La superficie deformata ricorda lo spazialismo di Lucio Fontana e gli esperimenti sul movimento delle tele di Enrico Castellani. Non ci sono però disegni geometrici, ma protuberanze che trasformano la dimensionalità in tridimensionalità: timidamente si assiste al contatto tra due mani, all’abbraccio rapsodico di due toraci, a una spina dorsale che percorre tutto lo spazio, nelle diverse direzioni. Sta allo spettatore trovare gli incastri, immaginare cosa possa spingere quei corpi a cercarsi o a respingersi. La storia da ricostruire spetta a chi osserva seduto in platea, diventando così soggettiva.

foto di Alvise Nicoletti dal Fopa09

foto di Alvise Nicoletti dal Fopa09

Se La timidezza delle ossa rivela una ricerca completa e originale, suscitando emozioni inaspettate e percorsi associativi personali in chi guarda, meno riuscito sembra Concerto per harmonium e città. Daniel Blanga Gubbay esegue una musica minimale che allo stesso tempo è sacrale, grazie all’uso di uno strumento particolarmente legato a melodie liturgiche come l’harmonium. Il suono del piccolo strumento a pedali tenta di stabilire un legame con il tracciarsi delle linee proiettate sulla faccia anteriore dell’harmonium. Ad accompagnare Gubbay, Lorenzo Senni che, al sintetizzatore, riproduce alcuni rumori di città. Il video di Paola Villani, che dovrebbe evocare il tessuto urbano in movimento, e l’interazione di quest’ultimo con la musica risultano deboli ed eccessivamente astratti, forse da approfondire ricercando relazioni più accessibili al pubblico.

Visto a Teatro Fondamenta Nuove, Venezia

Carlotta Tringali

Nell’oscurità dei ricordi

Recensione a Madeleine – Muta Imago

foto di Luigi Angelucci

foto di Luigi Angelucci

I ricordi non si cancellano. Decidono loro come e quando tornare alla mente: non si è padroni della propria memoria, non si può controllare e nemmeno decidere come rivivere quei momenti appartenuti al passato ma che continuano a riproporsi,a loro modo, nel presente. Si manifestano come ombre, come impercettibili e sfocate immagini ingrandite, distorte, offuscate. E soprattutto quando te ne vuoi disfare, queste ombre diventano un incubo da cui non si trova via di uscita, da cui non si può far altro che provare a correre via, ad allontanarsi. Ma non si può scappare dalla propria memoria, dal proprio essere. I ricordi parlano di noi. Dicono chi siamo, da dove veniamo. Non esiste nessun metodo per poter vivere senza.

Il gruppo romano Muta Imago – tra la nuove promesse del teatro di ricerca italiano e non solo – abbandona l’uso della parola – presente nei precedenti lavori attraverso registrazioni audio – dando vita a delle vere e proprie visione oniriche, degli incubi fatti di oscurità e sonorità in crescendo che immergono il teatro in un’atmosfera cupa, immaginifica ma terrorizzante. Con Madeleine, ultimo anello di una trilogia sulla memoria iniziata con (a+b)³ e proseguita con Lev, i ricordi si concretizzano in scena attraverso effetti visivi di forte impatto che costringono lo spettatore a rimanere inchiodato alla poltrona a domandarsi cosa da un momento all’altro apparirà da quel buio e dal fumo che immergono palco e platea durante tutto lo spettacolo.

foto di Luigi Angelucci

foto di Luigi Angelucci

Le soluzioni registiche della giovane Claudia Sorace stupiscono nella loro genialità e spremono senza ripetizioni ogni possibilità di messinscena di ombre e ricordi che si manifestano all’improvviso. Attraverso un impianto scenografico, curato da Massimo Troncanetti, fatto di grandi specchi, lampade, porte scorrevoli e proiezioni, i tre attori Irene Petris, Glen Bleckhall e Chiara Caimmi si alternano concitatamente sul palco in una struttura poco stabile e in continuo movimento, proprio come la mente – zona del corpo che racchiude ricordi. Gli specchi svelano un volto differente da quello di chi vi si riflette: appare a tratti, come se vi fosse imprigionato dentro un’anima o uno spirito, il volto di Bleckhall.

foto di Luigi Angelucci

foto di Luigi Angelucci

O Petris-Madeleine trova la sua duplice essenza in Chiara Caimmi, come se lei stessa specchiandosi si vedesse diversa, un’altra sé. Le porte scorrevoli diventano invece soglie che mostrano un’ombra, aldilà, impossibile da raggiungere, troppo veloce e sfuggente per poterla afferrare o per trovare un minimo contatto. Le ombre si fannoinquietanti, piccole luci vengono accese ma non illuminano abbastanza da poter trattenere il ricordo e la presenza di lui, che torna, sfiorando lei, Madeleine.

Visivamente senza sbavature, Madeleine sembra però mancare di una struttura drammaturgica ben più solida – qui curata insieme al suono da Riccardo Fazi – che dia allo spettacolo una maggiore completezza. Se la giovane compagnia si era distinta proprio per il suo uso sapiente e consapevole della parola, qui la rifiuta lasciando totale spazio alla suggestione. Mentre in Lev si fornivano al pubblico delle tracce per penetrare appieno nello spettacolo attraverso delle registrazioni vocali e parole scritte, in questo ultimo lavoro si rimane più distanti, senza riuscire ad inoltrarsi nei veri meccanismi che tormentano la protagonista. Lo spettatore rimane infatti stordito dalle potenti immagini ma, a differenza dei loro lavori precedenti, non trova quegli appigli narrativi che renderebbero Madeleine un gioiello teatrale, degno successore di Lev.

Visto al Teatro G.B. Pergolesi, Jesi (AN)

Carlotta Tringali

Il MAXXI danza per Sasha Waltz

Recensione a Dialoge 09 – MAXXI. Deconstruction I di Sasha Waltz & Guests

 foto di S.Bolesch

foto di S.Bolesch

Un’architettura dalle forme fluide ed eleganti incontra la leggerezza e la sinuosità di corpi danzanti, in un dialogo muto ma ben visibile all’occhio dello spettatore: il MAXXI – nuovo museo delle arti del XXI secolo di Roma, progettato da Zaha Hadid – apre i suoi spazi vuoti alla compagnia Sasha Waltz & Guests emozionando con frammenti di opere d’arte in movimento. Non è la prima volta che la coreografa berlinese interroga con il suo teatro-danza un’archiscultura: dopo il Dialoge messo in scena al Museo ebraico di Berlino e quello più recente, realizzato sempre nella capitale tedesca, al Neues Museum restaurato da David Chipperfield, la compagnia ritorna con Dialoge 09 – MAXXI. Deconstruction I in uno spazio complesso che ricorda, per i materiali impiegati e per la sua struttura labirintica, proprio il museo ebraico di Daniel Libeskind.

Non si rimane seduti ed esclusi a guardare, ma si è costretti a girovagare per le diverse sale asettiche e luminose della struttura, incontrando i numerosi ballerini seguiti da singoli musicisti. Libero di circolare come se seguisse il percorso di una mostra d’arte, il pubblico diventa l’artefice del proprio spettacolo: costretto a scegliere perde automaticamente la visione di altre performance che avvengono contemporaneamente nei livelli differenti del museo stesso. Non si può possedere nella totalità ciò che accade e si rimane semplici spettatori – forse a volte un po’ frustrati nel cercare assiduamente di contenere il tutto, inutilmente -; ma si ritorna a casa con un’esperienza privata e completamente propria, che al tempo stesso si è fruita pubblicamente. Il tempo e lo spazio diventano relativi e sono decostruiti e ricostruiti attraverso la percezione dell’osservatore e le apparizioni del performer.

 foto di R. Galasso

foto di R. Galasso

La presenza e l’assenza si materializzano nell’architettura attraverso le installazioni sonore di Hans Peter Kuhn, la musica eseguita dallo String Quartett of Solistenensemble Kaleidoskop e da altri solisti, e dai corpi dei 36 ballerini che appaiono all’improvviso iniziando a dialogare con le linee morbide di vetro, acciaio e cemento del museo.

Corpi nudi, appesi a testa in giù con dei tiranti, si sostituiscono all’esposizione di dipinti, diventando delle sculture a tutto tondo che a poco a poco iniziano ad oscillare impercettibilmente, mentre su un altro piano delle imponenti macchine del vento spargono per tutta la superficie di un’ampia sala dei fogli di carta rigorosamente bianchi che un performer tenta assiduamente di recuperare. Delle figure si intersecano e si sovrappongono in un duo di contact improvisation, mentre nella stanza, rinominata silence room, tra frammenti di piatti una violoncellista abbandona il suo strumento per spargere farina su un ballerino accovacciato in terra. Affascinante come da quest’ultimo spazio, situato all’ultimo piano, sia possibile assistere contemporaneamente a più performance: una fascia di vetro inserita nella pavimentazione permette di intravedere come nei livelli inferiori altri corpi si relazionino con le linee sinuose del MAXXI.

Solo in chiusura i ballerini e i musicisti si concentrano tutti in un’unica sala, mentre gli spettatori accorrono per assistere anche dalle scale e dal piano superiore. I bravissimi performer danno vita a una coreografia di gruppo con un’ipnotica corsa in cerchio, greve e ben cadenzata, che contrasta con il tappeto di fiori gialli sistemato in terra come segnale di un confine. Un movimento che trova infine la sua quiete, raggiungendo un’astrazione di affascinante bellezza con un dialogo sublime tra danza e architettura.

Visto al MAXXI, Roma

Carlotta Tringali

 

Raccontando Baghdad

 Foto di Alvise Nicoletti

Foto di Alvise Nicoletti

Recensione a Polvere di Baghdad – regia di Maurizio Scaparro

Una leggera coltre di polvere si solleva da una città sepolta da anni di guerre e oggi romanticamente recuperata dalla regia di Maurizio Scaparro. Una Baghdad insolita, o meglio dimenticata: una città da cui non si respira solo distruzione ma antiche storie e speranze. La potenza evocativa della parola e dell’oralità diventa protagonista in uno spettacolo che cerca di riportare lo spettatore a quell’atmosfera magica dal fascino orientale, a quel sussurro sognante che purtroppo non appartiene più alla vita attuale della capitale irachena.

Con Polvere di Baghdad, debuttato al Teatro Piccolo Arsenale di Venezia, passato e presente si intrecciano e convivono attraverso il doppio lavoro drammaturgico del poeta Adonis e del giornalista Massimo Nava. Il letterato libanese si è concentrato sulla struttura narrativa, basata su una successione di storie fantastiche che appartengono alla tradizione mediorientale: attraverso le parole di Massimo Ranieri, nei panni di un cantastorie in viaggio, vengono rievocati infatti alcuni personaggi noti, come il marinaio Sindbad o la bella Shaharazade. Se Adonis fornisce uno sguardo poetico allo spettacolo, il cronista Nava – che è stato per diverso tempo corrispondente da Baghdad per Il Corriere della Sera – offre invece dei frammenti di un presente decadente, che interrompono l’atmosfera sognante e diffondono un malessere difficile da superare: un presente che purtroppo deve fare i conti con un pesante bollettino di morti.

Foto di Alvise Nicoletti

Foto di Alvise Nicoletti

Morti causati da una guerra che succhia a una terra, un tempo riconoscibile per i suoi giardini fioriti e la sua cultura, tutta la linfa vitale restituita a sprazzi non solo dai racconti di Ranieri o degli altri attori che ne danno voce, ma anche dai passi danzanti di Eleonora Abbagnato – la prima ballerina dell’Opéra di Parigi che per l’occasione veste i panni di una donna mediorientale, di Shaharazade e di Budur – che si fanno sempre più concitati e si sostituiscono alle parole. Ma quel momento di spensieratezza e felicità viene subito interrotto dal rumore di elicotteri che sorvolano il cielo di Baghdad: di forte impatto la scena in cui tutti, rivolti con le spalle al pubblico, sollevano la propria scarpa per lanciarla, in segno di rivolta, ricordando la più recente cronaca e precisamente la figura del giornalista iracheno arrestato per aver lanciato il suo calzante contro l’ex presidente statunitense Bush.

Il percorso iniziato con il progetto C’era una volta durante MediterraneoLaboratorio Internazionale del Teatro2008 nell’ambito della39° edizione della Biennale di Venezia, trova qui la sua conclusione, mostrando come la settimana di studio passata su quello stesso palco sia stata fondamentale per realizzare Polvere di Baghdad. Lo spettacolo mantiene infatti alcune soluzioni registiche pensate durante il laboratorio: peccato aver visto recitare solamente alcuni dei ragazzi, come Francesco Wolf o il bravo musicista di setar Pejman Tadayon, che avevano preso parte a C’era una volta. Senza di loro lo spettacolo di Scaparro non sarebbe stato lo stesso, proprio come il nostro presente, arricchito ogni giorno dalla magia e dai sogni delle storie passate che si continuano a narrare.

Visto al Teatro Piccolo Arsenale, Venezia

Carlotta Tringali

 

 

Lo sguardo fuori dalla finestra di Claudia Sorace

Approfondimento dell’incontro La scena di Claudia Sorace/Muta Imago

foto di Laura Arlotti

foto di Laura Arlotti

La domenica pomeriggio – soprattutto se fuori fa capolino il primo freddo autunnale e una pioggia insistente – si rimane solitamente in casa a poltrire, nostalgici già del fine settimana che si appresta verso la conclusione e con il pensiero di un nuovo lunedì lavorativo alle porte. Capita però che delle volte si passi questa giornata diversamente, magari ritrovandosi ad ascoltare cosa si muove sulla scena contemporanea teatrale.

E così il 18 ottobre, a Jesi, si è scelto di andare all’incontro La scena di Claudia Sorace/Muta Imago, per dimostrare come ancora oggi si senta il bisogno di parlare di teatro e di approfondire una conoscenza da cui si può sempre attingere bellezza.

Protagonista di questa domenica marchigiana è stata Claudia Sorace, regista della compagnia Muta Imago che, insieme al critico teatrale Gianfranco Capitta e al direttore dell’Amat – Associazione Marchigiana Attività Teatrali – Gilberto Santini, ha dato vita a una discussione circa il suo lavoro con il giovane gruppo romano.

Introdotta dall’Assessore alla cultura di Jesi Valentina Conti e dal direttore del Centro studi V. Moriconi Franco Cecchini, Claudia Sorace, non ancora trentenne, ha ricevuto il Premio Internazionale Valeria Moriconi “Futuro della scena”, che si prefigge di valorizzare il ruolo della donna sulla scena tra passato, presente e futuro, continuando l’eredità artistica e culturale dell’attrice jesina Moriconi. Se la prima edizione ha visto al centro dell’attenzione Isabelle Huppert con la consegna del Premio “Protagonista della scena”, con questo diverso riconoscimento alla Sorace non viene data una semplice targa, ma la possibilità di svolgere un programma di attività a Jesi e nel territorio. Proprio per questo i Muta Imago hanno trovato per un mese una residenza in uno dei teatri della Fondazione Pergolesi Spontini, potendo continuare a lavorare sul loro ultimo progetto: Madeleine.

La scelta del premio è ricaduta su Claudia «per la capacità di concepire un teatro che supera la parola drammaturgica e che si muove verso una totalità fatta di drammaturgia e scena visiva e sonora, in cui la rigorosa elaborazione intellettuale si prefigge sempre un obiettivo di empatia immediata con il pubblico».

Attraverso delle clip di alcuni estratti video tratti dai loro spettacoli (a+b)³, Lev, e il lavoro su Napoli. Primo passo nelle città di sotto – messo in scena proprio nelle grotte della città partenopea – la regista ha presentato la poetica che contraddistingue i Muta Imago rispetto ad altri giovani gruppi. Come ha infatti sottolineato Capitta, l’uso della parola porta questa compagnia ad avere una ‘dannazione’ in più: il risultato estetico raggiunto in scena non trascende mai il senso trovato attraverso un lungo processo di ricerca e maturazione. I materiali utilizzati non obbediscono solamente a una casuale fascinazione, ma hanno una precisa corrispondenza metaforica; è così che in Lev la farina presente in scena è l’elemento labile e leggero che si attacca o scivola via proprio come la memoria. Rimangono brandelli, suggestioni e vuoti di una storia che ogni spettatore ricrea autonomamente e soggettivamente nel proprio Io: si formano percorsi narrativi differenti, provenienti da un turbamento interiore, da un’esperienza che si è potuta vivere solo recandosi a teatro.

Ma con i Muta Imago lo spettatore, come precisa Santini, è sempre posto sotto assedio: c’è una conflittualità che prende sempre corpo, e proprio qui sta la bellezza. Con «un’artigianalità di teatro che si fa tecnica», questa bellezza racconta di una fragilità, è il tentativo di costruzione di fronte alla malinconica certezza che non c’è in realtà speranza di ricostruzione. Ma, come continua Claudia, «il fatto che io lotto per questa creazione mi riempie di senso, e ciò giustifica la mia esistenza».

Un interessante incontro pomeridiano quindi, conclusosi con la domanda di una simpatica signora che, da profana del teatro di ricerca, ha chiesto alla regista in tutta sincerità che cosa si dovesse aspettare da uno spettacolo dei Muta Imago. «Immagini di guardare fuori da una finestra, dove può vedere solamente immagini senza riuscire a sentire il sonoro intorno». Perfetto esempio fornito dalla Sorace per comprendere come il loro teatro sia uno sguardo che si spinge oltre il tangibile: stimola il coinvolgimento intellettuale dello spettatore che non deve fare altro che attendere l’uscita dell’ultimo lavoro Madeleine.

Visto al Teatro-Studio V.Moriconi, Jesi (An)

Carlotta Tringali

Baccanti statuarie per Emiliani

Recensione a Le baccanti – regia di Giuseppe Emiliani

Foto di Arianna Novaga

Foto di Arianna Novaga

Euripide scriveva la sua ultima opera poco prima di morire, consegnando agli uomini un testo che nel 2009 si sceglie ancora di mettere in scena. Le tragedie greche sono infatti intramontabili e hanno la capacità di essere sempre attuali, di avere uno sguardo rivolto alla contemporaneità. I temi affrontati superano le barriere temporali e attraverso alcune scelte registiche si riesce a mettere in luce sfumature che vengono accentuate a seconda dell’epoca in cui si sta vivendo.

Giuseppe Emiliani, che firma la regia de Le baccanti, andate in scena in anteprima al Teatro Olimpico di Vicenza, si serve di una donna travestita da uomo per giocare sulle dualità che segnano quotidianamente le nostre vite, scegliendo di sottolineare il conflitto che divide l’universo maschile da quello femminile. Interpretato da una bellissima e statuaria Laura Marinoni, il dio Dioniso scende sulla terra travestito da uomo, portando con sé ogni tipo di contraddizione, scontro e follia. Egli è uno ‘straniero’ con la colpa di aver guidato verso la pazzia tutte le donne di Tebe che, rifugiatesi sul monte Citerone, celebrano i riti baccanali; proprio per questo il dio androgino attira su di sé l’odio del sovrano Penteo, il bravissimo ed energico Francesco Migliaccio. Il rovesciamento delle parti avviene ancora quando la Marinoni convince il giovane re a mascherarsi da donna per poter spiare le baccanti: ma proprio tra le irrazionali e invasate menadi questo trova la morte per mano della madre Agave – l’impeccabile Susanna Costaglione. Fuori di sé, non riconosce lo scalpo del figlio e comprende la tragicità dell’atto compiuto quando Cadmo, il vecchio re e padre della donna interpretato da Virgilio Zernitz, la riconduce alla ragione.

Foto di Arianna Novaga

Foto di Arianna Novaga

La contrapposizione tra universo femminile e maschile scivola via velocemente e risulta solo accennata in uno spettacolo che rimane molto statico e che trova invece la sua raison d’être nei singoli elementi che lo compongono. Oltre al cast preparatissimo – formato anche da Marcello Bartoli nei panni di Tiresia e Dely de Majo come prima baccante – molto interessante è l’idea di sostituire il coro attraverso le musiche originali di Christian Cassinelli che, nonostante appesantiscano leggermente il ritmo nel finale, producono un effetto austero che comporta un piacevole contrasto con il bel gioco di luci curato da Pieter Jurriaanse. Un ulteriore merito spetta alle scene di Matteo Torcinovich e alle sculture di Lucio Serpani: non è semplice aggiungere ornamenti in un teatro che Palladio ha reso architettonicamente e visivamente saturo. Ma le diverse grandezze appartenenti aiframmenti di una stessa statua, impossibile da ricomporre, riescono a creare un effetto straniante e spostano le coordinate temporali della tragedia. Anche i costumi di Nicolao Atelier risultano curati nel minimo dettaglio e colpiscono per l’originalità pur ricordando lo stile classico greco. Se la scrittura scenica si presenta spesso impeccabile, lo spettacolo non ottiene nel complesso lo stesso risultato: manca un principio di organicità che unisca i diversi tasselli che lo compongono. Più che una contemporaneità si ritrova così il gusto arcaico dell’epoca: uno sguardo che porta il pubblico a vedere Le baccanti come se si trovasse nell’antica Grecia.

Visto alla generale al Teatro Olimpico, Vicenza

Carlotta Tringali

 

Il teatro necessario dei Belarus

Recensione di Being Harold Pinter e Zone of silenceBelarus Free Theatre

Zone of Silence

Una necessità impellente di fare teatro, affrontare i problemi della società  di oggi, esternare e affermare la propria esistenza. Una recitazione che arriva diretta allo stomaco, una finzione scenica superata che si fonde con la realtà. Diventa riduttivo parlare dei Belarus Free Theatre, la compagnia bielorussa formatasi a Minsk nel 2005 dall’incontro tra il giornalista Nikolai Khalezin, la produttrice teatrale Natalia Koliada e ilregista Vladimir Scherban. Complice la dittatura sotto cui vivono, che li costringe ad andare in scena in clandestinità, il teatro dei Belarus è agito, sentito: trasuda un’energia impressionante, difficilmente riscontrabile in altre realtà teatrali. Assistere a Being Harold Pinter e Zone of silence, presentati per la prima volta in Italia a VIE- Scena Contemporanea Festival di Modena, è un’esperienza da vivere sulla propria pelle.

In entrambe le pièce bastano pochi mezzi per creare spettacoli di forte impatto emotivo: un piccolo quadrato disegnato in terra per delimitare lo spazio, attori preparatissimi che tramite il corpo, lo sguardo e le parole taglienti – pronunciate in russo e bielorusso sovratitolato in italiano – tolgono il fiato.

“Non vi è una rigida distinzione tra ciò che è reale e ciò che è irreale. Non è necessario che una cosa sia vera o falsa, può essere entrambi”. Con queste parole, sospese tra la vita e l’arte, si apre Being Harold Pinter: un concitato susseguirsi di frammenti tratti da alcune drammaturgie dell’autore inglese, che si alternano al suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la letteratura nel 2005 e a lettere di prigionieri politici bielorussi.

La violenza – in tutte le sue sfaccettature, dalla famigliare a quella politica e sociale – fa da collante alle situazioni rappresentate, ma non è ostentata realisticamente, viene suggerita. Le immagini riprodotte in scena hanno una potenza evocativa, come la sensazione di claustrofobia data dal telo di plastica agitato sopra i corpi degli attori, mentre un crescendo di canti si trasforma in impercettibili grida. Disturba il suono stridente prodotto dalle dita che strisciano sull’orlo di bicchieri, mentre il linguaggio diventa sempre più crudo.

“La ricerca della verità non può essere rimandata, ma cercata subito. La reale verità delle nostre vite e delle nostre società è un compito decisivo che incombe su noi tutti. Se una tale determinazione non si incarna nella nostra visione politica, non avremo nessuna speranza di ripristinare ciò che per noi è così prossimo ad essere perduto: la dignità dell’uomo”. Una verità che i Belarus fanno sfociare nel volo di un aeroplanino fatto di carta e che alle sopracitate parole di Pinter viene dato alle fiamme: libertà di volo negata che diventa un’esplicita provocazione riguardante la situazione politica bielorussa, ma che abbraccia una realtà più ampia e che interessa il mondo intero.

Zone of SilenceL’atmosfera diventa colloquiale in Zone of silence – moderna epopea bielorussa in tre capitoli, dove differenti personaggi raccontano uno spezzato significativo della propria vita. Anche qui è labile il confine tra ciò che è reale o fittizio: l’infanzia difficile e la diversità diventano oggetto di analisi ma anche un modo per affrontare ed espiare, tramite l’atto scenico, delle verità che pesano come macigni. Si incontrano storie di bambini umiliati e mortificati, come quella di Vika Moroz, strappata a chi considerava essere i suoi genitori, nonostante fossero italiani: la ragazzina di dieci anni, diventata un caso per la stampa internazionale, prende vita con i Belarus attraverso un corpo fatto di giornali, tanti pezzi di carta costretti ad accartocciarsi di fronte a un amore negato. Se nel secondo capitolo si alternano personaggi ai margini della società, i cosiddetti ‘diversi’, e si passa dal nero omosessuale alla signora solitaria innamorata di Lenin, nella terza parte dello spettacolo vengono denunciate, attraverso semplici gesti e dati statistici, le condizioni esasperanti e preoccupanti di un paese che nega l’esistenza di gravi problematiche sociali come l’alto numero di aborti e di suicidi e le scarse condizioni di salute e di lavoro.

In Zone of silence il linguaggio corporeo è il vero protagonista: il silenzio verbale,a loro imposto in Bielorussia, non riesce ad impedire a questi attori straordinari di trovare attraverso la loro espressività gestuale un contatto con il pubblico, che diventa così ancora più potente. Il teatro diventa l’unico strumento che dà la possibilità a questo contatto di esistere, lasciando ai Belarus un ultimo spazio per affermare la propria dignità umana.

Visto a VIE – Scena Contemporanea Festival, Modena

Carlotta Tringali

 

 

Dispositivi animati

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Recensione di La macchina di KafkaMasque teatro

Tintinnii di bottiglie, una soave melodia composta in completa autonomia dai tasti di un pianoforte e il rumore seriale prodotto da un ago di una macchina da cucito: sono queste le sonorità teatrali che il gruppo Masque teatro ha portato a Santarcangelo 39, il noto festival delle arti sceniche diretto quest’anno da Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio.

La compagnia romagnola fondata tra Forlì e Cesena nel 1992 da Lorenzo Bazzocchi e Catia Gatelli pone un interessante tipo di conflitto nella sua ricerca sonora: tra macchina e corpo, tra suono meccanico e rumore prodotto dall’interazione di una figura con uno strumento. La macchina di Kafka reinterpreta in modo del tutto particolare la metamorfosi di un corpo che sembra subire una trasformazione ad ogni contatto con le corde di un pianoforte Disklavier. Il fisico di Eleonora Sedioli sembra privo di identità sessuale, non è riconducibile a una classificazione: si dimena, si solleva e si contorce; è sottoposto a continui spasmi, come se il movimento a scatti fosse controllato dall’esterno. I suoi muscoli suggeriscono l’avvento di una trasformazione, una modifica in qualcosa d’altro, in un essere informe.

L’atmosfera di inquietudine di quella stanza buia e poco illuminata della Celletta Zampeschi di Santarcangelo viene restituita dagli strumenti che prendono vita autonomamente: la macchina da cucito, il pianoforte e la credenza di bottiglie che inizia a vibrare. Il suono si autogenera mentre il corpo si trasforma senza seguire una propria volontà, costretto a una modificazione incontrollabile, a spasmi che si bloccano solo quando gli strumenti iniziano a produrre un sottofondo musicale. La macchina vince sul corpo, non è più quest’ultimo a controllare i dispositivi: rimane un senso di impotenza di fronte a un prodotto umano che sembra prendere il sopravvento, che ha un’essenza interna. Al centro della stanza rimane solo quel corpo, accartocciato, animalesco, irriconoscibile; un corpo-macchina privo di anima, vuoto. Mentre i dispositivi ritornano silenziosi nella loro posizione, di nuovo senza vita, in attesa che qualcuno li faccia suonare o che, semplicemente, li ascolti.

Visto nella Celletta Zampeschi, Santarcangelo 39

Carlotta Tringali