Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

La figura del dramaturg secondo Paolo Puppa

Intervista a Paolo Puppa

Paolo Puppa

Durante le tre intense giornate di convegni, discussioni, letture sceniche e tavole rotonde de Il teatro in tempo di crisi – Settimana di drammaturgia contemporanea abbiamo incontrato Paolo Puppa, rivolgendogli alcune domande non solo sulla sua direzione scientifica di questa rassegna, ma anche sul suo essere scrittore, dramaturg e performer.

In questi giorni di convegno abbiamo ascoltato diversi interventi sulla figura del dramaturg, sulla sua importanza nel processo teatrale. Cosa differenzia questa figura in Italia rispetto al resto d’Europa?

C’è una differenza sostanziale, in quanto all’estero questa parola è un mestiere, riconosciuto, garantito e spesato, mentre da noi è ancora un work in progress, nel senso che non è stato accettato fino in fondo. Il dramaturg di solito si inserisce come un mestiere aggiuntivo a delle figure fisse che sono il commediografo da un lato e dall’altro il regista; quest’ultimo utilizza il dramaturg come traduttore aggiunto che serve come trait d’union tra un sistema di un Paese all’altro, per ridurre i rischi della traduzione. Da noi c’è, da un lato, il teatro di ricerca, che è un teatro molto vivo, dove il teatro di parola è meno centralizzato e dove soprattutto la rappresentazione di testi scritti da altri è spesso irrilevante. E d’altra parte, nei teatri stabili, è il regista stesso a fare da dramaturg: non chiede l’aggiunta, i costi di una figura esterna. Il dramaturg in Italia stenta a mettere radici per il fatto che sono prioritarie le figure del regista o dell’attore-regista che fa tutto da solo.

Parlando della sua esperienza in qualità di scrittore e di dramaturg. Lei ha affrontato la rielaborazione in chiave contemporanea di personaggi della mitologia classica ma anche della tradizione biblica. Come riesce ad affidare a questi personaggi i temi dell’attualità?

Nella mia drammaturgia – una drammaturgia al plurale – ci sono anche commedie tradizionali con personaggi contemporanei. C’è un filone di drammaturgia alla seconda potenza – specialmente quella dei monologhi – dove parto dal concetto che tutto è ormai stato detto ed è solo una questione di rielaborazione, come fosse una costruzione di scritti apocrifi. Quando scrivo un testo contemporaneo con personaggi di oggi faccio molta fatica ad introdurli perché devo trovare un sistema per raccontare il loro passato, la loro situazione. Viceversa, quando prendo dei personaggi celebri, posso evitare tutto questo lavoro di flashback, partendo dal fatto che c’è una condivisione di conoscenza tra me e la sala – un po’ come il teatro antico dove la tragedia prendeva sempre dei personaggi che erano già conosciuti. Inoltre faccio l’uso di una grande metafora di Jung in cui Dio è morto, è morta la religione, sono morti i miti ma risorgono come malattie, come patologie; come la nevrosi, diceva Freud, è un’antica magia collettiva che diventa minoritaria e viene praticata dal singolo che ha una psicosi. I miei personaggi antichi, o classici o biblici o anche tolti dalla letteratura, vengono buttati allo sbaraglio nel Nordest di oggi, tra la crisi economica e insieme un certo benessere “microaziendale”. C’è qui una spaventosa solitudine delle nuove generazioni, delle famiglie abbandonate sia dal partito sia dal campanile – non c’è più quell’elemento coibente che una volta era rappresentato nel Veneto dal Pc e dall’altro dalla Parrocchia –: il benessere e la nuova famiglia “monodinamica” (non ci sono più né nonni né zii) portano a questa solitudine tra genitori e figli. Quindi queste mie mitologie tornano dalla finestra come patologie contemporanee. E poi cerco di realizzare quella metafora di Pasolini secondo cui il dialetto è morto, ma torna come lingua sporca: spesso i miei personaggi hanno un accento veneto che funziona da spiazzamento. Di recente ho pubblicato un testo, Lettere impossibili, in cui immagino grandi autori dell”800 e ‘900 da Svevo a D’Annunzio, da Pasolini a Gadda, da Ibsen a Joyce o Beckett, che sono calati in un quotidiano; invento delle situazioni apocrife in un contesto quasi piccolo-borghese, sotto forma di lettera – sono monologhi epistolari in cui questi autori diventano personaggi piccolo-borghesi, ma sono delle invenzioni verosimili.

Nel momento in cui lei scrive un testo, lei ha un rapporto con esso, anche quando è lei stesso a metterlo in scena come regista e come performer. Quando affida a un’altra persona il suo testo, che cosa cambia?

È molto più emozionante, perché in quel momento vedo il teatro come metafora della vita, vedo che cos’è la “interpretazione”. Quando sono io stesso che faccio monologhi maschili, posso dire che lo concepisco e lo “porto in giro con la carrozzina”. Quando invece lo do ad altri mi capita di avere un’emozione perché vedo la oggettività. Io in questo momento sto parlando e tu mi ascolti e mi fraintendi perché vedi di me – in termini pirandelliani – l’aspetto esterno e cogli una tua prospettiva che io non riesco a vedere. Quando poi mi mettono in scena io vedo il fraintendimento, vedo l’oggettività di ciò che sta nel mio me che diventa cosa reale. La messa in scena ad opera di un altro è rendere visibile quello che avviene ogni giorno nei rapporti interpersonali, cioè l’equivoco, il fraintendimento. È in qualche modo snervante, ma è anche straordinario perché è il sale della vita, la convivenza tra le diversità.

A proposito della rassegna Il teatro in tempo di crisi. Come la partnership tra teatro e università può affrontare la crisi: è possibile?

È una partnership allargata ad altri Enti perché l’università ha dovuto avvalersi dell’apporto della Regione – decisivo – e dell’apporto anche con il Ministero degli Esteri. Oggi organizzare con la ristrettezza economica è sempre una sfida e dobbiamo sempre ricorrere al fund raising – cioè trovare fondi. Noi siamo sempre stati abituati a stare in biblioteca e ora dobbiamo diventare dei promoter finanziari se vogliamo fare qualche cosa. Bisogna partire da questa carenza economica dell’università. D’altra parte ci sono nelle università delle nuove forze come il nuovo Rettore che ha una particolare predilezione nell’investire sul teatro a condizione che ci siano altri sponsor. È fondamentale la sinergia tra il mondo del teatro universitario e mondo accademico: parlare di teatro nelle università come fosse una civiltà sepolta o scomparsa non ha senso, bisogna mostrarlo ai ragazzi e anche farglielo fare.

Tavola rotonda finale: il teatro, il pubblico e la crisi

Dopo tre giornate intense di convegno de Il teatro in tempo di crisi – Settimana di drammaturgia contemporanea, in cui sono stati affrontati differenti argomenti da altrettanti punti di vista di studiosi, docenti e scrittori, si è giunti all’incontro conclusivo. Dopo aver analizzato a fondo il testo I figuranti di José Sanchis Sinisterra con lo stesso autore e ascoltato alcune considerazioni interessanti riguardo a un testo scritto vent’anni prima e presentato attraverso una lettura scenica nella stessa mattina dai giovani dell’Accademia Teatrale Veneta, numerose personalità hanno espresso le proprie riflessioni circa la situazione teatrale attuale.

Non proprio una tavola rotonda, quanto un semicerchio aperto a un pubblico che paziente e partecipe ha espresso le proprie perplessità e opinioni. Monica Centanni docente e studiosa di teatro antico e drammaturgia greca, ha incalzato sul ruolo fondamentale che il teatro ha nella nostra società e su come la crisi economica che stiamo affrontando debba essere occasione di riflessione sul nostro vivere civile. Lo spazio del palco, un tempo rituale nella Grecia del V secolo, ha oggi ridotto questa sua caratteristica arcaica: ma deve affrontare attualità urgenti e non rimanere marginale. A questa tematica si collegano i pensieri del direttore scientifico del convegno Paolo Puppa che afferma come il teatro debba ripartire oggi da spazi dove esso è socialmente necessario come nelle carceri, per aprire una finestra in un luogo dove altrimenti si soffocherebbe. Docente e scrittore, Puppa si spinge oltre affrontando anche il rapporto tra platea e palco: non esiste infatti il teatro e il pubblico, ma i teatri e i pubblici; si ha il teatro di festival, il teatro di ricerca, il teatro fuori dal teatro e quello istituzionale. Ma questi possono delle volte anche mescolarsi come è successo negli Anni ’70 con il fu direttore del Teatro Argentina di Roma Luigi Squarzina, che portò a dialogare il mondo dello Stabile con il teatro off delle Cantine Romane: in quel caso si era creato un “ponte” – come Puppa stesso lo definisce – tra pubblico e platea, una condivisione e uno spiazzamento creando una condivisione, un’apertura di dialogo con un pubblico antagonista. Continua sostenendo che il teatro che ospita il presente – come può essere anche il teatro di narrazione o il teatro che ha visto un ingresso/collaborazione con la video-arte – deve ospitare anche un linguaggio attuale e non finire nel taglio giornalistico come spesso invece accade. Proprio per questo vede una grande occasione, per la nuova drammaturgia, nella lingua: oggi assistiamo infatti a un trilinguismo dato dal dialetto locale, un italiano standard e l’italiano incerto degli immigrati. Un intarsio espressionistico che crea dinamiche inaspettate e affascinanti tramite le memorie e le lingue diverse. Un modo per sorprendere e la sorpresa a teatro è fondamentale.

Una parola che ovviamente ritorna spesso tra i diversi relatori del pomeriggio è “crisi”: il drammaturgo francese Enzo Cormann spiega infatti come lo stesso lavoro di dramaturg metta continuamente sull’orlo di una crisi e ciò va visto come momento positivo, un risveglio di pensiero e un momento per chiedersi anche che ruolo abbia oggi il teatro. Se il cinema – e cita qui Jean-Luc Godard – fa vedere la realtà attraverso una camera, il teatro permette invece di vedere ciò che senza di esso non saremmo in grado di vedere: il rallentamento. Se la realtà ha subito un’accelerazione, l’assemblea teatrale – ossia la somma di persone che assiste alla rappresentazione – rallenta l’andamento vertiginoso che sta riducendo la comunicazione a un valore svuotato di significato. E di crisi parla anche un altro drammaturgo, lo spagnolo José Sanchis Sinisterra che auspica a una ricerca permanente – perché sostiene che la crisi in realtà c’è sempre stata – inventando altre formule di produzione e distribuzione per portare il teatro ad avere un’incidenza civile molto più ampia. Lo scrittore e attore Roberto Scarpa aggiunge che si deve puntare all’inatteso e ricominciare, cercando di non sottovalutare gli aspetti pratici come l’attività legislativa che cura il teatro: gli artisti si dovrebbero infatti occupare del teatro anche con fatti concreti e non sottrarsi per snobismo, partecipando per esempio alla costruzione dei luoghi teatrali, capire dove questi vanno costruiti e come.

Il docente Claudio Longhi affronta, come le definisce lui, “piccole note a margine” di un convegno: brevi riflessioni sature però di interrogativi scomodi lasciati aperti. Lo studioso parla in primis di una metafisica della crisi, affermando che il vero problema oggi risiede nella questione dell’impegno, del cosiddetto “engagement” che sembra essere diventato marginale. Altro suo pensiero, che si collega al titolo del convegno, è dato da quello che è il rapporto tra teatro e crisi: un rapporto che cavalca un’attualità ma anche una inattualità se il teatro è un antidoto alla velocità del presente. Ricollegandosi al pensiero di Puppa, balza poi ai “pubblici”, a una fruizione teatrale disarticolata; soprattutto si chiede se esista un pubblico o se non ci si limiti a discussioni che purtroppo rimangono confinate dentro una nicchia di appassionati di teatro. Proprio per questo suggerisce che il rapporto con il pubblico vada ripensato, terminando con una domanda aperta, ossia se il teatro è un servizio o un valore. Roberto Tessari, altro docente di alto livello, tira le fila di quello che è stato un convegno vivo e di un teatro altrettanto vivo in questi giorni della rassegna. Ma segnala un vuoto: ossia la partecipazione di una persona che non abbia nulla a che fare con il teatro ma piuttosto con la parola crisi. Una persona che forse non esiste, proprio come secondo lui la parola stessa “crisi”: è una sfinge, una falsa mitologia da cui ci facciamo cullare. Il teatro è un altro tempo e un altro spazio, è una microsocietà: bisogna mettere in movimento la critica, la vivacità drammaturgica e la scenicità dell’attore per rendere le immagini strumenti praticabili per andare oltre.

Carlotta Tringali

La scena drammaturgica di lingua inglese

Dopo aver dialogato con le drammaturghe Yolanda Pallin, Beth Escudé e il direttore artistico della rassegna Il teatro in tempo di crisi Adriano Iurissevich circa la scena teatrale in Spagna, il docente Marco Presotto incontra Margaret Rose e Armando Pajalich per offrire una rapida panoramica di quello che accade oggi nel campo della drammaturgia di lingua inglese.

Nel secondo pomeriggio della rassegna veneziana sottotitolata La settimana di drammaturgia contemporanea, la studiosa Margaret Rose – che si interessa soprattutto del teatro britannico che cresce nelle città di Londra, Glasgow ed Edimburgo – ha parlato dell’incredibile varietà dell’organizzazione teatrale presente nel territorio anglosassone a livello di fondi. Se in Italia la figura del dramaturg è difficilmente riconosciuta, in Gran Bretagna il Consiglio delle Arti nutre e sostiene gli scrittori che si dedicano al teatro. In questo modo un drammaturgo non deve vivere esclusivamente nelle grandi città per lavorare, ma può benissimo scrivere dal suo paesino in campagna. A Glasgow esiste addirittura “la casa del dramaturg”: un centro in cui la persona viene seguita, senza dover essere necessariamente giovane. Sempre in Scozia è stato fondato anche un sindacato per questa figura di artista: si restituisce una dignità a un lavoro che è riconosciuto come tale e non come un passatempo. Nella sua analisi – da fare invidia ai dramaturg italiani costretti a restare spesso in ombra per mancanza di fondi – Margaret Rose specifica anche come negli ultimi decenni il teatro politico si sia trasformato, nella sua struttura drammaturgica, seguendo due diverse tendenze. La prima corrisponde a una specie di talk-theatre, ossia una scrittura teatrale che utilizza dibattiti televisivi e frammenti di talk show e di blog, risultando così più vicino alla tecnologia; la critica accusa in questa modalità una mancanza di originalità, ma il talk-theatre diventa una possibilità per registrare realmente quello che sta succedendo nella società. La seconda tendenza è quella del sight related theatre: creare spettacoli fuori dai teatri, modificarli a secondo del territorio in cui questi vengono presentati per creare una reale comunicazione tra le persone.

Kwame Kwei Armah

Ma a scrivere in lingua inglese non sono solamente i dramaturg viventi sull’isola britannica: il docente, studioso e traduttore di letteratura postcoloniale Armando Pajalich ha infatti sottolineato come molto teatro sia stato prodotto fuori dai confini europei. Uomini come il nigeriano Wole Soyinka, il caraibico Derek Walcott entrambi premi Nobel per la letteratura – e il sudafricano Athol Fugard sono i tre esempi che Pajalich utilizza per dimostrare come scrittori di alto livello restino ancora sconosciuti a molti per via della loro marginalità geografica. Non è facile infatti mettere in scena le loro drammaturgie fuori dai loro territori, per diversi motivi. Per esempio Soyinka si dedica a problematiche di origine sociale, parlando di grandi tirannie o di personaggi della mitologia africana; per rappresentare questo mondo, per noi lontano, sono necessari codici e gestualità per tradurlo, attori che abbiano innata questa cultura per interpretarlo. Altro problema in cui ci si imbatte lo si ritrova mettendo in scena Walcott: il suo teatro poetico, fatto di canzoni, dovrebbe essere proposto all’aperto, in riva al mare, al caldo tropicale dei Caraibi per comprenderlo fino in fondo e per immergersi nei suoi scritti. L’ultimo scrittore di cui parla Pajalich è Athol Fugard – conosciuto per la recente riproposizione teatrale di Peter Brook di Sizwe Banzi est mort – che crea dei testi esclusivamente interpretabili da attori africani per essere compresi, perché richiedono una gestualità che non appartiene all’uomo europeo. Anche se lo stesso Fugard, bianco, ha creato in Sud Africa un teatro nero che non esisteva: è stato il primo a mettere sullo stesso livello in una pièce teatrale uomini di diverse etnie, dando a tutti la stessa dignità. Ultimo problema sollevato e che si riscontra nella rappresentazione di questi testi è dato dalla lingua: un inglese “imbastardito” con termini del linguaggio locale, della propria terra. Nella traduzione la potenza di questa si perde, perché non ci sono veri termini italiani corrispondenti. Ma piccoli tentativi vengono fatti fortunatamente, come è stato dimostrato in chiusura di questa seconda giornata di convegno: la lettura scenica a cura di Pantakin da Venezia dell’interessante testo Fix up di Kwame Kwei Armah ha aperto a un mondo nuovo per quanti non conoscevano quest’autore. Molti passi devono essere fatti per arrivare a delle traduzioni che restituiscano il più possibile la visione di questi autori a noi culturalmente lontani ma l’importante è fare questi primi passi e iniziare.

Carlotta Tringali

La drammaturgia fuori dall’Italia

Cormann, Carpinato, Carpi e Ruperti

Non è facile parlare oggi di drammaturgia contemporanea, soprattutto se si pensa al mondo che ci circonda, che affronta ogni giorno problemi sociali ed economici legati a una crisi che ci pervade e che sembra far passare in secondo piano il teatro, che vive momenti di avversità. Ma la difficoltà di un’analisi approfondita risiede forse nel dover riflettere sul presente, per cui è necessaria a volte una certa distanza che purtroppo solo il passare del tempo permette. Alcuni studiosi, accademici e scrittori stessi, hanno provato ad analizzare le diverse scene teatrali che si presentano in Europa e in Oriente.

La tradizione teatrale che pervade il Giappone è ancora carica di spessore e importanza, tanto da caratterizzare un presente che non può disfarsi di un patrimonio antico e prezioso. Il professore di Lingua e Letteratura Giapponese Bonaventura Ruperti ha spiegato come il Nō, il Kyōgen, il Kabuki e il teatro dei burattini – il cosiddetto Bunraku – siano diventati con il tempo patrimonio dell’Unesco e si siano evoluti nell’epoca moderna in forme come lo Shingeki, ispirato al modello occidentale, e lo Shimpa. La bellezza di questa tradizione è nel forte legame tra testo spettacolare, che si è tramandato con il tempo, e le tecniche del linguaggio del corpo (dato dalla danza e dai costumi): la forte interazione tra parola e gesto rende il teatro “totale”. Oggi il teatro giapponese non ha fondi statali, a parte gli spazi che vengono concessi in gestione: ma questo non blocca le rappresentazioni, che, anzi, vengono anche proposte nel mondo occidentale, con tanto di sottotitoli e testi che appartengono alla scena europea, come i drammi shakespeariani.

Kleist e Büchner sono stati invece gli autori da cui è partita Anna Maria Carpi per tracciare un breve ritratto della scena tedesca: la docente ha infatti riflettuto sulla sensibilità e l’interesse dei tedeschi per la classicità. Se Kleist scriveva in versi ed era più legato ad Aristotele e a un mondo arcaico, con Büchner si ha una svolta: la prosa caratterizzava il suo stile e il presente era ciò che lo interessava. Ma nella seconda metà del ‘900 troviamo autori che ritornano alla classicità, drammaturghi della Germania dell’Est come per esempio Christa Wolf, scrittrice che lavora sulla “grecità”, o come il noto Heiner Müller che riprende il costume greco-romano per parlare di attualità.

Se i tedeschi si rifanno alla “grecità”, interessante è invece notare come le popolazioni elleniche rimandino a riferimenti occidentali, fino al teatro veneziano. La docente di Lingua e Letteratura Neogreca Caterina Carpinato ha sottolineato come le opere teatrali veneziane venissero rielaborate in maniera originale. Le varie isole greche hanno vissuto direttamente queste influenze, ma solo negli ultimi vent’anni si è sviluppato un interesse per quella che è stata definita letteratura “neogreca”, che si concentra sullo specifico socio-culturale ed estetico del Paese. A partire dal ‘900 si è manifestata l’esigenza di tradurre opere classiche in una lingua moderna, volgare. La perplessità, la riluttanza e financo le rivolte nei confronti di questo tipo di operazioni sono innumerevoli e diffuse, in quanto la Grecia classica era legata a un certo, notissimo, ideale, che nelle nuove traduzioni sembrava screditato. Non c’erano più gli eroi mitici in cui tanti europei d’Occidente hanno voluto riconoscersi. Oggi la scena è cambiata e in Grecia è possibile trovare il doppio di sale teatrali che a Roma:  dato indicativo di una vitalità scenica e di un’attenzione vivace, anche in relazione all’interesse nel mettere in scena non solo drammaturgie, ma anche testi non nati per il teatro.

Franco Farina ed Enzo Cormann

La Francia ha avuto il suo rappresentante in Enzo Cormann, romanziere e drammaturgo emblematico della scena contemporanea. Ultimo relatore della giornata – conclusasi con la lettura curata dall’Associazione Questa Nave, del testo Cairns da lui firmato – il dramaturg ha sottolineato come la scrittura teatrale abbia avuto momenti di crisi dovuti a due motivi. Il primo parte dallo stesso concetto di “messinscena”: senso e forma, dopo il punto di non ritorno del silenzio beckettiano, dovevano essere rinnovate da un gesto frivolo come quello di scrivere un dramma. Un malessere culturale che coincideva con un malessere istituzionale, ma soprattutto estetico. Se tra gli autori contemporanei più significativi Koltès è stato portato in scena grandi registi, Lagarce non è stato altrettanto fortunato: se il celebre drammaturgo non si fosse preso in carico egli stesso l’allestimento dei propri testi, forse oggi sarebbe sconosciuto a più. Ed è proprio Lagarce a rompere un tabù: oggi anche i più grandi autori francofono firmano la regia dei propri scritti, nel contesto di quella innovativa tradizione recente soprattutto francese che porta originalmente a coincidere autore e regista dello spettacolo. In secondo luogo, sempre nella prospettiva di individuare le ragioni della attuale crisi drammaturgica, Cormann segnala difficoltà di combattere il cosiddetto “nemico aristotelico”: c’era un’estenuazione della forma a cui sembrava non esistere un’alternativa. In chiusura Cormann accompagna il pubblico attraverso due categorie della drammaturgia francese: la prima viene definita dei “neoparabolisti”, testi in cui c’è una particolare attenzione alla parabola, ma senza una vera univocità del testo; la seconda è quella dei “neoverbalisti” in cui si torna indietro, a un teatro che è parola.

Carlotta Tringali

Riflessioni etiche attraverso testi contemporanei

In un mondo che corre rapsodicamente verso il fare, il produrre e il crescere, senza soffermarsi troppo a riflettere su quello che accade, ci sono degli scrittori che, in controtendenza, assumono su loro stessi la responsabilità di una società sempre più impermeabile e indifferente. Scrittori che cercano di raccontare la loro – e la nostra – realtà, analizzando con un’accuratezza magistrale ciò che ci circonda. Temi e problematiche attuali che diventano spesso universali, abbattendo limiti temporali e spaziali: non restano circoscritti in un periodo preciso, ma si spingono oltre, mettendo l’uomo in condizione di doversi interrogare  sul proprio ‘essere’ in un presente tormentato.

Roberto Scarpa

Roberto Scarpa

Per fortuna questi signori esistono. E l’altra fortuna è che alcuni si dedicano al teatro, scrivendo delle pièce nuove, portando la drammaturgia a una contemporaneità da scoprire e indagare. La necessità di scrivere indagando in modo più approfondito un argomento o una condizione si essere, è spesso ciò che accomuna questi uomini: è un’urgenza, è il richiamo di una parola che chiede di essere scritta e in seguito pronunciata e ascoltata.

Per questo il teatro diventa un posto in cui riflettere, in cui ci si può soffermare a pensare, almeno per qualche attimo in mezzo alla frenetica vita quotidiana.

Molti sono i drammaturghi che popolano oggi la scena europea e non solo: proprio di questo se ne occupa la rassegna Il Teatro in tempo di crisi in cui diversi studiosi si confronteranno per analizzare che cosa si sta muovendo nelle diverse aree del mondo. E di drammaturgia non se ne parlerà soltanto, dato che verranno messi in scena ben quattro testi contemporanei, in cui si toccheranno temi differenti che parlano di noi, del nostro presente. La mafia e l’utopia di poter regalare una condizione migliore ai lavoratori delle fabbriche sono le questioni affrontate da drammaturghi italiani: Parole d’onore del giornalista Attilio Bolzoni e Sogni d’oro. La favola di Adriano Olivetti di Roberto Scarpa.

Juan Mayorga

Movimentata è la scena spagnola: saranno infatti ben due le drammaturgie presentate dalla manifestazione. Beth Escudé e Juan Mayorga riflettono su questioni etiche come la violenza dell’uomo sulla donna e il degrado del livello culturale della scuola e della morale borghese “progressista”.

Entrambi gli scrittori utilizzano però una formula innovativa, come può essere la particolare storia di Aurora De Collata in cui una donna si interroga sul significato della propria esistenza una volta morta, o Il ragazzo dell’ultimo banco che applica una ricerca formale sperimentando una scrittura frantumata, come del resto è la nostra realtà.

Quattro pièce per riflettere sulla nostra contemporaneità, su quello che ci circonda e su noi stessi. Per non lasciarsi travolgere inconsapevolmente dalla vita ma per, almeno una volta, interrogarla.

Carlotta Tringali

La Venere focosa di Malosti

Recensione a Shakespeare/Venere e Adone – di Valter Malosti

foto di Tommaso Le Pera

Astrattismo e atemporalità. Una scena essenziale, che rimanda a nessun contesto, a nessun luogo. Due figure abbracciate dal fondo del palco si avvicinano, ma senza muoversi, al boccascena. Sono trasportate, traslate da una piccola pedana posta su un binario: passano da una condizione oscura, dal loro essere ombre al farsi uomini, al divenir carne. Ma non sono loro a governare questo meccanismo; è piuttosto il fato. E loro sono uomini, appunto. Con tutto quello che ne consegue: fisiche pulsioni, erotismo, passione, sangue, violenza e morte. Venere e Adone, poemetto erotico-pastorale scritto da William Shakespeare agli arbori della sua carriera nel 1593, viene restituito dal regista-attore – e anche traduttore in questo caso – Valter Malosti, che ne incarna l’essenza. Unico ad avere la parola durante tutto lo spettacolo, il regista – di recente vincitore del Premio Ubu per la migliore regia con Quattro atti profani – con pantaloni in pelle, camicia con tanto di volant in petto e trucco al volto è il narratore, ma anche la dea dell’amore, Venere, scissa e consumata da questa focosa passione per l’efebico Adone – il ballerino Daniele Trastu – che diventa un pupazzo tra le sue braccia. Colpita da una freccia di Cupido per sbaglio, questa dea imponente trattiene il suo amato, lo cinge e lo solleva, lo bacia e lo accarezza: e Adone silenzioso si fa manovrare, incapace di uscire dal vortice tumultuoso di una passione incontrollabile. Perché «Venere lo domina con la forza, non con il desiderio». Adone è un manichino, troppo fanciullo per esprimere un proprio volere: anche i suoi pochi movimenti – ben riuscita e suggestiva la coreografia di Michela Lucenti – risultano plastici e rigidi. Ma la storia vuole che Adone, spaventato da questo amore violento, scappi e durante una caccia venga ucciso da un cinghiale. Solo nella fuga il suo corpo si libra verso una scioltezza, in alcuni momenti rapsodica.

foto di Tommaso Le Pera

I versi di Shakespeare si trasformano nella traduzione di Malosti e acquistano, nonostante un contenuto pregnante, una tonalità che veicola leggerezza; ritrova negli accenti napoletani allo stesso tempo calzanti e delicati una musicalità che cattura lo spettatore fino alla fine dello spettacolo. Malosti offre un’interpretazione originale in cui mescola le lezioni di personalità rilevanti come Enzo Moscato, Pier Paolo Pasolini o Testori; il suo è un impasto ben amalgamato, avvolto in una delicatezza che sfiora. Una storia d’amore che anticipa la sua tragicità nel suono curato da GUP Alcaro e nelle musiche inquiete e di malinconico presagio: notevole la ricerca dello stesso Malosti che abbraccia esperienze sonore diverse come quelle barocche di Purcell e Blow, passando per Lynch e Ligeti fino ad arrivare alle melodie meccaniche-elettroniche di Nono, Stockhausen e Maderna solo per citarne alcuni. Anche la scena di Paolo Baroni fatta di semplici teli si carica di inquietudine con il potente gioco di luci di Francesco Dell’Elba. Una poesia che lascia malinconici e che stona nel finale, quando al momento degli applausi tutte le luci si accendono e una canzone dal ritmo frizzante ed energico sembra trasportare il pubblico lontano da quel binario iniziale sospeso e astratto, come se si ritrovasse piombato all’improvviso in una serata da music-hall.

Visto al Teatro Toniolo, Mestre

Carlotta Tringali

Elettronica “ingiuriosa” per Socìetas Raffaello Sanzio

Recensione a IngiuriaSocìetas Raffaello Sanzio

foto di Andrea Macchia

“Cane. Sciacallo. Porco. Servite me. Gli animali servono ad augurare. Maledire. Inveire”. Pesano queste parole. Più che parole, versi: soprattutto se non sono semplicemente recitati, ma sussurrati, urlati, registrati, risucchiati, spezzati e cadenzati. Alternati e intrecciati a un’elettronica che inizia a pulsarti dentro. Versi che prendono vita, e sonorità, dalla lettura di un libricino nero, contenente una specie di antica maledizione, una formula misteriosa che porta alla luce presagi, presenze arcane. Suscitano sensazioni sospese tra il brivido e l’attrazione: del resto l’oscuro ha sempre esercitato questo strano potere sull’uomo.

Socìetas Raffaello Sanzio, gruppo principe del teatro di ricerca in Italia e non solo, firma con Ingiuria l’ennesimo contratto per portare lo spettatore oltre a confini palpabili e terreni, conducendolo in una dimensione astratta e inusitata, affascinante e maledetta. Non una pièce teatrale, non un semplice concerto: ma un teatro come rito, apertura di un mondo di difficile accesso.

Chiara Guidi, cofondatrice del geniale gruppo cesenate insieme a Claudia e Romeo Castellucci, continua – dopo gli ultimi esperimenti come in The Cryonic Chants e Flatlandia – il suo percorso attraverso la ricerca sonora data dalla voce: voce che si discosta dal suo normale uso quale siamo abituati, esplorando possibilità altre, ampliandole, creando delle sfumature e dei suoni che la fanno diventare uno strumento. Ingiuria non è solo come recita il sottotitolo “una sequenza utile per imprecare”, né una mera partitura musicale: è una energia che ti travolge e che continua a investirti anche nei giorni seguenti.

foto di Andrea Macchia

Una potenza attrattiva che risiede nelle quattro diverse personalità presenti sul palco: Chiara Guidi alterna e intreccia la sua vocalità a quella corposa di Blixa Bargeld – solista del gruppo rock industrial tedesco Einstürzende Neubauten ed ex chitarrista di Nick Cave & The Bad Seeds – in un crescendo che tocca apici maledettamente travolgenti nel violino di Alexander Balanescu e nell’elettronica di Teho Teardo – noto compositore di colonne sonore cinematografiche.

foto di Andrea Macchia

A quest’ultimo va il merito ulteriore di aver creato una partitura musicale attraverso numerose registrazioni precedenti della voce di Chiara Guidi: un tappeto sonoro che dilata così le possibilità vocali ed espressive di questi versi cadenzati, tratti liberamente da testi di Claudia Castellucci e che riprendono delle parole del diario di un attentatore delle Torri Gemelle.

Tra atmosfere lynchiane – ricreate anche grazie alla tecnica delle luci di Fabio Sajiz e a quella del suono di Boris Wilsdorf –, elettronica simile a quelle tedesca post-industrial, e suoni infernali che ricordano la vocalità angosciante di Diamanda Galas, Ingiuria ipnotizza lo spettatore, annullando ogni correzione razionale per farlo sprofondare in una regressione animale.

Visto al Teatro Sociale, Rovigo

Carlotta Tringali

La corsa di Teatro Sotterraneo

Recensione a La Cosa 1 – Teatro Sotterraneo

foto di Paolo Rapalino

Immobilità: una cosa sciocca. Più che sciocca, improbabile. Unica possibilità? Correre. Senza sapere dove si va, senza fermarsi un attimo a pensare. Semplicemente fare. La Cosa 1: una corsa, un fare, un procedere. Puro svuotamento di azioni e nessun sentimento, riflesso nel palco vuoto, senza alcuna scenografia. Il giovane gruppo Teatro Sotterraneo porta in scena un’energia folle, una frenetica esistenza fatta di un fare malato, disperato, esasperato: un fare che spesso non porta ad alcuna conclusione. Solo alla considerazione che devi correre. E per farlo devi essere ben attrezzato. Lo richiede la stessa sopravvivenza.

Il corpo dei quattro performer Iacopo Braca, Sara Bonaventura, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri vive una sofferenza, si ferma per pochi secondi: piccoli quadri, sketch di brevi episodi della propria vita, veri o inventati; situazioni. Il montaggio è serrato: Matteo sciorina al pubblico le violenze subite da tutti i suoi parenti, un mega pupazzo azzurro è sommerso di domande personali a cui non tenta neanche di rispondere, in una tenda da campeggio viene data una festa, su una panchina si susseguono dichiarazioni d’amore. Non si ha un vero discorso da fare: è una drammaturgia di azioni, non ci sono personaggi fittizzi, i performer si chiamano con i loro stessi nomi. Sono. E ancora situazioni: si regala una canzone romantica a cui si affidano i propri sentimenti. Forse anche essi vuoti. L’alternativa è scrivere una lettera. Inconcludente. O parlare in lingua giapponese. Incomprensibile. Non c’è tempo per soffermarsi troppo su quello che succede. Alle cose non si arriva preparati. Accadono. Passano.

Teatro Sotterraneo, fresco del Premio Ubu Speciale 2009, usa un linguaggio divertente, coinvolge il pubblico chiedendo dei numeri casuali che avranno poi delle conseguenze, una volta tradotti dai performer in azioni – schiaffi, baci, conti alla rovescia –: è il fare alla sua ennesima potenza. Daniele Villa, dramaturg di questo geniale collettivo teatrale, spinge il testo all’estremo, con situazioni al limite del paradossale; ma lo fa con un’intelligenza sottile che fa sorridere e che nasconde tutta la verità – e assurdità – del nostro vivere quotidiano.

Dopo essersi fermati per un’ora a teatro si esce e si ricomincia a correre, cercando di recuperare un tempo che però non è andato in questo caso perduto. Magari dopo aver visto questa corsa folle ci si soffermerà di più a vivere e a trattenere delle situazioni, riempiendole di significato, per non lasciarle correre via senza farne rimanere traccia. Dopo tutto: “si vive una volta sola”.

Visto al Teatro Aurora, Marghera

Carlotta Tringali

Il riscatto della badante

Recensione a La badante – di Cesare Lievi

Ludovica Modugno

Quel dito medio non riesce più a distendersi. Rimane piegato e rigidamente immobile mentre il resto delle altre dita e la mano destra tentano di afferrare una tazzina di caffè con tanto, tanto zucchero. E quelle gambe: non sono più in grado di eseguire passi stabili e sicuri, ma arrancano, a stento riescono a sostenere il peso del corpo dell’anziana Signora; una camminata incerta da una sedia all’altra della stanza, un continuo rimbalzo di movimenti che portano con sé il peso dell’età. Artrosi e vecchiaia: un’accoppiata perfetta e che in maniera magistrale Ludovica Modugno, protagonista de La badante, riesce a trasmettere allo spettatore che, lontano dal vedere il suo viso ancora giovane, quasi crede alla sua veneranda età e solo al momento degli applausi capisce che è stato ingannato.

Scritto e diretto da Cesare Lievi e vincitore del Premio Ubu 2008 come migliore novità italiana, La badante si rivela un testo tremendamente attuale e realistico che affronta un tema presente spesso nei giornali di cronaca.

Nei panni di una vecchia Signora testarda, la Modugno si ritrova a dover vivere con una badante, una donna straniera che amorevolmente si prende cura dell’anziana e con cui a un tratto deve condividere la casa. Piena di diffidenza e di pregiudizi nei confronti di Ludmilla – questo il nome della donna ucraina interpretata da Giuseppina Turra – la protagonista sfoga il suo rancore verso i suoi due figli che le hanno messo, secondo lei, una “ladra” in casa. Proprio come diverse situazioni a noi vicine e reali potrebbero testimoniarci, la Signora rifiuta la necessità di avere qualcuno su cui fare affidamento non ammettendo che la sua memoria “fa buchi da tutte le parti”. Un personaggio ben delineato e approfondito che per alcuni aspetti ricorda i protagonisti amareggiati dell’autore austriaco Thomas Bernhard: con le sue fisse, le sue paranoie e i suoi ricordi; il padre fascista, la guerra e i morti da cui non riesce a liberarsi e che abitano il paesino di Salò dove la Signora ormai da più di cinquant’anni vive. Ma dei suoi fantasmi ne parlerà proprio con Ludmilla, con cui si confiderà e in cui troverà l’unica persona vera e viva, diversamente da quei figli che lei definisce “cadaveri”. Emanuele Carucci Viterbi, Leonardo De Colle e Paola Di Meglio sono i due figli e la nuora della Signora, personaggi che risultano deboli sia dal punto di vista drammaturgico che recitativo: troppo ripetitiva nei dialoghi la parte in cui sono sconvolti più che dalla morte della anziana madre dal fatto che la donna abbia fatto scomparire inaspettatamente tutto il suo capitale non lasciando nulla in eredità.

Ludovica Modugno e Leonardo De Colle

Una storia essenziale che Cesare Lievi dirige registicamente in maniera chiara e semplice, mettendo in gioco delle macrosequenze narrative non lineari ma che si incastrano tra loro rincorrendosi in una circolarità puntuale. La scenografia di Josef Frommwieser ricrea un ambiente casalingo spoglio dove le pareti alte, claustrofobiche e color sabbia riflettono l’aridità dei rapporti familiari che si risolvono solamente nella presenza di alcuni ritratti di persone non più in vita.  Uno spettacolo che ha il pregio di portare in scena un tema molto discusso oggigiorno ma che senza la presenza di Ludovica Modugno lascia per lo più indifferenti.

Visto al Teatro Goldoni, Venezia

Carlotta Tringali

Un ostinato tramonto veneto

Recensione a Tramonto – regia di Damiano Michieletto

 

Somaglino, Previati

Il tempo scorre inesorabile ma quell’orologio, su cui cade l’occhio appena le luci sul palco si accendono, continua a girare intorno alle sei, orario che segna il procedere della giornata verso la sua fine, al suo tramonto. E proprio Tramonto è il titolo dello spettacolo di cui Damiano Michieletto firma la regia, scegliendo di riportare alla luce un testo di un autore interessante come il veronese che visse a cavallo tra ‘800 e ‘900 Renato Simoni. La storia vede Cesare, un politico di un paesino veneto, comportarsi in maniera despotica nei confronti di tutti quelli che lo circondano a partire dalla moglie Eva fino al nipote Carlino, ma anche verso sua madre, la baronessa, e i suoi colleghi. Se nella prima parte dello spettacolo, lentamente e affannosamente, si delinea questa situazione dove tutti i personaggi sono oppressi dall’alto egoismo autoritario del protagonista, solo più tardi si profila un’atmosfera asfittica e in disfacimento in cui la forte personalità di Cesare crolla in seguito alla scoperta del tradimento della moglie accaduto ben vent’anni prima. Mentre la frase disvelatoria “no go dito che la verità” riecheggia nella mente del bravo attore Giancarlo Previati – che veste i panni del protagonista –, le lancette del grande orologio posto in scena tornano indietro velocissime per fermarsi di nuovo e segnare inesorabilmente l’ora del tramonto. Quel tramonto che ha sempre segnato la misera esistenza di Eva – interpretata dalla convincente Nicoletta Maragno – che rinfaccia al marito di aver “recitato quel monologo eterno che è la tua vita, un’adorazione estetica del sé!” e che ora caratterizza l’esistenza di Cesare, che troppo tardi comprende di aver vissuto nella falsità, dove l’amore dei suoi cari nei suoi confrontinon era che una mera imposizione dettata dalla paura. Tramonto, scritto nel 1906, diventa così un dramma che ben si avvicina ai testi pirandelliani dove il protagonista deve fare i conti con la sua coscienza e la sua esistenza passata; assume allo stesso tempo i toni di denuncia ibseniani, di situazioni immobili e di falsi equilibri che si spezzano quando ormai è troppo tardi per poterli ricucire. La vera sconfitta di Cesare trova il suo apice, infatti, nel confronto con sua madre, la baronessa: nella figura materna egli tenta di trovare il riscatto della propria persona cercando amore e comprensione, una sicurezza che appare subito fallace tanto è l’orgoglio di quella donna. Dorotea Aslanidis interpreta una irremovibile nobildonna per cui non mostrare le proprie debolezze diventa essenziale a un punto tale che pronuncia parole tremende a suo figlio come “voria che non fossi mai nato si devi esser disonor de ta casa”.

Previati, Casarin, Plos, Spadaro

Il testo di Simoni è impregnato di rancori e amarezza,che fuoriescono, anche, grazie alla lingua veneta: il dialetto diventa infatti essenziale per credere a quelle emozioni, che non sono artificiali, ma vengono dal profondo e solo così possono trovare espressione. Bravo anche il resto del cast – Massimo Somaglino, Lino Spadaro, Pino Costalunga, Michele Modesto Casarin, Maria Grazia Plos, Andrea Pennacchi ed Eleonora Bolla – che copre parti minori e meno tragiche rispetto a quelle del triangolo familiare. Un Tramonto che risulta registicamente troppo didascalico nella rappresentazione della fine, tramite foglie secche e orologio bene in vista. Ma che fa arrivare la sensazione di malessere profondo, dal quale non c’è alcuna possibilità di riscatto.

Visto al Teatro Goldoni, Venezia


Carlotta Tringali