Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

Il sondaggio del Festival

Protoconvento di Primavera dei Teatri

Durante le giornate del Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari abbiamo “sottoposto” ad artisti e operatori teatrali, disponibili, un sondaggio per gioco ma anche per riflettere un poco sul nostro vivere a cavallo di due secoli. Prendendo spunto dall’articolo che Renato Palazzi ha scritto per Linus circa cosa possiamo definire prettamente novecentesco e cosa invece pensiamo possa appartenere al nuovo millennio, ci siamo aggirati tra Protoconvento, Ufficio di Scena Verticale, Chiostro, Teatro Sybaris, Sala 14 e posti di ritrovo – che uniscono la convivialità e favoriscono anche la disponibilità a mettersi in discussione – per capire un po’ come le persone concepiscono alcuni fattori teatrali.

In modo scherzoso abbiamo stilato una lista con una quarantina di voci riguardanti esclusivamente il mondo teatrale definendo “D.O.C.” ciò che poteva essere inserito a pieno titolo nel Novecento – e quindi anche sepolto in quel secolo densissimo ma ormai defunto – e facendo appello al termine “O.G.M.” per tutti quegli elementi formatisi negli ultimi dieci anni o magari nati nel ‘900 ma che si sono evoluti e possono rientrare a pieno titolo nel 2000. Nel fare il sondaggio però ci siamo spesso chieste se ci sono davvero organismi evolutisi con l’arrivo del nuovo millennio o invece ciò che viene proposto nel nuovo secolo non sia piuttosto una ripetizione di ciò che si è già largamente distinto nel ‘900. Di fronte a diverse voci infatti i partecipanti al gioco si sono posti le stesse domande: per esempio alla voce ironica di «abiti neri e piedi nudi», dopo aver risposto immediatamente «Novecento», in molti si sono soffermati sul pensiero che in realtà ancora oggi tanti artisti utilizzano questa convenzione. Stessa cosa per la voce «il collettivo»: definita come tipicamente “D.O.C.” ha suscitato subito dei dubbi, in quanto diversi sono i gruppi nati nel nuovo secolo che adottano questa forma. Un sondaggio quindi che ha diviso e suscitato spesso la risposta «proprio non saprei» come di fronte alle voci «performer», figlio legittimo del ‘900 ma che sembra essere tornato a gran voce nel 2000, spodestando gli attori che invece escono dalle «Accademie Teatrali». Accademie collocate dalla stragrande maggioranza degli intervistati nel secolo scorso, senza possibilità di riscatto; solo poche voci fuori dal coro sottolineano come in realtà di queste ci sia estremamente bisogno; bisogno che viene appellato anche per la voce «Teatri Stabili» saldamente inserita con consapevolezza però nel ‘900. Altre necessità a teatro invocate da molti per il nostro oggi e allo stesso tempo inserite nella categoria “D.O.C.” o addirittura definite come appartenenti all’800 sono la «critica teatrale», la «stroncatura» e il «pubblico che fischia». Pubblico definito buonista e di un’educazione eccessiva che accetta in silenzio o anzi applaudendo convinto anche spettacoli che in realtà non ha apprezzato o perché dormiente sulla poltrona o perché lamentoso durante tutta la messinscena: ma un caloroso applauso finale sembra non venga negato a nessuno. La stroncatura e la critica teatrale sono morte per la maggioranza degli intervistati, sono le giovanissime operatrici volenterose e appassionate di scrittura collocano queste due voci nel 2000: ma solo per dare speranza a una pratica che sembra andare scomparendo. Stroncatura sopratutto che svanisce per il poco spazio dedicato alla stessa critica: se pochi sono gli spazi lasciati al teatro, di certo non si possono sprecare per le stroncature, ma per segnalare un bello spettacolo. E forse spesso artisti non migliorano i propri lavori, magari commettendo anche gli stessi “errori” proprio perché non trovano alcun riscontro con lo sguardo critico, purtroppo così costretti a non crescere. Nella scrittura, spesso, vengono approfonditi degli aspetti che a caldo, appena visto lo spettacolo magari non si percepiscono e anche se i critici si soffermano a discutere di alcuni problemi con le compagnie riguardo a uno spettacolo appena visto spesso non basta.

Riguardo invece le voci come «residenze», «spettacoli a tappe», lo «spettacolo breve» e le «prove aperte» rientrano secondo molti pareri a pieno titolo sotto la categorizzazione di “O.G.M.”: curioso come diverse persone abbiano detto che questa sia una conseguenza della precarietà teatrale.

Altre sono le voci generiche presentate nel sondaggio ma che hanno talmente diviso i pareri che ne è impossibile tirare delle fila: questo soprattutto di fronte a personaggi di grande fama come Dario Fo, Samuel Beckett, Ascanio Celestini, Pina Bausch, Romeo Castellucci, Antonio Latella, Peter Brook, Bernard-Marie Koltès, Bertolt Brecht, Carmelo Bene, Antonin Artaud ed Eimuntas Nekrosius. Inoltre in moltissimi hanno inserito la figura del regista come fenomeno pienamente “novecentesco” e “D.O.C” ritrovandosi di conseguenza in difficoltà nel collocare alcuni di questi grandi maestri proprio per il loro essere – nel caso di alcuni – registi “D.O.C.”: se a gran voce Castellucci viene inserito nel 2000, la stessa cosa non vale per Nekrosius definito “novecentesco” anche per il suo avere tutto il tempo necessario a disposizione per ricercare ciò che gli serve, risorse che difficilmente hanno gli artisti oggi. Se Antonio Latella è collocato nel 2000, non si può dire la stessa cosa di Peter Brook che in moltissimi collocano nel ‘900.

Per concludere il nostro sondaggio in maniera più leggera abbiamo inserito delle voci come «concorsi under 35», «felpa con cappuccio», «la raccomandazione» e «il microfono a teatro»: se quest’ultimo è stato definito in maniera molto interessante e su cui riflettere come simbolo di potere – e di fronte a questo aggiungerei che ciò diventa estremamente significativo nel momento in cui anche il Teatro delle Albe nella riproposizione dell’Avaro di Molière utilizza questo strumento come metafora di potere – alle altre voci tutti con un sorriso amaro hanno risposto «purtroppo 2000».

Un sondaggio che divide ma che fa nascere una profonda riflessione: se le «categorizzazioni teatrali» sono tipicamente “Novecento”, è anche vero che oggi più che mai il bisogno di denominare ci divora. A che cosa serve dare dei paletti ben definiti? E dopo tutto, come ha sottolineato un artista, il sondaggio è estremamente “duemilesco”: tipico di una società in cui oggi non si fa più politica ma sondaggi. Interroghiamoci di meno sul denominare, ma accettiamo ciò che ci viene offerto lasciandoci investire dalle emozioni.

Carlotta Tringali

Cani traditi dai padroni

Recensione a Perché il cane si mangia le ossaDeriva Film / Teatri del Sud

Carlo Marrapodi e Emilia Brandi - foto di Angelo Maggio

Il tempo scorre senza sosta e spesso ci si dimentica abbastanza precocemente delle persone che si sono conosciute anche solo pochi anni prima, o di tragedie passate, di coloro che hanno perso la vita in incidenti che potevano essere previsti. Francesco Suriano, autore del testo Perché il cane si mangia le ossa sfiora una tragedia che ha risvegliato nell’Italia del 2007 le coscienze di politici, e non solo, facendoli interrogare sulle morti sul lavoro: l’incidente della Thyssen Krupp di Torino. Oggi, a distanza di tre anni, gli operai bruciati vivi mentre si guadagnavano da vivere sembrano essere un ricordo lontano, dato che il momento di riflessione sulla sicurezza a lavoro è già passata in secondo piano e ancora di morti bianche si possono sentire notizie veloci al telegiornale. Il testo di Suriano nasce da un incontro con l’attore Carlo Marrapodi, attore sì, ma anche ex metalmeccanico della Thyssen Krupp, dove ha passato sette anni della sua vita a lavorare. Curioso come i lavori si intrecciano sul palcoscenico ma nella stessa vita della persona-personaggio: Carlo Marrapodi si appropria in scena di un’altra identità, quella di Rocco Fuoco, uomo del sud che ritorna in quel nord dove ha lavorato per anni ma dove nessuno sembra riconoscerlo. Il suo è un viaggio delirante, fatto di numerosi incontri con personaggi particolari, oserei dire assurdi, nonostante si possano riconoscere veramente nella realtà: dalla donna fatale di nome Vita Tormentata all’Arrobbafumu fino ai ragazzini teppisti che lo picchiano senza motivo, solo per puro razzismo. Divertenti i personaggi restituiti non solo da Marrapodi, ma anche da Emilia Brandi che riesce ad atteggiarsi diversamente a seconda delle situazioni. Fa sorridere questo quasi surreale viaggio in cui il protagonista viene scambiato per nord africano, immigrato clandestino e mai per chi ha contribuito in qualche modo ad aumentare la produzione lavorativa in una città dove spesso chi lavora in fabbrica è un emigrato del sud.

In dialetto calabro l’attore racconta la sua avventura rendendola ancora più vera e ancora più diretta. Esprime anche una metafora significativa, che continua a dividere le diverse categorie di lavoratori: «u cane si mangia l’ossa pecchi’ a carne s’ha pijata u patrune» e il cane continua a stare in piedi nonostante tutto. Continua a stare in piedi ma non se lo si fa lavorare in condizioni ignobili e non in sicurezza. Tolti i panni di Rocco Fuoco, Carlo Marrapodi è se stesso e racconta come nell’ultimo giorno di lavoro alla Thyssen si sia accorto che il pericolo era in agguato. Ma lui il giorno dopo quel maledetto dicembre 2007 è riuscito a svegliarsi e continuare a vivere, non come alcuni suoi compagni che non hanno avuto la stessa fortuna. Momento toccante per uno spettacolo che affronta problemi che non andrebbero mai dimenticati, anzi ricordati senza bisogno di doverli leggere.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Carlotta Tringali

Una bambola per dormire

Recensione a Doll is mineVitamina T/ Le Onde

Doll is mine - foto di Angelo Maggio

Dormire, abbandonarsi ai propri sogni, passare dallo stato cosciente a quello ingovernabile di pensieri, desideri e paure. Nel sonno, in modo del tutto incontrollabile, un aggrovigliarsi di sensazioni al limite tra piacere e terrore esce da un terreno impervio e ignoto, che trae la sua linfa dalla nostra vita quotidiana per tirarne fuori gli aspetti più reconditi e dimenticati. La notte, con i suoi abiti scuri e il suo silenzio, è il momento privilegiato delle angosce e delle fobie che come serpi strisciano fuori dalla zona buia in cui vengono confinate; la notte è quel frammento di tempo in cui l’uomo è solo con se stesso, costretto ad affrontare i propri fantasmi.

Ispirato liberamente ai testi di letteratura giapponese La casa delle belle addormentate di Yusunari Kawabata e Sonno profondo di Banana Yoshimoto, Doll is mine di Katia Ippaso – presentato in prima nazionale al Festival Primavera dei Teatri – affronta un viaggio notturno per mettere in luce situazioni e uomini che in totale panico non riescono a vivere in solitudine questa parte della giornata dove gli spettri ritornano. Proprio per questo, in Giappone, è molto diffusa la professione di “accompagnare i clienti nel sonno”: nel Palazzo delle belle addormentate alcune fanciulle dormono con uomini che si abbandonano totalmente a delle sconosciute pur di riuscire a godere di momenti di calma. Una calma apparente, poiché è impossibile, come sottolinea la protagonista durante lo spettacolo, «tranquillizzare degli uomini posseduti dalla morte».

La sanguigna Cinzia Villari dà vita, sotto la guida registica di Lorenzo Profita, a un monologo intenso, che alterna momenti di pura dolcezza ad attimi di tensione, dati dall’avvicendarsi degli incontri che vengono narrati, casi di uomini affascinanti che vivono tra la veglia e il sonno o casi di psicopatici che tentano anche di commettere un omicidio o violenza sessuale. Accompagnata in scena dal sassofono e clarinetto di Michele Villari e dalla fisarmonica midi di Roberto Palermo, che hanno la capacità di aumentare il carico emotivo intrecciandosi alle parole dell’attrice, Cinzia Villari fa vibrare delle corde interne dello spettatore grazie a un testo pieno di poesia e che lascia, soprattutto nella parte iniziale, una estrema dolcezza.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Carlotta Tringali

Ricordi, quelli che (non) restano

Recensione a Variazioni sul modello di KraepelinQuellicherestano

Variazioni sul modello di Kraepelin

Dimenticare chi si è, cancellare dalla mente le persone con cui si è condivisa una vita, non ricordare più nessuna delle vicende accadute durante l’arco di un’esistenza, ma avvicinarsi ogni giorno sempre più al vuoto, al nulla, all’oblio. Con Variazioni sul modello di Kraepelin l’autore Davide Carnevali consegna alla scena un testo che mette in luce una malattia molto diffusa, soprattutto tra gli anziani, a cui non c’è cura: il morbo di Alzheimer, una demenza che trascina a una lenta morte, a uno spegnimento del cervello che non riesce più a trattenere alcuna informazione, alcun ricordo. Senza alcuna pateticità la compagnia Quellicherestano, diretta da Fabrizio Parenti, presenta con accuratezza e con grande efficacia un testo denso, in cui la verità sfugge non solo al protagonista affetto dalla terribile patologia, ma anche al figlio che lo assiste e allo stesso dottore Kräpelin che segue il progredire della malattia. Non c’è alcuna certezza sulle vicende accadute in un passato che va svanendo, ma solo continui spostamenti di ricordi: l’ammalato, interpretato da un impeccabile Alberto Astorri, cambia identità appropriandosi ogni volta di un particolare differente e mettendo sempre in discussione il rapporto con il figlio, un bravo Walter Leonardi, che diventa per le diverse situazioni sergente, padre o ragazzo. Fabrizio Parenti, oltre essere il regista di questo accurato ed emozionante spettacolo, veste i panni di un dottore particolare, Kräpelin: se nella storia è stato uno dei più grandi psichiatri tedeschi, collega di Alzheimer, qui diventa un medico con metodi di cura in continua variazione, da adottare di fronte a una persona che va annullandosi.

Variazioni sul modello di Kraepelin

In scena frammenti di vite in cui la verità, invocata nei momenti di lucidità del protagonista, continua a scivolare, tra una memoria e un’immaginazione che si confondono creando una realtà altra, forse vera o forse solamente sognata. Non c’è alcuna tragicità dichiarata in questo dramma, di fronte a una persona che «dorme in piedi e che muore nel sonno», ma un forte straniamento, complice anche un’atmosfera surreale che ritorna nei diversi momenti dello spettacolo: una partita a carte che si trasforma in una disperata scena dove i tre attori cantano urlando e contorcendosi, o una persona vestita da coniglio che corre verso l’ammalato in abiti da donna. Come se all’improvviso lo spettatore piombasse nella mente malata di chi si appropria di frammenti di vita appartenuti ad altre persone pur di avere dei ricordi: fondamentali affinché un uomo abbia un’identità e sappia chi sia. In fondo la propria esistenza è la somma di quello che si è fatto; senza ricordi non si è più nessuno.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Carlotta Tringali

Figli di un Dio che non c’è

Recensione a FiglidiunbruttodioCompagnia Musella Mazzarelli

figlidiunbruttodio - foto di Angelo Maggio

Non c’è posto per tutti nell’Italia di oggi. O meglio: posto ce n’è, ma non se lo pretendi dignitoso o se lo vuoi appagante dal punto di vista professionale. Bisogna svendersi, mettere da parte se stessi, quello che si è; dimenticarsi di una morale, dimenticare di avere una propria vita.

Figlidiunbruttodio è un duplice spaccato reale sulla società in cui viviamo: una società bulimica, malata, riflessa in un mondo dello spettacolo che tende ad inglobare, usare, ingurgitare uomini per poi risputarli fuori annullati, vuoti. Una società che d’altra parte si disinteressa della gente comune, gente che neanche riesce a trovare un lavoro manuale per avere una casa, per mangiare. Lino Musella e Paolo Mazzerelli sono bravissimi autori e interpreti di un testo che gioca sul sottile filo della comicità amara: fanno sorridere i personaggi che mettono in scena, per la loro semplicità e ingenuità; un’ingenuità che nasconde sogni di una vita normale ma che sia dignitosa da una parte, o sogni di gloria dall’altra. Due sono le storie che in Figli di un brutto Dio corrono su uno stesso filo rosso: due coppie di personaggi emblematici del mondo in cui siamo immersi. La prima, ispirata a Uomini e topi di Steinbeck, è molto beckettianamente la vicenda di due emarginati che vivono alla fermata di un autobus cercando di sopravvivere alla fame e sperando che quel bus 160 passi e li porti a ottenere un lavoro promesso, da manovali. L’altra è la storia di Fabri, giovane che cerca la fama televisiva in un reality dal titolo Figlidiunbruttodio, affidandosi a un produttore che rispecchia tutto il cinismo di chi pensa al denaro sfruttando le speranze e le tragedie altrui. Se all’inizio si ride di fronte alle emozioni incontrollabili e alle espressioni di gioia del giovane ragazzo una volta accettato per entrare a far parte dello show televisivo, si rabbrividisce all’idea che sia disposto a rinunciare alla propria identità ed eseguire qualsiasi ordine del produttore pur di diventare famoso. E si rimane attoniti quando addirittura in ballo entrano la vita e la morte: si è disposti anche ad uccidere – e non il primo sconosciuto che passa – pur di avere tre mesi di gloria. Figlidiunbruttodio è un crescendo di colpi di scena che porta all’estremo situazioni che, purtroppo, non si allontanano neanche di molto da una società che si è dimenticata dell’Uomo e che ne sfrutta debolezze, sogni e speranze; vite.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Carlotta Tringali

Primo giorno di workshop con Erba

Uno spunto che si palesa come un lampo in testa, un’immagine, una frase: tenerla e metterla da parte, essere pazienti e aspettare. Se questo frame è buono, il giorno dopo – o meglio, i giorni dopo – crescerà e l”intuizione diverrà idea, soggetto, storia concreta.

Nel primo giorno di workshop di scrittura drammaturgica, che si tiene al Festival Primavera dei Teatri, l’insegnante d’eccezione Edoardo Erba incontra i partecipanti e sottolinea come sia necessario avere un vocabolario comune per intendersi e non cadere in incomprensioni. Il drammaturgo di fama nazionale – molto conosciuto anche all’estero grazie alla traduzione dei suoi lavori in diverse lingue – puntualizza come tutto ciò che verrà detto sarà opinabile, perché il suo punto di vista è quello che, poi, viene confermato e riconfermato in tutti i suoi scritti ma non è ovviamente il solo possibile. Proprio per questo era stato chiesto ai partecipanti  all’iscrizione, di leggere almeno una sua pièce per capire meglio lo stile e la poetica di un autore che con ironia e sarcasmo affronta la realtà.

Erba specifica e offre le coordinate comuni che serviranno ad affrontare un laboratorio molto concentrato dato la sua breve durata di sei giorni. Coordinate che secondo lui sono anche alla base per iniziare la stesura di un testo. Innanzitutto abolisce la parola “tema”, sottolineando come questo non generi quasi mai un’idea ma invece si risolva in una bolla di sapone, una chiusura da cui è difficile trovare interessanti modi di approfondimento. Ma soprattutto l’autore afferma come la scrittura non sia un’attività che si improvvisa: bisogna allenarsi, come ci si allena per una gara importante. E qui vengono in mente i due protagonisti di Maratona di New York – il dramma che lo ha reso celebre – che tentano di prepararsi al grande evento, ma in realtà non hanno una vera e forte volontà: il loro allenamento faticoso viene esorcizzato in diverse modalità che ovviamente non gli permetteranno di arrivare preparati alla dura gara. Viene anche in mente Orhan Pamuk, il premio Nobel alla letteratura, che in più di una dichiarazione ha espresso come scrivere non sia per lui qualcosa di automatico, ma di come abbia bisogno di dedicare ogni giorno alla pagina bianca molto tempo, come se fosse un rituale magico dove le parole prendono forma, i personaggi prendono vita.

Dopo essersi presentato e definito come un “onnivoro” per aver lavorato in diversi campi, dalla televisione al teatro, dalla pubblicità alla radio, Erba lascia spazio ai partecipanti: ognuno si presenta, nella sua diversità e di fronte alla tanta curiosità che si respira in mezzo a questo gruppo eterogeneo per età e passioni. Quasi tutti interessati alla scrittura e al raccontare qualcosa della propria vita, vengono invitati nella seconda parte della giornata ad esprimere che cosa li ha colpiti durante le presentazioni: una frase, una curiosità, un modo di essere, di interagire o semplicemente di non parlare. Informazioni più disparate o semplicemente situazioni misteriose, sottese e non esplicitate, iniziano ad essere prese come spunto e guidano i partecipanti in un percorso fatto di proprie immagini mentali, di storie ricostruite nella propria testa: Erba adotta un ottimo metodo lavorativo che si prospetta molto interessante. Non resta che attendere per vedere come si svilupperà il materiale immaginifico raccolto…

Carlotta Tringali

Kattrin a Primavera dei Teatri

L’aria della laguna in questi giorni si fa sempre più calda e umida. La primavera, oramai diventata direttamente estate afosa, richiede qualcosa di stuzzicante per rendersi più movimentata: che c’è di meglio di una bella uscita verso il Sud del nostro Bel Paese? Più precisamente verso la Calabria: la città di Castrovillari dal 30 maggio al 5 giugno accende infatti i propri riflettori su di un Festival che apre agli amanti del teatro contemporaneo una finestra, per far cambiare aria a un’atmosfera, in questo periodo, stantia dopo la chiusura della maggior parte delle stagioni invernali. E così Il Tamburo di Kattrin si trasferisce dove la temperatura è più alta sì, ma dove sicuramente durante queste giornate il caldo sarà causato più che altro dalla grande concentrazione di spettacoli che affollano il programma del Festival, dato che le compagnie presenti sono tra le realtà giovanili più interessanti del territorio italiano, con particolare attenzione alla drammaturgia emergente e al Meridione. Il Festival Primavera dei Teatri, organizzato dalla compagnia Scena Verticale ha infatti vinto proprio quest’anno il Premio Ubu Speciale per « un festival ormai storico, dedito alla scoperta e alla valorizzazione di giovani gruppi teatrali con speciale attenzione a quanto accade nel Meridione, diretto e guidato con amore da Scena Verticale a Castrovillari, con un’ingorda partecipazione del pubblico cittadino di ogni ceto, come raramente si verifica per queste manifestazioni».

La discesa verso Sud di Kattrin cercherà di sposare il “piccante” programma della rassegna – ormai arrivata alla sua undicesima edizione, diretta e organizzata da Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano – attraverso delle rubriche rinominate per l’occasione: Primizie di Stagione segnalerà gli eventi del festival, Sotto la Buccia si occuperà di recensioni, Capsicum in Musa sarà lo spazio dedicato agli approfondimenti mentre Vita-mine Vaganti quello per le interviste video agli artisti. Per restituire l’atmosfera di Primavera dei Teatri in toto, il sito darà la parola anche a chi tra il pubblico vorrà rilasciare dei commenti a caldo una volta uscito da uno spettacolo: la categoria Commenti Piccanti accoglierà le pungenti riflessioni di chi a teatro ha sempre l’ultima parola. Tra le novità anche un sondaggio apparirà per la prima volta tra le pagine web de Il Tamburo, accompagnando l’intera settimana del Festival: prendendo spunto da un articolo che Renato Palazzi ha scritto per i lettori di Linus, si chiederà agli artisti presenti a Castrovillari che cosa sia esclusivamente Novecentesco – e quindi definito D.O.C. – e cosa invece appartenere al 2000 – e quindi O.G.M.

Il Tamburo di Kattrin sarà un punto di riferimento e di contatto virtuale tra tutti i partecipanti al Festival, ma anche per coloro che non potranno seguire Primavera dei Teatri “fisicamente”: restituendo una documentazione puntuale di tutti gli eventi e dando uno sguardo di più ampio respiro cercheremo di trasmettere l’atmosfera magica di Castrovillari.

Carlotta Tringali

Le stelle gemelle di Sciarroni

Recensione a Lucky star – di Alessandro Sciarroni

foto di Federica Ruggeri

Nascono abbracciati, intrecciati, dentro un cubo. Un groviglio di due corpi da cui lentamente spunta una mano, poi una gamba. L’operazione è duplice e si ripete: fuori un’altra mano e un’altra gamba ancora. Il grembo geometrico e freddo che li ospita si spacca: due busti si staccano, quasi sdoppiandosi, come in una riproduzione cellulare. È una separazione parziale, da cui una figura deforme prende vita: un’unica massa corporea dotata di quattro gambe rapisce la percezione visiva a tal punto che l’occhio può godersi incondizionatamente, senza che la mente interferisca per farsi delle domande, la bellezza di quell’immagine.

Lucky star, performance ideata dal marchigiano Alessandro Sciarroni, porta lo spettatore ad abbandonare la propria razionalità creando dei momenti di raggelata deformità e complessità, in una estetica semplice ma che coinvolge un perenne e misterioso fascino della natura umana dato da due gemelli omozigoti. In scena Marco e Roberto Tarquini sono identici nella loro cecità datagli da del nastro adesivo posto sugli occhi o da una mascherina in volto, tanto che i movimenti sono gli stessi, un dondolamento che li lascia cullare nel loro riflesso; ma che viene percepito come un ostacolo e dà vita a incomprensioni nel momento in cui degli occhiali mostrano, come fossero delle lenti di ingrandimento, una somiglianza-uguaglianza insopportabile. Una diversità che si ricerca nei tatuaggi di uno dei due corpi rispetto alla pelle immacolata dell’altro, ma che non è sufficiente.

foto di Federica Ruggeri

La drammaturgia di Alessandra Morelli e Alessandro Sciarroni parla di una digressione che prende le mosse da Romeo and Juliet di Shakespeare, amanti definiti dallo stesso autore inglese «star crossed lovers», stelle che vivono non della propria luce, ma una del riflesso dell’altra. E proprio come due corpi celesti, i due gemelli emanano apici di bellezza quando sono intrecciati, sembrando un unico corpo, o quando con delle semplici buste riescono a creare una simmetria che si rende necessaria. Sembrano restituire dei veri e propri fermo immagine, in un’atmosfera sospesa e fuori dal tempo anche grazie alla musica di Paolo Persia: in questi momenti la performance Lucky star sembra quasi una installazione visiva. Ma lucentezza e magia si perdono quando i performer ricercano una diversità, impossibile da raggiungere anche con l’omicidio dell’altro da sé. Una diversità che li contrappone al pubblico, su cui si accendono per un istante le luci, ma non da loro stessi. E dopo una separazione dolorosa e impossibile i due gemelli si riuniscono, ma forzatamente, grazie a Sciarroni, l’ideatore stesso, che, come fosse un Deus ex machina, interviene sui loro vestiti, unendo cappucci e maniche delle felpe, restituendo al pubblico l’immagine di un corpo che sembra trovare il suo doppio appoggiato a uno specchio.

Visto al Teatro Studio, Ancona

Carlotta Tringali

Il cortocircuito di Fibre Parallele

Recensione a Mangiami l’anima e poi sputalaFibre Parallele

foto di Carlo Quartararo

Altarini e immagini religiose da venerare, programmi radiofonici di preghiere e ossessioni spirituali, un Cristo in croce e una stereotipata donna meridionale vestita di nero. Non è una messa cristiana. Non è una sacra rappresentazione. Mangiami l’anima e poi sputala del giovane gruppo pugliese Fibre Parallele è il ritratto di un vissuto di coppia, di un innamoramento che nasce e poi esplode, ma che si mescola con dogmi religiosi mandandoli in cortocircuito. Prendendo le mosse dalla passione di Cristo e ribaltandola, i fondatori della compagnia Licia Lanera e Riccardo Spagnulo sono due personaggi, non del tutto sconosciuti – fra tradizione biblica e luoghi comuni – che si incontrano: lei, sola e devota, invoca chi sulla croce è morto immolandosiper amore; lui si pulisce le macchie di sangue che hanno identificato il suo costato per più di duemila anni e scende dalla croce per rispondere alla chiamata della povera donna. È l’inizio di un amore e, proprio come dice timidamente Licia Lanera «i fiori spuntano dalle crepe dell’asfalto»; nessuno se lo aspetta: se Cristo è una sorta di zingaro dall’accento slavo, più dedito alle passioni carnali che a una divina spiritualità, la protagonista femminile personifica tutti gli stereotipi di un Meridione fortemente attaccato alla religione e dalla devozione assidua.

foto di Carlo Quartararo

I bravi attori divertono con la loro irriverenza mettendo in scena un Gesù che cerca una sigaretta, si piazza sulla poltrona di casa della giovane, sfrutta la sua cucina; ma allo stesso tempo tenta di liberarla dalla sua ristrettezza mentale, cercando di farle ascoltare le proprie pulsioni: sembra riuscirvi a tratti, in momenti pieni di ironia, convincendola che il loro è un vero amore che va consumato e vissuto a pieno. Ma neanche Cristo riesce a far cambiare idea alla donna che dopo essersi concessa massacra senza pietà con una mannaia il corpo del figlio di Dio che vive per una seconda volta la sua storia, la sua passione,  tornando così sulla croce. Tra canzoni kitsch e romantiche, trasmissioni radiofoniche religiose date da preghiere e ossessioni spirituali, momenti di ilarità ed emozioni – in cui vien fuori tutta la solitudine di una donna cresciuta tra dogmi e bigottismo – Mangiami l’anima e poi sputala riesce a stupire, divertire e insieme far riflettere su quelle imposizioni moraliche continuano a dettare legge nella vita di molti.

Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia

Carlotta Tringali

Una “crisi” positiva

Crisi: parola di cui quest’anno molto si è sentito parlare. Nominato in campi e ambiti diversi – dall’economico al sociale – questo termine spaventa per lo più e lo si associa a momenti negativi della nostra società. La parola è giunta anche in teatro, tanto che si è appena conclusa a Venezia la rassegna Il teatro in tempo di crisi – Settimana di Drammaturgia Contemporanea.

Tre intense giornate di convegno con tanto di letture sceniche e quattro spettacoli hanno creato occasioni interessanti di riflessione circa la situazione teatrale in Italia e in Europa, con particolare attenzione alla drammaturgia. Molti sono stati gli studiosi, scrittori, docenti e artisti a intervenire in questa rassegna e a condividere le proprie esperienze e considerazioni, invitati dal direttore artistico Adriano Iurissevich e dal direttore scientifico Paolo Puppa. Sono nate discussioni di alto livello, in cui si sono analizzati il rapporto tra scena e società, la produzione e la distribuzione della nuova drammaturgia, il concetto di crisi, di pubblico e delle varie tipologie di teatri che possiamo oggi trovare. Diverse le domande sollevate e lasciate aperte, per cercare di scuotere e mettere in “crisi” il pubblico e gli stessi relatori partecipanti: torna spesso il termine “crisi” perché, oltre ad essere portatore di accezioni negative, può essere in realtà anche rovesciato e caricato di positività. È infatti di fronte a una difficoltà che è più facile reagire e tentare di trovare delle risposte. Se come sottolinea Claudio Longhi «in fondo a ogni presente c’è sempre la sensazione del baratro», Roberto Tessari specifica come la crisi sia una creatura mitica che ci fa cullare nel nostro malessere, e proprio per questo il drammaturgo francese Enzo Cormann ha ammesso come in realtà essa sia una gioia, un momento per riscattarsi e avere la forza di trovare una strada. Gerardo Guccini crede addirittura che la crisi provocata nello spettatore possa riflettersi poi nella creazione di risposte ad altre tipologie di crisi che si presentano nella società: un modo quindi di vedere – come nella celebre metafora – mezzo pieno un bicchiere, piuttosto che mezzo vuoto. Attori e drammaturghi hanno sottolineato come nel teatro sia fondamentale una scrittura che parli di noi, del nostro presente, affinché diventi uno specchio in cui riflettersi per comprendere a fondo ciò che ci circonda: una drammaturgia che parli ad un pubblico quindi, altro punto di contatto delle diverse discussioni emerse durante questi tre giorni. Un pubblico consapevole e attento ai problemi caldi di questa società che non deve cullarsi nel malessere dato dalla crisi, ma che sia capace di affrontare la realtà con positività e impegno.

Carlotta Tringali