Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

Sedici mosse per un enigma

Recensione a Enigma (niente significa mai una cosa sola) – di Stefano Massini

Ottavia Piccolo - foto di L.Vegini

«Gli enigmi sono come gli orologi: costituiti da ingranaggi». E di ingranaggi che, pur avendo una natura complicata seguono una semplicità lineare senza incepparsi mai, si potrebbe parlare anche per descrivere la nuova drammaturgia di Stefano Massini dal titolo Enigma (niente significa mai una cosa sola), presentata al Teatro Poli di Venezia sotto forma di studio semiscenico. Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi si fanno perfetti portavoce di questa trama puntuale, essenziale e avvincente ambientata nella ex DDR: due sconosciuti si ritrovano, per un caso fortuito, nello stesso appartamento a discutere di quello che è stato e di quello che è oggi, a venti anni dalla caduta del muro, la Germania dell’Est. Ma non è che l’inizio di una vicenda che, scorrendo, porta alla luce enigmatiche verità, nascoste sotto quella realtà che è qui solo apparenza; infatti, come recita il sottotitolo, «niente significa mai una cosa sola».

Enigma oscilla continuamente tra passato e presente, è un’altalena che appare già dal principio della mise en espace nei caratteri dettati da una macchina da scrivere, in quel gusto retrò che si intreccia inevitabilmente alla più moderna proiezione video: dei titoli di testa appaiono infatti cinematograficamente sul fondale nero come se fossero battuti dall’ormai vecchio e superato strumento,tornando spesso a scandire il ritmo della storia. Piùquest’ultimaavanza più retrocede nel tempo per indagare e scoprire un passato sepolto, ma che ritorna come un fantasma. Massini costruisce una macchina puntuale divisa in sedici segmenti: forse è una partizione casuale la sua, ma ricorda quella del capolavoro Finale di partita, in cui Beckett muove i personaggi come fossero le pedine di una scacchiera;le due storie non hanno niente in comune, ma se si va al di là della semplice apparenza, come insegna la logica enigmistica e lo stesso protagonista Piccardi, si troveranno delle affinità; in fin dei conti in entrambi i lavori la trama ricostruisce una realtà paradossale: l’assurdità che ha sede nella grande Storia, dove non sempre chi agisce lo fa per una motivazione comprensibile.

La vita nella DDR non era normale come poteva sembrare: ogni sei abitanti esisteva un informatore e il controllo era arrivato al punto che si registrava ogni singolo dettaglio, anche il più intimo, della persona spiata. Ci si impossessava ogni giorno delle “vite degli altri”, proprio come il titolo dello splendido film scritto e diretto da Florian Henckel von Donnersmarck, che ritorna in mente di fronte alla drammaturgia di Massini. «C’era sempre un colpevole, un responsabile di tutto nella DDR», recita la protagonista femminile di Enigma: e la domanda che torna alla mente una volta lasciato il teatro è se il responsabile di tanta assurdità sia la Storia stessa o l’uomo che vi si assoggetta, scegliendo di non agire ma di eseguire quello che gli viene chiesto, anche quando essa è incarnata in feroci dittatori. E lo scritto di Massini coglie splendidamente questo concetto ribattendo che «la Storia non è una parola, ma è carne»: sono infatti gli uomini a costruirla e a darle corpo.

Visto al Teatro Poli di Santa Marta, Venezia

Carlotta Tringali

Almodòvar a teatro

Recensione a Tutto su mia madre – regia di Leo Muscato

foto di Carlo Ciraudo e Max Majola

Era il 1999 quando Pedro Almodòvar portava al 52° Festival di Cannes il film per il quale gli avrebberoconferito il premio per la miglior regia, Tutto su mia madre. Una coinvolgente ed emozionante storia dove le donne erano protagoniste indiscusse e in cui si affrontavano diverse tematiche, dalla transessualità alla droga, dalla prostituzione alle malattie veneree, dall’amore familiare alla morte. Questioniche fanno ancora parte della nostra attualità e che a distanza di una decina di anni suscitano discussioni per il loro delicato equilibrio, sempre instabile e vacillante. Leo Muscato ritorna a quel 1999 e – seguendo il testo teatrale di Samuel Adamson basato sulla pellicola di Almodòvar e tradotto da Giovanni Lombardo Radice – porta in scena un Tutto su mia madre difficile da non paragonare al film, come invece il giovane regista chiede nelle sue note scritte per il pubblico. Infatti la struttura drammatica della pièce segue ampiamentel’andamento di quella cinematografica; tuttavia se il montaggio nel film è serrato per via dell’intricato intreccio tra i vari personaggi o luoghi che si sovrappongono, in teatro le scene si susseguono inframezzate da continui cambi a nero – abbastanza veloci sì, ma troppo numerosi – che rallentano lo spettacolo e bloccano il godibile scorrimento procurato dalla trama. Una messinscena che trova invece nei suoi svariati momenti meta-teatrali una buona riuscita: Muscato riesce bene ad allestire “lo spettacolo dentro lo spettacolo”, in particolare Un tram chiamato desiderio – qui recitato dalla passionale Alvia Reale –  che entra prepotentemente nel dramma in maniera intelligente e delicata, con veli che scendono dall’alto e una gradinata, che potrebbe benissimo rispecchiare il pubblico in sala, che viene usatadagli attori facendoli diventare per alcuni momenti spettatori.

È una storia travagliata in cui spiccano per l’interpretazione Elisabetta Pozzi, nel ruolo della protagonista Manuela, scappata diciotto anni prima da un marito diventato ad un tratto un transessuale chiamato Lola che di lì a poco sarebbe diventato padre senza saperlo; l’irriverente Eva Robin’s nei panni di Agrado, pepata trans amica della coppia, e la già citata Alvia Reale, che nel dramma è la diva del teatro spagnolo Huma Rojo alle prese con un amore omosessuale per una ragazza tossicodipendente.

Le donne di Tutto su mia madre si raccontano, soffrono, amano, si aiutano e cercano di continuare a vivere nonostante dolori indicibili le abbiano segnate. Un esempio di questo tormento è rappresentato all’inizio del dramma dalla morte di Esteban, figlio diciassettenne di Manuela; personaggio che forse troppo spesso riappare durante la pièce, una volta morto: egli rivive infatti già abbastanza nella memoria della madre, una bravissima Pozzi che trasmette la presenza/assenza del figlio solo con le sue emozioni e la sua forte espressività. Sarà proprio questa perdita a spingere la protagonista a ritornare a un passato che aveva abbandonato, alla ricerca di quel marito ormai irriconoscibile e alla fine della sua vita a causa dell’HIV. Uno spettacolo in cui diverse tragedie si susseguono, ma che sono ben alleggerite dalla presenza di Agrado che, a tratti, appare sul palco in veste di cabarettista, dialogando con il pubblico e facendo ironia sul suo corpo lavorato dal bisturi.

Uno spettacolo piacevole, un bel successo di pubblico, di cui una volta tornati a casa rimane, anche grazie la bravura di alcune attrici di cui si è già fatto plauso, la voglia di rivedere il film di Almodòvar o forse chissà, vederlo per la prima volta.

Visto al Teatro Goldoni, Venezia

Carlotta Tringali

La parola rivive a Napoli

Certosa di San Martino

Raccontare storie, rimanere all’ascolto di vite passate, mondi lontani e personaggi al confine tra realtà e fantasia, viaggiare con la mente e ripercorrere strade dimenticate. Strade che oggi sono molteplici: troppo facile perdersi nel labirinto dei mille frammenti narrativi che si trovano dietro ogni angolo – per lo più del web – grazie alla società multimediale in cui viviamo. La maggior parte delle volte questi racconti sono personali: ognuno ha il proprio spazio in cui parla del suo Io, di ciò che fa; condivide con chi capita sulla sua pagina on line stati d’animo o pensieri in un privato che diventa immediatamente pubblico. Un bisogno di farsi ascoltare o leggere, ma che fa perdere di vista la grande Storia, quello che è accaduto e quello che accade intorno al nostro presente: con un egocentrismo galoppante si ha un disinteresse verso la realtà che ci circonda e solo un crescente bisogno di affermare la propria esistenza e non mettersi più in ascolto. Ma ci sono strade dimenticate e forse in disuso che ancora esistono e sono percorribili, luoghi dove il racconto, le parole hanno una consistenza reale e mostrano come la Storia si affermi in tutta la sua grandezza e nel suo non voler essere dimenticata.

Con Museum. Sale teatrali per un museo mentale, progetto del drammaturgo Renato Carpentieri, la parola è protagonista in sei pièce messe in scena tutte le mattine per ben un mese in uno spazio d’eccezione: la Certosa di San Martino a Napoli. Un museo scrigno non solo di dipinti di valore, statue o stanze affrescate, ma anche di un passato che attraversa circa 700 anni di Storia. Arrivata alla sua dodicesima edizione, Museum ha dislocato questi spettacoli in alcuni tra gli angoli più belli della Certosa, come nel chiostro interno o sulla terrazza con vista sul Golfo di Napoli. E così Charles Darwin, Jusepe de Ribera, Carlo Pisacane e Jean Paul Sartre vengono rievocati in questi spazi nominati per l’occasione con termini che richiamano la stessa materia affrontata. Si ha la Sala degli Innocenti, dove prende vita la drammaturgia di Giuliano Longone ispirata alla storia de La crociata dei bambini tratta da Marcel Schwob e intrecciata a quella di Jukio Mashima Il mare e il tramonto per una regia firmata da Lello Serao; la Sala Sulfurea dove rivive Il diavolo innamorato di Jacques Cazotte, per una drammaturgia sempre scritta da Longone e una regia di Sara Sole Notarbartolo; la Sala della Storia Naturale, un omaggio a Darwin scritto da Amedeo Messina e diretto da Nicola Laieta. Altro tributo di Messina, ma per la regia di Giovanni Del Prete, avviene nella Sala delle Luci e delle Ombre, nei confronti del pittore Ribera, vissuto nel ‘600 e meglio conosciuto come lo Spagnoletto. Sempre di Messina, ma diretto da Stefano Jotti, è alla Sala della Spigolatrice il ricordo di Pisacane: la storia di chi è morto nel 1857 per aver creduto nella liberazione di un popolo in mano ai Borboni si collega strettamente al nostro presente, tanto che la compagnia ha dedicato lo spettacolo ad Angelo Vassallo, il sindaco di Acciaroli – comune del Cilento – ucciso dalla camorra a settembre. Ultima Sala è quella della Melancholia: uno splendido omaggio a Sartre, scritto e diretto da Renato Carpentieri, che attraversa la “nausea” di due personaggi perduti nella loro vuota esistenza.

In molti hanno lavorato, oltre registi e drammaturghi, tra attori, scenografi, costumisti, organizzatori e tecnici: un progetto importante in cui si dovrebbe credere proprio per la sua prerogativa di far sentire il teatro ancora un luogo in cui la memoria viene conservata, condivisa e rievocata; per la capacità di ascolto che queste pièce suscitano; per l’attenzione che il pubblico riversa su Museum, seguito appassionatamente – al punto che molti spettatori sono rimasti addirittura più volte in piedi pur di assistere – per tutta la durata della rassegna. Ma a causa dei tagli finanziari già da quest’anno il numero degli spettacoli è sceso da nove a sei rispetto all’anno precedente e forse quelle tre storie non raccontate oggi andranno perdute. Ma cosa ancor più grave rischia di non ripetersi l’anno prossimo lo stesso progetto: perché far morire Museum? Perché attiva la mente e spinge l’uomo a riflettere? Se il teatro e, in più ampia accezione, quella cultura ormai fanalino di coda del nostro presente sono necessari per far sentire l’uomo un essere pensante e capace di reagire alle aberrazioni, allora l’uomo non ha diritto di esserne privato. Quelle strade in disuso, ma che con fatica sono state costruite in passato, non devono essere distrutte ma ripercorse: sono proprio queste a farci riscoprire zone che avevamo dimenticato, zone che sono necessarie per la nostra esistenza.

Visto a La Certosa di San Martino, Napoli

Carlotta Tringali

L’immaginario manga arriva in teatro

CollettivO CineticO - XD 1|2 - foto di Giancarlo Ceccon

Spiderman e Superman sono, nell’immaginario collettivo, tra i più celebri supereroi dei fumetti e dei cartoni animati. Una volta regnavano incontrastati: chi da bambino non impazziva nel seguire le loro imprese e chi non cercava, almeno nel beato e divertente mondo ludico, di imitare il comportamento dell’uomo coraggioso che salvava i buoni in difficoltà?

Negli ultimi dieci anni il panorama fumettistico, ma anche il mondo dell’animazione, ha subito un profondo cambiamento: gli eroi americani sembrano appartenere a una generazione ormai cresciuta, che ricorda con entusiasmo, e delle volte anche goliardia, gli uomini dotati di superpoteri; oggi i giovanissimi guardano maggiormente ad altri stili comportamentali, atteggiamenti che appartengono al mondo fantasioso e giapponese dei manga. Questo genere di cartoon venuto dall’Oriente, caratterizzato da personaggi goffi e impacciati, o sensuali e sadici, ha di fatto sostituito il modello del supereroe dotato di muscolatura e lineamenti fisici ben definiti. Piccole e buffe “creature” senza una forma ben definita che suscitano tenerezza e strappano sorrisi o bamboline piene di carica erotica – piccole Lolite dalla falsa innocenza – hanno preso il loro posto e si ritrovano ormai diffusi in tutte le salse: non solo nei fumetti o nei cartoni animati, ma anche disegnati sugli oggetti del nostro quotidiano, una sorta di simpatici scarabocchi sostitutivi a un’immagine realistica. E c’è di più: lo spazio utilizzato per esprimere le proprie emozioni tende a scomparire. Non rimane altro che assumere quei caratteri nipponici stilizzati che sono diventati simboli esemplificativi per la comunicazione, addirittura a livello internazionale. Una sorta di lingua comune per esprimere il proprio stato emotivo. E allora nei messaggi – dalle e-mail agli sms – bastano delle semplici linee sbarrate che sostituiscono gli occhi e una D maiuscola al posto della bocca per indicare una felicità esagerata, o due punti e una barra obliqua per veicolare un disappunto, o due linee e un trattino basso per comunicare la propria desolazione o stanchezza. Ecco fatto un personaggio nipponico.

CollettivO CineticO - XD1|2 - foto di Giancarlo Ceccon

Questo immaginario si è introdotto piano piano anche nel mondo del teatro-danza e lo si può ritrovare nel lavoro di CollettivO CineticO. Pur rimanendo una pièce molto concettuale e piena di rimandi altri (a partire dalle eterotopie foucaultiane fino alla riflessione sullo scorrere del tempo – da indagare magari in altra sede), XD ½ si serve di tutta una serie di atteggiamenti e scritture che appartengono alla tradizione manga. Già dal titolo si entra subito in un’ambientazione dove i bravissimi danz-attori – Andrea Amaducci, Jacopo Jenna, Angelo Pedroni e Francesca Pennini – richiamano i personaggi ironici del mondo del fumetto giapponese. Tra loro ci sono anche Spiderman e Superman, ma non ne rimangono che degli stanchi frammenti, appena una maschera o un simbolo di rimando sugli slip: i beniamini di una generazione passata non sembrano reggere il confronto con queste nuove “creaturine” goffe, ma che emulano a volte i vecchi supereroi, concedendosi però il lusso di non essere perfetti e di vivere anche fuori dagli spazi a loro riservati. CollettivO CineticO, guidato da Francesca Pennini, crea brevi immagini che sembrano scollate tra loro, ma che in realtà girano intorno a questo mondo stilizzato: i baloon – mostrati a volte accanto al corpo della danzatrice in scena – con segni come asterisco e cancelletto sostituiscono le parole; divaricatori dentali servono per restituire un sorriso forzato, tipica iperbole da cartoon; una X orizzontale posta sopra delle fasce da porre sugli occhi annulla tutto quanto può esserci di fisico e di reale nel volto.

Chissà se saranno proprio i manga a mandare definitivamente in pensione quei supereroi sempre pronti a correre nel momento del bisogno? Ma poi chi ci salverà?

Carlotta Tringali

Il nudo è di scena a B.Motion

Approfondimento sul Festival B.Motion Danza 2010

Corpi-carne in esposizione, che vanno verso una decomposizione. Corpi simil-velati, trasparenze verticali che mostrano una giocosa eleganza. Corpi che nascondono la loro natura dietro travestimenti, ingannando l’immaginario collettivo e rivelando la propria fisicità una volta spogliati delle vesti. Corpi che cercano un’identità, cambiando se stessi per passare verso un altro stato, un’altra immagine che rifletta il proprio Io. Corpi che ritornano al primitivo e al bestiale mescolandosi al materico, alla terra-torba da cui provengono e in cui un giorno ritorneranno. Corpi statuari e corpi deboli, indifesi, ma depositari di una purezza disarmante. Il nudo in scena si rivela in molti lavori presentati a B.Motion Danza 2010: la fisicità diventa una fonte inesauribile da interrogare, si sente il bisogno di “mettersi completamente a nudo” forse per trovare un punto di contatto con chi è seduto in platea.

Marco D'Agostin

Una necessità e un modo scelto dagli artisti per trattare argomenti che forse altrimenti non riuscirebbero a comunicare: un corpo nudo è portatore di verità, riesce a parlare anche semplicemente mostrandosi in tutta la sua vulnerabilità. È più semplice da colpire, da attaccare: i segni di violenza rimangono ben visibili e fissi nello sguardo del pubblico. Come in Co(te)lette di Ann Van den Broek dove le tre donne in scena iniziano ad infliggersi dei colpi: impossibile non empatizzare immediatamente, un dolore attraversa il pubblico messo di fronte a tale bombardamento. Riesce a veicolare le proprie emozioni in maniera diretta anche nel momento in cui le parole vengono meno, come nell’altro lavoro We solo men della coreografa olandese, in cui una sorta di boy-band di fronte ai tanti microfoni presenti in scena non può esprimersi a voce, ma solo con il linguaggio dei segni portato all’esasperazione; il corpo e il gesto diventano l’unico mezzo di espressione e di comunicazione. E sempre nella stessa pièce si svela il gioco del travestimento: chi si pensava fosse uomo – con tanto di basette e baffetti al volto e movimenti stereotipati tipici di una popstar – una volta denudato sorprende un pubblico che all’improvviso si ritrova a dover rivalutare tutto ciò che fin lì aveva visto. La sorpresa arriva anche con Marco D’Agostin, il giovanissimo vincitore del Premio GD’A Veneto 2010, che con Viola riesce a mutare il proprio corpo, da uomo a donna, creando l’immagine suggestiva di un corpo androgino che scompare lentamente dentro una luce fioca; in una posizione che ricorda il Cristo in croce, D’Agostin si priva di una sessualità ben specifica che lo caratterizzi, creando un’immagine di piena purezza che ricorda una pittura quattrocentesca. In The son dei greci Oktana Dance Theatre il corpo ritrova la sua natura primitiva: è solo, con la sua nudità, immerso nella torba, in un istinto primordiale che lo spinge a fondersi con la terra e riportare così la propria carne alle origini, alla creazione, ma anche alla sua fine. La matericità diventa simbolo di nascita ma anche di un ritorno definitivo, di morte.

Non è suggestione ma è disarmante la sensazione che suscita Alessandro Sciarroni nel suo spettacolo Your girl: in una tenera semplicità data dal solo mostrarsi nudi in scena in posizione statuaria, i fisici di Chiara Bersani e Matteo Ramponi si fanno portatori di diversità e vulnerabilità. Le due presenze sceniche acquistano un valore aggiunto in quanto diverse tra loro: la “Diversità” non trova un contrasto con la “Normalità” o la “Perfezione”, perché sono proprio queste definizioni qui a cadere; se la chiusura data dalle categorizzazioni mentali spinge a pensare che solo un corpo perfetto – e poi anche qui: che cos’è la perfezione in un corpo? – può farsi carico di emozioni, in Your girl sono le presenze sceniche dei due corpi a riempire di significato la pièce.

Carlotta Tringali

Un fermo immagine firmato Teshigawara

Recensione di A boy inside the boySaburo Teshigawara

Saburo Teshigawara - foto di Norifumi Inagaki

Dopo aver ottenuto un grande successo al Teatro La Fenice di Venezia firmando regia, coreografia e scenografia dell’opera Dido & Aeneas su musica di Händel, il maestro giapponese Saburo Teshigawara torna in Italia per realizzare un cortometraggio, girandolo nella regione Marche e dando vita a una serata-evento con A boy inside the boy messo in scena a Civitanova. Il titolo della serata ricalca perfettamente quello del filmato: un ragazzo dentro un ragazzo, un impulso vitale racchiuso in chi muove i primi passi verso la coscienza di sé, un’energia improvvisa che sprigiona un forte bisogno di “sentirsi vivo”. Ed è proprio come afferma Teshigawara nel suo tentativo di spiegare il progetto: non era ancora un adolescente quando si accorse di «essere già vivo». E di questa vitalità ne parla qui in maniera differente, come rivivendo un passato che non gli appartiene, vissuto tra i colli marchigiani, o tra il Palazzo Ducale di Urbino e il castello medievale di Lanciano. Luoghi non realmente appartenuti alla sua infanzia trascorsa in Giappone, ma in cui ora Teshigawara attraverso questo cortometraggio proietta il suo passato che qui diventa presente, diventa possibilità altra. Un racconto poetico, un fermo immagine di quello che sarà il filmato finale, di cui rende partecipe per una serata il paesino di Civitanova Marche, che ha ospitato la sua residenza, portando una coreografia che parla proprio di questo passaggio verso la consapevolezza della propria esistenza, di un “risveglio”. In scena una ipnotica Rihoko Sato – nome da imprimere nella mente per chi vuole ancora sorprendersi nel vedere come passione, tecnica ed eleganza possano convivere splendidamente in un solo corpo – sembra una marionetta comandata con dei fili, completamente priva di vita, complice una tecnica straordinaria di cui è totalmente padrona. Si contrappone a lei Riichi Kami, un giovanissimo ragazzo che, parte della compagnia Karas (fondata da Saburo nel 1985), fa esplodere la sua energia, libera tutta la sua vitalità in gesta incontrollate e convulse che solo nel maestro Teshigawara trovano un equilibrio fatto di accelerazioni e rallentamenti – un perfetto controllo, al dettaglio, dove nessun muscolo è fuori posto, ma nella sua particolarità è consapevolmente parte del tutto e di un unico corpo.

A boy inside the boy - foto di Bengt Wanselius

Giochi di luce sagomati – anche questi come la coreografia e la regia firmati dallo stesso Teshigawara – creano finestre illuminate sul nudo fondale del teatro: ed ecco che Saburo subisce, nel passaggio tra buio del palco al chiarore pallido della luce, una sorta di trasfigurazione, la sua mano alzata e il suo corpo flesso all’indietro rimandano per un attimo al maestro di butoh Kazuo Ohno.

Saburo diventa così il collante tra quella marionetta incredibilmente elegante che è Rihoko Sato e l’impulso vitale del piccolo Riichi. Un reiterarsi di movimenti disarticolati e puntuali in un controllo che trasmette al pubblico la vitalità di un corpo conscio delle proprie capacità.

Visto al Teatro Annibal Caro, Civitanova Marche

Carlotta Tringali

Avere trent’anni sì, ma solo se si è a Dro

foto di Samuele Stefani

Un manichino con la mano puntata alla testa, come se avesse una pistola, fa il segno di uccidersi: in realtà ha solo trent’anni, è ancora giovane. È questa la grande immagine appesa alle mura della suggestiva Centrale Fies di Dro, in provincia di Trento: il modello anatomico creato dal gruppo teatrale Pathosformel, per il suo ultimo lavoro La prima periferia, è rappresentativo del festival di arti performative arrivato quest’anno proprio al suo trentesimo anniversario. A trent’anni si entra in pieno diritto nell’età adulta, si dovrebbero avere delle responsabilità, ma soprattutto si dovrebbe avere chiarezza sulla propria esistenza, chi si è, che ruolo si ha nella società, dove si sta andando e porre delle basi, che siano stabili, per iniziare a costruire non il futuro, ma il proprio presente. Ma questo manichino non sembra essere felice della sua età, tutt’altro: forse proprio perché oggi a trent’anni si chiede di esser equilibrati, di portare alla svolta la propria vita. Ma con i tempi che corrono nel nostro presente, e i giovani lo sanno bene – ma sembrano saperlo solo loro –, è duro ritrovarsi nell’età in cui tutti si aspettano una stabilità, è duro ritrovarsi ad avere trent’anni.

Drodesera – come viene chiamato – ospita nella sua settimana di festival – che va dal 23 luglio al 1 agosto – diversi gruppi teatrali della nuova generazione, ossia artisti che sono in pieno attraversamento/avvicinamento/superamento dei trent’anni: una cifra che pone un marchio su dei prodotti, artistici, che parlano della realtà vista da un trentenne e quindi una realtà ancora da migliorare ma su cui soffermarsi a riflettere. Le compagnie presenti nel primo fine settimana di festival affrontano temi quali la ricerca di un contatto tra chi riesce a sopravvivere in un mondo post-umano che sembra abbandonato come in I will survive di Garten, l’evoluzione e quindi come saranno i nostri avi nel futuro con L’origine della specie di Teatro Sotterraneo, la comunicazione del nulla e il paradosso esistenziale in NO-SIGNALdi Teatrino Clandestino e il meraviglioso nei gesti quotidiani in Wunderkammern di Virgilio Sieni. Chi si allontana dal mondo dei giovanissimi è Romeo Castellucci che, con la sua Societas Raffaello Sanzio, mostra con lo studio Sul concetto di volto nel Figlio di Dio (Vol.1) un mondo dove Cristo guarda indifferente la sofferenza dell’uomo o il gruppo veneto Anagoor che con Wish me luck si addentra nella dorata esistenza di Fortuny e dei suoi tessuti veneziani.

La Centrale Fies – luogo raggiungibile solamente con una navetta che rende ancora più auratica e suggestiva tutta la sede – ospita questa rassegna tra le montagne, con sale attrezzate e perfette per assolvere il compito di spazi scenici. L’atmosfera è frizzante e lo dimostrano la grande affluenza di pubblico e la convivialità che unisce operatori, artisti e appassionati intorno ad un gustoso bicchiere di vino trentino o ad una crêpe: ci si ritrova dopo gli spettacoli, se ne discute, si commenta e si balla anche grazie ai diversi dj che ogni sera animano la notte. Dro punta ai giovani e ai trentenni che, ancora in fase di crescita, hanno possibilità di migliorare la propria ricerca, trovare un confronto presentando i loro studi o lavori artistici già completati ad un pubblico attento e critico. E allora il manichino può trovare una gestualità diversa: il suo dito puntato alla tempia potrebbe anche suggerire la sua intelligenza. Tutto dipende da che punto di vista lo si guarda.

Visto a Drodesera festival, Dro

Carlotta Tringali

Collegamenti “sotterranei” tra calcio e teatro

Recensione a Finale del mondoTeatro Sotterraneo

foto di Valentina Bianchi

Collegamenti ricercati e casuali, temporalità sottese e inaspettate in una rete che unisce il teatro al mondo calcistico, il pubblico televisivo a quello radiofonico, in una serie di rimandi a catena che si incrociano tutti su uno stesso piano: il presente.

Per il Festival di Santarcangelo, diretto quest’anno da Enrico Casagrande, il giovane collettivo fiorentino Teatro Sotterraneo ha creato un evento particolare che agiva su più livelli: solo uditivo per chi da casa ascoltava il radiodramma in diretta su Radio 3 Rai e uditivo/visivo per chi lo seguiva seduto sugli spalti dello stadio della cittadina romagnola. Con un titolo che parla già da sé, Finale del mondo ha dato vita a un cortocircuito più che a un vero e proprio collegamento: mentre a Johannesburg si giocava il secondo tempo per decretare i vincitori della coppa del mondo, nel campo di calcio di Santarcangelo due uomini – Iacopo Braca e Daniele Villa – si fronteggiavano la palla; nel frattempo dagli spalti due speaker – Matteo Ceccarelli e Sara Bonaventura – raccontavano in radiocronaca l’ipotetico avvicinamento di un attentatore allo stadio sudafricano. Troppo semplice chiudere qui la ragnatela di legami, tanto che Sotterraneo ha alzato la posta in gioco: Claudio Cirri chiedeva continuamente ai due speaker un collegamento per poter aggiornare i radioascoltatori di Radio 3 Rai e gli spettatori di Santarcangelo sugli spostamenti del terrorista, mentre dalla tribuna degli ospiti uno pseudo-tifoso seguiva, sventolando una bandiera con tanto di fumogeni giallo/rossi, la vera finale mondiale calcistica da un piccolo televisore portatile.Pseudo-collegamento anche per Cirri, che avrebbe parlato in diretta da Johannesburg, stadio in cui lo spettatore si è trovato ipoteticamente catapultato quando l’annunciato ingresso dell’eventuale attentatore nel campo sudafricano è avvenuto realmente nello stadio sì, ma di Santarcangelo. Dalla sua borsa fortunatamente è uscita solo un’asta e un microfono da cui è scaturito il suo potente “credo”: The show must go on. Lo spettacolo della vita deve continuare, il mondo deve andare avanti nonostante i mondiali, superato il momento di euforia e di sospensione che vede milioni e milioni di persone seguire tutte quante sintonizzate lo stesso evento. Una parentesi che ogni quattro anni si ripete, che decreta un popolo vincitore, una festa obbligata di una nazione che si paralizza.

foto di Valentina Bianchi

Il fascino del “pallone” ha vinto anche la maggior parte degli spettatori che a Santarcangelo hanno seguito dagli spalti la Finale del mondo, ma quella raccontata da Teatro Sotterraneo: nonostante i due speaker e il cronista in collegamento raccontassero con foga e con convinzione gli spostamenti dell’uomo misterioso, il pubblico non riusciva a staccare gli occhi dall’azione dell’uno contro uno di Braca-Villa che avveniva nel piccolo campo, tanto da esultare ad ogni goal, anche nei momenti più delicati e agghiaccianti della storia. Chissà se gli ascoltatori di Radio 3 Rai – inconsapevoli di ciò che veniva nel campo di Santarcangelo – hanno seguito il radiodramma ad occhi chiusi immaginandosi la storia, o se nel frattempo guardavano le immagini della finale in diretta da Johannesburg. Tutto è possibile. Anche il collegamento più improbabile. O la realtà più amara e sconcertante del giorno successivo, quando la radio dava la vera notizia di un attentato avvenuto in Uganda mentre più di settanta tifosi seguivano su un maxi schermo la finale del mondo in diretta da Johannesburg. Una sospensione dallo scorrere della vita che durerà purtroppo per loro più di 90 minuti.

Visto a Santarcangelo dei Teatri, Santarcangelo di Romagna

Carlotta Tringali

Accade anche quando meno lo si aspetta…

Recensione a Marathon of the Unexpected – Sezione “off” del 7. Festival di Danza Contemporanea

Fabrizio Favale - foto di Alvise Nicoletti

Sei ore di maratona per ventuno performance di breve durata: con questa esperienza dal titolo più che azzeccato, ossia Marathon of the Unexpected, si inaugura la piacevolissima sezione “off” del 7.Festival di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia. Un’iniziativa lodevole che ha dato spazio alle nuove generazioni e che ha funzionato come un orologio svizzero: una carrellata di giovani corpi danzanti si sono avvicendati sul palco del Teatro Piccolo Arsenale senza mai cadere in tempi morti di montaggio tra un gruppo e l’altro; ma soprattutto non è mai sopraggiunta la noia per chi ha preso parte all’intera giornata dato che ogni nome aveva al massimo 15 minuti per esibirsi. Amata od odiata, ogni performance era breve ma al punto giusto: in caso di interesse si aveva una sorta di promo tale da stuzzicare e ricordare il nome appena visto per una prossima volta; nel caso opposto la breve durata non lasciava scappare lo spettatore che rimaneva immobile per non rischiare di perdersi il danzatore successivo, che sarebbe sempre potuto essere quello preferito.

Molte quindi le proposte da cui si possono trarre degli elementi comuni come l’uso della musica elettronica che è andata per la maggiore: ad effetto e curata in alcuni casi, come per esempio ne Il gioco del gregge di capre, un curioso solo del bravissimo Fabrizio Favale realizzato in collaborazione con Le Supplici che ne ha curato appunto il set, o monotematica e piatta in altre performance.

Ma-shalai foto di Biennale Venezia/A.Myake

Una tendenza diffusa forse dovuta dal pensiero che la musica elettronica sia una perfetta sposa della danza contemporanea; vero in diversi casi, ma sicuramente non unica strada percorribile come ha dimostrato il magnifico trio siciliano di Petranura Danza/ Megakles Ballet: sulle sognanti note di violoncello del compositore Giovanni Sollima, Valeria Ferrante, Adalgisa Polopoli e Salvatore Romania hanno dato vita a una poetica rincorsa di intenso trasporto con Ma-shalai, termine dialettale che indica una goduria raggiunta dai danzatori e arrivata vibrante fino al pubblico che ha fortemente applaudito dopo questo rapimento completo.

Altro filone, purtroppo notato in questa vetrina di giovane danza, è quello del non impegno sociale. In molti preferiscono trarre ispirazione da episodi di vita quotidiana o indagare sentimenti o situazioni della propria esistenza. Che la danza sia vista come una via di fuga da una società in cui è sempre più difficile riconoscersi? Forse semplicemente si punta una lente su se stessi, sulla propria individualità, indagando le proprie emozioni o relazioni con l’altro. Un esempio efficace di vissuto si ritrova nel duo olandese di Gotra Ballet in Koffie verkeerd: Joost Vrouenraets e Maïté Guérin con le loro impeccabili coreografie senza sbavature mostrano l’impossibilità di un amore che sia eterno in una relazione iniziata con passione ma che finisce in violenza e rabbia reciproca.

ShiroKuroChan - foto di Alvise Nicoletti

Se l’atleticità e l’azione irruenta dominano la danza della coppia nordeuropea, il movimento impercettibile e caricato di grande ritualità caratterizza ShiroKuroChan di e con Motoya Kondo e Tiziana Longo: uno stile completamente opposto per indagare lo stesso tema, quello amoroso, attraverso la danza butoh giapponese, dove due anime nascondono il viso dietro una grande rosa, una bianca e una nera per cercare un incontro tra spiriti contrastanti in un rituale pieno di poesia e magia.

Di fronte a lenti di ingrandimento poste sul sé, un grande plauso spetta alla Compagnia COLAPS, l’unica a presentare un lavoro-denuncia che è XX: in scena la bravissima Jessica Maria Bellarosa insieme a Maurizio Mauro – accompagnati da Sara Santoro e Marco Di Stefano che immobili e seduti a un lungo tavolo non spostano i loro occhi dai computer – indaga la differenza tra maschile e femminile, ma soprattutto cerca la risposta al perché il genere “XX”, appunto, venga sfruttato, usato, violentato e distrutto; domanda che rimane aperta.

XX - foto di Alvise Nicoletti

Il pretesto da cui parte COLAPS è la dichiarazione, piena di ironia, fatta dal Presidente del Consiglio Italiano rispetto agli scafisti che dall’Albania portano clandestini nel Bel Paese, dichiarazione che parla di un’eccezione che si farebbe nel caso in cui ad arrivare siano “belle ragazze”. Una scrittrice albanese, Elvira Dones, piena di indignazione ha scritto in risposta una lettera aperta per denunciare come queste “belle ragazze” subiscano violenze sessuali o si ritrovino a vivere su un marciapiede. Una lettera le cui parole risuonano nel Teatro Piccolo Arsenale mentre Jessica Maria Bellarosa dà vita a movimenti che si ripetono fino allo sfinimento e che si placano solo al contatto con Maurizio Mauro, che in pochissimi gesti placa l’impeto della compagna e ne mostra il corpo come fosse merce.

Molte altre le proposte interessanti dal punto di vista tecnico tra cui l’impegnativo Umanocontrocanto di Sabrina Massignani – Venezia Balletto con ben sei ballerini sul palco, l’immaginifico <Seize> di Ming-Wha Yeh (direttamente dal Taiwan) o lo spiritoso Spot di Matteo Carvone, Alessio Attanasio e Valeria Galluccio.

Una maratona da cui si esce senza fiatone grazie anche alla acuta e perfetta organizzazione di cui si deve sottolineare la serietà e l’impegno per tutto ciò che è stato inaspettato, ma che è piacevolmente accaduto.

Visto al Teatro Piccolo Arsenale, Venezia

Carlotta Tringali

Una serata tra Bill T. Jones e Virgilio Sieni

Recensione a Another Evening: Venice/ArsenaleBill T. Jones/Arnie Zane Dance Company e Tristi tropici Compagnia Virgilio Sieni

Due compagnie molto diverse tra loro hanno dato vita nella stessa serata a spettacoli in anteprima, conducendo lo spettatore verso l’estremo, catturando o meno emozioni, proprio come indica il titolo di quest’anno della Biennale Danza di Venezia: Capturing emotions. L’afro-americano Bill T. Jones con la compagnia Arnie Zane Dance Company punta all’atleticità e alle coreografie di forte impatto dei suoi bravissimi ballerini con l’evento site specific Another Evening: Venice/Arsenale. L’italiano Virgilio Sieni porta la sua compagnia in territori inesplorati con Tristi Tropici, ispirato liberamente al testo omonimo di Claude Lévi-Strauss.

Biennale di Venezia - foto di A. Miyake

Con un cappello di paglia, una camicia a scacchi e dei grandi occhiali, il coreografo Bill T. Jones scruta i suoi ballerini che, al Teatro alle Tese, accompagnano il movimento del pubblico all’ingresso: costretto lungo un corridoio, lo spettatore si trova da un lato una donna e una bambina sedute su un sofà veneziano, ignare del passaggio di chi subito volta loro le spalle per soffermarsi ad ammirare le evoluzioni tecniche di alcuni danzatori della compagnia dall’altro lato. Another Evening: Venice/Arsenale esplora lo spazio di un teatro all’interno dell’arsenale lagunare: un evento site specific in cui la compagnia Arnie Zane Dance Company dà prova di tutta la propria bravura. Attraverso una passerella a vista, i nove ballerini intrecciano i propri corpi con una delicatezza sublime, creando una catena umana fatta di anelli/braccia allacciati, ma non in contatto tra loro: incredibile come nella parte successiva cambi la loro corporalità. Gli atleti-danzatori danno vita, sotto la supervisione di Bill T. Jones e di Janet Wong a delle coreografie di forte impatto, si sollevano, si scontrano, in un gioco di contact che li porta quasi fino allo sfinimento. Un’esasperazione cercata e trasmessa anche allo spettatore messo a dura prova con le musiche elettroniche e il sound design del bravo Sam Crawford e le voci urlate ai microfoni di cui si impossessano i ballerini. Una sorta di sogno-incubo, una schiera che avanza sotto un fascio di luce mentre una ballerina si ribella e frantuma un muro di corpi che indifferenti continuano nel loro cammino. «I do not know the meaning of that», dice una voce; e forse è proprio questo che manca a uno spettacolo tecnicamente perfetto: un legame, un senso, un intreccio sfiorato all’inizio e alla fine ma non raggiunto.

Diversissimo per coreografia e intensione Tristi Tropici della Compagnia Virgilio Sieni: atmosfere mistiche,

Biennale di Venezia - foto di A.Miyake

corpi immersi in un controluce opaco e annebbiato, simboli che appaiono per improvvisi frammenti. Ispirandosi a Tristes Tropiques dell’antropologo Claude Lévi-Strauss, Sieni apre a un mondo onirico, di difficile e criptico accesso: un mondo che attrae per la bellezza di alcune immagini corporee portate in scena dalle splendide ballerine che rendono questo spettacolo magico e disturbante allo stesso tempo. Simona Bertozzi e Michela Menguzzi compiono gesti rallentati e identici: sembrano esseri totemici provenienti da luoghi lontani e ancestrali, si stringono, come se volessero recuperare un’unità perduta. Se le due donne si sostengono a vicenda, Elsa De Fanti riesce invece ad aumentare l’apporto mistico semplicemente tramite la sua presenza corporea di incredibile potenza nonostante l’età di settant’anni: la sua figura si contrappone a una magnifica Ramona Caia che contorce il suo corpo, lo lacera, lo sfinisce. Sembra di trovarsi di fronte un rito antico, di natura oscura e inesplorata e ad aumentare questa sensazione aiuta la musica originale di Francesco Giomi: un continuo vibrare di note elettroniche che rimangono sospese su un vuoto senza mai aumentare di intensità. Il filosofo Lévinas parlava dei Tristi Tropici di Strauss come del «libro più disorientato e disorientante, un grande libro sulla desolazione umana». Qui, con Sieni, che cura ideazione, coreografia, scene e luci, il pubblico è disorientato, ma attratto da questo mondo inspiegabilmente fuori dal tempo e di altra ritualità.

Visto al Teatro alle Tese e al Teatro Piccolo Arsenale, Venezia

Carlotta Tringali