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Un viaggio nei mondi di Drodesera

ph Alessandro Sala

ph Alessandro Sala

Non è cosa semplice oggi guardare al futuro. La società che si dipinge ogni giorno ai nostri occhi è spesso problematica, in crisi, lamentosa, arrabbiata, insicura, in difficoltà. Si cercano strade sicure da battere e perseguire: complicato trovarle e impossibile esser certi che siano quelle giuste. Bisogna tentare, aprirsi, mettersi in gioco, senza cercare la perfezione ma dando spazio a una necessità, ascoltarla, approfondirla e, se si riesce, soddisfarla; restare in ascolto, essere pronti a ciò che si modifica intorno a noi, intuire che da una piccolissima azione può accadere l’incredibile, può mutare il contesto e nascere un nuovo mondo, che prima non esisteva; nascosti, proprio in un angolo remoto mai considerato possono apparire dei germi che prima o poi si trasformeranno in vita.

World Breakers ha accolto delle necessità, dei cambiamenti, li ha incubati e ha lasciato loro spazio: la trentaseiesima edizione di Drodesera, a Centrale Fies, portava questo titolo e invocava proprio “i mondi ideali o semplicemente affini a chi li ha creati e l’inevitabile mutazione dello stadio originario che può avvenire anche per il più delicato battito d’ali”. Per mostrare queste possibilità, World Breakers presentava diversi “mondi” al suo interno, ossia quattro progetti differenti fatti da pensieri che si compenetravano e che contemporaneamente convivevano, nutrendosi l’un l’altro, distinti e allo stesso tempo affini: World 1 con la direzione artistica di Barbara Boninsegna e la co-curatela di Filippo Andreatta dedicato agli spettacoli più teatrali-performativi; World 2 focalizzato su Live Works_Performance Act Award con la curatela di Boninsegna, Daniel Blanga Gubbay, Denis Isaia, Simone Frangi, sezione ormai arrivata al suo quarto anno di vita in cui l’arte visiva si intreccia con le performing arts (per approfondire si può leggere la rassegna stampa che gli abbiamo dedicato l’anno scorso); World 3 con Urban Heat International lab Art, data and activism curato da Mali Weil, Annika Uprus e Sodja Lotker dove 15 tra artisti, studiosi e operatori si sono confrontati per tre giorni sulla ricerca partecipata e collaborativa di pratiche collocate tra arte, geografia culturale e attivismo; World 4 con Helicotrema recorded audio festival curato dal collettivo Blauer Hase e Giulia Morucchio: all’interno della splendida sala Forgia della Centrale il tempo si sospendeva con le tante persone sedute o distese a terra intente ad ascoltare brevi lavori artistici registrati esclusivamente su supporti audio che aprivano ad altri universi, storie, vite possibili.

Quattro Mondi per un’unica sede: Centrale Fies. Il coraggio da apprezzare di questo luogo risiede proprio qui, nell’intuizione e tentativo di creare ponti verso altre arti e nuove possibilità; di rischiare affidando parti di programmazione a curatori specializzati in campi che sconfinano dal performativo o l’installativo. Si allarga lo sguardo, si amplificano le realtà, si tenta di racchiudere germi vitali in queste bolle di possibilità, in dieci giorni di festa in cui si vive e si sperimentano sensazioni di rottura, fascinazione, ricerca; e si può provare la stessa percezione che regala un salto nel vuoto: l’atterraggio non è mai certo, ma restituisce la vertigine data da sorprese inattese. (E la sua bellezza nel guardare con la curvatura dello sguardo al salto appena compiuto, al coraggio nascosto, al suo attraversamento).

E cosa c’è di più inatteso del futuro: beffardo, stralunato, incerto, preoccupante; anche solo pensarlo può essere però pieno di stimoli e vitale. Alcuni dei lavori a cui chi scrive ha assistito durante il festival sembravano avere proprio questo fil rouge, un invisibile filo di ragnatela proiettato verso il futuro: cartoline dal futuro per Sotterraneo, previsioni del futuro per CollettivO CineticO, attenzione all’educazione come preoccupazione verso il futuro con Anagoor.

Postcards from future_ph Alessandro Sala

Postcards from the future_ph Alessandro Sala

In Postcards from the future di Sotterraneo, come suggerisce lo stesso titolo, il pubblico, diviso tramite dei braccialetti colorati fra chi è chiamato ad agire o ad assistere, inscena/osserva situazioni utopiche/screanzate/violente/postumane: nello stile dissacratorio, divertente ma mai innocente della compagnia toscana, vengono consegnati al pubblico tre tableaux vivants in cui germi abbastanza paradossali del nostro oggi sono portati alle estreme conseguenze, andando a costruire situazioni/soluzioni di vita in cui la parola normalità perde ogni tipo di significato e si è circondati da eccezioni e ibridi che respirano. Il 2036, il 2066 e il 3066 ci restituiscono tre scatti: anni lontani, paradossali in cui il pubblico è chiamato a prendere parte per riconsegnare un fermo-immagine-riassunto di uno stile di vita estremo, in cui appaiono degli oggetti che si fanno carichi di significato (un’ascia, delle maschere animalesche, transenne). Pensare al folle futuro senza valorizzare il fatto che noi siamo qui oggi e ora, perdendo di vista il mondo intorno a noi, il nostro presente. Allo spettatore all’uscita viene consegnato un foglietto che spiega come si possano richiedere queste cartoline/scatti in un momento imprecisato del futuro prossimo per tenere il ricordo di quello che è stato e vedere se almeno una piccola parte degli scenari utopici di Sotterraneo si sono realizzati.

Francesca Pennini_ph Alessandro Sala

La casa di pietra del fratello maggiore_ph Alessandro Sala

In Socrate il sopravvissuto / come le foglie la compagnia Anagoor, attraverso il romanzo Il sopravvissuto di Antonio Scurati e il Fedone di Platone riflette magistralmente sul significato di educazione oggi, sulla figura dei maestri, su quello che lasciano nei cuori e nelle menti dei loro discepoli/allievi. C’è in questo spettacolo, che raggiunge livelli altissimi di tensione e realizzazione scenica, un’attenzione rivolta al domani mai scontata, con delle domande faticose ma necessarie e forse anche per questo coraggiose: quale è il mondo che consegniamo ai nostri posteri, quale la memoria che tramandiamo e quindi quale futuro ci meritiamo? (per un approfondimento su questo spettacolo rimandiamo all’articolo di Roberta Ferraresi).

Continuando a srotolare il fil rouge rivolto al futuro, ci si imbatte nella performance di CollettivO CineticO La Casa di Pietra del Fratello Maggiore. Pensato per 6 spettatori alla volta, il lavoro della compagnia guidata da Francesca Pennini e Angelo Pedroni è un mini-viaggio che attraversa le stanze sotterranee della foresteria di Centrale Fies; un viaggio che si determina sin dall’inizio per ogni partecipante grazie a delle previsioni di futuro. Dalla pancia di un orsacchiotto viene infatti chiesto allo spettatore di estrarre l’oggetto che indicherà il percorso successivo. Solo così si potrà accedere a ulteriori stanze segrete che aprono a spettacoli privati: ognuno si costruisce il proprio viaggio/tragitto come nella vita stessa. E allora si può incontrare la splendida Pennini che a occhi chiusi e al buio danza illuminata da una piccola torcia, e viverlo come un regalo; mentre da un’altra parte viene chiesto di disegnare un pene per poi compiere il rito dell’evirazione: si invoca la rinascita o un gesto propiziatorio per ingraziarsi il proprio domani.

Il futuro si affaccia giorno dopo giorno ed è visibile nel nostro presente: sta a noi scegliere come accoglierlo o anticiparlo e tentare di intercettarlo come succede a Centrale Fies ogni anno, giorno dopo giorno, cura dopo cura.

Carlotta Tringali

 

 

Progetti in festival: LIVE WORKS

La nostra Rassegna stampa si specializza, focalizzandosi su un evento specifico, un premio, un tema legato a quello del trimestrale. Progetti in Festival è un cammino nella storia di un fatto teatrale che, esistendo, ha creato una continuità in spazi e tempi diversi anche attraverso il racconto di coloro che hanno vissuto e raccontato l’esperienza. Disegni nitidi, a volte indipendenti, questi “zoom” determinano una successione di visioni e la costruzione di nuove narrazioni.
Senza alcun intento di esaustività sui singoli lavori, apriamo a dei rilanci verso quella mappa di incontri e collaborazioni delineata dall’esperienza, di volta in volta, oggetto di approfondimento.
Progetti in Festival è interstizio, tempo di scelte singolari che divengono, ben presto, condivise; è uno sguardo altro, un viaggio possibile grazie agli scritti di teorici e critici, pubblicati sul web.

Il secondo speciale ripercorre il triennio di Live Works, un progetto ideato nel 2013 da Centrale Fies in collaborazione con Viafarini e curato da Barbara Boninsegna, Simone Frangi, Daniel Blanga-Gubbay, Denis Isaia.
Live Works è un premio dedicato alla performance — il cui esito, nel corso del triennio, è stato presentato in occasione del Festival Drodesera —, ma «è anche un ciclo di residenze (…), che si svolgono fra teoria, pratiche, confronto e condivisione. E poi è un progetto di ricerca ma anche di formazione, con The Free School of Performance. Alla fine, appare nel complesso anche come un carotaggio composito e condiviso nel campo della progettualità intorno al linguaggio performativo diretto insieme da due dei più importanti centri italiani per la creazione artistica.» (Roberta Ferraresi, Live Works_Performance Act Award vol. 3, Il tamburo di Kattrin, 3 settembre 2015)

Gli estratti di rassegna stampa online, selezionati e presentati di seguito, sono intesi come finestre di approfondimento sul tema, che lasciano tuttavia al lettore la possibilità di completarne l’incursione.

LIVE WORKS
Performance Act Award_Vol. 1 | 2 |3

Centrale Fies “edificio” ha un potere indiscutibile su chi lavora qui e sulle pratiche che sperimentiamo. Come se la struttura architettonica sommata alla natura selvatica dei dintorni avessero plasmato un ordine delle cose e degli avvenimenti. Questa natura ibrida è l’essenza di questo luogo, e si declina in ogni cosa.

Virginia Sommadossi: Drodesera_35 Motherlode, il reale come linfa vitale per l’arte
di Andrea Cova (SaltinAria.it, 29 luglio 2015)

2013
LIVE-WORKS_2013

I finalisti: Franco Ariaudo, Emanuele De Donno e Luca Pucci, Francesca Banchelli, Valentina Curandi e Nathaniel Katz, Giovanni Morbin, Serena Osti, Jeanne Moynot e Anne Sophie Turion, Sabina Grasso

Durante i miei due giorni di residenza, ho parlato con i curatori e gli artisti, inseguendoli, fotografandoli e chiedendo loro di raccontarmi i loro lavori. (Valeria Marchi)

[…] Pucci, Ariaudo e De Donno svelano un progetto dai confini artistici incerti in cui si assiste a una ri-edizione dello storico game-show Giochi senza frontiere, con il Comitato Organizzatore dei Giochi d’Estate della Val di Sole. Gli artisti mi spiegano che lavorare al progetto significa accettare che il lavoro “non abbia una quota estetica rilevante” e che possa prendere pieghe inaspettate e non controllabili, a metà tra improvvisazione e mediazione.

Il reportage da Centrale Fies per LiveWorks in Residency part 1 di Valeria Marchi
ATPdiary, 15 luglio 2013

[…] A Dro gli artisti (Valentina Curandi e Nathaniel Katz, ndr) hanno lavato nel fiume Sarca una raccolta di libri “infami”: si tratta di testi scritti da personalità che nel tempo si sono rivelate come ambigue, discutibili o equivoche. Cosa accade alle parole e alle teorie infami, una volta smaciullate e re-impastate? Il 30 luglio, i fogli saranno usati come mezzi per mostrare i meccanismi che sottendono i concetti di lavoro-prestazione-contratto.

Il reportage da Centrale Fies per LiveWorks in Residency part 2 di Valeria Marchi
ATPdiary, 15 luglio 2013

Giovanni Morbin/Blu Oltremare_Superficie marina. Onda morbida. Teste che scivolano a pelo d’acqua. Corpi nascosti, mani che ciondolano, gambe che nuotano. Avanti, indietro, destra, sinistra: movimento lento, voce leggera a scandirlo. Forgia, ambiente chiuso, costrizione. Umanità che scorre, clandestina, fluisce, silenziosa, scivola, anonima. Menzione speciale.

LIVE WORKS – Centrale Fies + Viafarini DOCVA
Dreamcatcher 2013

[…] Il nostro punto di partenza è stato l’edificio di Centrale Fies in se stesso. La centrale ci è apparsa come un luogo dal potenziale cinematografico che abbiamo deciso di esplorare, col rischio di rimodellarlo secondo i nostri fantasmi personali. Abbiamo immaginato molte cose sul luogo e, durante la residenza, abbiamo lavorato su questo confine, tra le nostre passate proiezioni e i nostri stati d’animo in situ.

Paura e delirio a Centrale Fies/Frightenight di Valeria Marchi
Intervista alle vincitrici Anne-Sophie Turion e Jeanne Moynot
ATPdiary, 22 settembre 2013

L’unicità della prima edizione di Live Works consisteva nell’attenzione a ricerche artistiche “dal vivo” afferenti alle arti visive, alle quali è stato proposto di concretizzarsi in un territorio che ha incrociato il desiderio dei linguaggi contemporanei di muoversi verso le pratiche live e le strategie della produzione teatrale di ricerca. L’intento era quello di agire dal basso, confrontando prassi produttive considerate tradizionalmente agli antipodi, ovvero quelle proprie alla performance art e quelle della performing arts […].

LIVE WORKS: Performance art o performing arts?
Intervista a Denis Isaia e Simone Frangi a cura di Elvira Vannini
Alfabeta2, 10 ottobre 2013

per approfondire
Mein Herz beats at Drodesera: Franco Ariaudo, Emanuele De Donno e Luca Pucci, Curandi/KatzFrancesca BanchelliSabina Grasso, Giovanni MorbinSerena Osti
(Franzmagazine, agosto 2013)
Artisti in viaggio. Sabina Grasso in Tailandia di Riccardo Conti
(Artribune, 24 settembre 2013)
Live Works_performance art award. Intervista a Barbara Boninsegna a cura di Francesca Cogoni
(Pizzadigitale.it, 5 marzo 2013)

2014
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I finalisti: Julie Bena (FR), Feiko Beckers (NL), David Benstein (USA/NL), Cian Donnelly (IE), Riccardo Giacconi (IT), Corinne Mazzoli (IT), Jacopo Miliani (IT), Curt Steckel (USA), Dennis Vanderbroeck (NL)

L’anno scorso eravamo interessati alle pratiche live contemporanee e alla loro evoluzione; ma quest’anno la pratica performativa diventa riflessione sulla performance stessa alla luce della relazione che c’è tra di essa e il reale. ‘Live’, quindi, significa, in questo caso, sia ‘dal vivo’, sia in relazione stretta col mondo reale, la vita”. (Simone Frangi)

Viafarini DOCVA + Centrale Fies. Live Works Performance Act Award Vol.2 di Marco Arrigoni
ATPdiary, 2 aprile 2014

Live Works here again. Some questions and answers from the 9 finalists of the award of performance Live Works PERFORMANCE ACT AWARD Vol. 2. The artists will be in residency from 1st to 10th of July at Centrale Fies in Dro (Trento) for producing their works.

Waiting for LIVE WORKS PERFORMANCE ACT AWARD VOL. 2 a cura di Valeria Marchi
APTdiary, 8 luglio 2014

[…] Vanderbroeck considera lo spettatore il punto di partenza e insieme il punto d’arrivo di tutte le sue performance: “credo spesso che il mio lavoro non esista fino al momento in cui non viene osservato”. SKILLBUILDING ci chiama dunque tutti a raccolta per osservare, lasciando che l’arte si riveli e lo spirito si vesta di una nuova sostanza vitale.

Drodesera 2014 – SKILLBUILDING: skill 4 – “fashion design” di Guido Musante
Franzmagazine.com, 28 luglio 2014

L’opera vincitrice del premio, Il Nonnulla di Riccardo Giacconi ruota, invece, attorno a un testo e alla sua carica mnemonica, non solo per il contenuto quanto per la modalità di trasmissione. […] Davanti agli spettatori quelle parole sono nuovamente tradotte due volte, lentamente e dal vivo: ritornano in tedesco tramite la scrittura e riecheggiano in italiano grazie alla successiva lettura. L’eco di quell’esperienza diviene quindi lingua viva, scolpita nel silenzio dei nostri pensieri.

LIVE WORKS Vol.2 – Performance Act Award di Manuela Pacella
Flash Artonline.it

We have never been here before […] solleva delle questioni basilari per chiunque pensi al teatro come uno strumento di resistenza e di lotta civile. John Jordan ripercorre sul palco l’autobiografia del LABOFII e i suoi principali esperimenti politico-performativi, ad esempio il tentativo di ostacolare il G8 scozzese del 2005 allestendo un esercito di clown che avrebbe dovuto bloccare ogni via di accesso al luogo del raduno, per domandare direttamente allo spettatore: quanto è efficace l’arte in termini politici? 

Con Il nonnulla di Giacconi, risultato vincitore durante il festival Skillbuilding del “Premio Live Works”, si entra in un’altra atmosfera. […] L’effetto che ne deriva è la rappresentazione della guerra come un’attività umana anti-eroica e di un mondo ormai vecchio, sterile, grondante di sangue.

Drodesera Festival. Cronache da Centrale Fies. Di guerra di Enrico Piergiacomi
Teatro e Critica, 6 agosto 2014

La scelta di Jordan e Frémeaux di intrecciare la performance e il workshop corrisponde alla filosofia di fondo che orienta tutto il loro agire, in cui la performance act si alimenta reciprocamente con l’attivismo politico. […] We Have Never Been Here Before ci coinvolge in un viaggio di responsabilizzazione in un momento in cui la speranza appare un concetto fortemente scivoloso, inducendoci in ultimo a porci una domanda radicale: abbiamo il coraggio di prendere la vita così tanto seriamente da essere disposti a perdere tutto, pur di proteggerla?

Drodesera 2014 – SKILLBUILDING: skill 3 – “attivismo politico” di Guido Musante
Franzmagazine.com, 25 luglio 2014

2015
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I finalisti: Robert Lisek (Poland), Simon Asencio (France), Vanja Smiljanic (Serbia), Roberto Fassone (Italy), Diego Tonus (Italy), Justin Randolph Thompson (Usa), Styrmir Örn Guðmudsson (Iceland), Jazra Khaleed + Timos Alexandropoulos + Antonis Kalagkatis (Chechnya/Greece), Stefano Faoro + Gregory Dapra (Italy/Belgium)

Il fulcro di questo progetto non è mai stato, quindi, una ricerca di trasversalità e multidisciplinarità di cui riconosciamo l’anacronismo: nessuno di noi curatori crede in una specificità della performance o in una sua appartenenza disciplinare. L’intento era piuttosto di agire dal basso, confrontando prassi produttive e di ricerca considerate tradizionalmente agli antipodi, quelle proprie alla performance art e quelle proprie alle performing arts, e utilizzare questa presa di posizione per muoversi criticamente nella storia e nell’attualità del mezzo-performance […].

Una conversazione con Simone Frangi su Live Works a cura di Sabrina Ciofi
Pizza digitale, 2 aprile 2015

I 3 giorni di Live Works a Centrale Fies […] diventano un’occasione per dare un’occhiata ai territori della performance art emergente. Certo, non per rendere una cartografia esaustiva e completa delle tendenze e tensioni che agitano quegli orizzonti, ma per individuare qualche punto di un certo interesse e per intercettare alcune riflessioni che da qui si possono innescare. Fra questi, un livello particolarmente ricorrente, sviluppato in diverse direzioni e modi, è quello della parola, del testo, del racconto.

Live Works_Performance Act Award vol. 3 di Roberta Ferraresi
Il tamburo di Kattrin, 3 settembre 2015

Nei bellissimi spazi della Centrale abbiamo assistito a due intense giornate di lavori eterogenei che testimoniano di quel respiro volutamente internazionale che contraddistingue la linea del festival […].

Drodesera 2015. Una vena madre per estrarre arte di Marco Menini
Krapp’s Last Post, 31 agosto 2015

per approfondire
Drodesera Live Works. Parte I di Renata Savo
Drodesera Live Works. Parte II di Franco Cappuccio
Drodesera Live Works. Parte III di Renata Savo
Scenecontemporanee.it, 30 luglio-3 agosto 2015
Topi, svastiche, rituali profani. Santiago Sierra presenta alla Centrale Fies un’installazione shock. È lui la guest star del Festival Drodesera, in Trentino  di Mariella Rossi
Artribune, 29 luglio 2015

Continua a leggere…
Il primo speciale Progetti in Festival_VITA NOVA

Live Works_Performance Act Award vol. 3

Live Works è un premio, quest’anno alla sua terza edizione, creato da Centrale Fies con Viafarini e curato da Barbara Boninsegna, Simone Frangi, Daniel Blanga-Gubbay, Denis Isaia. È stato possibile fruire l’esito 2015 nelle 3 serate dedicate dal 27 al 29 luglio durante il festival Drodesera, quest’anno intitolato Motherlode. Ma Live Works è anche un ciclo di residenze (quelle preparatorie, riservate ai finalisti a inizio luglio, più la successiva offerta al vincitore), che si svolgono fra teoria, pratiche, confronto e condivisione. E poi è un progetto di ricerca ma anche di formazione, con The Free School of Performance. Alla fine, appare nel complesso anche come un carotaggio composito e condiviso nel campo della progettualità intorno al linguaggio performativo diretto insieme da due dei più importanti centri italiani per la creazione artistica.
I 3 giorni di Live Works a Centrale Fies – ognuno dei quali ha ospitato 3 progetti finalisti, accompagnati dall’opera di un ospite d’eccezione (Jérôme Bel, Santiago Sierra, Alessandro Sciarroni) e conclusi da Controvena, nuova opera di Riccardo Giacconi, vincitore dell’edizione 2014 – diventano un’occasione per dare un’occhiata ai territori della performance art emergente. Certo, non per rendere una cartografia esaustiva e completa delle tendenze e tensioni che agitano quegli orizzonti, ma per individuare qualche punto di un certo interesse e per intercettare alcune riflessioni che da qui si possono innescare. Fra questi, un livello particolarmente ricorrente, sviluppato in diverse direzioni e modi, è quello della parola, del testo, del racconto.

IL POTERE DELLA PAROLA
Buona parte delle performance finaliste di questa edizione di Live Works parlano al proprio pubblico. In senso stretto e letterale: dialogano, raccontano e si raccontano.

Il lavoro di Riccardo Giacconi è emblematico: lo scorso anno aveva presentato in concorso una performance basata sulla ri-creazione di una testualità perduta, partendo da una traduzione italiana dei frammenti di un diario tedesco (recuperato dal suo bisnonno in una trincea della prima guerra mondiale) e proponendo in scena una nuova versione live del testo originale mancante; nel 2015 è la volta ancora della parola, della biografia, della memoria e del racconto, in quanto al centro di Controvena sono testimonianze del bisnonno dell’artista, inventore di inizio Novecento. Ma la situazione performativa è ancora più scarna: se nel lavoro precedente il fulcro dell’azione era affidato a due interpreti, nella nuova opera non c’è alcuna presenza umana e il racconto è narrato da una singolare macchina scenica, fatta principalmente di luce. Come a testimoniare una focalizzazione ancora più mirata sul potere della parola, sulla sua riscoperta: sull’individuazione della parola come strumento performativo capace di portare alla riattivazione della memoria, da condividere con gli spettatori.

27 luglio: GDSF Gregory Dapra + Stefano Faoro; Simon Asencio; Robert B. Lisek [foto B-Fies: Alessandro Sala, Gianluca Panareo]

27 luglio: GDSF Gregory Dapra + Stefano Faoro; Simon Asencio; Robert B. Lisek

Lo story-telling nella sua versione live e condivisa sembra essere uno dei punti nodali delle pratiche performative del nostro tempo, anche ad esempio in I’ll fly with you di Styrmir Örn Guðmundsson.
Spesso si tratta di memoria storica, perché il percorso di Giacconi richiama nell’uno e nell’altro caso contesti e atmosfere dell’inizio del secolo scorso; ma anche di conoscenza più in generale, basti pensare al lavoro della vincitrice, Vanja Smiljanic, che si concentra sul movimento dei Cosmic People, a quello sul tema della schiavitù di Justin Randolph Thompson, alla ricerca sull’informazione virtuale Jazra Khaleed, Timos Alexandropoulos e Antonis Kalagkatis.
A un raggio di pensiero più ampio, si potrebbe ipotizzare che quello della parola si dimostri uno strumento efficace per tessere in scena dei rapporti fra la dimensione fictional della performance e quella del reale.

FRA PERFORMANCE E REALTÀ
La scelta di Roberto Fassone è particolarmente rappresentativa in questo senso. Chiamando in causa la vertigine dell’ampio spettro performativo disegnato da Richard Schechner, in cui quello artistico è solo uno dei punti di un arco piuttosto lungo che raggiunge anche le pratiche performative quotidiane, in Gold Digger è in scena come performer una (vera) avvocato a difendere le ragioni del progetto davanti alla (vera) giuria del premio. La performance non solo si svolge eminentemente sul piano del parlato, ma più specificamente si fonda sulla parola detta, sul flusso che genera e sulla sua efficacia.
Un rapporto così pregnante con la dimensione della realtà, fonte e fine ultimo, fra gli altri, della pratica performativa, sembra naturalmente al centro anche dei lavori già menzionati e di altri che ci apprestiamo a riprendere su un livello ulteriore.

IL PROCESSO “NEL” PRODOTTO
Se si osservano i propositi e le funzioni con cui la parola è scelta e usata come mezzo espressivo, ad un livello più profondo si può notare un altro elemento condiviso di un certo interesse: sono numerosi i lavori che, attraverso la voce, il racconto, il dialogo, parlano di se stessi e più specificamente delle qualità o modalità del processo sperimentato per la loro attuazione.

28 luglio: Styrmir Örn Guðmundsson; Justin Randolph Thompson; Jazra Khaleed, Timos Alexandropoulos e Antonis Kalagkatis

28 luglio: Styrmir Örn Guðmundsson; Justin Randolph Thompson; Jazra Khaleed, Timos Alexandropoulos e Antonis Kalagkatis

Lavorano in maniera esplicita su questi territori, tessendo un legame di un certo spessore con la dimensione della realtà, Jazra Khaleed, Timos Alexandropoulos e Antonis Kalagkatis: in Poetry is just words in the wrong order vengono proiettate frasi scelte da tweet archiviati secondo certi hashtag (legati al conflitto in Siria) e versi di poesie scritte in inglese da donne arabe, anche interagendo con il live twitting del pubblico. Nel frattempo, un performer coglie il frammento del discorso che compare sul video, completandolo di senso, ma la sua voce è udibile a tratti anch’essa, perché contrappuntata dal rumore di fondo, che richiama in modo piuttosto esplicito il brusio del discorso che si percepisce ogni giorno dentro e fuori dal web. La performance, in questo caso, è un processo, costruito live insieme agli spettatori.
Ci sono esperienze, poi, in cui il racconto diventa la testimonianza unica e ultima, irrinunciabile per – non solo creare – ma riattivare, richiamare o rievocare la performance vera e propria in scena; che diventa resoconto da condividere del processo artistico (spesso ancora in atto), narrazione in primissima persona che si immerge, superando qualsiasi biografismo, nell’esperienza della creazione, punctum in un fluire su cui lo spettatore può affacciarsi per qualche momento. La performance di GDSF Gregory Dapra + Stefano Faoro lavora su questi fronti, portando in scena le modalità d’approccio al lavoro, dagli “ingredienti” dell’opera a un racconto che riflette sulla sua messa in pratica, concentrandosi in particolare sulle articolazioni e caratteristiche dello spazio performativo.

29 luglio: Diego Tonus; Roberto Fassone, Vanja Smiljanic

29 luglio: Diego Tonus; Roberto Fassone, Vanja Smiljanic

Di più, il lavoro di Simon Asencio, senza il suo racconto in Turbina, non sarebbe stato altrimenti particolarmente fruibile: il suo bel discorso a filo di proscenio sull’invisibilità (riflessioni, barzellette, storie e aneddoti) rimanda non solo alla performance che ha realmente svolto a Fies nei giorni di festival (un’intelligente considerazione sul senso del lavoro artistico, per cui Asencio, con il nome di Jessica, si è offerto come collaboratore a pagamento per le attività che lo richiedevano, con tanto di contratto), ma anche meta-artisticamente alla situazione performativa stessa, nel momento esatto in cui veniva agita in scena (l’invisibilità del vero progetto in concorso).
Ma qualcosa di simile si potrebbe dire anche di Vanja Smiljanic, la vincitrice: la performance presentata a Fies è un’apertura temporanea su un’indagine di ampio respiro, che dura da diverso tempo e mira a concludersi nel 2017; e The Anthem of the New Earth/Remastered espone, con la guida dell’autrice, una serie di materiali di diversa provenienza e linguaggio intorno al percorso di indagine che sta svolgendo.

OLTRE LA PAROLA
Al di là del focus che si è voluto seguire in queste righe, sul potere e il senso della parola performata, anche i lavori di Live Works che non si inseriscono a pieno nel contesto dello story-telling mantengono comunque una grande attenzione per il loro radicamento negli interstizi fra la dimensione performativa e quella della realtà, storica o quotidiana: basti pensare a Diego Tonus, il cui intento era quello di mescolare alla folla alcuni sosia delle persone legate alla strage di “Charlie Hebdo”; o alla costruzione live dell’azione sonora di Robert B. Lisek, accompagnata dai movimenti di due performer.

Ma qui si possono richiamare anche i lavori presentati dagli ospiti che hanno accompagnato ciascuna giornata di Live Works: l’ipnotico Turning di Alessandro Sciarroni, che concretizza a detta del coreografo un nuovo orizzonte per la sua ricerca, null’altro è se non la rotazione del performer-danzatore (lo stesso Sciarroni) sul proprio asse. Niente di più semplice. Ma l’azione, nella sua purezza performativa ed esattezza (a-)significante, sprigiona una poesia e un senso di grande spessore: la danza diventa una pratica del corpo che chiama a sé esplicitamente la fisica e la psicologia, le scienze naturali e le arti della visione; il movimento, allo stesso tempo plasticissimo e astratto, non ha alcun senso se non in se stesso, e per questo apre a moltissimi altri percorsi di fruizione, che siano a base interpretativo-speculativa, o solo contemplativa, o altro ancora.
L’apertura e il minimalismo dei progetti di Sciarroni danno vita a un’opera in cui il processo è il prodotto stesso, come si può leggere nel corpo dell’interprete, man mano che ruota su se stesso e nello spazio, mentre muta piano, si affatica lentamente, si trasforma irrimediabilmente.
Così anche nel singolare 1000 di Jérôme Bel, dove i numerosi performer contano in coro da 1 fino al numero che dà il titolo al lavoro: anche qui il processo è il prodotto, la performance è il percorso da fare insieme nella sua creazione e nella sua fruizione, l’oggetto d’arte è la trasformazione graduale e sensibile dei suoi partecipanti.
Il senso della performance (teatrale, artistica, rituale, quotidiana, eccetera) è che cambia chi la fa, come anticipava decenni or sono Schechner. Più in dettaglio, sia chi la agisce che chi la guarda. In effetti, al di qua e al di là del limite arbitrario e tendenzioso dello strumento-parola – scelto come tema in questo articolo per ricorrenza, ma non certo con mire di esaustività –, forse è proprio questo il punto.

UN PASSO INDIETRO: LA PERFORMANCE NELLA (NOSTRA) STORIA
Ci sono epoche in cui i diversi campi e linguaggi dell’arte sembrano avvicinarsi, approssimarsi, fino quasi a fondersi o almeno a confondersi: dove la musica diventa immagine, l’azione si fa plastica e suono, la figura si scioglie in mille rivoli di linguaggio e di senso. Lì, artisti di diversa provenienza, formazione, esperienza si trovano spesso a lavorare gomito a gomito. È stata la stagione dell’avanguardia storica − pensando ad esempio al Cubismo, al Futurismo, alla Russia o alla Germania del primo Novecento, fino a Dada − e quella della seconda avanguardia (Fluxus e gli happening).
Non è un caso, forse, che sia proprio nei territori della performatività, dell’arte dal vivo, che ogni volta sembrino riunirsi artisti, visioni e linguaggi. E che la spinta che li conduce a quel punto di condivisione si possa presumibilmente considerare, fra molte altre, quella della ricerca di un rinnovamento del senso e della funzione dell’arte che predilige la qualità del processo creativo, da un lato, e che, dall’altro, sperimenta inedite modalità di relazione con il proprio pubblico.
Si potrebbe dire, alla fine, che quei momenti apicali in cui artisti e arti di diversa natura si incontrano nei territori della performance siano provocati e auspicati da ragioni profondamente (anche se non sempre letteralmente) politiche: avvicinare in modo diverso chi l’arte la fa e chi la fruisce, produttore, spettatore e opera − basti pensare, di nuovo, al senso di movimenti come Dada o Fluxus.
Di questi tempi − complice senza dubbio la new wave di internet, che ci abitua a forme di fruizione diverse, immediate, interattive e partecipate −, sembra che le diverse arti tornino a guardarsi più da vicino, quasi a toccarsi, a collaborare e intrecciarsi. E, di nuovo, il campo della performance dal vivo sembra vivere un nuovo momento di trasversale attenzione. Forse proprio perché − in teatro, nell’arte, nella musica, o altrove − la performance sembra offrire la possibilità di cambiare chi vi partecipa, cioè chi la interpreta, attuandola, e chi la guarda, facendola.

Roberta Ferraresi

foto e video: B-Fies
Alessandro Sala: GDSF Gregory Dapra + Stefano Faoro; Simon Asencio; Styrmir Örn Guðmundsson; Justin Randolph Thompson; Roberto Fassone, Vanja Smiljanic
Gianluca Panareo: Robert B. Lisek; Jazra Khaleed, Timos Alexandropoulos e Antonis Kalagkatis; Diego Tonus

MEIN HERZ Drodesera XXXIII

Quest’anno l’appuntamento trentennale di Centrale Fies con la performing art prende una nuova forma, contaminando la sua fisionomia canonica di festival per diventare un organo vivo, un cuore pulsante al centro di una programmazione eterogenea nella quale forze diverse e contrastanti fanno circolare il sangue, riempiendo il centro di quel corpo cavo, ampio e spazioso che è il mondo delle arti dal vivo.

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MEIN HERZ [26 luglio_03 agosto 2013] sceglie di chiamare a raccolta il meglio della scena italiana ed alcuni dei più importanti centri di creazione che lavorano nel campo delle performing art in tutta Europa, modificando il proprio formato per spingersi oltre la propria funzione storica di vetrina delle avanguardie.

Da anni Fies svolge infatti un ruolo costante e prezioso di incubatore, sostenendo la produzione italiana e la circuitazione delle energie creative del nostro paese. Per questo lavoro di diffusione, ha ricevuto nel tempo diversi riconoscimenti a livello internazionale e quest’anno una delle artiste della Factory di talenti creata e promossa negli ambienti della Centrale, Francesca Grilli, è stata scelta per rappresentare il nostro paese alla 55esima edizione della Biennale di Venezia.

Non a caso la quasi totalità dei lavori che saranno presentati alla XXXIII edizione di Drodesera è coprodotta da Centrale Fies: a partire dai nomi più celebri di Motus, Ricci/Forte, Stabilemobile Compagnia Antonio Latella ad alcuni dei più importanti talenti che si sono recentemente imposti all’attenzione internazionale quali Alessandro Sciarroni e alcuni artisti della Factory (Francesca Grilli, Pathosformel, Teatro Sotterraneo, Codice Ivan), fino ad alcune delle novità più fresche ed intriganti del nostro panorama come Quiet Ensemble, Mara Cassiani, Enrico Pantani. Uno sguardo e una cura particolari sono stati riservati ai trentini Mali Weil, che elaborano una nuova idea di concept-store in collaborazione con l’interior e product designer Liviana Osti e l’architetto Luca Bertoldi, anch’essi trentini; al cantautore di nuova generazione P o P_X e all’artista visivo altoatesino Michael Fliri. Artisti che fanno della contaminazione e del superamento della tradizione la loro bandiera, mescolando senza soluzione di continuità i linguaggi e disgregando senza timori i confini di genere.
A impreziosire le serate del festival due presenze d’eccezione, a cominciare da quella della Socìetas Raffaello Sanzio/Romeo Castellucci, che riceverà il Leone d’Oro alla Carriera a Venezia il prossimo 2 agosto. Ritorna a Dro invece, dopo il folgorante L’effet de Serge presentato a WE FOLK! lo scorso anno, l’umorismo magico di Philippe Quesne/Vivarium Studio (FR).
Altro ritorno infine per CollettivO CineticO, compagnia ferrarese che si sta affermando tra le migliori proposte nel campo della performing art in Italia, che porta nove ragazzi in scena in uno spettacolo-documentario sui teenager.

Tuttavia, il fulcro di MEIN HERZ non potrebbe trovarsi altrove che nel suo cuore: la grande novità di questa edizione saranno infatti le tre serate centrali, nelle quali gli ambienti di Fies si apriranno ad altrettante realtà italiane ed europee che ne abiteranno integralmente la programmazione.
Lunedì 29 luglio toccherà a CODALUNGA, innovativo polo del contemporaneo creato e gestito con grande coraggio a Vittorio Veneto da Nico Vascellari, di ritorno dalla straordinaria collaborazione con Robert Wilson e Marina Abramovic al Luminato Festival di Toronto. I protagonisti della serata saranno Cesare Feudi e La Belva Psicadelica, GGP, Sissy Biasin, Ninos Du Brasil.
Martedì 30 sarà la volta delle performance di Francesca Banchelli, Valentina Curandi / Nathaniel Katz, Sabina Grasso, Giovanni Morbin, Serena Osti, Luca Pucci / Franco Airaudo / Emanuele De Donno, Anne Sophie Turion, finalisti di LIVE WORKS_ performance art award, un premio per le arti performative nato quest’anno dalla collaborazione di Centrale Fies e il centro di documentazione milanese Viafarini DOCVA: una giuria di addetti ai lavori sceglierà il vincitore dalla rosa dei cinque progetti, selezionati a partire dai 285 pervenuti e ospiti della Centrale in residenza creativa nel periodo precedente la premiazione.
Mercoledì 31 luglio sbarcheranno a Fies da Vienna gli artisti di BRUT, tra i centri per la produzione di performing art più all’avanguardia del continente: in programma tre prime nazionali con Florentina Holzinger & Vincent Riebeek (A/NL), Barbara Ungepflegt (A), Michikazu Matsune (A/J) e il ritorno in Italia del sorprendente Zachary Oberzan (USA/A), membro del collettivo newyorkese Nature Theater of Oklahoma e autore dell’acclamato Your Brother. Remember?.

Ad un centro temporale del festival corrisponderà del resto anche un preciso centro fisico: la temporary gallery di MEIN HERZ. Da anni vera cassa di risonanza del tema del festival, anch’essa rifletterà infatti la natura innovativa di questa edizione, portando nel cuore della Centrale non un insieme di opere e di artisti, ma la rappresentazione stessa della sua essenza: un unico lavoro performativo/installativo, creato ad hoc da Francesca Grilli abiterà infatti la Galleria Trasformatori, fulcro dell’edificio, alla ricerca della disciplina ‘teatrale’ che viene custodita tra le sue pareti, esaminandone l’anatomia strutturale e considerandola come un corpo vivo nel quale le pareti diventano l’ossatura, le luci la pelle, le tende le palpebre che chiudono e svelano la visione.

Come ogni anno, nell’ottica di totale ascolto e rielaborazione dei codici e dei segni del contemporaneo, la realizzazione dell’immagine di MEIN HERZ è stata ideata in collaborazione con un artista “esterno”: il 2013 è l’anno di Giovanni De Pol, fondatore di DEAD MEAT – brand/progetto collettivo che lavora con la moda attraverso modalità e pensieri mutuati dalla filosofia, dall’arte e dalla letteratura – che ha il grande talento di trasformare in immagine “un pensiero critico e la radiografia di una generazione”.

Oltre 50 artisti presenti, 35 lavori (di cui ben 23 prodotti da Centrale Fies), 12 prime nazionali, per una full-immersion da non perdere nelle nuove frontiere della creazione contemporanea.

Nel Parco della Centrale – al quale sarà sempre consentito liberamente l’accesso – ogni sera un dj set animerà il dopo-spettacolo del festival, insieme alla presenza ormai fissa di alcune delle migliori realtà del panorama enogastronomico locale che permetterà al pubblico di conoscere ed apprezzare i prodotti del territorio.
Drodesera è come sempre realizzato nel rispetto assoluto del prezioso ambiente naturale che lo circonda: per questo non è consentito l’accesso alla Centrale con mezzi privati, ma l’organizzazione mette a disposizione del pubblico un servizio di bus navetta gratuito, attivo tutte le sere, partenza da Piazza Repubblica a Dro (vedi INFO).
Le prenotazioni agli spettacoli sono aperte: data la grande richiesta, è consigliabile riservare sin d’ora i biglietti chiamando lo 0464 504700, scrivendo a prenotazioni@centralefies.it o direttamente on-line su www.vivaticket.it (il servizio prevede un costo di prevendita di € 1,50).

Ad anticipare il debutto di MEIN HERZ, due preview in programma mercoledì 17 dalle 17 a Bolzano presso la sede di franzmagazine (Via Catinaccio 7) e venerdì 19 dalle 19 presso il Bar Locos (Via Valbusa Grande 7) di Rovereto, seguite da un aperitivo inaugurale: insieme alla crew di Centrale Fies, sarà presente la compagnia trentina Mali Weil che presenterà l’innovativo concept-store realizzato ad hoc per il festival.
L’opening di MEIN HERZ è prevista invece per il giorno precedente l’apertura ufficiale, giovedì 25 luglio, con la performance di live painting a cura di Enrico Pantani. A seguire dj set (entrambi gli appuntamenti sono ad ingresso libero).

centralefies.com

Folk…what?! Attraverso l’edizione 2012 del festival di Centrale Fies

We Folk! non è soltanto una pressione estetica, un riferimento a una linea, l’innesto di un trend. Certo a Fies ci sono la musica e i pretzel, i krampus, i cowboys, riti quasi sciamanici, più o meno magici e tutto il resto, ma come dice la direttrice Barbara Boninsegna (leggi l’intervista) «quello è soltanto un mezzo: il “folk” sta per “noi”, per noi popolo…». Così l’edizione 2012 di Drodesera, più che uno degli eventi da non perdere dell’estate dei festival, diventa un’occasione preziosa per andare a scoprire cosa si crea e come si lavora tutto l’anno a Fies, ex centrale idroelettrica incastonata fra montagne e laghi del Trentino da qualche anno riconvertita a spazio per l’arte contemporanea.

Perché il folk – termine anglosassone che sta appunto per “popolazione”, “gente”, “persone” – che si ricerca da queste parti è legato piuttosto alla condizione esistenziale che ci troviamo a vivere oggi. Al festival di Dro avevano cominciato due anni fa a interrogarsi sulla crisi che domina questo post-capitalismo sempre più in affanno: l’edizione 2010, Thirtysomething, si dedicava alla condizione dei trentenni dei giorni nostri, mentre l’emblematico titolo della successiva – Caracatastrofe – tentava di riassettare i termini di quella crisi (certo economica e culturale, ma anche intima, individuale) verso orizzonti affettivi più morbidi. Quest’anno, dopo analisi e ragionamenti, indagini, pensieri, invece il festival si presenta piuttosto con un’azione vera e propria: “we folk!”, una reazione possibile alle difficoltà dell’arte ma anche della vita, un invito all’incontro fra percorsi diversi, per rivedere insieme le possibilità di intervento e di modificazione del reale.

Cosa tiene insieme la lucidità sfiancante di Folk-s, opera di Alessandro Sciarroni che a partire dai balli tradizionali sudtirolesi sfiora gli orizzonti cangianti della body art, e la ricerca di Motus, che al festival si presenta con un primo passaggio “spaccato in tre” e sperimenta tutti i margini, anche i più estremi, delle relazioni fra le persone e dei dispositivi di controllo? Cosa lega il primo approccio di Codice Ivan con il Requiem di Mozart al tagliente e raffinato attraversamento sul turismo di Mk, al Fassbinder degli Artefatti, che porta in scena il futuro ormai monumento, immaginato nel boom degli anni ‘60? Un passato non ancora assorbito – sia esso estetico, culturale, sociale – e la progettazione concreta di un futuro possibile, di strategie alternative per l’arte e per la vita, collassano nell’urgenza dell’interrogazione del presente che ci troviamo tutti a condividere; l’accento, ogni volta a suo modo sorprendente, è sulla necessità di ripartire, per disegnare quei nuovi orizzonti, proprio dalla sostanza della e delle comunità – è “popolo” il gruppo di infaticabili danzatori di Folk-s, le frange di femminismo sospese fra narrazione e teatro di figura nel nuovo lavoro di Marta Cuscunà, così come l’autorialità esplosa di Alterazioni Video o i giocatori degli street-game di Invisible Playground che per qualche giorno hanno popolato il centro di Dro.

Lontano dalla vocazione politica delle stagioni hot della contestazione, ma anche dalla successiva contrazione intimista che dal boom degli anni ‘80, tutta luccicante, si era in parte traghettata a questo inizio millennio, in quest’epoca post-ideologica artisti e opere sembrano svincolarsi tanto dalla vocazione utopica (che spesso si è risolta nella creazione di realtà parallele, autonome e isolate) che dall’accettazione dello stato di crisi permanente. Ma non è un teatro che invoca la rivoluzione o si spinge a scuotere con forza le esistenze; piuttosto è una scena che intende prendere atto e farsi carico delle condizioni attuali per poi immaginarvi tracciati inediti, per ritornare a progettare altri modi di fare arte, di vivere e lavorare, per rivedere i termini intorno a cui possono coagularsi individui e comunità. Magari non riesce, magari i tentativi sono destinati a fallire, magari non c’è nessuno che ascolta – ma lo scarto, forse, si trova nella capacità di portare in scena l’urgenza di inventare strategie alternative in tutta la loro concretezza, di mostrare quanto la trasformazione sia una possibilità prossima, un’opzione a portata di mano, di corpo e di testa, reale quanto la crisi che ci circonda. Recuperando i fili del passato e della memoria – siano essi quelli della grande Storia o delle micro-vicende personali, dei tempi remoti o di quelli più prossimi – pare che gli artisti si ritrovino a concentrarsi sul reale, a proporre modificazioni concrete e dirette di quello che già esiste, che si condivide e attraversa ogni giorno.

Sedimentano così entrambe le linee, collettività e individuo, come polarità di una stessa tensione che sembra voler proporre nuove forme artistiche e modi di produzione, quando non addirittura di vita e relazione. I gruppi assomigliano a variopinte tribù, ognuna irriducibilmente differente dall’altra, ognuna con le proprie radici più o meno maestose e la propria strada battuta – ma tutte insieme presenti con una profonda volontà di incontro. La collettività che si forma e si rigenera ogni giorno a Centrale Fies (e non solo), multiforme e mutante, è forte delle specificità che mette in gioco, che si attraggono e si avvicinano, si contaminano e continuano a battere la propria pista in una dimensione di confronto e dialogo che potrebbe essere il segno profondo di questo luogo e di questo festival. E questa potenza potrebbe partire da qui, innervarsi su altre forze e incontrare idee ulteriori, per andare fuori a trovare quanto di “folk” è rimasto da intercettare, per – non tanto immaginare o sognare – continuare tracciare insieme nuovi piccoli segni di un altro modo di creare, vivere e lavorare.

Roberta Ferraresi

Contenuto pubblicato su Doppiozero.com

Le immagini sono di Alessandro Sala (B-Fies)

 

Cosa c’è dietro We Folk?

Un’intervista a Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi per conoscere il lavoro che tutto l’anno si svolge a Centrale Fies

Drodesera: una decina di giorni di spettacoli, concerti, mostre che quest’anno accoglie il nome di “We Folk!”, “noi, popolo!” – un titolo che può diventare un’occasione per conoscere non solo il festival di Centrale Fies ma anche il progetto di una struttura che ha voluto investire sulla continuità e su un lavoro di residenza che dura tutto l’anno, su modalità di lavoro sostenibili e, non ultimo, sugli ambienti (fisici, ma anche artistici e umani) che qui si rigenerano ogni anno.

Thirtysomething > Caracatastrofe > We Folk! cos’è successo in questi 3 anni?
Barbara Boninsegna: Abbiamo iniziato nel 2010 indagando la crisi dei trentenni. L’anno scorso con Caracatastrofe abbiamo provato un’accezione più leggera, pensandola come cambiamento possibile… e quest’anno abbiamo deciso di raccoglierci tutti quanti in un We Folk! …e di sperare realmente che le cose vadano meglio. Qui andranno meglio – ne siamo sicuri.
Dino Sommadossi: I tre momenti sono un percorso che cerca di interpretare quello che succede, una condizione esistenziale difficile: con Thirtysomething quella dei trent’anni, con la difficoltà di avere un progetto di vita; anche Caracatastrofe si riferiva a questa condizione, ma in quel caso si trattava di accettarla e provare a interpretarla in positivo.
Quest’anno invece c’è un’azione forte: We Folk!, “noi popolo!”, noi siamo popolo. Anche l’innovazione – quando ha radici, quando è portatrice di valori – fa comunque parte della cultura popolare. È un discorso sulla tradizione, sull’innovazione… sull’invenzione della tradizione. La temporary gallery 2012, ad esempio, indaga su radici antiche, su miti, maschere e riti… Anche all’interno degli spettacoli ci sono rimandi in formati diversi, che – piuttosto che con quelli standard del teatro – hanno a che vedere con riti più o meno sciamanici, con la vita, con quello che pensiamo della nostra vita.
Drodesera è anche questo: non programmazione, non solo un festival – quanto piuttosto un gruppo che si riconosce e trova la propria identità nell’arte e nella cultura contemporanee; e questa identità significa anche rapporti personali, progetti di vita, tentativi di vivere bene e, perché no?, ricerca di felicità. Ecco cos’è questo progetto, lo è sempre stato.

Nella storia di Drodesera, a un certo punto, si è affiancata un’attività sempre più continuativa e permanente: Centrale Fies ha deciso di investire in un percorso che non è soltanto esposizione o vetrina rispetto all’arte e alla cultura.
B.B.: Innanzitutto il luogo ci ha dato una mano molto forte: avere una struttura stabile che permette di essere vissuta ci invoglia – chiaramente con molta incoscienza – a renderci attivi tutto l’anno.
D.S.: Poi c’è da dire che il festival ha sempre cercato di produrre, pur in condizioni… come dire… non istituzionalmente dedicate, senza finanziamenti specifici. Ci sono compagnie nate e sostenute dal festival che sono diventate realtà importanti; ci sono giovani artisti prodotti da noi che hanno trovato strade di un certo significato. Ma c’è una condizione di cui occorre rendere atto: il ruolo del Ministero dei Beni Culturali col famoso Patto Stato-Regioni, un finanziamento che nel nostro caso ha dato origine alla Factory, progetto che ci ha fatto fare un gran salto, perché per la prima volta abbiamo avuto delle risorse supplementari – piccole per il sistema, per noi importanti – che ci hanno permesso di sperimentare un progetto fortemente innovativo, credo unico in Italia, e che hanno dato la possibilità ad alcuni gruppi – allora 5, attualmente 7 – di avere una continuità, senza obblighi e senza legami. Così alcuni di questi giovanissimi artisti, grazie al loro talento ma anche alle condizioni sia economiche che di servizi che siamo riusciti a mettere in campo all’interno della Centrale (dall’ideazione allo sviluppo fino alla realizzazione e vendita di un progetto), sono riusciti a diventare una parte del rinnovamento della scena italiana.

Su cosa state lavorando con la Factory? Idee per il futuro? Desideri, utopie?
B.B.
: Fin dall’inizio il mio desiderio è stato quello di arrivare a realizzare residenze come andrebbero fatte: oltre il vitto e l’alloggio, oltre lo spazio, la scheda tecnica e tutti gli aspetti legati alla produzione, vorrei che per chi sta qui fosse garantita una paga e le giornate contributive. Questo è quello che vorremmo arrivare a fare… e ce la faremo, con qualcuno della Factory ad esempio l’abbiamo già fatto. Però vorremmo diventasse una regola: l’artista viene in residenza e gli vengono pagate le giornate lavorative, perché sta lavorando – è importante che questo venga riconosciuto come un lavoro.
Invece per quanto riguarda le produzioni future, proprio in questo momento stiamo cercando di capire con gli artisti della Factory quali siano i loro nuovi progetti: con Pathosformel c’è già un’idea, così anche come con Teatro Sotterraneo. Poi, in questi giorni Codice Ivan ha realizzato un lavoro sul paese e Leo (Leonardo Mazzi, ndr) raccontava di quanto sia stato importante per loro: con la residenza vivono qui da tre anni e nessuno sa chi siano, mentre dopo quest’esperienza le persone hanno cominciato a conoscerli. È un tipo di legame che loro come abitanti di Dro-Fies possono costruire con gli abitanti di Dro-centro: potrebbe essere un’idea coinvolgere tutta la Factory… Ma, come in tutte le proposte, non voglio impormi su niente e nessuno: se sono stimoli che nascono da loro li accetto volentieri, io provo a lanciare qualche idea – se vengono colte mi fa piacere, se non vengono colte mi fa piacere lo stesso.

Pur essendo in questo territorio da diversi anni, il vostro lavoro oggi ha base a Fies, una località piuttosto lontana dal centro di Dro. Ma quest’anno sembra che il festival stia lanciando dei ponti e degli stimoli verso il paese…
B.B.: Intanto c’è da dire che il festival nasce a Dro: è il festival del paese e della comunità. Inizialmente veniva fatta una programmazione molto popolare, come del resto era il teatro di ricerca di 30 anni fa; così come anche delle iniziative assieme al pubblico, dalle feste ai giochi… Si lavorava direttamente con la gente del paese: un esempio – non ultimo – è che molti artisti venivano ospitati nelle case della gente di Dro. Il festival nasce così.
Poi. Poi il tempo passa, il teatro cambia, il paese cambia poco e noi riusciamo a avere questa struttura. Qui investiamo tutto quello che prima portavamo nelle piazze, non essendo in grado – innanzitutto economicamente – di portare avanti una doppia programmazione. Nel frattempo a Dro nascono altre iniziative, il paese non è sguarnito; per cui ci diventa anche difficile riproporre qualcosa in centro, non troviamo il modo giusto per andarci con quelle che sono in questo momento la nostra poetica e la nostra linea. C’è qualche anno di buco – vuoi per le economie, vuoi perché non abbiamo ancora capito come rapportarci nuovamente al paese.
Tre anni fa realizziamo Corpi d’oro – e qui devo ringraziare Virgilio Sieni che mi ha aiutato ad entrare in contatto con alcune persone del paese: 4 donne che sono venute qui in residenza a preparare quel lavoro, stando con noi fino al debutto. Per cui cominciamo con Virgilio: dopo Corpi d’oro, nel 2010 c’è stato Wunderkammern, un percorso nelle case di alcuni abitanti del centro. Lì capisco che c’è un modo diverso per riagganciarsi alla comunità. Quest’anno con i progetti speciali siamo riusciti a coinvolgere più di duecento persone: il collettivo di fotografia Cesuralab ha ritratto i volti delle persone delle famiglie di Dro, i giovani nei loro luoghi di ritrovo, i gruppi sociali del territorio; mentre The city of happiness di Codice Ivan è un lavoro su dieci famiglie piuttosto rappresentative di quella che è la comunità in questo momento. Con Invisible Playground invece si opera su un altro versante, che è quello del gioco: abbiamo in programma alcuni street-game, cui speriamo che la gente partecipi… altrimenti vedranno qualcuno giocare davanti alla fontana della nostra piazza.

Drodesera 2012 è “We Folk!”: qual è la vostra declinazione di “folk”?
B.B.: Cos’è una declinazione di “folk” se non noi stessi in questo momento? Io, te e Dino con le sigarette e il registratore… e un “grigliato” speriamo corretto sul tavolo! Ecco il folk che noi ricerchiamo quest’anno. Poi ovviamente ci sono i krampus, i cowboys e i pretzel, ma quello è soltanto un mezzo: il “folk” sta per “noi”, per noi popolo… per loro che arrivano con 4 albicocche nella borsa per andare a fare le prove; per la signora che passa a chiedere informazioni sul festival; per il ciclista che si ferma perché ha sete, pensa di trovare un bar e scopre che invece c’è un teatro.
Questo per me è folk in questo momento – in questo momento… sempre!
D.S.: Il nostro folk di quest’anno credo sia l’opposto del folk banale, kitsch e falso che viene proposto ai turisti per inventarsi un territorio. Qui si tratta di rapporti veri, di radici profonde. Da questo punto di vista è un festival molto folk, molto autentico. E popolare perché siamo popolo anche noi.

Questo contenuto fa parte del progetto DreamCatcher: TK + WorkOfOthers per We Folk! Drodesera 2012 – Centrale Fies

Le immagini sono di Alessandro Sala (B-Fies)

Avere trent’anni sì, ma solo se si è a Dro

foto di Samuele Stefani

Un manichino con la mano puntata alla testa, come se avesse una pistola, fa il segno di uccidersi: in realtà ha solo trent’anni, è ancora giovane. È questa la grande immagine appesa alle mura della suggestiva Centrale Fies di Dro, in provincia di Trento: il modello anatomico creato dal gruppo teatrale Pathosformel, per il suo ultimo lavoro La prima periferia, è rappresentativo del festival di arti performative arrivato quest’anno proprio al suo trentesimo anniversario. A trent’anni si entra in pieno diritto nell’età adulta, si dovrebbero avere delle responsabilità, ma soprattutto si dovrebbe avere chiarezza sulla propria esistenza, chi si è, che ruolo si ha nella società, dove si sta andando e porre delle basi, che siano stabili, per iniziare a costruire non il futuro, ma il proprio presente. Ma questo manichino non sembra essere felice della sua età, tutt’altro: forse proprio perché oggi a trent’anni si chiede di esser equilibrati, di portare alla svolta la propria vita. Ma con i tempi che corrono nel nostro presente, e i giovani lo sanno bene – ma sembrano saperlo solo loro –, è duro ritrovarsi nell’età in cui tutti si aspettano una stabilità, è duro ritrovarsi ad avere trent’anni.

Drodesera – come viene chiamato – ospita nella sua settimana di festival – che va dal 23 luglio al 1 agosto – diversi gruppi teatrali della nuova generazione, ossia artisti che sono in pieno attraversamento/avvicinamento/superamento dei trent’anni: una cifra che pone un marchio su dei prodotti, artistici, che parlano della realtà vista da un trentenne e quindi una realtà ancora da migliorare ma su cui soffermarsi a riflettere. Le compagnie presenti nel primo fine settimana di festival affrontano temi quali la ricerca di un contatto tra chi riesce a sopravvivere in un mondo post-umano che sembra abbandonato come in I will survive di Garten, l’evoluzione e quindi come saranno i nostri avi nel futuro con L’origine della specie di Teatro Sotterraneo, la comunicazione del nulla e il paradosso esistenziale in NO-SIGNALdi Teatrino Clandestino e il meraviglioso nei gesti quotidiani in Wunderkammern di Virgilio Sieni. Chi si allontana dal mondo dei giovanissimi è Romeo Castellucci che, con la sua Societas Raffaello Sanzio, mostra con lo studio Sul concetto di volto nel Figlio di Dio (Vol.1) un mondo dove Cristo guarda indifferente la sofferenza dell’uomo o il gruppo veneto Anagoor che con Wish me luck si addentra nella dorata esistenza di Fortuny e dei suoi tessuti veneziani.

La Centrale Fies – luogo raggiungibile solamente con una navetta che rende ancora più auratica e suggestiva tutta la sede – ospita questa rassegna tra le montagne, con sale attrezzate e perfette per assolvere il compito di spazi scenici. L’atmosfera è frizzante e lo dimostrano la grande affluenza di pubblico e la convivialità che unisce operatori, artisti e appassionati intorno ad un gustoso bicchiere di vino trentino o ad una crêpe: ci si ritrova dopo gli spettacoli, se ne discute, si commenta e si balla anche grazie ai diversi dj che ogni sera animano la notte. Dro punta ai giovani e ai trentenni che, ancora in fase di crescita, hanno possibilità di migliorare la propria ricerca, trovare un confronto presentando i loro studi o lavori artistici già completati ad un pubblico attento e critico. E allora il manichino può trovare una gestualità diversa: il suo dito puntato alla tempia potrebbe anche suggerire la sua intelligenza. Tutto dipende da che punto di vista lo si guarda.

Visto a Drodesera festival, Dro

Carlotta Tringali