Elena Conti

Elena Conti laureata in Storia dell’Arte al Dams di Firenze, ha conseguito la magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro allo Iuav di Venezia con una tesi sulle pratiche di trasmissione teatrale. Ha lavorato con la Compagnia Virgilio Sieni e con il centro di ricerca artistica CANGO Cantieri Goldonetta di Firenze. Collabora con Il Tamburo di Kattrin dal 2010.

Un racconto danzato tra finzione e realtà

Recensione a La storia inauditaNuDi Nuova Danza Indipendente

Storie di uomini e donne, storie di corpi, anime e “teste”. Teste a pera e teste a mela è il racconto allegorico del giornalista e scrittore Dario Fertilio che, oltre a rubare un benevolo sorriso nel momento in cui ne viene pronunciato il titolo, ha fornito suggestioni alla coreografa Laura Pulin nella creazione del suo ultimo lavoro, La storia inaudita. L’opera, messa in scena con la compagnia NuDiNuova Danza Indipendente, ha rinnovato il sodalizio artistico Fertilio-Pulin inaugurato nel 2007 con Canto. Il balletto, partendo dalle atmosfere del testo di Fertilio, è stato sviluppato dalla coreografa come un “racconto danzato di fantasia e libertà”. Una sorta di burattinaio accoglie lo spettatore in sala con un cartello di benvenuto. Questa figura marionettistica, interpretata dall’attore Enrico Caro, segue le evoluzioni della storia e ne determina i cambiamenti, “ci apre alla sua giostra” – racconta la Pulin durante l’incontro organizzato al Teatro Toniolo –, “è lui il macchinista che fa sì che tutti i suoi pupazzetti funzionino bene”. In un susseguirsi di duetti frammezzati dall’intervento di questo deus ex machina, i danzatori attivano un meccanismo relazionale che procede per toni lievi e ironici, sfruttando la musica e gli elementi scenografici come mezzo o prolungamento dei propri gesti. Le semplici e leggere strutture di legno vengono manipolate dai ballerini, si fanno ostacolo o rifugio in cui l’uno può trovare protezione dall’altro. I protagonisti della storia sono Klaus e Inessa. Le coppie si moltiplicano sulla scena dando vita a una danza che riflette sulle dinamiche affettive tra uomo e donna, come l’incontro, il distacco e il ricongiungimento ma lasciando sempre inalterati i tratti distintivi dei personaggi, un lui vestito di bianco e una lei di rosso.L’identificazione dei soggetti con determinati colori, l’assunzione di tematiche di coppia, indirizzano inevitabilmente a studi psicoanalitici sul genere, ma la coreografia non consente tali approfondimenti. I danzatori con i loro sorrisi si fanno complici dello spettatore e il lavoro della Pulin sembra risolvere il conflitto tra i sessi nell’epidermica affermazione della donna-ballerina. Che questo avvenga per scelta poetica o per sentire soggettivo, la danza femminile si appropria della scena e la brava Marta Zollet ne diviene la protagonista. Il flusso delle coppie si placa nel momento in cui appare, di fronte ai giovani danzatori, una coppia di anziani. La pacificazione è raggiunta là dove incomprensioni e difficoltà sono ormai state superate. La risoluzione generazionale è l’ultimo tassello di un lavoro che formalmente appare impeccabile; il processo della vita si dispiega con linearità e chiarezza, ma il tutto procede tramite accenni senza mai consentire di toccare l’apice o la profondità dell’animo umano. Ma questa è la favola di Laura Pulin e il suo messaggio mira a ricordare ad ognuno di noi di cogliere sempre gioia e felicità dalla propria storia inaudita.

Visto al Teatro Toniolo, Mestre

Elena Conti


L’Otello emozionale del Balletto di Roma

Recensione a OtelloBalletto di Roma

Foto di G.Orlandi

Mentre le tragedie shakespeariane continuano a porsi al centro dell’attenzione di registi e coreografi, la loro rilettura diviene fonte di aspettative e curiosità dello spettatore. Il coreografo Fabrizio Monteverde, alla guida del Balletto di Roma, è tornato, a distanza di quindici anni dal primo lavoro sul tema creato con il Balletto di Toscana, a confrontarsi con l’Otello, in una lettura che approda alle dinamiche emozionali e psicologiche del soggetto. Lo spettacolo comincia mescolando e lasciando nell’ambiguità la tradizionale triade Otello-Cassio-Jago, interpretati rispettivamente da Giovanni Ciracì, Placido Amante e Marco Bellone. Danzatori e danzatrici si presentano in lunghi cappotti neri che, foderati di tessuto rosso, vengono rivoltati dalle ballerine come a porre in gioco la dualità uomo-donna, passione-dolore. Una pluralità di “Otelli” e “Desdemone” sembra affollare la scena. Le danze di insieme lasciano scivolare in secondo piano le vicende della tragedia shakespeariana, focalizzandosi invece su relazioni umane, come l’amore, la passione e la conflittualità, analoghe al rapporto tra i due amanti. Solo con l’ingresso del fazzoletto bianco, simbolo dell’allusotradimento, la coreografia di Monteverde consentirà allo spettatore di tracciare un filo rosso con l’opera originale. La scena è caratterizzata da un’unica passerella vicino al fondale a identificare un porto di mare in cui intrecciare le vicende del generale e della sua amata, fino al tragico epilogo.

Foto di G.Orlandi

Questo luogo ospiterà infatti il corpo senza vita di Desdemona, interpretata da Claudia Vecchi, e sempre qui avverrà il pentimento del furioso Otello. Di notevole bellezza la scena finale dell’uccisione e del (rim)pianto, in cui il resto della compagnia si accosta ai protagonisti con fare corale, con accumulazione di gesti ripetuti che lasciano trasparire dai corpi, per un breve istante, un’interiorità bauschiana. L’opera non manca di scene in cui la retorica classica sembra prendere il sopravvento anche a causa dell’eccessiva enfasi musicale, sulle pagine di Antonín Dvořàk, ma l’Otello di Monteverde si aggiunge alle possibilità di rappresentazione della tragedia, in cui la danza continua ad affermare il suo primato nel rivelare gli impulsi dell’animo umano.

Visto al Teatro Toniolo, Mestre

Elena Conti

Storia che viene. Storia che va

foto di Andrea Cravotta

La grottesca giostra della Storia continua a porre in luce conflitti di una civiltà  che contrappone buoni a cattivi, libertà a sottomissione, trovando nella guerra l’accentuazione di tale opposizione. Il teatro risponde a questo attacco continuando a parlarne. Parla di guerre l’Accademia degli Artefatti, diretta da Fabrizio Arcuri, e lo fa partendo da  Shoot/Get Treasure/Repeat di Mark Ravenhill. L’origine di quest’opera, ormai nota e mitizzata, vide, nel 2007, il drammaturgo inglese comporre 17 pièces revisionando in chiave contemporanea alcuni testi classici sul tema della guerra, da Omero a Euripide, da Dostoevskij a Brecht. La saga teatrale viene ripresa da Arcuri. Dieci sono i frammenti che l’Accademia degli Artefatti mette in scena. Appare abbastanza complesso tutto il meccanismo e per non mandarlo in tilt, il Teatro Metastasio Stabile della Toscana ha proposto una kermesse di due giorni nella quale presentare consecutivamente le dieci pièces di Spara, Trova il tesoro e ripeti.

Il secondo ciclo si è aperto con la rappresentazione di Delitto e castigo seguito da Paradiso Perduto, Nascita di una nazione, Terrore e miseria per chiudersi con l’Odissea. Gli episodi si sviluppano in un susseguirsi fluido di contrasti umani. La pazzia della guerra prende le mosse da situazioni specifiche come nella prima pièce. Delitto e castigo racconta di un interrogatorio di guerra che nel suo evolversi sprofonda nella psiche umana, nella crudeltà dell’invasore che, giustificato dalla sua missione di aver portato libertà e democrazia in un Paese, pretende che gli venga riconosciuto il diritto di appropriarsi di ciò che ha

foto di Andrea Cravotta

liberato. Ma la vittima, sembra dirci il regista, non è solo colui che si trova in territori occupati.  Come in un processo dai labili confini, vittima diviene anche il soldato sottoposto a decisioni a lui superiori, decisioni incontestabili che gli faranno perdere ogni contatto con la vita. L’ipocrita logica dei portatori di pace, la messa in scena di un’ipotetica giustizia sfumata di razzismo e repressione, si fa dettaglio per addentrarsi nelle frustrazioni della vita di una famiglia borghese con Terrore e miseria. Se un ingannevole spiraglio di salvezza viene dichiarato in Nascita di una nazione nell’appellarsi dell’uomo all’arte come ultima via d’uscita,  Arcuri non tarderà, con Odissea, a riportare in auge domande quali Chi porta la libertà a chi? Chi ha così tanta democrazia da poterne regalare un po’? Con lo sguardo rivolto sempre verso lo spettatore, gli attori  sembrano voler rendere ogni soggetto consapevole delle proprie colpe e della propria inerzia. Il regista ci lascia al di qua della scatola scenica che si fa “specchio” del pubblico, come in Delitto e castigo, ma allo stesso tempo ne definisce il limite del suo intervento. Illusorio coinvolgimento è ciò che emerge da ogni pièce. Gli attori si muovono tra le gradinate del teatro, consegnano carta e penna agli spettatori (Nascita di una nazione), lasciano che questi si sentano chiamati in gioco, responsabilizzati, per poi annullarne ogni valenza, tornare alla messa in scena, alla distanza e passività dello spettatore. Nella drammaturgia frammentata le parole si fanno portatrici delle più varie sfaccettature anche se non viene mai meno la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un conflitto tra Occidente e Oriente raccontato dalla posizione di un occidentale. Come in una battaglia navale, la kermesse ha visto un dileguarsi di persone nel susseguirsi delle rappresentazioni, come a volerci ricordare il limite di accettazione delle nostre responsabilità o sopportazioni.

Visto al Teatro Fabbricone di Prato il 31 gennaio 2010

Elena Conti