Redazione

10 Domande a… Emanuele Valenti

Emanuele Valenti

Incontriamo i registi presenti al festival Primavera dei Teatri per rivolgere le nostre “10 Domande a…”. Uno scambio di battute brevi ma prettamente significative per conoscerli meglio. Risponde Emanuele Valenti, regista della compagnia Punta Corsara, che è presente a Primavera dei Teatri con Il signor di Pourceaugnac.

1. Come definirebbe il suo teatro?
Un teatro di fine settimana come gran parte del teatro giovane italiano in questo momento (sorride, ndr.)

2. Che cos’è il teatro di ricerca?
Un teatro che è tante cose. Sicuramente è quello che si pone in maniera dialettica con la società nella quale abita, che si pone delle questioni che ci riguardano. Anche se ci sono tanti tipi diversi di teatro di ricerca, è un teatro che tenta di trovare un senso, dalla messinscena di Goldoni a una drammaturgia originale che si occupa di urbanistica; l’importante è che sia fatto bene, di qualità.

3. Come lo spiegherebbe ad un profano?
Tenterei di non spiegarglielo, ma lo farei venire a teatro

4. Il signor di Pourceaugnac in una frase.
“Questo Paese è un po’ sospetto”

5. Che cos’è per lei Primavera dei Teatri?
Un festival molto importante a cui sono legato per tantissimi motivi e un momento di grande senso per il teatro in Italia

6. Se la sua vita fosse uno spettacolo teatrale chi sarebbe il regista?
Sarebbe uno spettacolo senza regista

7. Lo spettacolo che le ha cambiato la vita?
Sono tanti gli spettacoli che sono stati importanti. Tre studi per una crocifissione di Danio Manfredini; Il ritorno di Scaramouche di Leo de Berardinis; il lavoro di Workcenter Grotowski di Thomas Richards; gli spettacoli di Enzo Moscato; il Baldus di Teatro delle Albe; Il sacro segno dei mostri sempre di Danio Manfredini… Non è uno spettacolo, sono tanti!

8. Uno scrittore che metterebbe in scena o a cui chiederebbe di scrivere una drammaturgia per lei?
Kurt Vonnegut

9. Potendo scegliere: teatro come sede della compagnia o nomadismo?
Teatro sede della compagnia

10. Quali sono le possibilità che il teatro possiede e che lo fa essere un’arte fondamentale?
E’ il luogo di una presenza necessaria in questo tempo di ubiquità

 

Punta Corsara nasce nel 2007 come progetto della Fondazione Campania dei Festival e fino al 2010 cura la programmazione di teatro, danza e laboratori artistici per il Teatro Auditorium di Scampia insieme a un percorso di formazione per attori, organizzatori e tecnici da cui nasce un gruppo di 13 ragazzi che oggi costituiscono la Compagnia Punta Corsara. Da gennaio 2011 il gruppo si costituisce come associazione culturale indipendente; conduce Capusutta, il laboratorio teatrale per adolescenti a Lamezia Terme con la direzione artistica di Marco Martinelli e porta in tournée Il signor di Pourceaugnac per la regia di Emanuele Valenti. Per il lavoro svolto nel primo triennio, il progetto Punta Corsara ha vinto il premio Hystrio – Altre Muse 2010 e il Premio Speciale Ubu 2010. (Biografia gentilmente concessa dal sito primaveradeiteatri.it)

10 Domande a… Alessio Pizzech

Alessio Pizzech

Incontriamo i registi presenti al festival Primavera dei Teatri per rivolgere le nostre “10 Domande a…”. Uno scambio di battute brevi ma prettamente significative per conoscerli meglio. Risponde Alessio Pizzech, presente a Primavera dei Teatri con Che disgrazia l’intelligenza!

 

 

 


1. Come definirebbe il suo teatro?
Un teatro di relazione

2. Che cos’è il teatro di ricerca?
È il teatro stesso

3. Come lo spiegherebbe ad un profano?
Il teatro è ricerca, non è una forma estetica, è una condizione

4. Che disgrazia l’intelligenza! in una frase.
Il tentativo di mettere un punto in un punto della vita

5. Che cos’è per lei Primavera dei Teatri?
Un luogo lontano perché sembra lontanissimo, ma in realtà vicino; vicino nel senso che ce l’hai nell’anima.

6. Se la sua vita fosse uno spettacolo teatrale chi sarebbe il regista?
Io insieme al destino

7. Lo spettacolo che le ha cambiato la vita?
Saul
di Vittorio Alfieri con Renzo Giovampietro e Il Signor Puntila e il suo servo Matti di Bertolt Brecht con Glauco Mauri

8. Uno scrittore che metterebbe in scena o a cui chiederebbe di scrivere una drammaturgia per lei?
Neve
di Maxence Fermine

9. Potendo scegliere: teatro come sede della compagnia o nomadismo?
Non so scegliere, non posso scegliere: quando sei nomade cerchi un luogo e quando l’hai trovato cerchi di nuovo di ripartire. Sono due facce della stessa medaglia.

10. Quali sono le possibilità che il teatro possiede e che lo fa essere un’arte fondamentale?
La trasformazione

 

Biografia di Alessio Pizzech
Nato come attore, si divide oramai da più di dieci anni tra la regia lirica ed il teatro di prosa, in particolare di un teatro di testualità che parli del presente e dei grandi temi mitici dell’uomo. La sua attenzione lo ha portato ad approfondire in particolare la drammaturgia  francese  di Jean Cocteau, Camus, Michel Azama e Bernard Marie Koltès di cui ha messo in scena ben quattro testi teatrali. Ha lavorato molto sulla formazione dell’attore e in questi anni sta approfondendo un teatro di parola e di testo che prenda le mosse dal corpo dell’attore con un gruppo di giovani attori che lo seguono. Recentemente si è confrontato con un teatro politico portando in scena il libro di Pietro Grasso dal titolo Per non morire di mafia. Sta inoltre lavorando su due soli (uno per attore ed uno per attrice) del drammaturgo francese Phlippe Minyana. (Biografia gentilmente concessa dal sito primaveradeiteatri.it)

 

 

La Tosse fra continuità e rinnovamento. Intervista a Emanuele Conte

Kronoteatro - "Pater familias"

Emanuele Conte, alla direzione del Teatro della Tosse dal 2007, ci porta dentro le modalità di lavoro, gli obiettivi e le funzioni che può avere un Teatro Stabile privato in rapporto alla propria città. Prima con la collaborazione di Massimiliano Civica (2007-2010), ora con quella di Fabrizio Arcuri, Conte ha deciso di portare avanti il lavoro su più livelli a partire da un unico, sostanziale desiderio: tenere il teatro più aperto possibile. Andiamo a vedere come, anche in rapporto alla rassegna Pre-visioni, che vede quest’anno la propria prima sperimentale edizione.

A partire dal 2007 al Teatro della Tosse è successo qualcosa. Volevamo innanzitutto chiederle quali sono gli elementi di continuità e quali invece di rinnovamento.

Intanto va detto che la volontà del cambiamento manifestata da tutti è stata fondamentale, perché i mutamenti o li governi o li subisci. Naturalmente la morte di Emanuele Luzzati è stato uno degli elementi non voluti, ma inevitabili – questo sicuramente in qualche modo ci ha modificato molto come persone, nel lavorare… È stato uno dei segnali dell’inevitabilità del cambiamento: stiamo parlando di un Teatro che aveva più di trent’anni di vita.
Altro elemento di riforma: la trasformazione, nel 2005, da Cooperativa in Fondazione, struttura che prevede una stabilità e che ha portato il Teatro della Tosse a diventare di proprietà dello Stato. Possono sembrare dettagli tecnici, ma in realtà possiedono ricadute enormi sul processo di lavoro: per esempio, questo passaggio ci ha obbligati a dotarci di un patrimonio mobiliare e immobiliare la cui gran parte consiste nelle opere che Luzzati ci ha lasciato. Quindi gli obiettivi della Fondazione non corrispondono soltanto a fare spettacolo o a promuovere la cultura in tutte le sue forme, ma anche a mantenere vivo il lavoro di questo grande artista. Infatti, il 2007 è stato un anno di profonda transizione, interamente dedicato al suo lavoro: sono stati realizzati una mostra itinerante – composta non solo di disegni, ma anche di scenografie vere e proprie – che si è mossa da Genova a Torino e a Roma, e poi anche numerosi spettacoli, fra riprese di sue scritture e lavori inediti che utilizzavano le sue idee sceniche.

Ma non ci siamo fermati lì. In seguito, abbiamo accolto per tre anni come co-direttore artistico assieme a Tonino Conte, Massimiliano Civica, che ci ha rimesso in contatto con le realtà del teatro emergente nazionale – dimensione che si può considerare anche in relazione all’essenza della storia del Teatro della Tosse, che si è distinta in gran parte per l’ospitalità di grandi spettacoli, italiani e stranieri. Un altro elemento del lavoro con Civica corrisponde al discorso sulla creazione di una compagnia stabile di giovani, che hanno lavorato e sono cresciuti con noi per tre anni. Questi attori, oltre ad essere impegnati nelle creazioni della Tosse, hanno avuto l’opportunità di completare il proprio percorso formativo lavorando ogni anno con registi diversi (Claudio Morganti, Marco Manchisi, Valerio Binasco).

Quando ho assunto la direzione artistica, credo di aver voluto lavorare su alcuni elementi di continuità con la storia del Teatro della Tosse. E penso che sia anche importante avere la possibilità di cooperare ogni tre anni con un collaboratore artistico – per questa stagione e per le prossime due è Fabrizio Arcuri, con cui stiamo consolidando il lavoro con i gruppi internazionali – per non perdere il contatto con quello che è l’esterno. Credo sia importante per il Teatro della Tosse non rischiare di chiudersi in se stesso, nei suoi ricordi e nella sua storia, ma mantenere sempre dei punti di contatto con il teatro nazionale e internazionale.

Uno degli elementi che mantengono la tradizione del Teatro della Tosse è quello di essere un teatro d’apertura – che è anche testimoniato dal fatto che abbiamo un pubblico con un’età media bassissima (l’80% è sotto i 40-45 anni). In questo contesto si collocano anche gli spettacoli in estiva: creazioni itineranti che richiamano grandi numeri di spettatori; secondo me, hanno il grande vantaggio di fare un teatro rispettabile, nei contenuti e nelle idee, raggiungendo un grande pubblico che diversamente non andrebbe a teatro. Non escludo che questa freschezza del nostro pubblico non derivi anche dai contatti che riusciamo a conquistare con gli spettacoli estivi, dove in 15 giorni ci son 6-7 mila presenze.

Suite case – “A4”

Nei termini di questa recente trasformazione, come è cambiato il rapporto della Tosse con il pubblico e con la città?

Una cosa di cui sentivo molto il bisogno era quella di aprire il teatro il più possibile: il teatro deve essere un servizio, deve essere una casa aperta. Per cui abbiamo avviato corsi di recitazione, di scenografia, di movimento, di maschere, di teatro per bambini… E poi abbiamo aperto la terza sala del Teatro in una nuova veste, in forma di locale: il progetto de La Claque in Agorà che è attivo dal 2009 e possiede una propria identità e con cui abbiamo cercato di mantenere una dimensione separata da quella del teatro strettamente inteso. Al di là che si tratta di un percorso interamente auto-sostenuto, che non dispone dei finanziamenti pubblici, ci ha permesso di raggiungere un pubblico diverso, attraverso un altro tipo di programmazione – musica, teatro comico, cabaret, bizzarrie, serate di varietà – che lavora sempre e solo in seconda serata. In questa sede abbiamo avuto l’opportunità di veicolare il nostro materiale informativo anche a un pubblico che si muove diversamente.

Per quanto riguarda il rapporto con la città, credo che ora il pubblico senta di nuovo la nostra presenza; gli ultimi anni della Tosse sono stati un po’ difficili, c’era forse un po’ di stanchezza, sentivo che stavamo un poco allontanandoci dalla gente, sentivamo che dovevamo ricostruirci ma non sapevamo come. Adesso mi sembra che la strada sia abbastanza segnata e che possiamo solo crescere.

Una grande importanza per me ha poi il teatro ragazzi, che abbiamo incrementato enormemente. Tutte le domeniche della stagione, prima degli spettacoli, abbiamo attivato dei laboratori gratuiti per bambini, che possono venire nel foyer a giocare nello spazio che ci ha regalato Ikea, o seguire laboratori creativi, che insegnano ad esempio a realizzare strumenti musicali con materiali di riciclo, burattini, a raccontare storie…

Credo sia molto importante che tutto il teatro lavori sempre: chiunque venga in qualsiasi momento fra ottobre e maggio non trova mai solamente una sala utilizzata, perché sta sempre succedendo qualcosa anche altrove… Da una parte c’è qualcuno che prova, dall’altra qualcuno che fa spettacolo, chi prepara una scenografia, qualcuno che suona… Soprattutto quando è cominciata la crisi ho pensato che dovevamo lavorare di più: se si comincia a ritrarsi, non viene più il momento di riaprirsi. È molto pericoloso tirare i remi in barca, perché poi la corrente non sai dove ti porta… e noi ci siamo messi a remare come pazzi! Se hai un patrimonio, un valore – come una Fondazione con questa storia – credo che debba essere sfruttato il più possibile. Sono convinto che quando finirà questo periodo nero chi ha continuato a investire, avrà dei riconoscimenti dal pubblico e dalla gente.

La stagione del Teatro della Tosse è articolata in sezioni con nomi come Appunti sul futuro,  Tradizione della rivoluzione, Movimenti del Presente e Danza con me. C’è inoltre la parte dedicata a Pre-visioni…

Un bel nome che Fabrizio Arcuri ha trovato su un’idea per cui mi batto molto. Al di là delle enormi difficoltà e dei costi, credo che se sei un teatro, seppure privato, hai anche una funzione pubblica, dunque è essenziale trovare il modo di dare la possibilità a gruppi teatrali che non hanno una sede di avere un’occasione di visibilità e anche di incontro come si sta rivelando Pre-visioni. È il primo esperimento di un’idea che intendevo realizzare da tre anni e sono sicuro che possiamo anche migliorare la formula. Ma come primo esperimento lo trovo molto riuscito: fra gli spettacoli che abbiamo visto ci sono cose più o meno finite, che possono piacere o meno, ma in tutte riconosco la dignità di essere viste.

Sono arrivati 51 progetti, fra cui sono stati selezionati i 7 in rassegna. Il bando, per questo primo anno, era aperto – non c’erano parametri specifici oltre quello territoriale – e si è fatta molta selezione sui progetti. L’anno prossimo mi piacerebbe stringere di più. Anche se va detto che abbiamo assunto naturalmente una direzione, nelle fasi di selezione, ovvero quella di valorizzare progetti drammaturgici originali. Mi sembrava importante che questa vetrina si aprisse non solo ad attori e registi, ma anche alle nuove scritture. Fra queste si trovano, per esempio, il progetto di Radio Aut della Compagnia Filò, che abbiamo visto in fase embrionale, così come Vai che sei forte! di Marco Arena e Paolo Fittipaldi che chiude la rassegna – un lavoro che va a ficcare il naso là dove c’è un guasto, nei casi di cattiva amministrazione che sono gli  inspiegabili misteri italiani.

Fra tutte le proposte arrivate al bando di Pre-visioni e quelle selezionate per la rassegna, che idea si è fatto della nuova scena contemporanea ligure?

Innanzitutto va detto che non ho voluto far parte della giuria perché ho troppi legami con il territorio, per cui conosco davvero solo i progetti selezionati.
Quindi, per quello che ho visto finora, devo dire che ho trovato cose molto, molto diverse. In generale c’è un livello tecnico alto, molto buono; dal punto di vista concettuale, invece, devo dire che ci sono contenuti che mi sono sfuggiti.
Altro elemento di continuità si trova nella provenienza degli artisti in rassegna: la maggior parte degli attori proviene dalla scuola dello Stabile di Genova, che è stata una delle più importanti e delle più serie perché aveva la peculiarità di avere insegnanti consapevoli di non dover appiattire gli allievi, credendo nel fatto che ogni attore debba mantenere una propria individualità. Ciò significa che vi si sono formati attori molto diversi fra loro – e forse questo è un elemento che Pre-visioni riflette. Poi va detto che, assieme al lavoro dello Stabile, c’è stato proprio quello della Tosse, che negli ultimi dieci anni ha sempre prodotto una decina di nuovi spettacoli l’anno che coinvolgevano moltissimi artisti della città. Ci sono state figure importanti, come quella di Luzzati o di Tonino Conte, che hanno sicuramente segnato molto i giovani del territorio: credo che tutti questi artisti sparsi per la Liguria abbiano intersecato in qualche modo il lavoro nostro e dello Stabile, due entità che hanno creato numerose affiliazioni. C’era molto lavoro a Genova, per cui tanti attori provenienti dalle diverse parti d’Italia poi si sono fermati qui; dunque c’è tanta professionalità e molto materiale in Liguria – attori ma anche scenografi, costumisti… – ed è per questo che Pre-visioni trova una sua ragion d’essere, di venire sviluppata e promossa nei prossimi anni, per farla crescere e darle visibilità.

Roberta Ferraresi / Carlotta Tringali

Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Teatro e Critica

Alla ricerca de L’Operazione: intervista a Rosario Lisma e Andrea Narsi

Andrea Nicolini, Ugo Giacomazzi, Andrea Narsi e Rosario Lisma

Ad aprire la rassegna Pre-visioni del Teatro della Tosse di Genova, è stato invitato lo spettacolo L’Operazione scritto e diretto da Rosario Lisma, che è anche interprete dello spettacolo (proprio nel ruolo del regista-drammaturgo) assieme a Ugo Giacomazzi, Andrea Narsi, Andrea Nicolini e Lino Spadaro.

Questo lavoro, vincitore del premio Nuove Sensibilità 2008, svela i meccanismi, la quotidianità e i guasti del lavoro in ambito teatrale, creando notevoli punti di contatto fra scena e realtà: l’intervista a Lisma e Narsi, oltre a presentare la creazione, si è trasformata in un’occasione per riflettere sui tratti fondanti delle male pratiche nostrane, dentro e fuori il teatro.

Ci chiedevamo, vedendo lo spettacolo, quanto ci fosse di autobiografico nella scrittura e nella messinscena de L’Operazione…

Rosario Lisma: Il progetto è nato da un testo che ho scritto a tavolino, alla vecchia maniera, però considerando chi dovevano essere gli attori: ho scritto questi ruoli pensando già a loro che conoscevo singolarmente e che erano degli amici incrociati in compagnie in cui eravamo scritturati. Ci siamo sempre detti di fare qualcosa insieme, quindi ho pensato subito di riunirli per L’Operazione. Fra l’altro, l’ho scritto proprio sulla spinta di un grandissimo senso di malessere: avevo portato in scena a Genova una riduzione del Don Chisciotte con Andrea Nicolini e cinque elementi strumentali, dei fiati… Uno degli spettacoli più belli che io abbia fatto, però eravamo auto-prodotti, proprio come i personaggi che racconto ne L’Operazione e lo spettacolo se a Genova andò benissimo sia con la critica che con il pubblico, non fu lo stesso nelle repliche successive: soprattutto a Roma, venne pochissima gente. Quello che racconto dunque l’ho vissuto in prima persona. Ovviamente c’era anche una certa rabbia, perché mentre ci sono spettacoli di moda super-premiati ma indirizzati a un pubblico di nicchia, col nostro lavoro vedevamo proprio chiunque – dalla persona anziana al ragazzino – entusiasmarsi per quello che facevamo. Allora ho pensato: forse c’è qualcosa che non va. Avevo addirittura voglia di scrivere una lettera aperta a dei giornali, poi mi sono detto: perché non rispondere con quello che so fare, cioè l’attore, e farne dunque uno spettacolo – capace di denunciare questo ma non solo, anche tutta l’Italia che in generale è un po’ sfasciata… È il Paese dove è nato il fascismo e l’ha esportato, dove è nata la mafia e l’ha esportata, dove è nato Arlecchino servitore di due padroni… Il Paese dei servi e dei padroni: di pochi padroni che sono sempre gli stessi, soprattutto da vecchi, e di tanti servi che pensano più alla scorciatoia e al tornaconto piuttosto che a fare bene il proprio lavoro e difendere la propria dignità. Ecco, avevo voglia di fare uno spettacolo sulla dignità, partendo dal nostro vissuto.

Sempre nel contesto di quella dimensione che abbiamo chiamato per comodità “autobiografica”: ne L’Operazione coesistono diversi registri e linguaggi – addirittura con dei veri e propri “saggi” di diversi generi performativi – ma alla fine gli attori si convincono a procedere secondo il percorso indicato dal regista, che è quello della messinscena tradizionale, addirittura premiata dal critico Marco Mezzasala con il suo interesse in una telefonata…

R.L.: …Mi vuoi chiedere se è un manifesto? Più o meno sì, lo è. Ma non voglio fare l’errore di considerare di avere la verità in tasca, di possedere la soluzione definitiva. È giusto che ci sia il confronto e la cittadinanza per tutte queste forme teatrali – e per altre che ancora non sono inventate o esplorate fino in fondo. Però rivendico il “diritto di tribuna”, il diritto di fare uno spettacolo naturalista che sia anche commedia – perché non se ne fanno più in Italia – dove si ride anche solo per ridere, come faceva Eduardo (che infatti cito), come facevano ridere le commedie di Cechov… Mi piacerebbe che si tornasse a guardare alla risata senza lo snobismo che la intende come qualcosa di serie B. Perché credo che far ridere sia molto più difficile che far piangere. Sono convinto che sia una cosa molto preziosa.
Visto che siamo figli del 2000, la nostra letteratura è anche cinema e quel naturalismo si richiama in parte a quello della commedia all’italiana. Lo spettatore di una volta andava al cinema e vedeva De Sica, Dino Risi, Scola, Monicelli – che parlavano con ferocia del nostro essere italiani, della nostra società disturbata e sconquassata, dove c’era il pesce grande che fotteva il pesce piccolo. Però lo facevano con il sorriso. Quale alchimia migliore ci può essere fra queste cose – il sorriso, il magone o il pianto e la denuncia civile?

Andrea Narsi: È vero che c’è una nuova corrente che è tornata alla commedia, ma l’ha ripresa in una situazione un po’ più televisiva che cinematografica o teatrale. Quindi molto spesso anche idee belle o spunti comici molto interessanti perdono efficacia perché non hanno una struttura drammaturgica forte… La televisione è un’altra cosa, il teatro non ha lo stesso impatto di velocità, ha bisogno di un racconto e a volte la commedia nuova che si fa adesso è una commedia da gag o da sit-com.

Al centro de L’Operazione si trova una riflessione sul ruolo della critica teatrale, per cui volevamo chiedervi, secondo voi, qual è e quale dovrebbe essere il ruolo del critico oggi?

A.N.: Con un testo come questo, all’interno della compagnia c’è una discussione continua che arriva fino a oggi: anche in questo momento facciamo i conti con la critica e i suoi meccanismi. L’Operazione vede nel critico un’opportunità: il rischio più grosso non è andare in scena, ma – una volta avuto l’applauso – che lo spettacolo muoia. La cosa interessante è che quei personaggi non cercano un’approvazione dal critico: «Scriverà anche male, ma l’importante è che scriva» – che è assurdo. Come dice Rosario non è uno spettacolo contro il critico, ma contro il meccanismo che gli si è instaurato intorno.

R.L.: Per esempio Lino Spadaro (che interpreta proprio il ruolo del critico nello spettacolo, ndr) lavora spesso in Russia dove c’è un’altissima attenzione pubblica per il teatro e i critici, il giorno dopo lo spettacolo, fanno un dibattito con il regista e gli attori. C’è sempre un grandissimo rispetto dei ruoli: il critico non può essere quello che consiglia la drammaturgia, quello che determina le scelte… Questo è molto grave e si chiama conflitto di interessi, che in Italia esiste a tutti i livelli ed è ormai costituzionale. Non può essere così anche nel nostro ambito, perché già l’arte in generale ma il teatro soprattutto credo debba essere uno strumento di consapevolezza della popolazione, di crescita umana dei cittadini e che debba andare anche contro il potere. È ovvio che il critico dovrebbe stroncare gli spettacoli, ma deve stare al proprio posto, così come anche l’attore e il regista. Non può che essere da stimolo, può anche indirizzare, ma non travaricare quello che è il proprio ambito, che è molto prezioso.
Oltre a questo, ci tengo a sottolineare un aspetto del nostro lavoro, visto che molti anche del settore ci chiedono: «questo spettacolo parla di noi, come può essere visto anche da chi non conosce il mondo teatrale?». La cosa bella per noi, un grande motivo d’orgoglio, è stato che L’Operazione parla a tutti. Al centro c’è la generazione dei trenta-quarantenni precari, che dovrebbero essere la forza viva di un Paese, ma qui sono mortificati perché la meritocrazia non esiste; che hanno sempre un loro Marco Mezzasala che determina le loro fortune coi mezzucci – lo vediamo anche nella politica… In tutti i settori è così. Certo potevamo fare uno spettacolo sui call-center… Solo che nell’ambito teatrale innanzitutto c’era una conoscenza personale, e poi perché il teatro è l’indice – come la cultura in generale – di una sana democrazia: quando il teatro è malato al suo interno, forse è il sintomo di una malattia ben più grande.

Roberta Ferraresi / Carlotta Tringali

Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Teatro e Critica

Il Papa ha scritto alle Brigate rosse “Vi prego in ginocchio, liberate Moro”

Scaduto l’ultimatum, il Paese vive adesso il dramma dell’attesa
Il Papa ha scritto alle Brigate rosse “Vi prego in ginocchio, liberate Moro”

“Semplicemente, senza condizioni” – La lettera, scritta a mano, conclude richiamandosi al “sentimento di umanità”: “lo ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova” – L’accorato appello di Paolo VI è stato accolto con commozione alla dc – Alla Caritas Internationalis si attende un “segno” dei terroristi

La Stampa Anno 112 – Numero 88 – Domenica 23 Aprile 1978

«Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse, restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’on. Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d’avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile.
«Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo.
«Ed è in questo nome supremo di Cristo che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno ed innocente, e vi prego in ginocchio, liberate l’on. Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni; non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, di un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, né tormentato da superfluo dolore.
«Già troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d’un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell’odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione. E tutti dobbiamo temere Iddio, vindice dei morti senza causa e senza colpa.
«Uomini delle Brigate Rosse lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova».

 

archiviolastampa.it

 

Minacce al giudice che processa Curcio

Minacce al giudice che processa Curcio
di Fabrizio Carbone

La Stampa Anno 112 – Numero 88 – Mercoledì 19 Aprile 1978

«Aldo Moro è stato assassinato e gettato in un lago di montagna», «E’ stata scoperta una base delle Brigate rosse alla periferia residenziale della via Cassia». Queste due notizie, drammatiche, sensazionali, angosciose, sono arrivate quasi contemporaneamente alla de, al governo, agli investigatori, ai giornali, nelle sedi di tutti i partiti. Così è cominciato il 18 aprile 1978, trentennale di un giorno di vittoria e di gioia per la democrazia cristiana. Ieri si sono vissute ore di attesa, di speranza, di sconforto, di dolore, di rassegnazione, di paura, in un’alternanza di pessimismo e ottimismo. A sera era tornata una calma ragionata: le ricerche del corpo di Moro in mezzo alla neve e al ghiaccio del piccolo lago della Duchessa, tra le montagne del Lazio e d’Abruzzo, non avevano dato alcun esito. Restava il volantino numero sette, intestato Brigate rosse, fatto ritrovare sotto la statua di Gioacchino Belli, all’inizio di Trastevere. Un falso? Un diversivo dei terroristi criminali per depistare le indagini dalla base Br trovata in via Gradoli e abbandonata in tutta fretta verso le 7,30 di ieri mattina? L’opinione degli investigatori, degli esperti, dei politici è che il «comunicato», scritto male e con una terminologia diversa dallo stile dei precedenti, sia «buono» al 90 per cento ma che il dattilografo delle Br lo abbia scritto per spostare l’attenzione di polizia e carabinieri da Roma per dar modo ai terroristi di muoversi in tutt’altra direzione. Così, mentre dalle montagne del Reatino giungeva non la certezza assoluta ma una fondata speranza che Aldo Moro non fosse stato assassinato e portato in quei luoghi, i vertici politici e sindacali si mobilitavano. Alle 17,30 tornava a riunirsi la segreteria della federazione Cgil-Cisl-Uil mentre le direzioni della de e del pci allertavano tutte le sezioni del Paese, chiedendo che gli iscritti si tenessero pronti a manifestare, in qualsiasi momento, la solidarietà e la protesta civile e ferma contro l’annunciato atto di barbarie. Questo 18 aprile 1978 ha avuto il suo prologo alle 9,30. Una voce con accento romanesco telefonava a II Messaggero: «Qui Brigate rosse: ci sono due buste in piazza Gioacchino Belli, dietro la statua». A Trastevere, il giornalista Maurizio Modugno, trovava, in mezzo a una copia di Paese Sera, una sola busta rossa. In redazione veniva avvisata la Digos. Un «comunicato» breve, 158 parole, battute da una Ibm elettrica che, ad un attento esame, è risultata avere una «g» difettosa. Una macchina per scrivere diversa e non quella usata in precedenza per gli altri «comunicati»? C’è da dire che anche l’intestazione «Brigate Rosse» con la stella a cinque punte inscritta nel cerchio è rozza, grossolana, rispetto agli altri sei «titoli». Nel testo, costellato dai soliti errori, si legge: « Il processo ad Aldo Moro. Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo “dittatoriale” della de che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della de Aldo Moro, mediante “suicidio”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, altezza mt 1800 circa, località Cartore (Ri), zona confinante tra Abruzzo e Lazio. «E’ soltanto l’inizio di una lunga serie di “suicidi”. «Il “suicidio” non deve essere soltanto una “prerogativa” del gruppo Baader-Meinhof. «Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime. «P.S.: rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, eccetera che sono sempre sottoposti a libertà “vigilata” per il comunismo Brigate rosse».
E’ un comunicato insulso, terribile nella povertà di contenuto e nella violenza delle parole. Scattava così l’emergenza. Il testo del comunicato cominciava a circolare nelle redazioni dei giornali, in Parlamento, nella sede del governo. L’allarme era circoscritto alla zona montagnosa del lago, a 1800 metri di quota. Alla stessa ora in cui la telefonata delle Br al quotidiano romano annunciava il settimo, discusso, comunicato, la signora Nunzia Damiano avvertiva i pompieri perché una vistosa perdita d’acqua scendeva dall’appartamento del piano superiore. I vigili del fuoco intervenivano e sfondavano la finestra del secondo piano di via Gradoli 96. In un attimo si rendevano conto di essere entrati non in un covo ma in una vera base terroristica. Avvertivano la Digos. Alle 10,15 la zona era circondata. Nell’appartamento, di sicuro abitato da un uomo, erano armi e munizioni, bombe a mano, radioriceventi, divise da polizia e, pare, da Alitalia, parrucche, vestiti da donna a decine, targhe false, documenti contraffatti, tute da operai Sip. Una base importante, la prima mai trovata a Roma, abbandonata per una perdita d’acqua. Un colpo fortunato degli investigatori. Le indagini, partite dalla via Cassia, sono state allargate ad un i raggio di circa venti chilometri. Senza esito è risultata una perquisizione nella zona del quartiere Trionfale. Intanto, con tutti i mezzi possibili, si tentava di raggiungere il lago della Duchessa. I dubbi che il volantino fosse un falso o un «diversivo» venivano presi in considerazione. Ma non si poteva perdere tempo. Le squadre di montagna salivano nella zona; partivano automezzi con sommozzatori e canotti. Ma il lago sembrava irraggiungibile. Gli elicotteri constatavano che, sommerso dalla neve, il piccolo stagno era ricoperto da una compatta crosta di ghiaccio. In Parlamento arrivava la notizia che intorno ai bordi qualcuno aveva notato impronte di passi. Passavano — era mezzogiorno — ! minuti di angoscia. Il volantino sembrava autentico e — si diceva — le Br che motivo avrebbero di mentire? Altri replicavano che non si vedeva il motivo perché Moro fosse stato portato lassù, in una zona inaccessibile per molti mesi, isolata da recenti, furiose nevicate. Se volevano assassinarlo — erano i commenti drammatici — l’avrebbero potuto fare dovunque. In quelle montagne era la prigione del presidente della de? Dubbi, speranze, interrogativi. I vertici della magistratura e della polizia, volati in elicottero sul posto, tornavano indietro alle 17. « Ci pare impossibile — dichiaravano — che quel lago possa essere la tomba del presidente Moro. Ma dobbiamo raggiungere la certezza assoluta». Intanto veniva disposta una perizia ufficiale sul «comunicato numero 7» e gli accertamenti sulla base Br scoperta proseguivano con precedenza assoluta su tutti gli accertamenti di «routine». In serata, i periti non erano ancora in grado di chiarire se il «comunicato numero 7» potesse essere definito autentico. Rozza l’intestazione, la macchina usata è Ibm «light italic» (ma ce ne sono quarantamila in tutt’Italia), ma il problema di fondo è che si trattava di una fotocopia di un volantino e non di un originale: maggiore quindi era la difficoltà di lettura delle differenze eventuali. Alle 19 giungeva la voce, poi caduta, dell’arrivo di una «lettera» di Moro a Zaccagnini. In quel momento si riuniva un vertice al Viminale al quale partecipavano coloro che erano tornati dalla perlustrazione in alta montagna. Notizie frammentarie; si accavallavano di ora in ora. Gli investigatori davano importanza al fatto che nella base dei terroristi della via Cassia fossero state trovate sei fotografie, incollate su documenti, di persone che non risultano schedate, né note alla Digos come terroristi o i presunti tali. Veniva deciso che le fotografie fossero diramate dai telegiornali della notte. «Fiancheggiatori» dei brigatisti? Oppure persone come tutti noi che nel piano delle Br, potrebbero svolgere un ruolo che loro stessi ignorerebbero? Ancora domande, ancora risposte vaghe, ipotesi. «Rivolteremo il lago della Duchessa come un calzino — dicono in nottata al Viminale — perché non possiamo avere dubbi». Ci vorranno molte ore, forse giorni. Per ora nessuna prova che Moro e i suoi carcerieri siano stati nella zona.

 

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Ultime da OctoberTest: intervista a Jan Fabre

La Biennale Teatro 2010 di Alex Rigola, articolata in workshop con alcuni dei più interessanti registi della scena contemporanea, sarà seguita da un percorso di documentazione critica, OctoberTest: con il coordinamento di Andrea Porcheddu, ogni laboratorio è accompagnato da un giovane critico, legato a una delle maggiori testate on-line.

Per l’ultima puntata del suo reportage, Lorenzo Donati (Altre Velocità) ha incontrato Jan Fabre, che ha curato Gangster e stiliti, l’ultimo laboratorio della Biennale. La conversazione pubblicata racconta dell’idea di teatro dell’artista belga, segnando la relazione fra il suo percorso e il laboratorio veneziano, toccando alcune delle modalità essenziali di lavoro e andandone ad approfondire alcune linee guida: il concetto di corpo, l’incontro fra le arti, la presenza del performer…

Il potere del corpo vulnerabile – Conversazione con Jan Fabre di Lorenzo Donati (Altre Velocità)
Al termine del quarto giorno di laboratorio abbiamo incontrato Jan Fabre ai tavolini di un bar non distante dai giardini, camminando nei vicoli alla ricerca imperativa di un gelato. Prima un gelato, poi l’intervista, intima Fabre. Il ritmo della conversazione dopo qualche minuto si scioglie, il maestro fiammingo sembra quasi non pensare, sono rare le pause di pensiero per trovare le parole, molte invece le sigarette accompagnate da una bottiglietta d’acqua gassata. A Venezia sono stati cinque giorni intensi, sei ore al giorno che parevano dodici. Partiamo da questi.

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ARTICOLI PRECEDENTI:

Per un laboratorio di osservazione
di Andrea Porcheddu (Delteatro.it)
Venezia: un luogo aperto al confronto. Intervista ad Alex Rìgola
di Andrea Porcheddu (Delteatro.it)

Vedere contro credere. Laboratorio condotto da Romeo Castellucci (12>16 ottobre)
reportage a cura di Roberta Ferraresi (Il Tamburo di Kattrin)
Inneschi: al lavoro sulla presenza dell’attore
Di forza e di contro: la potenza fra congelamento e deflagrazione
I mondi della creazione e il ruolo dello spettatore
Intorno al laboratorio: prima, dopo e oltre. Intervista a Romeo Castellucci

El mal camino. Laboratorio condotto da Rodrigo Garcia (22>26 ottobre)
reportage a cura di Simone Nebbia (Teatro e Critica)
La vitalità organica della cattiva strada: in una stanza con Rodrigo Garcia
La cattività imbizzarrita: frammenti di creazione, sulla cattiva strada
La coerenza delle contraddizioni: Rodrigo Garcia
Hasta pronto. Rodrigo Garcìa a Venezia di Andrea Porcheddu (Delteatro.it)
L’antipedagogia di un laboratorio: intervista a Rodrigo Garcia

Il più mortale dei peccati. Laboratorio condotto da Jan Lauwers (25>29 ottobre)
reportage a cura di Tommaso Chimenti (Scanner)
Un appuntamento con sé: si apre il laboratorio di Jan Lauwers di Andrea Porcheddu (Delteatro.it)
Un microfono su passi di danza. Chapter 1: “Love is truth”
Chapter 2:”The tragedy of applause”
Chapter 3: “The show must go on”
La costruzione di un amore, intervista a Jan Lauwers di Tommaso Chimenti

Laboratorio condotto da Ricardo Bartís (30 novembre>4 dicembre)
reportage a cura di Sergio Lo Gatto (Krapp’s Last Post)
Forma, tiempo y punto de vista: tra i falsi personaggi di Ricardo Bartis
Lo spazio e i suoi fantasmi: la “classe viva” di Ricardo Bartis
Azione e associazione: Ricardo Bartis insegna a essere
Stretti tra tempo e spazio, verso una liberazione. Intervista a Ricardo Bartis

Recitare Amleto e farne una performance. Laboratorio condotto da Thomas Ostermeier (27>31 dicembre)
reportage a cura di Fabiana Campanella (Drammaturgia)
Ostermeier prima parte: lui, loro. Le domande
Ostermeier part II: Warming Up and Storytelling
Ostermeier parte III: Acting with the audience
Intervista con Thomas Ostermeier: i virtuosi del noise

I limiti del teatro. Laboratorio condotto da Calixto Bieito (7>11 febbraio)
reportage a cura di Maddalena Giovannelli (Stratagemmi)
Accordando gli strumenti: all’opera con Calixto Bieito
“Just doing things”: tra Poe e Lou Reed con Calixto Bieito
“A dream within a dream”: una settimana di lavoro con Calixto Bieito
“Provocatore? Tutt’al più un bambino…” – Conversazione con Calixto Bieito

Gangster e stiliti. Laboratorio condotto da Jan Fabre (21>25 marzo)
reportage a cura di Lorenzo Donati (Altre Velocità)
Prologo: Jan Fabre a Venezia in cerca del gangster moderno

Al lavoro con Jan Fabre: esercizi, linee guida e modelli per un “non-metodo”
Verità, cliché, autonomia: chi conduce e di chi partecipa al laboratorio. Intermezzo con due conversazioni