Underwork: una Generazione Sotto

Recensione di Underwork – Babilonia Teatri

Foto di Antonella Tarvascio

Foto di Antonella Tarvascio

Diretti, spregiudicati, violenti: li conosciamo ormai, i Babilonia Teatri. Dopo essere stati impegnati in una lunga tournée, si riavvicinano al Veneto, con un argomento scottante: si parla di lavoro, o meglio del lavoro che non c’è. Ancora una volta si dimostrano all’altezza, ancora una volta sanno scegliere il punto dolente e colpire. Mai quanto oggi la compagnia nata a Verona, nel ‘motore imprenditoriale d’Italia’, sa sfruttare l’occasione e trasportarci nella cruda realtà.

È un’operazione semplice, a prima vista: linguaggio scarno, alternarsi di scene mute accompagnate dalla voce di Liza Minelly e lunghe sequenze di parole, frasi, frammenti di verità, urlati tra i denti e sputati per terra.

Il linguaggio diretto e secco esprime fin troppo chiaramente i disagi di una generazione precaria, una generazione ‘in cerca di’, una generazione ‘sotto’. Lo stile drammaturgico impone un ritmo serrato, un bombardamento di immagini e situazioni, che ricorda vagamente le lunghe sequenze di Milano is burning. Una nuova drammaturgia che ritrae la società, ma non è un acquarello o un bel ritratto ad olio, è piuttosto un graffito, un insieme di schizzi talmente veloci e rapidi da ritrarre solo una piccola parte, un quadro cubista fatto di polaroid che tutt’insieme formano il soggetto fotografato. Non ci si dimentica infatti dei diversi punti di vista dai quali questi tre giovani guardano l’Italia. Metafore e ossimori sono le forme espressive più efficaci: la vasca in cui sguazzi nello champagne è la stessa nella quale ti anneghi; la corona d’alloro per la quale hai tanto faticato, è la stessa che mangi ruminando quando non sai come sfamarti; i cocktail e drink che ti ostini a ingoiare, sono gli stessi che servi  dietro il bancone del bar.

Un’operazione di negazione per affermazione è quanto propongono Enrico Castellani, Valeria Raimondi e Ilaria Dalle Donne; ed è lo stesso senso espresso nella legge Biagi: “Ce n’è/ lavoro ce n’è/ se esci di casa e cerchi lavoro/lavori. Non più chi cerca-trova/ma chi cerca-ha”. Non si parla di disoccupazione, non si parla di non-lavoro, si parla di giovani imprenditori che brindano, si parla di soldi, di cieca determinazione. Si torna spesso su un’affermazione, una definizione: “Bisognerebbe rivedere il termine sul vocabolario: ‘Lavoratore’ è qualsiasi persona che lavora o che è in cerca di un lavoro”. Implicita in quest’affermazione, c’è la negazione totale dell’esistenza di una categoria, o meglio di una generazione al completo. E questa assenza si afferma con la presenza muta sul palco di un attore nei panni di Marco Biagi, allungato in poltrona, per tutta la durata dello spettacolo, immobile ad osservare i frutti del suo lavoro.
Questo non è uno spettacolo di denuncia, non cerca e non propone soluzioni. È uno schiaffo alla realtà. La risposta non è nella formulazione della domanda, ma sta proprio nell’impatto della mano, in quel segno rosso che resta sul volto e non se ne va.

 

 

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