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Benvenuti a Emerald City

Recensione a Emerald CityFanny & Alexander

Foto di Enrico Fedrigoli

La duplicità ha sempre giocato un ruolo molto importante nel lavoro teatrale della compagnia ravennate Fanny & Alexander. Una coppia, la drammaturga Chiara Lagani e il regista-scenografo Luigi de Angelis, che firma insieme l’ideazione di ogni percorso progettuale lungo e complesso: un viaggio dentro un’opera letterale che viene totalmente sviscerata, analizzata e amplificata in tutte le sue infinite possibilità.

Ricomponendo e scomponendo attraverso diverse tappe Il meraviglioso mago di Oz – storia fantastica scritta da Frank Baum all’inizio del secolo scorso e resa ancor più celebre con il film di Victor Fleming – Fanny & Alexander offre la possibilità al pubblico veneziano di giungere a Emerald City, la città utopica abitata da colui che dà il nome al romanzo. La duplicità si presenta sin da subito: gli spettatori non sono semplici osservatori di ciò che succede, ma artefici stessi – forse inconsapevoli – della situazione che si viene a creare; seduti sul palco sono loro stessi un’opera, loro stessi gli artisti e soprattutto diventano gli abitanti della ingannevole città di smeraldo. Ingannevole perché immediatamente il gioco dei rimandi si complica: il mago di Oz, a cui nel romanzo i personaggi rivolgono i loro desideri, trova la sua personificazione in una delle immagini simbolo del potere, niente di meno che Hitler. Posto davanti a uno sfondo spaziale che richiama i quadri/vuoti materici e illusionistici di James Turrell, la geniale coppia romagnola alza la posta in gioco decidendo di mostrare il dittatore, di fronte agli spettatori, in ginocchio: l’interprete Marco Cavalcoli ricorda volutamente l’installazione dell’artista Maurizio Cattelan.

Foto di Enrico Fedrigoli

Immobile e bonario, Hitler rimane in ascolto, diventando una specie di confessore: un tappeto sonoro fatto di voci, preghiere, emozioni e racconti privati in diverse lingue lo avvolge, mentre gli spettatori possono sentire la stessa “sinfonia” – come la definisce Chiara Lagani – tramite delle cuffie che rendono le confessioni ancora più intime. L’attore-dittatore assorbe ciò che gli viene detto riflettendo tutte le emozioni umane attraverso una mimica facciale più comprensibile del linguaggio verbale composto da suoni stranieri, suoni che girano attorno ai concetti di “cuore, cervello e coraggio”, tre virtù dell’uomo. Questa nenia di desideri umani crea Oz, quel grande vuoto a cui i personaggi del romanzo danno una forma differente, secondo il proprio volere. E infatti se nella prima parte il dittatore è più uomo e meno mostro, nella seconda parte di Emerald City l’attore Cavalcoli scompare, lasciando il posto a una proiezione 3D: invitando a mettere degli occhialini verdi – occhiali per la visione in 3D forniti al pubblico all’ingresso del teatro – l’immagine silenziosa di Hitler e alcune scritte proiettate alla parete spingono gli abitanti della sua città color smeraldo a seguirlo. E gli abitanti-spettatori – vinti dalla tecnologia accattivante e dalle fascinose possibilità del video – seguono, come fossero sotto incantesimo, gli ordini di Hitler in tutto e per tutto. Potrebbero riecheggiare qui le parole della famosa canzone The sound of silence di un’altra coppia, Simon & Garfunkel: “e la gente si inchinava e pregava/ al Dio neon che aveva creato. E l’insegna proiettò il suo avvertimento/ tra le parole che stava delineando. E l’insegna disse: ‘le parole dei profeti/sono scritte sui muri delle metropolitane/e sui muri delle case popolari’.”

Fanny & Alexander mostrano il potere dell’arte della persuasione, la pericolosità di immagini e oggetti che attraggono e mandano a casa lo spettatore solo a posteriori conscio di aver partecipato, anche solo per gioco, alla follia di Hitler. Si rabbrividisce al solo pensiero: essere omologato e seguire un dittatore nei suoi folli capricci non è né così improbabile o impensabile né poi così lontano dalla nostra quotidianità come si crede.

Visto al Teatro Universitario Giovanni Poli, Venezia

Carlotta Tringali

La crisi casuale dell’epoca moderna

Recensione a La modestiaPsicopompo Teatro

I sette peccati capitali - Hieronymus Bosch (museo Del Prado)

Tutto inizia da una tavola custodita al Museo Del Prado di Madrid: lo spettatore non può restare passivo, deve muoversi, camminare intorno per poter seguire la storia, cogliere le forme, capire i personaggi rappresentati. Sono i sette peccati capitali di  Hieronymus Bosch, artista misterioso, innovativo e spesso sconvolgente che, nonostante sia ormai trascorso mezzo millennio, non smette di esercitare il suo fascino. Ed è proprio il caotico vitalismo delle sue opere ad ispirare l’ennesima fatica drammaturgica di Rafael Spregelburd, autore argentino che dedica al pittore olandese una eptalogia: sette opere inerenti ad altrettanti peccati dell’era moderna.
Come Bosch ha, con le sue opere, criticato e trasposto in immagine i vizi ed i difetti della sua epoca, svelandone con forza immaginifica il degrado morale e spirituale, così Spregelburd agisce sulla contemporaneità, traducendone la crisi in parola scenica. Un’opera di traduzione che parte proprio dai significati delle parole, alla ricerca di un nuovo vocabolario che possa spiegare l’era che stiamo vivendo: a partire dai sette peccati capitali, che vengono reinventati – e rinominati – dal drammaturgo.

La modestia, così, da «una delle più amabili doti dell’uomo superiore» come la definiva Alessandro Manzoni, viene smascherata di tutta l’ipocrisia di cui è portatrice, assumendo un’accezione completamente negativa: è la scelta di non agire pur avendone le capacità, è lo spreco di un talento e di un’occasione, è una forma, decisamente vile, di egoismo. Ma il testo, tradotto e messo in scena per l’Italia da Manuela Cherubini, è agli antipodi da una lectio moralis: due storie si intrecciano in scena spiazzando continuamente il pubblico, che si trova ad affrontare una struttura drammaturgica quasi surreale, senza dubbio originale,  irriverente e autoironica.

Gli spettatori si trovano a seguire due spettacoli paralleli, l’uno dai toni palesemente cechoviani, l’altro che può ricordare, invece, il teatro di Pinter. Due storie ambientate in luoghi ed epoche diverse – l’una agli inizi del secolo scorso in un paese dell’est, l’altra ai giorni nostri a Buenos Aires – che, per caso, coabitano il medesimo appartamento riprodotto in scena e vengono rivissute dagli stessi attori (Hervé Guerrisi, Alessandro Quattro, Gaia Saitta e Simona Senzacqua), con gli stessi abiti. Si passa da una storia all’altra con disinvoltura, senza dare spiegazioni razionali: il risultato è un cortocircuito narrativo che obbliga il pubblico ad una costante attenzione e lo invita a un esercizio di continua messa in discussione delle proprie certezze. Prendendolo anche un po’ in giro, disseminando nel testo indizi ed elementi che fanno presagire  intrighi spionistici  per esempio, che non avranno alcun sviluppo. Una sorta di MacGuffin hitchcockiano volto a scardinare dal pubblico i luoghi comuni della narrazione e dei generi.
Il testo si arricchisce, così, di infiniti particolari che non hanno alcuna motivazione drammaturgica se non la casualità: è un altro modo di comunicare significati quello sperimentato da Spregelburd, partendo proprio dallo sfruttamento del non-sense per mettere in evidenza che spesso l’assenza di una spiegazione logica, netta e precisa può aprire le porte a una comunicazione più emotiva ed efficace. La modestia è, in qualche modo giustamente inspiegabile, uno spettacolo non da spiegare, ma da capire: perché a essere messa in scena è l’incomunicabilità stessa che mina l’uomo moderno. Liberato dall’oppressione della logicità e della coerenza, il lavoro si fa forte di una leggerezza che trafigge mettendo a nudo gli aspetti più sottili della crisi della nostra epoca.

Psicopompo Teatro regge bene la sfida che il testo del drammaturgo argentino ha lanciato: gli attori, pur con qualche titubanza giustificabile dall’anteprima assoluta di un lavoro che, per le difficoltà che mette in gioco, richiede probabilmente un maggiore rodaggio,  si muovono comunque con agilità tra i diversi personaggi che sono chiamati a interpretare, scegliendo di non cambiare mai troppo. Forse per accentuare ulteriormente lo spaesamento nel pubblico, o forse perché, in fondo, una delle maggiori sofferenze della nostra epoca è la perdita di unicità: cloni di noi stessi e risucchiati dalla spirale del “dover dare un significato a tutto”, abbiamo smesso di ricordare che il più delle volte, nella vita, le cose capitano per puro caso.

Visto al Teatro Giovanni Poli, Venezia

Silvia Gatto

Cyrano: un eroe antiestetico

Recensione a Cyrano de Bergerac – regia di Daniele Abbado, con Massimo Popolizio

«Gli eroi son tutti giovani e belli» cantava Francesco Guccini; ed è un luogo comune ormai così dato per certo, che sembra impensabile immaginarsi un uomo forte, orgoglioso, pronto a lottare per i propri ideali, poeta abilissimo, finissimo pensatore con un nasone così grosso stampato in faccia tanto da doverlo definire: brutto. Forse sta proprio in questo il successo dell’opera di Edmond Rostrand: con Cyrano de Bergerac l’autore francese delinea un eroe reale, grottesco, irriverente, leale e commovente, impacciato nei sentimenti quanto fermo e sicuro nell’affrontare i nemici. Cyrano è un personaggio completo e complesso, «Filosofo, naturalista, maestro d’arme e rime, musicista, viaggiatore ascensionista, istrione ma non ebbe claque, amante anche, senza conquista», si definisce. Vive di contraddizioni, ideali e poesie che lasciano senza parole.Sotto la direzione di Daniele Abbado, Massimo Popolizio riesce senza dubbio a restituire tutte le sottili e fondamentali sfaccettature di questo personaggio. Autoironico e sarcastico, coraggioso e tenero: ogni sua battuta  o gesto regala un’emozione al pubblico, lo fa divertire e commuovere in un perfetto crescendo in cui più l’animo di Cyrano si svela, e più ci si innamora di questo eroe. Grazie alla sublime prestazione di Popolizio – una delle tante, bisognerebbe invero aggiungere -, il grande attore sa far affezionare lo spettatore sinceramente a questo eroe pronto a battaglie inutili, a lottare invano, solo per amore di un ideale, di un orgoglio raro, o di una donna per lui speciale. D’altronde, «Perché battersi solo se la vittoria è certa? È più bello quando è inutile, tra scoppi di scintille» dichiara Cyrano, congedandosi dal pubblico e dal mondo.

Un personaggio spiazzante, che mette in crisi i pregiudizi legati alla figura dell’eroe e, di conseguenza, un millenario canone che vuole la bontà per forza legata alla bellezza. Se il testo di Rostrand non vantasse più di un secolo di vita, si potrebbe definire Cyrano decisamente anti-hollywoodiano, e quindi inevitabilmente attuale: l’ossessione per l’estetica ha fatto forseperdere alla società qualcosa di più importante e meno vuoto. Valori che, ormai dimenticati, suonano come inediti e meravigliosi pronunciati, con virtuosismi poetici, dal povero e grandioso eroe.

Ma l’estetica torna – ormai per assuefazione si potrebbe ipotizzare – a circondare questo Cyrano, con una scenografia (di Graziano Gregori) statica, poco funzionale e convincente, ed una regia, dall’impianto abbastanza tradizionale e ben curato, forse troppo attenta a risolvere le singole scene per offrire una visione forte e d’insieme all’intera pièce. Verrebbe quasi da dire che tutto lo spettacolo poggi sulle spalle di Popolizio, che, coadiuvato da un cast più che decoroso, lo regge dall’inizio alla fine senza mai risparmiarsi.
Istrione
con meritatissima claque.

Silvia Gatto