Giulia Morelli

Giulia Morelli, nata a Parma nel 1986, si laurea in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano con tesi sul teatro britannico contemporaneo. È critica teatrale, studiosa di teatro, drammaturga. Lavora nella redazione teatrale di Rai 5 a Roma e collabora come critico e curatore editoriale oltre che con Il Tamburo di Kattrin (dal 2014) con Hystrio e Sipario. Ha collaborato con diversi teatri e festival nazionali ed esteri, nella produzione, organizzazione e comunicazione (Piccolo Teatro di Milano, YMT UK di Londra, Orchestra del Teatro Regio di Parma, Lenz Rifrazioni – Festival Natura Dèi Teatri). Nel 2014 ha fatto parte della redazione del social-blog della Biennale Teatro di Venezia.

Casa dolce casa. O forse no. L’Europa di Davide Carnevali

Dopo lunga attesa è approdato sul palcoscenico del Teatro India di Roma Sweet Home Europa (8-26 aprile 2015), drammaturgia pluripremiata del milanese trapiantato in Catalogna Davide Carnevali. Dal 2011, anno della composizione, e dopo diverse versioni europee e sudamericane del lavoro, l’opera ha trovato in Fabrizio Arcuri l’artefice della messa in scena italiana, prodotta dal Teatro di Roma. Lo spettacolo, così come la drammaturgia su cui si fonda, si snoda in dodici quadri ed esplora, immergendo le situazioni e i personaggi in un’indeterminatezza inquietante e ambigua, la complessità e la criticità dell’edificazione di un’identità europea. La frammentazione del continente riflette le spaccature che lo sconvolgono: il problema dell’identità non si manifesta solo sul piano della sua definizione nazionale e continentale, ma su scala più universale – generazionale, sessuale, in relazione all’alterità – innescando meccanismi “esplosivi” che mettono alla berlina tutte le contraddizioni di un’Europa che vorrebbe essere “casa” ma che ancora fatica ad accogliere, integrare, porsi in rapporto con ciò che non conosce e non riesce ad assimilare.

Sweet Home Europa - foto di Valeria Tomasulo

Sweet Home Europa – foto di Valeria Tomasulo

Sweet Home Europa, prima parte di un dittico, debutta in Italia ad aprile 2015, ma ha alle spalle un ricco percorso scenico internazionale. Com’è nato il testo e qual è stato il suo itinerario fino a questo momento?
Davide Carnevali – L’idea di testo è nata 5-6 anni fa, nel 2009-‘10. All’epoca vivevo a Berlino e mi interessava molto il problema dell’Europa dal punto di vista della costruzione di un’identità europea al di là di quelle nazionali, lo scontro di culture e quello linguistico: erano questi i temi che volevo affrontare. Contemporaneamente stavo iniziando un percorso creativo con il sistema teatrale tedesco: avevo vinto nel 2009 un premio al festival Theatertreffen, che, come struttura, mi ha seguito, interessandosi a ciò che stavo scrivendo. Così, abbiamo intrapreso un itinerario comune, assieme al mio editore tedesco, Rohwohlt, e alla mia traduttrice. Nel 2011 – anno in cui il testo è arrivato finalista al Premio Riccione Teatro – il Theatertreffen mi ha proposto di presentare il lavoro come mise en éspace al Festival Internazionale di Letteratura di Berlino. Nel 2012 la Schauspielhaus di Bochum, che stava programmando un progetto sull’Europa, ha scelto di produrre il mio testo. Nello stesso anno la Deutschlandradio Kultur, la radio nazionale tedesca, che aveva già fatto un adattamento della mia opera precedente, Variazioni sul modello di Kraepelin, ha adattato anche Sweet Home Europa in forma di radiodramma, diretto da Giuseppe di Maio. Nel 2013 ha avuto luogo la lettura scenica dell’opera al Théâtre du Vieux-Colombier di Parigi da parte della Comédie Française e in Argentina, al ELKAFKA espacio teatral di Buenos Aires, abbiamo portato in scena lo spettacolo.

Dunque, pare che, per un autore italiano, sia più lineare scrivere, produrre e far circolare i propri lavori all’estero, rispetto a quanto accade in Italia.
D. C. – Il sistema tedesco funziona bene per gli autori perché non si vince un premio e si viene “abbandonati”, ma si viene seguiti nel percorso; è un pò quello che adesso stiamo tentando di fare con il Premio Riccione qui in Italia. Quando ho scritto questo testo, inoltre, sapevo che sarebbe stato rappresentato prima in Germania, che avrebbe quindi dovuto avere un respiro internazionale; ero consapevole che per me l’Italia non era più il principale mercato su cui puntare, per cui ho cercato di scrivere un’opera che potesse essere universalmente accettata, che potesse essere interessante anche in contesti culturali molto diversi da quello che ho io come riferimento.

E l’arrivo in Italia come è avvenuto?
Fabrizio Arcuri – L’approdo al palcoscenico romano ha avuto origine, guarda caso, in Francia. Con Davide ci siamo conosciuti nel 2011; ci trovavamo a lavorare per motivi diversi al festival Écrire et mettre en scène aujourd’hui a Caen, in Normandia. Ci frequentavamo: ho letto i suoi testi e Sweet Home Europa mi aveva particolarmente incuriosito per le sue potenzialità sceniche, così, nel 2013, in occasione del festival dedicato alle nuove drammaturgie Tramedautore, al Piccolo Teatro di Milano, ho curato una mise en éspace che a Davide è parsa interessante. Da quel momento ho cercato fortemente una produzione, che il Teatro di Roma ha sostenuto, per realizzare l’intero lavoro che abbiamo presentato in prima nazionale al Teatro India lo scorso 8 aprile.

foto di Valeria Tomasulo

foto di Valeria Tomasulo

Quindi Sweet Home Europa, per lo meno nella sua versione italiana, è un lavoro condiviso, in cui drammaturgo e regista hanno incrociato costantemente i propri percorsi durante il processo creativo che ha portato alla messa in scena?
F. A. – Non direi, abbiamo condiviso alcune fasi, ma lo spettacolo si è generato autonomamente rispetto al suo autore. Davide si pone nei confronti delle sue opere in maniera autorale: consegna il testo a chi dovrà tradurlo in scena, lo affida e questo lo si intuisce dalla natura stessa della sua scrittura. Ci sono stati momenti di confronto e poi Davide aveva già visto la mise en éspace milanese e in quell’occasione ne avevamo parlato, avevamo individuato una direzione comune. La cosa bella è che Sweet Home Europa di Davide può essere trattato come un classico: è molto strutturato e la relazione tra tutti gli elementi della struttura è chiara, non c’è nessuna falla, il testo non ha bisogno di integrazioni: letterariamente è in perfetto equilibrio, le ambiguità, le iterazioni e le variazioni, le aperture sono sempre pertinenti, non necessitano di nessun intervento ulteriore per essere rese intelligibili.

Sweet Home Europa affonda il suo nucleo fondamentale nel tema dell’integrazione (im)possibile, in prima battuta nell’Unione Europea e, nella voluta ambiguità del contesto, anche su scala più ampia. Visti gli accadimenti tragici di questi giorni legati alle migrazioni e al dibattito sull’accoglienza, il testo pare di cogente attualità ed urgenza.
D. C. – Credo che questo testo sia sempre stato urgente; nel momento in cui lo scrivevo era prioritaria la questione della ratificazione della Costituzione Europea da parte dei Paesi membri. Il tema, da migrante intereuropeo, mi stava molto a cuore. Questi argomenti – le migrazioni, l’accoglienza, l’integrazione – trascendono la contingenza storica e sul lungo periodo si rivelano sempre attuali. Indubbiamente, sembra che il testo sia stato scritto in un dato momento, per una data situazione, ma non è così. Due anni fa, come dicevo, è stato fatto un allestimento del lavoro in Argentina e anche là è risultato attuale, per ragioni però diverse da quelle per cui risulta attuale oggi, qui a Roma.

Il testo si articola in una struttura complessa, scandita in dodici quadri, attraverso i quali i personaggi, in perenne transizione da un ruolo a un altro, spesso antitetico, attraverso un uso della lingua calibrato, che spesso riprende immagini scritturali, genera un’ambiguità profonda, crea spaesamento e pare opporre due diversi sistemi di pensiero – quello occidentale, spiralizzato in astrazioni e concettualizzazioni, e per opposizione quello di matrice non razionalista, concreto, aderente alla realtà delle cose, che trova il suo emblema nella “parabola” del branzino, che del resto, mette in circolo un simbolo cristologico.

foto di Valeria Tomasulo

foto di Valeria Tomasulo

D. C. – Il problema di fondo è quello dello scontro di culture, fra quella europea in opposizione a quella extraeuropea, ma proprio a partire dal conflitto identitario all’interno dell’Europa stessa. Preferisco che i personaggi vengano individuati sulla base del potere che detengono (quindi, nel caso dei personaggi maschili della pièce, uno lo ha, l’altro no – il personaggio femminile non ha mai potere), che non su quella della provenienza (europeo vs. non europeo); il loro rapporto è mantenuto ambiguo proprio per questo. L’ambiguità identitaria è quello che cercavo nel momento in cui vincolavo questi contenuti alla loro forma testuale, nella determinazione di chi è il personaggio e di quanti sono i personaggi. Essa è necessaria per mostrare a livello formale l’ambiguità delle identità, della loro costruzione. Il potere di cui parlo è un potere in primo luogo linguistico: noi vediamo il mondo come lo esprimiamo nel linguaggio. O meglio: esiste un’omologia strutturale tra come esprimiamo il mondo nel linguaggio e come lo interpretiamo. Il potere che ha in mano l’uomo è primariamente un potere linguistico, prima ancora che economico, di prestigio sociale o politico. Chi ha più potere linguistico ha in mano la “chiave” per imporre la propria visione del mondo, che diviene così egemonica. Il linguaggio è il discrimine che differenzia una cultura dominante da una minoritaria. Ciò che desideravo – desideravamo – era recuperare la minoritarietà, parificarla con la cultura dominante, mostrare come il rapporto tra minorità e maggiorità è solo una costruzione artificiale, un’immagine che si impone come imperante rispetto a un’altra. Ovviamente entrambe sono valide: volevamo recuperare la validità e le contraddizioni di entrambe. L’ironia è poi sempre presente a controbilanciare la tensione e la gravità tematica di molti passaggi: il testo è complesso ma desideravo che arrivasse al pubblico in modo leggero.

Però la regia, pur mantenendo l’ambiguità, ha fatto delle scelte precise. In uno dei quadri appare una donna velata, che dialoga con il figlio emigrato e la rottura tra i due pare ormai radicale e insanabile. Mi è parso che il riferimento all’Islam fosse palpabile.
F. A. – Non potrebbe essere sarda, la donna?
D. C. – Credo che quel velo sia molto ambiguo, in realtà. Mi è parsa una buona scelta registica: ricorda l’Islam, certo, ma anche il Sud, o l’Ucraina e la Lituania, che sono stati tra i primi Paesi ad essere cristianizzati.

Scrivi nell’introduzione al lavoro che gli spunti alla base del testo sono due discorsi pubblici, per molti versi ideologicamente agli antipodi, in cui l’Europa viene definita “casa”. Il primo è quello tenuto da Michail Gorbaciov davanti al Consiglio d’Europa nel 1998, il secondo è quello tenuto nel 2009 da papa Benedetto XVI davanti al rappresentante della Commissione delle Comunità Europee, presso la Santa Sede. Nell’opera, così come nella sua regia, pare però che questa “casa” europea non regga l’impatto della differenza, che imploda su se stessa e si riduca a un cumulo di macerie.
D. C. – Riguardo al concetto di Europa come “casa” mi sono riferito sia a questa definizione del continente data da Gorbaciov nel ’98, sia all’accezione impiegata anni dopo da Ratzinger, quindi dell’idea di un continente che possa offrire protezione. La casa ha porte che possono aprirsi o chiudersi, a seconda di quali siano le nostre intenzioni rispetto a ciò che c’è al di fuori. Come vogliamo che stiano le porte del nostro continente? Questa è la grande domanda. Ovviamente le connotazioni della metafora, in Gorbaciov e Benedetto XVI, erano diverse, antitetiche: per la situazione politica e la storia personale di Gorbaciov, egli si riferiva ad apertura positiva, mentre Ratzinger era interessato alla difesa delle radici cristiane dell’Europa, a una casa votata alla conservazione di una tradizione precisa. Un’immagine egemonica, quella dell’Europa cristiana: è innegabile che il cristianesimo abbia influenzato la cultura occidentale ed europea, ma il pensiero cristiano si basa in larga parte sulla filosofia platonica, neoplatonica ed aristotelica ed è quindi a sua volta la rielaborazione di una stratificazione precedente. Siamo a Roma, città costruita su macerie e stratificazioni di pensiero e civiltà differenti: è interessante proporre qui la questione.

foto di Valeria Tomasulo

foto di Valeria Tomasulo

F. A. – Con la mia regia, ho cercato di dare corpo ai diversi livelli messi in atto dal testo. Il nostro compito non è quello di avere una comprensione globale esterna: questo nel lavoro pratico quasi non serve. Abbiamo cercato, dal di dentro, a partire dalla parola, di fare il percorso inverso, per restituire quello che è un umore, un’atmosfera testuale, che si comprende nella lettura complessiva. Entrando nel testo ci siamo resi conto che esso procedeva su tre livelli: la narrazione circolare, che mette in gioco parole e concetti che rielabora costantemente da punti di vista diversi, sviluppando quindi processi diversi nelle relazioni tra i gli attori. Le parole sono più o meno le stesse ma attualizzano possibilità sempre differenti per i personaggi, che reagiscono nella relazione in maniera diversa rispetto a quando le stesse parole erano proferite da altri, in altre situazioni. Il secondo livello è meta-teatrale: Davide parla direttamente allo spettatore consegnandogli delle chiavi di lettura; con un artificio drammaturgico presenta, per esempio nella scena 3 e 4 (in cui due personaggi più maturi, che incarnano la coscienza collettiva, si rivolgono al più giovane, ndr), mette in atto gli aspetti secondo i quali ha deciso di affrontare il testo: quello letterale, quello allegorico, quello simbolico, fornendo le chiavi con cui stare dentro al testo, che passa di continuo da una macro-storia a una micro-storia, individuando il precipitato della macro nella micro. Il terzo livello è quello delle didascalie, in cui la relazione con lo spettatore è diretta, narrativa: Davide racconta il paesaggio che si trasforma di continuo, nello sviluppo delle varie vicende, disgregandosi lentamente, sbriciolandosi in macerie, inaridendosi in una progressiva desertificazione. Registicamente, ho tenuto ben presenti questi livelli, attribuendo a ciascuno di essi la responsabilità di ciò che dovevano raccontare. Alla scenografia, realizzata da Enrico Gaudi e Riccardo Dondana (3tolo), ho deciso di attribuire il compito di raccontare il livello didascalico.

La musica dal vivo, eseguita da Davide Arneodo e Luca Bergia (Marlene Kuntz) con NicoNote alla voce, è un altro elemento di novità. Come avete costruito il dialogo con la musica e la drammaturgia musicale?
F. A. – L’idea di utilizzare la musica è suggerita dal testo, nel quale sono presenti didascalie in cui Davide asserisce “in questo momento sarebbe opportuna una musica cataclismatica” o “niente sarebbe meglio di una musica celestiale”, quindi indirizza verso uno specifico “ascolto” musicale. In questo spettacolo era possibile lavorare sull’aspetto sonoro perché l’autore stesso gli attribuiva una posizione specifica nello spettacolo, una potenzialità scenica, per permettere un passaggio nell’umore dello spettatore. Lo spettacolo è fatto di 12 quadri: volevo evitare però che la performance dal vivo dei musicisti si riducesse a un siparietto, a un automatismo di transizione, per cui ho lasciato alcune didascalie testuali, proiettate sulla scenografia, affinché rivelassero l’intenzione dell’autore, alternandole con la produzione dei musicisti. Arneodo, Bergia e NicoNote hanno fatto un pò di prove con noi, poi hanno lavorato e composto in autonomia. In seconda battuta, ho sentito la necessità che i pezzi fossero cantati, perché essendo canzoni a sé stanti non fungevano da colonna sonora ma da brani indipendenti. Le parole delle canzoni parlano del testo stesso e in alcune occasioni sono mutuate direttamente da esso. Diciamo che le canzoni, le loro parole, sono trascurabili ma allo stesso tempo, se il loro senso viene afferrato perché si conosce la lingua o si percepisce il significato (sono in inglese, ndr), riportano alla drammaturgia, ai suoi significati.

Come abbiamo visto, Sweet Home Europa è la prima parte di un dittico. Possiamo avere qualche anticipazione sul testo che seguirà?
F. A. – Davide ha appena finito di scrivere la seconda parte del dittico che avremmo voluto portare in scena con Sweet Home Europa ma non è stato possibile. La rimanderemo a più avanti, qui in Italia, per lo meno, intorno al 2017, speriamo!
D. C. – I due testi – Sweet Home Europa e la nuova opera – sono indipendenti, ma avevo concepito i lavori come in sequenza: il primo, questo, è sulla genesi dell’Europa, partendo da una rielaborazione di materiale testuale biblico relativo ai primi libri del Testo Sacro (Genesi, Esodo), mentre la seconda parte sarà incentrata sulla fine dell’Europa e sarà un rimaneggiamento dell’ultima parte della Bibbia, il Nuovo Testamento, i Vangeli e l’Apocalisse. Tratterà quindi della crisi dell’Europa, economica, d’identità nazionali e transnazionali; ci saranno animali, personaggi ambigui, ma sarà piuttosto diverso da Sweet Home Europa. Si intitola Lost Words.

Intervista a cura di Giulia Morelli

Quant’era verde la valle di Brook. E blu. E gialla. E rossa.

Recensione a The Valley of Astonishment – di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne

Kathryn Hunter, Jared McNeill (foto di Pascal Victor / ArtComArt)

Kathryn Hunter, Jared McNeill (foto di Pascal Victor / ArtComArt)

La mente, meccanismo di insondabile e misteriosa perfezione e drammatico labirinto di turbamenti ad un tempo, è da quasi due decenni il fulcro della ricerca drammaturgica e teatrale di Peter Brook e di Marie-Hélène Estienne, in scena al Funaro di Pistoia con The Valley of  Astonishment, nella seconda ed ultima tappa italiana dello spettacolo (la prima è stata al Teatro Stabile dell’Umbria), a rimarcare l’attenzione del Centro Culturale toscano verso le più raffinate – e rare – preziosità internazionali.

L’ultima fatica del leggendario regista inglese trapiantato da mezzo secolo in Francia, oltre a confermare la bellezza e la poesia di un’estetica ormai divenuta classica e per questo intramontabile nella propria essenzialità restituita con calore, si presenta come un ideale terzo atto d’una trilogia che sonda con vibrante umanità lo sconfinato campo d’azione – e distruzione – del cervello.

La mente ed in particolare la memoria tornano con questo lavoro al centro della scena brookiana dopo L’homme qui, prodotto dal Bouffes du Nord nel 1993 e ispirato allo splendido romanzo L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello del neurologo britannico Oliver Sacks, raccolta di casi clinici in forma di racconti che esplorano la meraviglia della diversità, e Je suis un phénomène (1998), tratto da Una memoria prodigiosa del neuropsichiatra Aleksandr Lurija, che di Sacks fu maestro.

L’ispirazione primigenia da cui si sviluppa e deriva il proprio titolo The Valley of Astonishment è questa volta non un testo scientifico, divulgativo o tecnico-specialistico ma un poema persiano del  ‘700, Il verbo degli uccelli di Farid al Din ‘Attar, èpos costellato di parabole edificanti che si snodano a partire dalla trama principale, in cui uno stormo di volatili attraversa sette valli per raggiungere il proprio nuovo dio, la fenice, mistico uccello dal becco cosparso di fori, come un flauto, simbolo della totalità dell’esistente.

Kathryn Hunter (foto di Pascal Victor / ArtComArt)

Kathryn Hunter (foto di Pascal Victor / ArtComArt)

È proprio questa totalità, evocata in principio dall’attore-narratore Jared McNeil, già apprezzato in The Suit, quella che riesce ad abbracciare, nel presente, Sammy Costas (una magnetica e inarrivabile Kathryn Hunter), caso clinico lurjiano, giornalista che scopre a oltre quarant’anni – o meglio, rivela a chi inconsapevole la circonda – di essere dotata di una stupefacente memoria sinestetica che le permette di serbare ed evocare simultaneamente ogni istante della propria vita, legando i ricordi, in maniera sempre diversa, alla percezione e ai contingenti stimoli sensoriali. Ciò che per lei è sempre stato naturale e spontaneo, ricordare sempre e tutto, nel confronto con il mondo assume i crismi del prodigio, sconvolgendo la sua vita.

La mente di Sammy raccoglie e conserva le tracce del tempo, della vita e dello spazio legandole a colori, odori, suoni, forme, numeri, parole che si materializzano nel proverbiale spazio vuoto brookiano sotto  forma di suggestioni verbali e musicali, sostanziate in un dialogo costante col pianista Raphaël Chambouvet e con Toshi Tsuchitori (strumenti a corde, fiato e un’anfora). La capacità di Sammy di ricordare è innata, inspiegabile, infinita e intraducibile in termini che non sconfinino oltre la sua percezione.

Sammy e la sua memoria diventano oggetto di studio da parte del dipartimento di Scienze Neurocognitive, dove McNeil e Marcello Magni – consolidato interprete brookiano, spesso in coppia con Hunter – si alternano nel ruolo di ricercatori e di altri casi clinici di sinestesia, e in breve la donna viene riconosciuta come “fenomeno”: ricorda qualsiasi cosa, ogni dettaglio, ogni volto, ogni parola, anche detta in altre lingue (come l’incipit dell’Inferno dantesco, metafora letteraria dell’oscurità in cui la protagonista è sull’orlo di sprofondare). Da qui a perdere il lavoro e a venire ingaggiata in uno show televisivo di “fenomeni” il passo è breve: a furia di immagazzinare dati idioti – ma incancellabili – per il diletto del pubblico, Sammy precipita con sorridente leggerezza brookiana nella tragedia dell’impossibilità di dimenticare. In questo dramma umano che i “normali” riescono a malapena a immaginare si insinua lo scacco a cui la natura e la fisiologia del nostro cervello condannano la scienza, che non può e non sa ancora decifrare e spiegare il mistero quotidiano della memoria, dei suoi meandri, dei suoi salti e dei suoi – altrettanto tragici – vuoti.

Kathryn Hunter, Jared McNeill, Marcello Magni, Raphaël Chambouvet, Toshi Tsuchitori (foto di Pascal Victor / ArtComArt)

Kathryn Hunter, Jared McNeill, Marcello Magni, Raphaël Chambouvet, Toshi Tsuchitori (foto di Pascal Victor / ArtComArt)

Su una scena aperta, in cui solo tre sedie, un attaccapanni e un tavolo costituiscono l’apparato scenografico, lo spazio per l’immaginazione è sconfinato e si traduce in una modulazione delle luci che, assieme alle musiche, suggeriscono i passaggi sinestetici che strutturano l’universo neurologico e percettivo di Costas-Hunter e degli altri personaggi. La drammaturgia è di una pulizia elementare, impregnata di poesia, di gesti silenziosi, di familiare ironia e cerca costantemente il rapporto diretto e, si passi il termine, interattivo con gli spettatori, più che disposti a compatire le vicende vissute sul palcoscenico.

Il finale tragicomico del caso clinico, in cui Sammy finge di dimenticare per non affliggere i suoi medici, si chiude sui versi del poema degli uccelli, che cito a memoria: anche se un giorno si perdesse traccia dell’esistenza dell’uomo nel mondo, una sola goccia di pioggia custodirebbe il segreto della sua esistenza. Di nuovo, la totalità e la continuità, il senso di una presenza nel tempo oltre i limiti dell’esistenza, la partecipazione a un ordine dell’essere che trascende gli anni a nostra disposizione sulla terra: la memoria, un dramma straordinario, fenomenale o meno che essa sia. L’approdo nella valle dello stupore.

Visto a il Funaro, Pistoia

Giulia Morelli

 

I Due Piani. Deleuze incontra la performance contemporanea al festival Natura Dèi Teatri

Dal 5 al 14 dicembre negli spazi post-industriali di Lenz Teatro, a Parma, si svolge la XIX edizione del festival Natura Dèi Teatri (ND’T), un progetto di creazioni performative contemporanee internazionali, di produzione artistica e di riflessione intellettuale sullo stato dell’arte contemporanea, fondato nel 1996 da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, direttori artistici di Lenz Rifrazioni.

Fin dalle sue origini il festival è stato contrassegnato dall’attenzione alla creazione contemporanea su scala europea, dall’interdisciplinarità degli eventi proposti e dal forte radicamento al territorio, coniugato con ad una profonda vocazione per la cultura performativa internazionale.
I Due Piani è il tema concettuale del Festival 2014 che, dopo Ovulo nel 2012 e Glorioso nella scorsa edizione, conclude il progetto triennale alimentato dalle suggestioni filosofiche di Gilles Deleuze. Il programma propone «dieci declinazioni scenico-performative dell’identità duplice, stratificata, multipla del linguaggio», attraverso creazioni internazionali di teatro, musica, danza, video e performance, inclusi due “sconfinamenti” performativi in una celebre chiesa parmigiana.
Si alterneranno dunque dal 5 al 14 dicembre nella Sala Majakovskij  e nella Sala Est di Lenz Teatro: Maguy Marin, Pieter Ampe, Tim Spooner, Paul Wirkus, Via Negativa, Alessandro Berti, Andrea Azzali e le due nuove produzioni di Lenz Rifrazioni (Verdi Re Lear – L’opera che non c’è e Adelchi) introdotte dagli interventi teorici di Enrico Pitozzi.

Per approfondire temi e prospettive del festival, abbiamo incontrato i direttori artistici, Francesco Pititto e Maria Federica Maestri.

Maria Federica Maestri e Francesco Pittito

Maria Federica Maestri e Francesco Pititto

Il festival internazionale di arti performative Natura Dèi Teatri completa nel 2014 il progetto triennale incentrato sul pensiero del filosofo francese Gilles Deleuze. Dopo Ovulo (2012) e Glorioso (2013), il tema concettuale di quest’anno è I due piani. Quali sono allora i due piani dedotti dalla riflessione deleuziana entro cui il festival articola la sua proposta?
Re Lear – nuova produzione di Lenz presentata al festival – è l’opera mancata che incarna perfettamente l’idea deleuziana di desiderio ed esemplifica “i due piani” individuati dal filosofo. Verdi ha desiderato per tutta la vita comporre quest’opera, ma la tensione si risolve nella epifania di uno spettro. Il libretto c’è, ma la musica è assente e sul Lear verdiano incombe il fantasma di Shakespeare e della sua opera grandiosa. La dimensione straordinaria di questo lavoro, che presentiamo al festival in forma di studio, risiede nel tentativo di ricostruire l’opera a partire da fondamenta immateriali, invisibili, di un desiderio di cui rimangono però frammenti concreti in diverse opere di Verdi. Restituire, con la nuova scrittura musicale di Scanner, un’identità scenica a qualcosa di impalpabile: “aria sonora” come definì la musica Ferruccio Busoni. Il piano di Giuseppe Verdi e il piano di Scanner si appaiano e, per induzione, si attirano per poi respingersi e così via. Dentro questo movimento continuo si aggiungono versi che provengono dal libretto dell’opera e dal Lear di Shakespeare, movimenti e gesti performativi sia attorali che dei cantanti, mentre le immagini di un Lear nudo e di una evanescente Cordelia impongono la loro presenza per l’intera durata dello studio.

ND’T è storicamente un festival di alto valore internazionale per quanto riguarda la presenza di artisti portatori di raffinate ricerche performative provenienti da tutto il mondo. Anche in quest’edizione il parterre è ricco. In che modo gli artisti ospiti incontrano con le loro opere la poetica deleuziana alla base del progetto del festival?

Natura Dèi Teatri 014 (foto Francesco Pittito)

Natura Dèi Teatri 014 (foto Francesco Pititto)

Partiamo citando Deleuze: «Perché accada qualsiasi evento c’è bisogno di una differenza di potenziale e ci vogliono due livelli, bisogna essere in due, allora accade qualcosa. Un lampo o un ruscelletto e siamo nel dominio del desiderio. Un desiderio è costruire. Tutti passiamo il nostro tempo a costruire. Per me quando qualcuno dice ‘desidero la tal cosa’ significa che sta costruendo un concatenamento. Il desiderio non è nient’altro». Cos’altro è il lavoro dell’artista se non costruire, e poi costruire e poi continuare a costruire. Continuare a ricercare la differenza di potenziale, i due livelli. Un continuo duello tra passato e presente che è già passato, l’attimo esistente è già memoria. Cos’è contemporaneo? Forse due piani paralleli, due livelli di incontro e scontro, quella luce delle stelle che vediamo in cielo di notte e che pur viaggiando per sempre verso di noi mai ci raggiungerà e di cui percepiamo in primo luogo il buio dal quale proviene? La luce dalla tenebra. Come nell’inquietante immagine/metafora che Giorgio Agamben usa per descrivere il tempo presente e la contemporaneità.
La luce e la tenebra, i due piani e la differenza di potenziale. Quel che non si può esprimere con la parola diventa per l’artista contemporaneo più vitale della luce e dell’evidente, quel che pensa di non poter vedere lo affascina, quel che è nascosto lo incuriosisce, la sua immagine-cristallo lo commuove, la rifrazione di quel che non si conosce e dell’indicibile lo esalta, senza sapere dove sia posta e quanto densa sia la materia che devia, dal principio, il suo raggio di luce. Ecco allora i volti anonimi o riconoscibili di Singspiele di Maguy Marin, Re Lear e il desiderio ricostruito di un’opera mai compiuta di Verdi-Lenz-Scanner, il Maestro Eckhart di Berti che penetra nell’oscurità dello spirito, il Corpo Sacro di Monophon, The Telescope di Tim Spooner a dar forma alla materia minima, Pitozzi a radiografare la materia sonora in Magnitudini, Wirkus-Lenz a scavare nel buio hölderliniano con Diotima, Via Negativa a ricercare il limite del corpo umano e, infine, Adelchi di Manzoni-Lenz con i suoi attori sensibili, dotati di plusvalore espressivo.

Lenz Rifrazioni + Paul Wirkus "Hyperion/Diotima" (foto di Francesco Pittito)

Lenz Rifrazioni + Paul Wirkus “Hyperion/Diotima” (foto di Francesco Pititto)

Veniamo alle produzioni di Lenz, riconosciuta compagine artistica di ricerca fondatrice del festival. A ND’T presenterete due nuove creazioni eterogenee ma coerenti con la vostra rigorosa linea estetica e poetica, Verdi Re Lear – L’opera che non c’è e Adelchi. Quali elementi hanno guidato l’approccio simultaneo – seppur entro strutture linguistiche estremamente differenti – a Shakespeare/Verdi e Manzoni?
Primo fra tutti la riflessione sulla natura della tragedia nella contemporaneità: la concezione tragica individua la contraddizione e dispera di trovare una via d’uscita. Non c’è opposizione, non c’è conflitto, antagonìa, ma la piena consapevolezza che non esista una via di fuga. La catena familiare omogenea – padre/figli – costitutiva dell’unità sociale finalizzata alla trasmissione del potere, si spezza irrimediabilmente, e i vecchi, sopravvivendo al destino di morte dei figli, (Lear a Cordelia, Desiderio a Ermengarda/Adelchi), incarnano questa contraddizione sofferente. I giovani sono rimossi dalle necessità della Storia, scompaiono inesorabilmente dalla scena della vita.

Re Lear è un primo studio, elaborato con il musicista elettronico inglese Robin Rimbaud aka Scanner, sull’opera mai realizzata da Verdi, un disegno ambizioso e di alto valore, soprattutto se messo in scena a Parma, città verdiana (in crisi) per antonomasia. Come si sviluppa – e proseguirà – il progetto e quali sono i due piani del Lear di Lenz?

Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner "Verdi Re Lear" (foto di Francesco Pititto)

Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner “Verdi Re Lear” (foto di Francesco Pititto)

Si tratta, appunto, di una premessa, di un primo studio che prelude ad un approfondimento che, oltre al confronto di due scritture musicali differenti per tempo storico ed estetico, permetta di produrre nuova ricerca linguistica nei due campi della drammaturgia teatrale e musicale. I brani proposti da Scanner sono ampie masse sonore “sentimentali”, echi di rumori e suoni della vita reale che rimandano a trame narrative di forte impatto emotivo. Così come la musica verdiana spinge alla partecipazione drammatica, quella di Scanner coinvolge il pensiero in grandi quadri. Le rifrazioni dei due autori, insieme al contesto sperimentale di Lenz, pensiamo possano favorire la creazione di nuova scrittura musicale se, dalla premessa, lo studio potrà proseguire nel proprio percorso di ricerca. I giovani cantanti sono quattro – Chekmareva Ekaterina m.soprano, Takahashi Haruka soprano, Lorenzo Bonomi e Gaetano Vinciguerra baritoni – selezionati da Donatella Saccardi docente di canto al Conservatorio “A.Boito” di Parma.

Le arie cantate sono: Me pellegrina ed orfana soprano (Leonora) da La Forza del destino Atto I, Condotta ell’era in ceppi mezzosoprano (Azucena) da Il Trovatore Atto II, Chi mi toglie il regio scettro? baritono da Nabucco Atto III, tratti da un elenco proposto dal M° Carla Delfrate secondo un criterio di affinità tematiche e drammaturgiche con il libretto di Re Lear di Somma/Verdi e il King Lear di Shakespeare. I performer sono tre: Barbara Voghera, Valentina Barbarini e Giuseppe Barigazzi, che appare nel video della scena. I brani di Robin Rimbaud Scanner che compongono la drammaturgia musicale sono: Frame 82, Faure 100, Intercontinental, , Cazneau, I waited a lifetime, Saturday, Lachrimae Minimal. La struttura musicale complessiva contiene, in tre parentesi di silenzio, le arie verdiane eseguite dal vivo. La drammaturgia in scena presenta, in nuce, tre figure femminili, due figure maschili (di cui una virtuale) e il fool. L’installazione presenta tre schermi trasparenti con linee di fuga laterali che convergono verso il fondo sul quale sono proiettate le immagini. La prima aria proveniente da La Forza del destino presenta un testo pressoché identico a quello che appare nel manoscritto di Re Lear di Giuseppe Verdi, così come alcuni passi recitati dal Fool e da Delia; la seconda, tematica, canta la follia del Re che perde lo scettro del potere, la terza accoglie le osservazioni del critico Gabriele Baldini dal libro Abitare la battaglia sulla vita dal Maestro: «…io credo che Verdi non abbia mai più raggiunto, dopo il Trovatore, nessun punto tanto alto: Azucena è proprio quel personaggio che lo ha stranamente avvicinato il più possibile al non mai raggiunto ideale di Re Lear, perché anche Lear si sente che non è più soltanto se stesso, ma che si è caricato sulle spalle l’eredità di dolore di tutti i padri abbandonati dai figli e che, nel misurarsi con la tempesta, s’è fatto anche lui una forza della natura, un grumo di sentimenti nel quale brulicano, senza mai potersi chiarire e placare, gli affetti traditi e offesi. Per questo, tra l’altro, il linguaggio di Re Lear è eminentemente per immagini, secondo un procedimento espressivo che trova singolari analogie nel linguaggio musicale». L’ampliamento della figura del Lear shakespeariano in una dimensione di madre ci è apparsa, da subito, potente, complessa e carica di rifrazioni drammatiche e poetiche.

Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner "Verdi Re Lear" (foto di Francesco Pititto)

Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner “Verdi Re Lear” (foto di Francesco Pititto)

Al termine dell’aria Ekaterina, dirà con parole di Lear: «Dov’è che sono stata? Dove sono?». I versi del Re shakespeariano al femminile, dopo aver cantato il ricordo tremendo della madre in ceppi del Trovatore di Verdi. Così come il buffone Mica ci è parso invece, nel libretto di Somma/Verdi, figura meno articolata del fool shakespeariano. Il fool, oltre che buffone, è anche matto (come scrive ancora Baldini) ed è di questa follia che gli attori sensibili hanno nutrito i nostri Hamlet. Il desiderio di farne un buffone ragionevole è più consono alla visione razionalistica dei sentimenti umani di Verdi, così come la figura di Cordelia (Delia, nel libretto) è più delineata come figlia dotata di grazia e bellezza che non come femmina ribelle. Il desiderio inesaudito si distribuisce, e in parte trova soddisfazione, in figure disseminate nelle opere già scritte e musicate. A tal riguardo anche la drammaturgia complessiva segue l’acuta analisi di Baldini: «È probabile che Verdi leggesse il Lear – tradotto com’è da credere dal Carcano, ch’era suo amico – con molta più sottigliezza dei suoi critici, e che quella storia di padri e figli travolti nella follia e nella cecità e soggetti, senza scampo, a una natura in agguato, non sapesse suonargli congeniale. Non solo, ma poté pensare che un’opera così possentemente innervata di musica nella stessa struttura dei suoi sentimenti e delle sue immagini, non tollerasse che le si aggiungesse, per l’appunto, altra musica: tutta quella necessaria c’era già». La “musicalità” di Shakespeare è stata, nel tempo, una costante delle nostre trasduzioni sceniche delle diverse opere: Romeo and Juliet, il Sogno, Macbeth già con un innesto verdiano nel 2001, le diverse versioni di Hamlet che sembrano non avere soluzione di continuità creativa. Rimangono, però, i frammenti sparsi di quel desiderio in diverse opere e personaggi verdiani e il confronto tra concatenazioni contemporanee di linguaggio e la tradizione musicale può diventare materia d’indagine ancora più approfondita e preludio di nuova creazione.
Torniamo quindi alla definizione del “desiderio” di Deleuze: dare forma a un desiderio, dopo averne scandagliato gli impulsi primari e le manifestazioni più nascoste, è percorso affascinante di ogni ricerca linguistica; vestire un fantasma e vederlo muoversi solo attraverso il movimento delle stoffe è già averlo consegnato al mondo reale che, shakespearianamente, è fatto di sogni e di niente.

Lenz Rifrazioni "Adelchi" (foto di Francesco Pititto)

Lenz Rifrazioni “Adelchi” (foto di Francesco Pititto)

Adelchi riprende invece la biennale indagine manzoniana intrapresa nel 2013 con i monumentali Promessi Sposi e rimarca la continuità del vostro percorso di ricerca ormai ventennale con attori sensibili. In che modo la tragedia ha incontrato, in questo nuovo lavoro, l’universo della sensibilità? Quale sarà la cifra estetica di quest’ultima produzione?
Adelchi è il secondo lavoro legato al nostro progetto biennale dedicato a Manzoni. È il lato oscuro de I Promessi Sposi: una tragedia-blind spot, un’area cieca, una zona di non visione a luminosità intermittente. In questa macchia scura, a tratti illuminata dalla presenza di Dio, si compie il comune destino luttuoso dei due fratelli – Ermengarda e Adelchi. Questi due piani si rispecchiano nel buio/luce interiore dell’interprete Carlotta Spaggiari (Ermengarda), attrice con sindrome dello spettro autistico, e coincidono con la sua più intima natura: duplice nel suo assoluto desiderio di presenza e bisogno di ritiro, nella ipersensibilità emotiva dispiegata in silenzio espressivo, nella straordinaria densità artistica silenziata dalla fobia comunicativa. La sua duplicità assume nella creazione scenica forme misteriose; scardinando i processi logici e analogici, le prevedibilità comportamentali, ci avvicina al sublime: forza distruttrice e rigeneratrice dell’atto performativo. In Adelchi si sostanzia la ricerca pluriennale di un “verbo” pedagogico che renda le persone affette da disturbi dello spettro autistico in grado di esprimere le emozioni silenziate attraverso le stimolazioni drammaturgico-sensoriali dell’esperienza teatrale. Attraverso questo processo si ribalta la prospettiva dalla quale guardare alla sensibilità: gli apparenti limiti cognitivi e comportamentali delle persone sensibili non sono più considerati unicamente sintomi di un deficit patologico, ma divengono elementi da elaborare e tradurre in linguaggio estetico contemporaneo attraverso il confronto e l’agone – anche fisico e vocale – con i classici.

Lenz Rifrazioni "Adelchi" (foto di Francesco Pititto)

Lenz Rifrazioni “Adelchi” (foto di Francesco Pititto)

Il programma di ND’T prevede due “sconfinamenti” in spazi urbani altri dalla sede storica di Lenz, presso la chiesa di Santa Maria del Quartiere, dove prenderanno vita sia il Maestro Eckhart di Alessandro Berti che la performance elettronica Corpo Sacro di Andrea Azzali. È questo un tentativo di allargare il tessuto performativo extra moenia e rendere la città un ambiente di performatività diffusa, visto il ruolo cruciale – ma topograficamente periferico – di Lenz nella vita culturale di Parma?
È nel DNA del festival, da sempre tempo-spazio di dialogo non solo con artisti e formazioni interdisciplinari, ma con i luoghi del territorio. Il festival, in origine Laboratorio delle Arti, è stato nei primi dieci anni uno spazio di ricerca, in cui gli artisti venivano invitati a realizzare workshop in condizioni e luoghi di lavoro inediti e stimolanti. La valorizzazione, la fruizione e la ricerca di nuove funzionalità pubbliche di monumenti storici e ambientali della provincia di Parma sono stati i principi costitutivi dell’attività di Natura Dèi Teatri; elemento distintivo e fondativo del festival è stata infatti l’interazione tra il patrimonio storico, artistico e monumentale dei territori coinvolti nella provincia di Parma, e le creazioni live che in esso venivano create. Negli anni sono stati “contaminati” complessi monumentali di grande valore artistico, come la Corte medievale di Giarola, il Palazzo Ducale di Colorno, la cinquecentesca Rocca dei Rossi di San Secondo Parmense, oltre a chiese, chiostri, piazze, ville e giardini storici. Dal 2009 – con lo slittamento del festival nel periodo autunnale – sede e fulcro del progetto è Lenz Teatro, esempio di teatro concreto ottenuto da spazi post-industriali reinventato ad abitazione creativa, il festival si è evoluto nella dimensione di un progetto drammaturgico in dialogo con artisti e formazioni di significativo profilo estetico. Il tentativo di quest’anno è di tornare a colloquio con i luoghi storici della città, esaltando la relazione concettuale tra la creazione artistica e l’identità dello spazio in cui viene presentata. Ad essere dominante e determinante rimane sempre l’identità dell’opera d’arte e non il preconcetto politico-culturale.

Inevitabile una domanda sul futuro, considerata anche progettualità pluriennale che contraddistingue il lavoro di Lenz Rifrazioni e ND’T.  Dopo Deleuze esiste già una traccia concettuale e tematica per le prossime edizioni del festival?
Il prossimo progetto triennale è la Materia del Tempo – Porte (2015), Punto Cieco (2016), Scia (2017) – e si ispira questa volta alla ricerca plastica di Richard Serra, un artista fondamentale nella definizione della lingua scenica di Lenz.

Intervista a cura di Giulia Morelli

Lungs, l’amore fino all’ultimo respiro

Recensione a Lungs. Un dialogo amoroso mozzafiato – regia di Massimiliano Farau

foto di Michele Lamanna

foto di Michele Lamanna

Raramente ho provato quella sensazione di condivisione che tanti teatranti italiani, più o meno d’avanguardia, ricercatori e classici, invocano – di frequente col risultato il più delle volte di mancare l’obiettivo –, come andando a teatro a Londra, magari a vedere una piccola commedia di qualche nuovo autore, in sale piccole ma gremite, sorseggiando un bicchiere di vino su una sedia di metallo oltremodo scomoda. Ho partecipato, in quelle occasioni, e avvertito la partecipazione di chi era con me, spettatore di una piccola verità, spesso detta col sorriso e con un’ironia sovente scorretta, che si concretizzava su palcoscenici angusti. Tutto così semplice, tutto così profondamente franco e condivisibile – senza essere accomodante, buonista o benpensante – e dunque condiviso, sinceramente. Con stupore e gioia ho ritrovato questo tipo di sensazione in un teatro italiano, il Teatro Due di Parma, nella messinscena di Massimiliano Farau dell’ultima fatica dello scozzese Duncan Macmillan, Lungs. Un dialogo amoroso mozzafiato.

Lungs – letteralmente “polmoni” – è un felice esempio di commedia inglese contemporanea, che partendo da un pretesto ecologico che diventa il tarlo di una giovane coppia radical-chic – o aspirante tale –, esplora le dinamiche dell’amore, dei suoi alti e bassi, dei suoi dubbi e delle sue contraddizioni, con un’intelligenza drammatica e una forza emotiva che si manifesta costantemente nella serratezza mozzafiato dei dialoghi e nel sottotesto di gesti e silenzi, così quotidiani e reali, che li accompagna. I ritmi dialogici incalzano di continuo, i tempi sono quelli della serialità televisiva – absit iniuria verba, anzi – ed inchiodano irreversibilmente il pubblico alla vicenda.

I due anonimi protagonisti della pièce, contrassegnati dalle sole iniziali, M. e W. – l’uomo e la donna di oggi: lei istruita e impertinente, lui un po’ sottomesso ma psicologicamente più stabile – sono alle prese con la decisione di mettere o meno al mondo un figlio. La presenza di un ipotetico nascituro, adombrata per la prima volta durante un pomeriggio all’Ikea, unisce ed allontana a un tempo la coppia, che si scontra con le incertezze del futuro, gli egoismi del presente, rivestiti da una più o meno inconsapevole parvenza d’altruismo – in cui il tema ecologico la fa da padrone, precipitando i due in un ginepraio di elucubrazioni intellettualoidi alla Woody Allen dei tempi migliori –, e le paure di una generazione, quella dei trenta-quarantenni, mai davvero cresciuta né pronta ad assumersi le responsabilità che l’ingresso di una nuova vita nel mondo implica. Il “problema” – qualsiasi esso sia – viene sempre posto dai due protagonisti all’esterno rispetto a sé (nell’economia globale allo sfascio, nella finanza killer, nell’inquinamento, nel buco dell’ozono e nei cibi adulterati), così come le cause dei propri fallimenti e delle proprie reticenze e resistenze, in una continua assolutizzazione delle rispettive posizioni che ricolloca in una distanza insuperabile qualsivoglia soluzione. In questo modo i due, in un profluvio dialogico incontenibile e freschissimo, che attraversa differenti momenti e tempi della relazione, con battute che si protraggono per minuti e minuti, conducono le rispettive arringhe pro e contro la difficile risoluzione, su una scena completamente vuota, in cui i due bravi interpreti (Sara Putignano e Davide Gagliardini), con il solo ausilio di semplici gesti, instaurano una relazione fortissima, intima, tra loro e con il pubblico, testimone solidale di una vicenda che nel bene e nel male ha riguardato tutti, prima o poi.

foto di Michele Lamanna

foto di Michele Lamanna

Proprio questo luogo vuoto brookiano, spalancato d’azzurro, unico scenario immaginabile per una storia che è di tutti, amplifica la pregnanza della gestualità concatenata e della relazione fisica e verbale tra la Putignano e Gagliardini – davvero bravissimi –, a cui Farau ha senza dubbio chiesto un lavoro immane e preciso, onestissimo, per restituirci la naturalezza di un rapporto quasi più vero del vero, negli imbarazzi e negli slanci, nelle ritrosie, nelle smancerie e negli abbandoni anche un po’ ridicoli dei partner. A ben vedere infatti non è la maternità o la paternità il vero nucleo del confronto, ma la vita di coppia e la capacità di far durare l’amore nelle trasformazioni che il passare del tempo insieme impone al sentimento, nelle evoluzioni che accompagnano la crescita dei singoli e della coppia. La riflessione sul tema è infatti il vero cuore prezioso della commedia – talvolta amara, ma sempre fiduciosa – per cui i due innamorati spesso si nascondono dietro un dito – un bambino che non si sa se arriverà e tutte le problematiche, più o meno fittizie, del caso – per rifuggire dalle criticità, a volte drammatiche, del loro rapporto. Tra allontanamenti, rotture e sofferte riconciliazioni, un figlio nasce davvero e cresce insieme ai genitori, nei quali l’amore si rafforza fino a diventare potentissimo e superare i limiti temporali dell’esistenza, attraverso l’integralità della sua sincerità, in grado di fondere due essenze in una. L’Amore nella coppia è di quelli con l’iniziale maiuscola, perché finalmente, dopo un percorso accidentato e tumultuoso, si realizza in una completa consapevolezza e cura reciproca. Il figlio non salva la coppia, ma arricchisce le possibilità di costruzione di un cammino condiviso. Il finale, davvero commovente, evoca con pochi gesti e rade frammentarie battute, il trascorrere di un’intera vita insieme, una toccante ode alla possibilità dell’amore di dare un senso all’esistenza.

La commedia di Macmillan, per la prima volta messa in scena in Italia, è dunque una piacevole e onesta riflessione sulla vita – di coppia, ma non solo – condotta con leggerezza e consapevole intuizione e profondità, e s’avvale, nel caso presente, di una regia essenziale ma efficace e di due ottimi giovani interpreti. Con questa nuova produzione Teatro Due ha inoltre saggiamente seguito la lezione britannica: investire su nuovi testi e su registi e attori giovani, abili e in sensibile crescita professionale per creare nuove possibilità e la condivisione di un terreno che sia davvero comune ad operatori, artisti e pubblico. Ciò che ogni teatro, soprattutto se pubblico, sarebbe tenuto a perseguire. On dit: bravo!

Visto a Teatro Due, Parma

Giulia Morelli

Il tendone delle meraviglie: il circo dello stupore dei Fratelli Forman

Recensione a Obludarium – di Petr e Matěj Forman

montaggio Obludarium Forman piazza del Duomo Pistoia2Il grande tendone del circo Forman è un poligono ligneo che come un piccolo diamante s’adagia placido, in questa fine di settembre, ai piedi del Duomo di Pistoia, nella piazza principale della città toscana, attorniato da un furgone, bracieri in cui arde un fuoco che taglia il fresco della sera, vecchi musicisti di strada parigini, in abiti gualciti, scarpe di vernice, posseduti dal demone del jazz. Questo è l’accampamento nomade di Obludarium, spettacolo leggendario e longevo dei fratelli praghesi Petr e Matej Forman, figli del regista Miloš, con cui il Funaro, in collaborazione con l’Associazione Teatrale Pistoiese, il Comune e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, apre la sua stagione. Per festeggiare il primo lustro della sua attività, il centro culturale pistoiese assesta una volta di più ad un livello altissimo la propria proposta teatrale, che ospiterà nei prossimi mesi Peter Brook, Cristiana Morganti, Cuocolo/Bosetti, fra molti, a corredo della consueta programmazione didattica e formativa. E questo primo atto non può che sorprendere.

Adamantina è fuor di dubbio la qualità di ciò che il tendone cela e svela a chi vi fa ingresso, dopo un breve stazionamento nel carrozzone impregnato di odore di fumo e incenso di un mangiafuoco ebete, quasi impiccato vivo. Lo spazio del circo, cinto da una platea sviluppata su due piani, in cui tubi innocenti e legno delineano quasi un teatro all’italiana dalle atmosfere gitane e tipiche dell’Europa orientale, diventa dunque una pedana rotante, una riproduzione su scala microscopica del ben più sconfinato mondo di Obludarium, che in ceco significa “sovrannaturale”, e ciò dell’universo della meraviglia che attinge egualmente dalle suggestioni dell’infanzia e dall’immaginario fatato e spietato dell’età adulta. Veniamo introdotti a questa dimensione del possibile – e dello spettacolo al suo grado più alto ed artigianale – da un presentatore-maschera che si esprime in una lingua composita, un gramlot vagamente indoeuropeo da imbonitore e mattatore a un tempo, emblema del sistema circense, in cui tutto è fatuo, appeso a un filo.

Obludarium Fratelli Forman 2bIn questo spazio circolare sormontato da una piccola orchestrina zigana, si alternano allora in un succedersi frenetico ed ipnotico non tanto i classici numeri del circo, ma le loro declinazioni più immaginifiche e sognanti, in un melange tra teatro fisico, danza, teatro di figura al sommo grado, cabaret, coniugate ad un certo gusto del grottesco e della bizzarria. Come in un’allucinazione felice i freaks di Barnum fanno da contrappunto a grandi figure clownesche dalle gigantesche teste vuote di cartapesta, le domatrici di cavalli fluttuano nell’etere in magnifiche girandole, sorrette e sollevate da un contrappeso umano, i lanciatori di coltelli trafiggono le assistenti, i forzuti sollevano fanciulle-fuscello con sforzi sovrumani. In un affresco onirico e potente marionette, sirene degli abissi, cavalli di legno imbizzarriti si inseguono in una rocambolesca e toccante poesia, che commuove, incanta e capovolge ogni logica ed ogni aspettativa. Meraviglia e bassezza umana di un mondo spesso crudele suscitano risate e lacrime. Due ore corrono via rapide, incalzanti, piene di stupore e desiderio di vedere ancora, nel buio costellato dai brillii delle dinamo azionate dal pubblico con una manovella. Si è tutti, pubblico e artisti, attori, danzatori e acrobati tesi verso il comune sforzo di rendere reale la magia, di viverla, dentro il tendone, per un paio d’ore o poco più, costituire un’enclave utopica solidale e determinata a salvaguardare la purezza dell’incantamento, almeno per un po’.
Obludarium Fratelli Forman 3L’apparato effimero, finito lo spettacolo inusitato animato dai suoi protagonisti, illuminato dalla luce cruda delle lampade, torna ad essere ciò che è – un contenitore suggestivo ma nudo –, gli attori struccati sembrano più piccoli, irriconoscibili, quasi insignificanti rispetto alla maestà che rivelavano sulla scena. All’apparir del vero noi miseri cademmo. Ma per due ore, la finzione è stata l’unica possibile verità ed in quella abbiamo vissuto, leggeri e le cinque repliche coronate da una sesta speciale e straordinaria, testimoniano quanto la fantasia, nonostante tutto, superi sempre la realtà!

Visto a Piazza del Duomo, Pistoia 

Giulia Morelli