Giulia Tirelli

Giulia Tirelli si forma come videomaker all'interno dell'Università degli Studi di Padova, dove tuttora è iscritta al corso di laurea Dams. Negli anni ha realizzato cortometraggi, documentari e documentazioni di eventi in ambito artistico-culturale. In seguito alla partecipazione a diversi workshop di critica teatrale, si unisce alla redazione nel 2009

#appuntidiunfestival pt.9: Alessandro Martinello

Serata intensa giovedì 30 agosto per B.Motion Teatro 2012: tre spettacoli in scena, che hanno portato gli spettatori a confrontarsi prima con la compagnia toscana inQuanto teatro, per poi tornare in Veneto con lo studio su Pinocchio degli affermati Babilonia Teatri, e poi con il lavoro di Alessandro Martinello Iai. Uno spettacolo che da un lato guarda all’opera di Yukio Mishima, in particolare a Introduzione alla filosofia dell’azione, dall’altro fa propria la ricerca sul video avviata dagli anni Settanta da Michele Sambin, attivo dal 1980 nella formazione padovana Tam Teatromusica.

Discostandosi leggermente da un’indagine sulla sintassi dell’immagine elettronica, la scena diviene uno spazio in cui mettere in campo una «tecnologia del sé» come viene definita dallo stesso performer, che introduce il lavoro servendosi di una videoproiezione in tempo reale: un flusso di coscienza che si fa luce, per poi impossessarsi nuovamente del corpo. La carne diventa un oggetto da sondare con videocamere e webcam, sino a esserne inglobati. Un’indagine che procede per frammenti, i cui strumenti sono palesati sulla scena e usati dal performer in tempo reale, come la musica curata da Luca Scapellato. Ne emerge un discorso che se da una parte mette in risalto l’impossibilità di una simultaneità tra tempo reale e tempo tecnologico – con le sue potenzialità di manipolazione –, dall’altro apre a una serie di riflessioni sull’unitarietà dell’individuo nell’era della diffusione dei dispositivi digitali, che minano la costruzione di identità unitarie, sollevando la necessità di recuperare un legame che sembra disgregarsi sempre più sotto la spinta del progresso.

#appuntidiunfestival pt.6: quotidiana.com

A B.Motion Teatro va in scena la seconda parte della Trilogia dell’inesistenteSembra ma non soffro della compagnia riminese quotidiana.com. Un lavoro che strappa risate amare al pubblico in sala, trascinato da un testo che si muove per frammenti, pause e riprese. Roberto Scappin e Paola Vannoni si armano di un’ironia dissacrante, declamata da quello che col procedere dello spettacolo si rivela essere un altare per peccatori. Ci si trova così ad assistere a una messa in cui la figura del prete, del confessore e del credente si fondono per dare vita a un cortocircuito indotto dall’incongruenza tra un senso dell’umorismo blasfemo e una partitura vocale improntata al monotòno e alla noia. In questa frattura che si viene a consolidare durante la messinscena, il quotidiano si insinua tra le pieghe di parole capaci di scheggiare, graffiare e abbandonare lo spettatore in un purgatorio che è tutto reale, fatto di domande irrisolte e incertezze.

#appuntidiunfestival pt.4: Anagoor

Dopo la maratona di B.Motion Danza, che ha visto protagonisti i coreografi selezionati dal network internazionale Aerowaves per il festival Spring Forward, a Bassano del Grappa si apre la settimana del teatro. A inaugurarla è l’ultimo lavoro di Anagoor, formazione di casa che si è andata imponendo nel panorama internazionale per la qualità della sua ricerca estetica e il suo sguardo capace di penetrare in profondità la superficie del mondo.

L.I. Lingua imperii è un’opera complessa, che si muove su piani e livelli molto differenti tra loro, senza però limitarsi ad accennarli, piuttosto scavando sino a trovare quei nodi essenziali che conferiscono alla rappresentazione una struttura solida e coerente. Se infatti punto di partenza del discorso di Simone Derai e compagni è la lingua come strumento di controllo e di potere, lo spettacolo sembra vertere su temi che travalicano la linguistica per calarsi nel substrato dell’animo umano, sviscerandolo sino a raggiungere una questione che ha interessato filosofi, scrittori, registi e artisti di ogni tempo e luogo: la crudeltà, o meglio la violenza degli uomini su altri esseri umani. Il linguaggio diviene un filo d’Arianna per condurre lo spettatore in un labirinto ignoto, tutto interiore, sino a giungerne al centro, nel luogo più nascosto: video, corpi, musica e testo indicano direzioni e orientamenti per muoversi negli angoli oscuri che si dischiudono con il procedere della rappresentazione, in un tessuto che riporta l’essere umano alla sua natura animale, in un processo di purificazione da una razionalità opprimente.