premio scenario infanzia 2012

Curiosando tra i progetti finalisti del Premio SCENARIO infanzia 2012

 

Raccolto domestico – opera fotografica di Marco Caselli Nirmal

Il Premio SCENARIO infanzia, promosso dall’Associazione Scenario e giunto alla quarta edizione, rappresenta una delle più importanti e vivaci realtà del Teatro Ragazzi nel nostro paese. I progetti delle passate edizioni si sono fatti conoscere venendo ospitati in festival e rassegne. Quest’anno la nostra Redazione ha deciso di approfondire e indagare il processo del Premio, incontrando i protagonisti, gli otto artisti giunti in Finale, prima della premiazione.
Una selezione partita dalla candidatura di 64 progetti (39 dei quali provenienti dal nord, 14 dal centro, 7 dal sud e 4 dalle isole) 20 dei quali, dopo essere stati valutati da sette commissioni distribuite su tutto il territorio nazionale, sono stati ammessi alla tappa successiva, che si è svolta a Cascina a settembre e nella quale sono stati indicati gli otto finalisti.
Il 23 novembre al Teatro al Parco di Parma, in occasione dell’apertura del Festival Zona Franca, Giuliano Scarpinato (con La fortuna di Philéas), Laura Landi (con Fratelli applausi), OSM Dynamic Acting – OcchiSulMondo (con Quando c’era Pippo), L’Organizzazione (con John Tammet fa sentire le persone molto così :-?), Babel crew (con 1, 2, 3 crisi… ovvero la crisi salvata dai ragazzini), Mimmo Conte (con Gilgamèsc), Roberta Maraini (con Niña) e Eco di fondo (con Nato ieri) presentano i loro lavori − ciascuno della durata di 20 minuti circa, come richiesto dalla tappa finale del Premio − incontrando un pubblico che comprende in particolare i giovani spettatori (dai 3 ai 18 anni) ai quali sono rivolti i progetti.

La giuria è presieduta da Valeria Raimondi (attrice e regista, fondatrice della compagnia Babilonia Teatri) e formata da: Stefano Cipiciani (direttore artistico di Fontemaggiore Teatro, presidente dell’Associazione Scenario), Marco Dallari (pedagogista, Università di Trento), Cristina Palumbo (curatrice e consulente teatrale), Cristina Valenti (docente Dams, Università di Bologna e direttore artistico dell’Associazione Scenario).
La Finale è seguita inoltre da un Osservatorio di studenti coordinato da Cira Santoro (progettista e organizzatrice teatrale) e Federica Zanetti (ricercatrice, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Università di Bologna, da un gruppo di allievi dell’Istituto d’Arte “Toschi” di Parma.

Abbiamo posto a tutti i finalisti tre domande, per iniziare a conoscere e comprendere la loro poetica e le modalità di lavoro: «Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia? Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto? Come si è sviluppato il progetto rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?».
Sono emerse curiosità, riflessioni, percorsi e tematiche che meriterebbero certamente di essere approfondite ma che, tuttavia, consentono di cogliere le molteplici sfaccettature dei progetti e dei loro creatori. L’intervista agli otto finalisti del Premio SCENARIO infanzia 2012 ha fatto scaturire la bellezza dell’incontro e ha lasciato risuonare, dalla tazzina da tè di Scenario, la voce di alcuni di quei «preziosi frutti di stagione − come scrivono Stefano Cipiciani e Cristina Valenti − da cogliere dove nascono e da valorizzare come risorsa per il futuro di tutto il teatro».

Le interviste ai finalisti del Premio SCENARIO infanzia 2012 (in ordine di presentazione dei lavori il 23 novembre):
La fortuna di Philéas di Giuliano Scarpinato (Palermo)
Fratelli applausi di Laura Landi (Firenze)
Quando c’era Pippo di OSM Dynamic Acting – OcchiSulMondo (Perugia)
John Tammet fa sentire le persone molto così :-? di L’Organizzazione (Roma)
1, 2, 3 crisi… ovvero la crisi salvata dai ragazzini di Babel crew (Palermo)
Gilgamèsc di Mimmo Conte (Potenza)
Niña di Roberta Maraini (Torino)
Nato ieri di Eco di fondo (Milano)

La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a Laura Landi

Laura Landi (Firenze)
Fratelli Applausi

ideazione, regia, scenografia e pupazzi Laura Landi
interpreti
Margherita Fantoni, Carlo Gambaro, Laura Landi

Fascia d’età: 6 – 11 anni

Fratelli Applausi di Laura Landi

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo di un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
L’embrione dello spettacolo è stata una gag sul pubblico: un pubblico “finto” di pupazzi (tre uccelli in una gabbia), che entra a teatro per guardare il pubblico in sala.
Da questo inizio – che è tuttora l’inizio del lavoro – si è sviluppata l’idea di una situazione che rendesse entrambi i pubblici partecipi di un secondo (terzo?) spettacolo (la storia del Principe e della Principessa), con un andamento emotivo che infine portasse gli spettatori in sala a intervenire attivamente agli avvenimenti in scena. La partecipazione attiva del pubblico è una componente importante nel teatro rivolto all’infanzia e, in questo lavoro, viene affrontata come riflessione. Riflessione sul teatro come accadimento fatto di spettacolo e di pubblico, come specchio che riflette la vita e la società, come rito di aggregazione, come confronto, dissenso, partecipazione.
Fratelli Applausi
è privo della parola: solo musica e rumori. Ed ecco che la parola diventa l’anello mancante in mano ai bambini in sala, necessario affinché si possa concludere con il giusto lieto fine. Un meccanismo simile a quello de La storia infinita, dove l’intervento esterno alla storia diventa più che una componente, è la spina dorsale che sostiene tutta la vicenda.
Con questo obiettivo è stato pensato lo sviluppo dello spettacolo che si alterna tra rappresentazione del pubblico (cito gli spettatori del Muppet Show) e rappresentazione della rappresentazione (il Principe e la Principessa). Quest’ultima parte è stata elaborata utilizzando tutto il materiale più popolare dell’infanzia: le fiabe nei soggetti e nell’intreccio, i video games come idea di spazio della rappresentazione e nella riproposta drammaturgica del protagonista che ritorna, dopo la morte, ripetendo se stesso in schemi parzialmente nuovi.

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
Ci sono tre uccelli che si trovano improvvisamente insieme in una gabbia, che però non è proprio una gabbia: è un palchetto di teatro, un terrazzo in alto da dove si vede lo spettacolo. Il teatro intanto si sta riempiendo di gente venuta a vedere la rappresentazione. L’orchestra sta accordando gli strumenti. Uno di questi uccelli è un gufo un po’ strano – sta fermo immobile e non saluta nessuno –, un altro uccello è un papero e infine una pappagalla. C’è un signore in divisa – la maschera – che gli fa la guardia dietro la porta. Il papero e la pappagalla non vogliono stare vicino al gufo e allora si litigano il posto a sedere. La luce lampeggia, l’orchestra tutta insieme esegue il La di inizio, il pubblico applaude e lo spettacolo comincia. È un balletto che racconta la storia di un Principe e una Principessa innamorati e di una mano cattiva che gli vuole fare del male. Il Principe affronta tanti pericoli per andare a svegliare la Principessa dal sonno profondo in cui è caduta in seguito alla puntura con l’arcolaio. Ma una volta giunto da lei, il Principe non riesce a salvarla, perché invece di andare a svegliarla… Riuscirà da solo il Principe a salvare la sua amata?

Come si è sviluppato il lavoro rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Per la prima selezione, che prevede 5 minuti, abbiamo lavorato sull’inizio dello spettacolo studiando in particolare modo la tecnica di animazione dei pupazzi protagonisti, il pubblico. Prendendo spunto dalle coppie comiche più conosciute del cinema e dei cartoni animati (Stanlio e Ollio, Tom e Jerry, ecc.) abbiamo sperimentato gag e ritmi scenici, con particolare attenzione a elaborare l’espressività dei pupazzi. La tecnica di animazione utilizzata unisce vari elementi propri del muppet e del bunraku giapponese.
Nella seconda fase abbiamo perfezionato l’animazione dei pupazzi, definito la drammaturgia e iniziato a lavorare sulla parte successiva, che prevede l’utilizzo di burattini ispirati agli studi di Obrazov.
Una parte importante è stata la realizzazione della baracca definitiva (teatrino) e la progettazione della parte tecnica (luci e suono). In questa seconda parte la drammaturgia è strettamente connessa ai brani musicali. I pezzi, scelti tra vari autori di musica classica, a loro volta sono stati rielaborati e adattati al ritmo della scena.

 

 

Laura Landi nata a Livorno, diplomata in scenografia presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze, dal 2002 inizia il suo percorso nel Teatro di figura con il corso per attori-animatori tenuto da Claudio Cinelli. Scenografa e burattinaia costruttrice, dal 2007 collabora con la Compagnia Pupi di Stac.

Carlo Gambaro nato a Lucca, è laureato in Cinema Musica e Teatro presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa. Si è formato come attore presso La Città del Teatro di Cascina, prendendo parte ad alcune produzioni di Teatro Ragazzi. A Firenze ha intrapreso un percorso di studio sulla danza contemporanea con Simona Bucci e Paolo Mereu. Studia voce con Francesca Della Monica. Da sei anni collabora con la compagnia Il Teatro Del Carretto di Lucca.

Margherita Fantoni nata a Firenze, studia organizzazione teatrale, regia e scenografia a Firenze e Venezia, facendo diverse esperienze come attrice e performer. Si avvicina al teatro per l’infanzia nel 2006 con il progetto di teatro interattivo Fiabe in scena della compagnia milanese Orto delle Arti. Nel 2009 si diploma alla scuola Mestieri del Burattinaio presso la compagnia Arrivano dal Mare! di Cervia e inizia la sua collaborazione come burattinaia e attrice nella compagnia fiorentina Pupi di Stac.

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La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a Giuliano Scarpinato

La fortuna di Philéas – foto di Michela Amadei

Giuliano Scarpinato (Palermo)
La fortuna di Philéas

liberamente ispirato a La grande fabbrica delle parole di Agnès de Lestrade e Valeria Docampo

regia e progetto scenico Giuliano Scarpinato
con
Daniele Sala, Raffaele Musella, Eleonora Tata
luci Paolo Meglio

Fascia d’età: 6 – 10 anni

 

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo di un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
Lo straordinario vantaggio del creare uno spettacolo per bambini è la totale libertà espressiva entro la quale è possibile muoversi. Si possono invertire gli ordini, mischiare i simboli, alterare tempo e spazio, scardinare ogni sorta di regola. Da questa libertà non può però prescindere lo sforzo costante di rendere fruibile la storia che si va a raccontare. Ed è lì, credo, che si situano gli equilibri più delicati: in ogni fase del lavoro, per ogni singola scena dello spettacolo, bisogna trovare la giusta miscela di suggestività e intelligibilità. Bisogna parlare insieme al cuore e alla mente, laddove la rappresentazione si affida principalmente a una magia, un’evocazione, è necessario “compensare” con qualche piccolo espediente più meramente narrativo.
Nelle primissime fasi del lavoro, basate sull’improvvisazione, ci siamo quindi molto divertiti a “nuotare” nel mare di libertà di cui dicevo, riscoperchiando i bauli delle nostre rispettive infanzie. Nelle fasi successive, quelle più compositive, abbiamo iniziato a porre qua e là degli argini, cercando di capire come miscelare momenti “simbolici” a momenti “esplicativi”. La sfida era – ed è – quella di raccontare senza quasi ricorrere alle parole; la storia è quella di un paese dove nessuno, a esclusione di pochi ricchi, parla…

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
Da qualche parte nel mondo esiste un paese dove la gente sta sempre zitta; per parlare bisogna comprare le parole e inghiottirle, e le parole sono molto care.
Philéas è un bambino povero; possiede solo parole di poco conto come “patata”, “muro”, “polvere”, che raccoglie ogni tanto dai cassonetti della spazzatura. Philéas è innamorato di Cybelle, una bambina bellissima; lei è però fidanzata con Oscar, un bambino molto ricco di parole, presuntuoso e arrogante. Philéas vorrebbe tanto dire a Cybelle che la ama, ma non ha abbastanza soldi per comprare “ti amo”. Un giorno però, per il compleanno della bimba, raccoglie tutto il suo coraggio e decide di andare da lei. Philéas arriva sotto casa di Cybelle, ma proprio in quel momento Oscar sta dicendo alla sua fidanzatina “Ti amo, un giorno noi ci sposeremo!”.
Philéas è scoraggiato, lui possiede solo poche poverissime parole; vede però che Cybelle, dalla finestra, lo sta guardando e gli sorride! Philéas sale a perdifiato per le scale, Cybelle è lassù in cima; il bimbo si accosta a lei e le sussurra nell’orecchio: “muro… polvere… ciliegia…”.
Cybelle sente battere il cuore forte, dà un bacio a Philéas; il bambino pronuncia allora l’unica parola importante che possiede, “ancòra”. Philéas e Cybelle rimarranno per sempre insieme.

Come si è sviluppato il lavoro rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Il passaggio dalla prima alla seconda fase del concorso è stato molto importante per il confronto avuto con i membri della giuria che, con domande e osservazioni di vario genere, hanno posto questioni centrali sul lavoro – prima fra tutte quella dell’intelligibilità della storia che raccontavamo.
In seconda fase abbiamo avuto anche il privilegio di avere un nutrito pubblico di bimbi e di ricevere in modo immediato il loro feedback: a seconda della maggiore o minore attenzione e partecipazione ai vari momenti dello spettacolo, ci siamo resi conto di dove fosse ancora necessario aggiustare il tiro, in vista dell’ultima fase del concorso.

 

 

Giuliano Scarpinato nasce a Palermo nel 1983. Nel 2009 si diploma come attore presso la scuola per attori del Teatro Stabile di Torino diretta da Mauro Avogadro. Frequenta stage con Antonio Latella, Alfonso Santagata, Marco Baliani, Arturo Cirillo, Michele Abbondanza, Jurij Ferrini, Valerio Binasco, Cristina Pezzoli, Ricci/Forte, Mimmo Cuticchio, Susan Batson. In teatro ha lavorato come attore con John Turturro, Giancarlo Sepe, Marco Baliani, Emma Dante, Daniele Salvo, Mauro Avogadro, Carmelo Rifici. Come regista ha diretto insieme a Francesca Turrini I ciechi di Maurice Maeterlinck. Nel 2011 ha ricevuto la segnalazione speciale della giuria al Premio Hystrio alla vocazione.

Daniele Sala nasce a Milano nel 1983. Nel 2009 si diploma presso la scuola per attori del Teatro Stabile di Torino. Prende parte a laboratori con Emma Dante, Claudio Autelli, Antonio Zanoletti, Alfonso Santagata, Antonio Sixty, Carmelo Rifici. In teatro ha lavorato con Mauro Avogadro, Daniele Salvo, Andrea Battistini, Federico Tiezzi.

Raffaele Musella nasce a Varese nel 1985. Nel 2009 si diploma presso la scuola per attori del Teatro Stabile di Torino diretta da Mauro Avogadro. Frequenta laboratori con Valerio Binasco, Carmelo Rifici, Emma Dante, Serena Sinigaglia, Jurij Ferrini. In teatro ha lavorato con Giancarlo Sepe, Andrea Battistini, Alessio Pizzech, Mauro Avogadro, Daniele Salvo. Oltre che attore è cantante.

Eleonora Tata nasce a Roma nel 1984. Nel 2008 si diploma presso l’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico. Frequenta stage con Emma Dante, Peter Clough, Nikolaj Karpov, Michele Monetta, Anna Marchesini, Massimiliano Farau, Michael Margotta. In teatro ha lavorato con Giancarlo Sepe, Giuseppe Marini, Gigi Proietti, Massimiliano Farau, Lorenzo Salveti, Luciano Melchionna, Enzo Garinei.

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La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a Babel crew

Babel crew (Palermo)
1, 2, 3 crisi ovvero la crisi salvata dai ragazzini

un progetto di Gabriele Cappadona, Giuseppe Provinzano
con
Maziar Firouzi, Giuseppe Provinzano
testo e regia
Giuseppe Provinzano
dramaturg e assistente alla regia
Gabriele Cappadona
sound e light designer
Gabriele Gugliara

Fascia d’età: dagli 11 anni

1, 2, 3 crisi… ovvero la crisi salvata dai ragazzini – foto di Michela Forte

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
1, 2, 3 crisi… ovvero la crisi salvata dai ragazzini è il primo progetto che – sia io come autore e regista (Giuseppe Provinzano), che noi come Babel crew – rivolgiamo al teatro ragazzi. Sin dal primo momento io stesso mi sono chiesto quali potessero essere gli elementi cardine di un teatro rivolto ai più giovani: mi sono chiesto se esistesse una poetica specifica, una “maniera” precostituita, un modus operandi stabilito dalla pratica di chi fa da una vita teatro ragazzi, se ci fossero degli schemi creativi fissi. Alla fine mi sono risposto che, qualora anche esistessero, non mi interessavano più di tanto, perché il teatro è teatro e se non esiste la definizione “teatro adulti” non dovrebbe stilisticamente esistere differenza: a mio modesto parere il teatro ragazzi è troppo relegato (dagli schemi di mercato probabilmente e dalla miopia ministeriale in materia) e considerato come teatro di serie “b”, palestra per giovani attori, autori e registi. Quante volte abbiamo sentito dire “ah va bene… fanno teatro ragazzi”. Errore e orrore. Trovo inopportuno fare una distinzione di stile e di creazione in funzione di coloro i quali sono individuati come destinatari, che siano essi dei bambini o dei ragazzini. Il processo creativo, per quel che ci riguarda, è identico a qualsiasi altro lavoro: uguali le fasi, uguale l’approccio.
Abbiamo piuttosto pensato di doverci arricchire di riferimenti − in merito al linguaggio testuale o scenico − relativi al loro mondo e modo di vivere, perché potessero avere, loro e solo loro, delle chiavi di lettura, anche a scapito forse della comprensione degli adulti stessi, così come avviene proporzionalmente al contrario nel “teatro-non-ragazzi” o “teatro adulti”. Insomma abbiamo deciso di trattarli come fossero degli adulti e a ragione di ciò abbiamo deciso di individuare dei destinatari in una fascia d’età aperta, dagli 11 anni in su.

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
Come suddetto, abbiamo deciso di individuare una fascia d’età aperta dagli 11 anni in su: avremmo voluto allargarla alla sua forbice massima, ma ci siamo resi conto che l’argomento in questione (la crisi economica e il rapporto col denaro) necessita di una minimamente strutturata conoscenza delle nozioni base di matematica e di un minimo di esperienza diretta rispetto al rapporto stesso col denaro. Alla domanda in questione rispondo rilanciando: 1, 2, 3 crisi… ovvero la crisi salvata dai ragazzini, piuttosto che raccontare, fa interagire e vivere la storia in questione ai ragazzi. Lo stesso processo creativo ci ha portato a fare ciò: in sede di confronto in compagnia, il nostro direttore amministrativo (Gabriele Cappadona), laureato in economia politica e con un passato da analista di mercato, ha proposto la volontà e la possibilità di pensare a uno spettacolo che parlasse della crisi come mai nessuno avesse fatto, con cruda chiarezza, distinto rigore e assoluta piacevolezza. Di questo lavoro lui è il Dramaturg: colui il quale delinea i concetti, cura l’esemplificazione e guida la scrittura del testo da parte dell’autore, che sarei io. In un secondo momento abbiamo pensato fosse il caso di rivolgere lo spettacolo ai più giovani, a coloro che stanno subendo questa crisi e di cui ne raccoglieranno i cocci; gli stessi che scendono nelle piazze e nelle strade a riversare la loro rabbia per un presente difficile e un futuro assolutamente incerto.
In funzione di questa che è risultata infine una scelta necessaria, abbiamo deciso di costruire lo spettacolo pensando dunque a un’interazione drammaturgica al fine di concedere agli spettatori spazio attivo di confronto, partecipazione e consapevolezza. La drammaturgia è aperta: abbiamo individuato 3 snodi drammaturgici che prevedono l’interazione col pubblico che potrà/dovrà prendere una scelta per il protagonista (che da testo è un coetaneo, o quasi, dei giovani spettatori), portando lo sviluppo della storia verso 9 possibili finali differenti. L’interazione e la reticolarità della drammaturgia sono elementi che i ragazzi conoscono bene (pensiamo ai giochi di ruolo da consolle e alla reticolarità delle informazioni nell’era di internet) e che, avvalorati da un linguaggio chiaro, preciso e poetico, faranno in modo che i giovani possano vivere la storia e non sentirsela raccontare.

Come si è sviluppato il lavoro rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Non è la prima volta che partecipo al Premio Scenario e non è la prima volta che partecipo a un premio teatrale… Né credo sarà questa l’ultima. Ne abbiamo vinto alcuni, siamo passati inosservati in altri. Viviamo questi premi come occasione per dare al processo di lavoro degli appuntamenti: guai pensare a un progetto ad hoc per il Premio Scenario o simili, ma piuttosto verificare se la nostra progettualità può avvalorarsi di quella stabilita dal Premio in questione. Il Premio Scenario, nella sua strutturazione temporale, permette di costruire una progettualità gettata nel tempo e, di conseguenza, una maturazione del lavoro che nei processi di ricerca è assolutamente necessaria. Guai vivere questo e altri premi con approccio competitivo tra i partecipanti: queste inutili competizioni non ci interessano e in qualche modo le aborriamo, noi stiamo partecipando per misurarci con noi stessi, verificare e sviluppare un processo di creazione e di ricerca, confrontarci costruttivamente con gli altri partecipanti e con gli stessi membri delle varie giurie che ci hanno portato sino alla finale e andare oltre alle classifiche e ai podi. Mi pare che Vasco Rossi stesso arrivò ultimo in un Sanremo di quasi trent’anni fa con una canzone che ancora riecheggia nelle orecchie dei più.
Nella fattispecie 1, 2, 3 crisi… ovvero la crisi salvata dai ragazzini ha fatto da input: in un momento in cui stavamo verificando le potenzialità del progetto e strutturando questa nuova formazione che prevede un teatrante “consumato” a lavoro con un esperto economista − che fa da Dramaturg e assistente alla regia − e un attore ventenne alle prime armi con la considerazione professionale delle sue passioni, ci è parso assolutamente coerente per maturare concetti, approfondimenti tematici, stilistici, crescite personali e di relazione del gruppo stesso.
Solitamente i premi che richiedono di presentare 25 minuti del lavoro per valutare il potenziale, ti mettono davanti a una scelta. Molti teatranti presentano questi come condensato del potenziale. Un prodotto con tutti o quasi gli elementi cardine. Col rischio, visto e rivisto più volte, che il passaggio al lavoro completo sia semplicemente una pratica a diluire la densità dei 25 minuti. Quante volte di un lavoro abbiamo preferito lo studio più che lo spettacolo tutto. Noi, un po’ per scelta un po’ perché non abili nell’addensare/diluire, abbiamo deciso di lavorare il progetto e i suoi 25 minuti facendo partire la ricerca e la sua dimostrazione dall’inizio, andando di fila. I primi 25 minuti densi di tutti gli elementi cardine della ricerca e del lavoro in tutto il suo potenziale! Stanley Kubrick diceva che per valutare un libro gli bastava leggere i primi quattro o cinque periodi. Speriamo di cavarcela… e comunque vada, è già un successo. È già successo!

 

Babel crew nasce nel 2011 con lo scopo di creare un ambiente associativo tra diversi linguaggi e professionalità. Babel si occupa di teatro, film, documentari, danza, organizzazione di eventi culturali, arte e architettura, laboratori professionali, laboratori scolastici e universitari, artigianato creativo, consulting manager, musica dal vivo e post-produzione musicale, web creator e web editing, progetti artistico-sociali nelle carceri, con gli immigrati e in altri ambienti di disagio sociale. Babel è una crew di artisti e professionisti di diversi settori i quali, assumendo la responsabilità della loro area d’intervento, mirano a una quanto più svariata creazione di iniziative, laddove la diversità è vista come motivo di accrescimento, di confronto e di possibilità. All’interno di essa ogni artista/professionista è libero di parlare “il proprio linguaggio”, ricevendo dagli altri sostegno, merito e riconoscimento. Babel crew nasce da un’idea di Giuseppe Provinzano che fa confluire in essa l’esperienza associativa in ambito teatrale che ha maturato dal 2005 nella più nota a.c.suttascupa con Giuseppe Massa. Nel 2006 debutta con l’omonimo spettacolo suttascupa, protagonista di una lunga tournée in Italia e in Europa. Con lo spettacolo GiOtto-studio per una tragedia (più di 70 repliche) ha ricevuto alcune nomination nel Premo Ubu 2009 come nuova drammaturgia. Nel 2010 lo studio/spettacolo To play or to die riceve la menzione speciale al premio Dante Cappelletti e nel 2011 vince il Premio della Critica al Premio Giovani realtà del teatro; lo stesso debutterà a marzo 2013 per una coproduzione tra Babel crew e il CSS di Udine.

Giuseppe Provinzano classe ’82, si diploma nel 2003 alla scuola di recitazione del Teatro Biondo di Palermo. Inizia giovanissimo la carriera d’attore con Luca Ronconi, Massimo Castri, Marco Baliani, Pippo Delbono, Enrique Vargas, Matthias Langhoff, continuando la sua formazione in workshop con questi e con Antonio Latella, Emma Dante, Davide Enia, Abbondanza Bertoni, Krzysztof Warlikowski e altri. Nel 2006 fonda con Giuseppe Massa l’a.c.suttascupa: debuttano gli spettacoli suttascupa e GiOtto-studio per una tragedia che effettuano tournée in Italia e all’estero. Ai Premi Ubu 2007 e 2008 riceve segnalazioni come attore under 30 e per la nuova drammaturgia. Nel 2008 partecipa alla Summer Academy dell’Unione dei Teatri d’Europa e all’École des Maîtres 2008. Nel 2009 partecipa a Working for Paradise, progetto dell’Heiner Müller Gesellschaft di Berlino, alla fine del quale viene pubblicato un suo testo dalla casa editrice Theater der Zeit. Durante l’anno accademico 2005/2006 consegue la Laurea in Dams presso l’Università di Palermo. Nel 2009 fa parte della direzione artistica del Teatro dei Cantieri Festival. Nel 2010 fonda l’Officina Sensì, gruppo di ricerca sensoriale e performativa. Nel 2011 fonda Babel crew, che riunisce artisti, linguaggi e professionalità di varie e differenti forme e provenienze che fanno del confronto una possibilità di accrescimento reciproco. Per Babel crew dirige la rassegna di teatro contemporaneo Scena Nostra.

Gabriele Cappadona classe ’79, socio fondatore Babel, laureato in Economia Internazionale presso l’Università Bocconi di Milano. Dopo la laurea occupa ruoli di prestigio, in relazione all’età, presso la Reuters (prima di Milano e poi di Londra) e poi alla Bloomberg di Londra, nota agenzia internazionale di rating. Nel 2010 lascia per scelta etica il lavoro di cui sopra e torna a Palermo dove, tra le altre attività professionali intraprese, fonda Babel, di cui è il direttore amministrativo.

Maziar Firouzi classe ’90, giovanissimo attore di origini iraniane, inizia all’età di 13 anni il suo percorso teatrale partecipando al progetto Shakespeare salvato dai ragazzini diretto prima da Carlo Cecchi e poi da Matteo Bavera, un progetto che ha visto giovanissimi attori (dai 10 ai 16 anni) lavorare sui più noti classici e girare con questi spettacoli i teatri più prestigiosi d’Europa: Romeo e Giulietta (Mercuzio), Otello (Iago), Amleto (Amleto), Sogno di una notte di mezza estate (Puck), La tempesta (Calibano).

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La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a Eco di fondo

Eco di fondo (Milano)
Nato ieri

con Libero Stelluti, Andrea Pinna, Giulia Viana
drammaturgia
Giacomo Ferraù, Giulia Viana
scene e costumi Giulia Viana
regia Giacomo Ferraù
assistenti alla regia Valentina Mandruzzato, Valentina Scuderi

Fascia d’età: 10 – 13 anni

Nato ieri di Eco di fondo

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
Giacomo Ferraù: Punto di partenza fondamentale per il nostro lavoro è stato lasciare che lo spazio scenico diventasse luogo di gioco e scoperta; un luogo dove tutto è permesso senza timore di giudizio, dove le regole nascono organicamente nello spazio e con lo spazio della storia, del racconto, della vita scenica. Sin dalle prime volte in cui io e Giulia ci interrogavamo riguardo al progetto, avevamo ben chiaro che intendevamo realizzare uno spettacolo diretto a una fascia specifica del teatro ragazzi ma capace, nel contempo, di rivolgersi a bambini di ogni età, dagli 8 ai 99 anni, come la dicitura dei giochi in scatola più divertenti. Parlare al bambino che è dentro di noi significa, a livello attoriale, lasciare spazio alla fantasia, in fase creativa, senza inscatolarla dentro limiti logistici prestabiliti. Era per noi il primo spettacolo di teatro ragazzi in cui ci impegnavamo in una drammaturgia originale. Durante il lavoro ci siamo dunque stupiti a osservare che le regole della messinscena fossero del tutto uguali ai principi basilari di creazione seguiti negli altri spettacoli rivolti a un pubblico più adulto, e che queste regole non subissero limitazioni, anzi! In primo luogo, il controllo costante della chiarezza e dell’efficacia espositiva della messinscena. Poi, indubbiamente, il reale divertimento attorale in scena: perché i bambini, come diciamo nello spettacolo, sono molto più attenti al mondo degli adulti che gli adulti stessi. E ancora la semplicità della messinscena stessa. Certo, è difficile essere semplici ed essenziali, soprattutto in un’epoca dove la semplicità viene spesso confusa con banalità. Eppure, quella meravigliosa risorsa scenica che è lavorare per immagini, per metafore teatrali (soprattutto la metonimia, la parte per il tutto), ci ha aperto una strada per portare in scena mondi che in fase di scrittura apparivano difficilmente rappresentabili.
Come il teatro mutua, con metonimia appunto, il gioco del bambino che agitando un lenzuolo si stende davanti al mare, così in scena compaiono, agli occhi del bambino che è dentro ognuno di noi, paesi lontanissimi a distanza di un passo, cani invisibili, letti verticali, foto ricordo che si animano al pensiero di un carillon…
Lasciare aperta la discussione scenica inoltre ci ha permesso di inserire immagini e proposte dell’intero gruppo: il lavoro di Andrea, Libero, Giulia e Valentina (che mi affiancava come assistente) è stato più che fondamentale. Nato ieri nasce in effetti da una nostra riflessione su una condizione odierna più generale di spaesamento, di inadeguatezza rispetto una realtà fatta di schemi fin troppo prestabiliti, che non lascia spazio allo spirito del bambino e che costringe a una crescita troppo rapida, negando la dimensione della scoperta, del candore che permette di emozionarsi, del gioco, che è anche il principio del nostro mestiere.

Come racconteresti la storia ad un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
Mino è nato ieri. E ha 42 anni. Mino ha lo spirito di un bambino, ma è nato già adulto, nel corpo di un adulto. Anche i suoi genitori, che non sono mica nati ieri, si sono chiesti, al tempo, come fosse potuto nascere così grande. O meglio, se lo sono chiesti per un paio d’ore, poi ci hanno rinunciato e lo hanno lasciato davanti alla porta di un orfanotrofio. Così Mino rimane lì, col pollice in bocca, immobile, di fronte al portone. Arriva la notte, con lei il buio. Mino, essendo nato ieri, non conosce il buio, così si spaventa e inizia a piangere. E piange. E piange. E piange. Fino al mattino successivo, quando una suora attempata gli apre la porta e spinge fuori un bambino dai tratti slavi, un bambino rom, con un cespuglio di capelli arruffati, un sorriso furbetto e un violino sotto al braccio. «È lei il signor Rossi? È venuto a prendere Lucignolo, finalmente?» ringhia la suora tirando il bambino dall’orecchio. Mino sorride, perché essendo nato ieri non ha ancora imparato a parlare. «Ma quale signor Rossi? Questo è nato ieri!» dice Lucignolo ridendo. «Porta rispetto al tuo nuovo papà!» tuona esausta la suora sbattendo il portone dietro di sé. Mino e Lucignolo si guardano. Si guardano. Si guardano. Poi finalmente Mino sorride. «Pa-pà…». La sua prima parola. Anche se ancora non lo sanno, le loro vite, da questo momento, non si separeranno più. Dopo un attimo di disperazione, Lucignolo si rassegna alla cruda realtà: l’uno non ha che l’altro al mondo e in qualche modo dovranno cavarsela. Lucignolo per prima cosa cerca di ritornare al campo rom dove vivevano i suoi genitori, ma trova soltanto terra e cenere. Così iniziano il loro viaggio e le loro numerose avventure per riuscire ad arrangiarsi nella giungla del mondo. Lucignolo sa di essere troppo piccolo per trovare un lavoro. Potrebbe farlo Mino. «Se Mino è nato ieri, tutti se ne accorgeranno» pensa Lucignolo. «Bè, la suora non se n’è accorta, in effetti, i grandi non sono così attenti…». Così inizia la loro avventura, Lucignolo insegnerà a Mino come fare a essere grande, mentre Mino restituirà al suo amico quel gioco e quella leggerezza dell’infanzia che la vita gli ha negato.
oppure…
Nato ieri è la storia di un bambino, Mino, che nasce e ha già 42 anni. La sua mamma e il suo papà non sanno come prendersi cura di lui e decidono di lasciarlo all’orfanotrofio dove una suora, scambiandolo per un genitore, gli affida un bambino rom di 10 anni, Lucignolo. Mino e Lucignolo dovranno vivere insieme, l’uno non potrà stare senza l’altro, ognuno imparando attraverso gli occhi del suo compagno, la ricchezza e l’unicità della propria età, della propria esistenza.

Come si è sviluppato il lavoro rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Giulia Viana: Da tempo, pensavamo a una nuova produzione Eco di fondo, uno spettacolo di teatro ragazzi, ma tergiversavamo rispetto alle tempistiche. Poi, la scadenza al bando di concorso Premio Scenario Infanzia 2012 ci diede un buon motivo per stendere un’ipotesi di progetto. Così in un tiepido pomeriggio di aprile, davanti a un gelato, in Piazza Cinque Giornate a Milano, io e Giacomo pensammo a Mino e alla sua storia, che arrivò come un lampo, nel giro di dieci minuti, tra un assaggio di stracciatella, e uno sguardo al cielo limpido della primavera. Convocammo Libero, Andrea e Valentina per presentargli l’idea di Nato ieri e una prima scena per i cinque minuti. Io, Libero e Andrea provammo il testo. Funzionava! Bastarono pochi giorni per montarlo con la regia di Giacomo. Passata la prima selezione, io e Giacomo scrivemmo altre quattro pagine di testo e lo proponemmo ai compagni. Non avevamo però ben chiara l’ultima scena, quella tra Lucignolo e Mino e il principio del loro viaggio, ma Libero e Andrea, improvvisando, in un solo pomeriggio, diedero naturalmente vita e colore a quello che la storia richiedeva. E ora siamo qui, all’ultima selezione, con tanti pensieri positivi per il futuro nel cuore, incoraggiati da questo per noi grande traguardo, e, in testa, altri piccoli frammenti della storia di Mino da cucire insieme per ultimare la sua avventura, qualunque sia l’esito del concorso.

 


ECO DI FONDO
Giacomo Ferraù e Giulia Viana sono due giovani attori, diplomati all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 2007. Quell’anno si uniscono, insieme a Stefania Monaco, gettando le basi per la costruzione di un gruppo di lavoro, che troverà la sua piena realizzazione nell’ambito del progetto Fetus, Aia Taumastica. Sono stati selezionati nel 2008 con lo spettacolo Te Remoto, dramma musicale intorno alle vicende sul terremoto di Messina del 1908, al concorso Palermo Teatro Festival. Finalisti nel 2008 con lo spettacolo Il più bel giorno della mia vita a: Upnea (Festival Suburbia); Premio Giovani Realtà del Teatro (Scuola Nico Pepe, Udine). Nel 2009 si costituiscono come Associazione culturale Eco di fondo, con sede legale a Milano. Nel 2010 vincono: il bando Presenze.2, mettendo in scena la “seconda notte” da Notti bianche di Dostoevskij, regia di Francesca Cavallo, in scena Giacomo Ferraù e Giulia Viana (Teatro Filodrammatici, Milano); il bando Schegge, con lo spettacolo Bestie (ora I Candidi), regia di Emanuele Crotti (Il cerchio di gesso, Torino); Giacomo Ferraù vince il primo premio nazionale e il primo premio internazionale di regia “Fantasio Piccoli 2010”, con la messinscena di Sogno di una notte di mezza estate, in scena Andrea Pinna e Giulia Viana. Debuttano il 5 marzo 2011 al Teatro civico di Oleggio con Coppia aperta, quasi spalancata, di Dario Fo e Franca Rame, regia di Giacomo Ferraù, con Andrea Pinna e Giulia Viana, scene e costumi di Paola Tintinelli, luci di Giuliano Almerighi. Debuttano il 25 aprile al Teatro Oscar di Milano, con Le rotaie della memoria, di Giulia Viana e Giacomo Ferraù, regia di Giacomo Ferraù, con Giulia Viana. Debutteranno nel 2013 con lo spettacolo Sogni (di una notte di mezza estate), regia di Giacomo Ferraù, con Andrea Pinna, Valentina Scuderi e Giulia Viana.

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La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a Roberta Maraini

Roberta Maraini (Torino)
Niña

di e con Roberta Maraini

Fascia d’età: 14 – 18 anni

Niña di Roberta Maraini

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
Ecco ciò che ha caratterizzato le fasi del mio processo creativo.
Primo: afferrare l’idea. Avevo sul fondo un sentimento, un’immagine che continuava ad agitarsi… Un mondo in cui gli individui in base a una rigida classificazione esterna – come ti vesti? Come parli? Come e quando esprimi le tue emozioni? – vengono infilati in una di queste due categorie: o nel giro giusto o in quello degli sfigati. Un mondo piramidale, come nell’ancien régime, come nelle dittature populiste.
Secondo: tradurre in parole, voci, scene e azioni le immagini che di volta in volta mi si presentavano. Sperimentare con il suono e con gli oggetti, dar forma concreta alla narrazione che via via si stava sviluppando: trovare delle azioni e dei gesti che fossero chiari ed esemplificativi. Badare al ritmo della scena e stare attenta alla scelta delle parole.
Terzo: continuare a farmi contaminare. Sia rammentandomi dell’adolescente che fui, andando a rovistare tra foto, quaderni, memorie, musiche e umori di qualche anno fa (il mio testo, Niña, parla di ragazzi che frequentano un Istituto Superiore), sia tenendo le orecchie dritte, parlando e girando per strada, sui tram, nei negozi per captare parole, suoni, abbigliamenti, idee.

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
Il lavoro che presento è rivolto a ragazzi fra i 14 e i 18 anni di età. Niña, ragazzina di quelle del giro giusto della scuola, un giorno apre gli occhi sul tasso di sfiga che anche lei si porta dietro e il suo sguardo sulle persone, gli oggetti, i sentimenti, le relazioni, cambia. Negli anni della propria formazione è possibile incappare in sistemi educativi che incentivano il disprezzo, il classismo e mortificano l’individuo. Questi sistemi educativi fanno perdere tempo: ritardano la crescita dell’essere umano ed è giusto spazzarli via.

Come si è sviluppato il lavoro rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Per la presentazione dei primi 5 minuti ho puntato a presentare il succo della mia idea e della mia intuizione circa la messinscena. Da un lato dovevo esplicitare all’interno di un contesto scolastico la faccenda del “o sei del giro giusto o sei uno sfigato” e dall’altro avevo bisogno di un’azione semplice e simbolica che rendesse chiaro il grado di violenza con cui i giudizi stereotipati si possono abbattere sulle persone.
Per la seconda tappa, quella dei 20 minuti, ho sviluppato gli elementi contenuti nei primi 5. Sono emerse le voci di alcuni personaggi (il Prof, la Ninfetta, Cugino-it) e si è delineato un evento ben preciso: una gara musicale all’interno dell’Istituto in cui Niña, che è la protagonista, siede in giuria ed emette commenti al fiele sulle esibizioni dei suoi compagni. Per quel che riguarda la messinscena ho approfondito l’uso dell’immagine (mediante l’abbigliamento e alcuni oggetti simbolici) e quello del suono (ora come cerniera temporale tra una scena e l’altra, ora per esprimere il punto di vista dei personaggi, ora nella forma della musica). Circa le azioni ho lavorato in modo che avessero una propulsione narrativa propria rispetto a quella delle parole.
Per prepararmi all’ultima tappa ho deciso di confrontarmi sul tema che il mio testo tocca – giudicare le persone in base a stereotipi, far parte del “giro giusto” o “essere uno sfigato” – con alcuni ragazzi di un Istituto Superiore della mia città. Con loro ho dialogato e ho iniziato a costruire un blog (fuoridalgirogiusto).
Per quel che riguarda il testo porterò a compimento l’intero arco di trasformazione del personaggio protagonista e i tre tempi che andranno a comporre la storia. Per quel riguarda la messinscena… vedrete il 23 novembre!

Roberta Maraini
Nasco il 29/11/1978, a Torino. A sedici anni mi avvicino al mondo del teatro. A 21 anni divento mamma di Rebecca (che oggi è un’adolescente in piena regola…). Continuo costantemente a formarmi come attrice, e a ricercare un mio linguaggio teatrale.

Dal 1996 al 1999 ho frequentato il corso di recitazione della scuola Tangram Teatro di Torino. Ho frequentato per sette anni il corso di danza classica presso la scuola di Dragiga Zach. Ho continuato a formarmi con l’attore e regista Marco Alotto e attualmente sono allieva di Michael Margotta, membro a vita dell’Actor Studio di New York, metodo Stanislavskij-Strasberg. Dal 2008 porto avanti il progetto Memobus, in collaborazione con l’associazione Terra del Fuoco, uno spettacolo itinerante nei luoghi della memoria della città di Torino, rivolto principalmente alle scuole (elementari, medie, superiori), ma non solo.
Nel 2012 ho partecipato allo spettacolo teatrale La carogna da dentro a me, in collaborazione con l’associazione Sudatestorie Teatro Ricerca, ispirato all’omonimo libro di Claudio Sarzotti, rappresentato in occasione del convegno La tortura non è reato? di Asti, durante l’Assemblea Nazionale dell’Associazione Antigone.
Con il collettivo Mo.LEM di Torino, ho recitato nello spettacolo Tricher 3_Non dire falsa testimonianza e parteciperò nel 2013 al Fringe Festival di Napoli.
Nel 2011 ho partecipato allo spettacolo Il ritorno del Lupo, regia di Marco Alotto in collaborazione con Legambiente. È stato rappresentato in vari parchi naturali, tra cui il Centro Faunistico “Uomini e lupi” in occasione della consegna della Bandiera Verde da parte di Legambiente.
Nel 2010 ho partecipato allo spettacolo Arlecchino e il colore dei Quark scritto dal fisico Marco Monteno, regia di Marco Alotto. Ha debuttato a Torino, alla Cavallerizza Reale, in occasione dell’Esof 2010, l’Euroscience Open Forum. Ha replicato in vari licei scientifici di Torino.
Tra il 2005 e il 2010 ho recitato in vari spettacoli: Lamore verrà dopo; Il Mystère de Maurice et Costance; Fuoco Eterno e fumi permanenti; La città dalle cento fontane, rappresentato a Cracovia in occasione della Giornata della Memoria 2007; Onora il padre, la madre e la maestra, La guerra è altrove.

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La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a Mimmo Conte

Mimmo Conte (Potenza)
Gilgamèsc

liberamente ispirato alla Epopea di Gilgamesh

drammaturgia e regia Mimmo Conte
con Mimmo Conte, Ye-He (Luca)
luci Rafael Onorato

Fascia d’età: 13 – 18 anni

Gilgamèsc di Mimmo Conte

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
Gilgamèsc parte da una necessità che avevo da tempo: raccontare la vita dei giovani detenuti; un’esigenza sentita anche da Ye-He (Luca), con cui condivido il lavoro in scena. Per questo il progetto guarda all’adolescenza, un’epoca della vita che segna il distacco dall’infanzia e il passaggio all’età adulta, dunque capace di grandi e repentini cambiamenti, di irrequietezza, di sentimenti vissuti in modo assoluto, che teatralmente si traducono in una grande possibilità di sperimentare, di indagare fino in fondo alle cose, di attraversare gli stati d’animo. Bisogna però dedicare un’attenzione particolare – come accade per una platea di più piccoli – allo spettatore a cui ci rivolgiamo. Non si può dimenticare la funzione didattica (non didascalica), dello spettacolo, data la responsabilità che scaturisce dal confronto con un periodo della vita in cui si formano le coscienze, in cui diventi parte in causa nel processo pedagogico. Nel mio caso, poi, trovavo interessante indagare una condizione che secondo me appartiene molto agli adolescenti, sia detenuti che non: il senso di privazione, vissuto con un’autorità istituzionale come il carcere o la scuola piuttosto che i genitori, e il desiderio di seguire i propri sogni. In questa direzione c’è la mia intenzione di sviluppare la storia in parallelo con l’Epopea di Gilgamesh, perché vi ho trovato diversi elementi utili, soprattutto l’amicizia e il disprezzo della morte, l’assenza di un limite alla vita percepito dai protagonisti, Gilgamesh ed Enkidu. Questo mi ha permesso di affrontare il lavoro anche attraverso la figura del mito, degli dei − propri della storia − che entrano spesso nella vita delle ragazze e dei ragazzi sotto forma di idoli mediatici piuttosto che, nel caso di detenuti, personaggi della criminalità organizzata, oppure del compagno di stanza che incute rispetto in tutti. Un percorso di ricerca che è fatto di tanta fisicità, nel nostro caso, ma anche di costruzione a tavolino, per non rischiare di tralasciare nulla, di distrarsi dall’intento di arrivare agli spettatori, di creare un legame “preciso” con loro. È come se lavorassi avendo sempre al tuo fianco lo spettatore a cui parlerai.

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
A un adolescente parlerei del lavoro partendo da una domanda: «quando ti sei sentito “in gabbia” per la prima volta? Durante un’interrogazione? All’incontro scuola-famiglia? Oppure quando mamma e papà ti hanno proibito di uscire quel sabato sera? O ancora, al mare quando si ha vergogna del proprio fisico in costume da bagno…». Risposte imprevedibili: i ragazzi ti sorprendono sempre! Dopo cercherei di capire con lui se la situazione a cui ha pensato lo ha davvero messo in uno stato di disagio, probabilmente di contrasto con l’esterno, provando a fare il punto. Poi chiederei: «che cosa avresti voluto fare per ribellarti a quella situazione?». Nuovamente, le reazioni sarebbero le più disparate, anche perché ci sono più risposte possibili per la stessa cosa, più strade percorribili. Infine, gli proporrei di pensare a un amico, fratello, conoscente, che si sia sentito in gabbia o ancora lo sia: un compagno di classe, un parente o magari un detenuto coetaneo; e come questa persona dovrebbe comportarsi per reagire. Ecco, Gilgamèsc è la storia di un ragazzo che si sente in gabbia e, grazie al rapporto che costruisce con l’amico Enkidu, comprende come affrontare insieme a lui quella condizione e come inseguire i propri sogni, cercando di non distruggere tutto ciò che gli capiti a tiro. Prima che il racconto della storia, si tratterebbe di un piccolo laboratorio a tu per tu che, inoltre, mi sarebbe utile per avere più elementi nel progetto di ricerca.

Come si è sviluppato il lavoro rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Il punto di partenza è stata la voglia di raccontare la storia che portiamo in scena, che esisteva già prima dell’ipotesi di partecipare al Premio. Scenario Infanzia è stata l’occasione per legare questa istanza all’opportunità di confrontarsi con un gruppo strutturato di professionisti che da tempo sono attenti al pubblico a cui ci rivolgiamo; dunque affrontare il lavoro con una metodologia “imposta” dall’esterno. In tal senso, il percorso cadenzato dalle tappe di selezione, ci ha permesso di indagare e sviluppare in maniera graduale i temi da cui siamo partiti. Infatti, nella fase istruttoria abbiamo lavorato per grandi linee sull’argomento, pur avendo già abbastanza chiaro ciò che sarebbe accaduto in scena e drammaturgicamente. Il passaggio alla selezione ha permesso l’approfondimento del lavoro fisico e di scrittura, mettendo una lente sulle azioni grazie alla possibilità dei venti minuti col pubblico. Per fortuna, siamo arrivati in finale, dove stiamo provando a cementare i venti minuti già proposti e a dedicarci un po’ di più ai dettagli. Certo questo non segna la fine del lavoro di ricerca, che continuerà al di là di quello che sarà l’esito della competizione.

 

Mimmo Conte nasce a Napoli. Nel 2005, fondamentale per la sua formazione è l’incontro con il maestro Emmanuel Gallot-Lavallée, con cui approfondisce l’arte del racconto, la pantomima, le tecniche di melò, rag-time e camuffamento e lo studio sul personaggio. In questa occasione, il suo percorso incrocia quello di Carlotta Vitale, con cui inizia a condividere progetti e visioni e, nel 2008, costituisce la compagnia Gommalacca Teatro. Nel 2009 segue il workshop sul corpo comico e gli stili in scena diretto da Paolo Nani, clown internazionale con cui sviluppa, in particolare, il lavoro sul timing in scena. Nel 2011 torna a lavorare con Emmanuel Gallot-Lavallé, grazie a un laboratorio sul teatro, la presenza e il gesto. Come regista, cura lo spettacolo Il gusto dellintimità, scritto con Carlotta Vitale, vincitore del “Premio Nuove Sensibilità 2010/2011”, promosso da Nuovo Teatro Nuovo, Teatro Pubblico Campano, AMAT|Teatro Stabile delle Marche e Fondazione Teatro Piemonte Europa; il lavoro viene co-prodotto dal Teatro Pubblico Campano e Gommalacca Teatro, con il sostegno del Centro Europeo di Drammaturgia della Provincia di Potenza, debuttando a luglio 2011 nel “Festival Teatro a Corte 011”, diretto da Beppe Navello. Nel 2011 cura la regia dello spettacolo Sempre con me, scritto da Carlotta Vitale e vincitore del “Premio Cecilia Salvia”, promosso dalla Presidenza della Giunta – Autorità per i Diritti e le Pari Opportunità della Regione Basilicata. Per l’infanzia e la gioventù partecipa, come attore e co-autore, a due spettacoli che trattano i temi dell’Italia risorgimentale e a un lavoro ispirato agli scritti di Gianni Rodari. Da diversi anni si occupa, con Carlotta Vitale e sempre per Gommalacca Teatro, della formazione in ambito giovanile e sociale con attenzione all’handicap e all’inclusione, all’interno di centri diurni per disabili e ragazzi a rischio e, in particolare dal 2011, all’interno dell’Istituto Penale per Minorenni di Potenza. Attualmente, è impegnato nel biennio di formazione della Scuola di Mimo Corporeo diretta da Michele Monetta, presso l’ICRA PROJECT di Napoli.

Ye-He (Luca) nasce in Cina e all’età di 5 anni si trasferisce in Italia. Attore in formazione, inizia nel 2009 il suo percorso teatrale all’interno dell’Istituto Penale per Minorenni di Bari, in cui incontra Lello Tedeschi del Teatro Kismet Opera e lavora con la compagnia Fibre Parallele, portando in scena Jukebox Kamikaze. Nel 2010, attraverso la Comunità Ministeriale di Potenza, inizia a lavorare come volontario alla parte tecnica per la compagnia Gommalacca Teatro. Intraprende il laboratorio di esercizio teatrale tenuto dalla compagnia sul testo Misura per misura di William Shakespeare, che si conclude nel 2011 con due studi sul lavoro shakespeariano, presentati nella rassegna Estetica del Virtuale – Festival Città delle 100 Scale di Potenza. Dallo stesso anno a oggi continua il suo percorso formativo all’interno della Scuola di Teatro della Città di Potenza. Dal 2011 è parte attiva del nucleo artistico della compagnia Gommalacca Teatro.

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La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a L’Organizzazione

L’Organizzazione (Roma)
JOHN TAMMET fa sentire le persone molto così :-?

da un’idea di Davide Giordano
con Davide Giordano, Federico Brugnone
regia, scene, costumi, suono Davide Giordano, Federico Brugnone, Daniele Muratore
organizzatore Daniele Muratore

Fascia d’età: 9 – 16 anni

John Tammet di L’Organizzazione

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
Non c’è differenza nel processo di creazione tra uno spettacolo per adulti e uno per ragazzi. Entrambi nascono da un’esigenza personale, si sviluppano attraverso uno studio degli elementi che si vogliono analizzare e si formalizzano in una messinscena. La differenza sostanziale è nella lingua che viene utilizzata: più semplice ed elementare per i più piccoli e più articolata per i più grandi.

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
Raccontiamo la storia a un bambino dell’età alla quale ci stiamo rivolgendo con il nostro progetto teatrale.

Come si è sviluppato il lavoro rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Da alcuni anni ci occupiamo di Teatro Ragazzi. La biografia di Daniel Tammet, Nato sotto un cielo azzurro, ci ha conquistato e siamo convinti che alcune delle tematiche trattate vadano condivise con un pubblico di ragazzi. Per la prima selezione abbiamo deciso di presentare il protagonista, John Tammet, ragazzo di 15 anni affetto dalla sindrome di Asperger. Superata la prima fase ci siamo concentrati sullo sviluppo del plot narrativo e sulla messinscena. I 20 minuti che abbiamo presentato sono il teaser-trailer dello spettacolo che allestiremo.

 

 

LOrganizzazione è una compagnia composta da tre ragazzi che lavorano nell’ambito teatrale, cinematografico e televisivo da circa 10 anni in qualità di attori, registi e organizzatori. Da circa 2 anni si sono avvicinati al teatro ragazzi e subito ne hanno colto la grande potenzialità artistica e lo straordinario valore etico. Credono fortemente che il nuovo teatro debba ripartire specialmente dalle nuove generazioni.
L’Organizzazione è un progetto che nasce tra le mura dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” da un’idea di Davide Giordano: voler creare un gruppo di ricerca e di sviluppo di idee nell’ambito dell’arte contemporanea. L’incontro con i suoi compagni di studi, Federico Brugnone e Daniele Muratore, dà il via al progetto. Dal 2009 L’Organizzazione ha prodotto P di Pinocchio e Figli della città di K.

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La finale del Premio SCENARIO infanzia 2012: intervista a OcchiSulMondo

Quando c’era Pippo di OcchiSulMondo

OSM Dynamic Acting – OcchiSulMondo (Perugia)
Quando c’era Pippo

tratto dal diario di Giulia Re, partigiana e staffetta

con Greta Oldoni, Samuel Salamone
e con Daniele Aureli
drammaturgia
Daniele Aureli
scene, luci e audio
Matteo Svolacchia
regia
Daniele Aureli, Matteo Svolacchia

 Fascia d’età: 10 – 17 anni

 

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?
Per la prima volta abbiamo affrontato uno spettacolo teatrale rivolto all’infanzia, ma il nostro processo creativo non ha avuto modifiche sostanziali nell’approccio al lavoro. È stata piuttosto la tematica trattata che ci ha portato a rivolgerlo a un pubblico più giovane, perché siamo certi che siano loro i primi destinatari di questa storia. La vicenda che raccontiamo è una storia realmente accaduta negli anni 1943/1945, tratta dai racconti di Giulia Re. Le sue parole ci hanno suggerito di lavorare con sincerità, e così abbiamo fatto. Abbiamo, perciò, scelto di mettere in parallelo la giovinezza rubata di allora con quella di oggi, le analogie e le differenze di due generazioni tanto lontane, ma allo stesso tempo così vicine per bisogni e necessità: far conoscere la storia di una guerra attraverso il punto di vista di due ragazzi che l’hanno vissuta. Due persone che hanno combattuto, senza armi, per conquistare e difendere qualcosa in cui credevano. Vorremmo, con questo lavoro, prolungare l’eco di un tempo in cui era reato ascoltare la radio, in cui era difficile sognare ed essere felici, eppure, c’era qualcuno che non aveva paura, o almeno ci provava.

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?
Milano, 1943. Una guerra mondiale rinchiusa dentro uno scantinato.
Quando c’era Pippo
narra la vita di Giulia Re e di Emilio Oldoni, due giovani che cercano di amarsi e di vivere la propria libertà durante un periodo di privazioni e di terrore. Due ragazzi che si rifugiano in una cantina e dentro quelle mura parlano dei loro desideri, dei loro sogni e delle loro paure. Ma la guerra che è fuori, incombe silenziosa nella loro vita quotidiana. Lo spettacolo prende in prestito la vita e i racconti di Giulia Re per dar valore a tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno lottato durante la seconda guerra mondiale con i mezzi a disposizione. Tutte le persone rimaste anonime che non possono raccontarsi e che a volte non vengono ricordate.

Come si è sviluppato il lavoro, rapportandosi alle diverse fasi che caratterizzano il Premio Scenario?
Lo spettacolo, nelle varie fasi, ha subito dei cambiamenti notevoli. Una delle caratteristiche del nostro lavoro in compagnia è “non affezionarsi alle scelte”… Ovvero, siamo pronti a ricominciare da capo ogni volta, rimettendoci a provare da zero, se ciò che abbiamo non ci convince o se qualcosa non funziona.
Le diverse fasi di avvicinamento alla finale ci hanno permesso di lavorare sui molteplici aspetti che la storia di Giulia Re ci stava suggerendo. La prima fase ci ha permesso di analizzare i racconti, di mettere a fuoco ciò di cui volevamo parlare: la memoria di un tempo che lentamente si sta perdendo; abbiamo perciò messo in scena un baule e due protagonisti anziani che ci introducevano alla storia.
Durante la seconda fase abbiamo registrato un’intervista di circa 3 ore con Giulia, facendole varie domande e facendoci raccontare alcuni episodi. Durante lo sviluppo drammaturgico ci siamo resi conto che ciò che ci affascinava di quelle parole era la vividezza dei ricordi che ci stava raccontando. Le parole che abbiamo ascoltato e riascoltato sembravano quelle di una ragazza che ripercorreva quei momenti. Abbiamo quindi capito che il cuore della storia era dentro, in profondità… E lì siamo andati: dentro la storia, fino a ritrovarci all’interno di uno scantinato nel 1943 con due ragazzi giovani, due ragazzi che si sentivano clandestini nella loro città, due ragazzi che avevano paura ma soprattutto avevano una gran voglia di vivere e di cambiare il mondo.
Il lavoro poi è stato meticoloso e di precisione. Abbiamo tagliato battute, asciugato movimenti e reazioni e lavorato sul silenzio e sull’essenziale. Come quando si ha una scultura: in principio si ha la forma, poi si deve dare la vita, togliendo tutto ciò che non serve, pezzo per pezzo, e solo infine si può lisciare il marmo.

Daniele Aureli
Matteo Svolacchia

 

Compagnia OSM Dynamic Acting – OcchiSulMondo
La Compagnia OSM (OcchiSulMondo), nata nel 2005, è impegnata nella ricerca di una azione espressiva semplice e dinamica. OSM è composta da danzatori e attori provenienti da esperienze formative e professionali diverse, maturate in realtà nazionali e internazionali. Quello messo in scena da OSM è un Teatro Dinamico che cerca di fondere diversi generi basati sul linguaggio del corpo e sul significato del movimento nello spazio vuoto, attraverso lo studio delle azioni fisiche e dei processi emotivi.
Il nostro personale processo di studio si orienta in modo trasversale su piani differenti: lo spazio vuoto, il corpo, la drammaturgia. La compagnia ha incontri periodici di studio e formazione con: Jurij Alschitz, Francis Pardeilhan, Massimiliano Civica, Loris Petrillo, Salvo Romania, German Jauregui.
Spettacoli OSM: Ultimo Round (2005); Cloch-Art (2007); 1viaggio.1incontro (2009 – Vincitore della vetrina IN Anticorpi XL 2010); 2feel romeoegiulietta (2009); Le babbucce del buon re (2010); Le pupe (2011); Primo studio di IOMIODIO (2011 – Semifinalista Premio Scenario 2011 – Finalista Napoli Fringe Festival 2012).

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Premio Scenario Infanzia 2012: gli artisti del Nord Est

Raccolto domestico, opera fotografica di Marco Caselli Nirmal

Nel corso delle intense giornate del Festival B.Motion Teatro di Bassano del Grappa (tenutosi dal 27 agosto al 01 settembre), le sedi di OperaEstate Festival Veneto si sono animate non solo per la vivace presenza di artisti, operatori e critici, ma anche grazie all’organizzazione di interessanti e inaspettati meeting. È in questa atmosfera che, venerdì 31 agosto, si è avuta l’opportunità di partecipare all’incontro tenuto da Carlo Mangolini (direttore artistico del Festival) e da Sergio Meggiolan della Piccionaia – I Carrara di Vicenza, con i tre gruppi del Nord Est selezionati per la semifinale del Premio SCENARIO infanzia 2012 – Nuovi linguaggi per nuovi spettatori. Questo momento di confronto, voluto dagli stessi Mangolini e Meggiolan in quanto soci dell’Associazione Scenario e membri della Commissione zonale, ha consentito ai giovani artisti di condividere e discutere lo sviluppo del progetto prima della semifinale nazionale del Premio che si tiene a La Città del Teatro di Cascina dal 26 al 28 settembre. In questa tappa di selezione è richiesto infatti, ai venti gruppi ammessi, di presentare degli studi scenici della durata di 20 minuti a un pubblico di giovani e adulti, che comprenderà in particolare i giovani spettatori (dai 3 ai 18 anni) ai quali sono rivolti i progetti. L’Osservatorio critico — formato dai soci dell’Associazione Scenario e da due membri esterni — selezionerà infine i partecipanti alla Finale del Premio SCENARIO infanzia, che sarà ospitata a Parma il 23 novembre 2012 nell’ambito di ZONA FRANCA InContemporanea Parma Festival (scarica il pdf  del programma del Premio).

In seguito all’incontro tenutosi a Bassano del Grappa, abbiamo chiesto agli artisti del Nord Est di presentare e approfondire i propri lavori attraverso due brevi domande. Rispondono: Marco Zoppello di Stivalaccio Teatro (in semifinale con Il Pifferaio di Hamelin, fascia d’età 5 – 10 anni, presentazione giovedì 27 settembre), Tommaso Rossi e Cecilia Ligorio (con QWE QWE, fascia d’età 3 – 5 anni, presentazione giovedì 27 settembre), e Alberto Giacon del gruppo I Tulpa (con Lupo, mi disegni una pecora…?, fascia d’età 5 – 10 anni, presentazione venerdì 28 settembre).

 

Cosa caratterizza le diverse fasi del processo creativo in un lavoro teatrale rivolto all’infanzia?

Rossi/Ligorio: Rivolgendoci per la prima volta a un pubblico di bambini molto piccoli, stiamo cercando di precisare la nostra idea rispetto a quale sia la peculiarità dell’immaginario infantile. Quanto si possa, a quattro anni, credere alla finzione del teatro e quindi quanto il nostro intervento debba essere “delicato”, ma allo stesso tempo non rinunciare alla complessità di un dialogo tra individui. Una fase importante, ad esempio, è iniziata quando alcuni bambini hanno avuto una reazione di vivo interesse, successiva a un leggero spavento, vedendo – in un video delle prove – Cecilia indossare una maschera.

Studio sui profili e sul trucco per Il Pifferaio di Hamelin di Marco Zoppello

M. Zoppello: Nella mia immaginazione arrivano simultanei una storia e un luogo. La storia può essere antica o moderna, eterea o concreta ma con un inizio e una fine. Lo stesso vale per il luogo, reale o fantastico, spunto letterario o pittorico, in qualunque caso di una spanna distanziato dalla quotidianità. Ne seguono disegni e schizzi. Cerco di raccontare la storia così come mi piacerebbe ascoltarla, senza lasciarmi condizionare dai contenuti e dai significati che, nelle storie che valgono la pena di essere affrontate, germogliano spontanee nel terreno di lavoro. Condivido idee e bozze di testo con gli attori e con loro inizia il lavoro di cesello. In vari momenti delle prove invito alcuni ragazzi ad assistere e con carta e penna li invito a scrivere le prime cinque parole che gli vengono in mente.

I Tulpa: Difficile in un “processo creativo” rintracciare regole standard e decodificate. Un nuovo contenuto originale è la sintesi, del tutto personale, di una molteplicità di linguaggi (dalle parole pronunciate a quelle scritte, dalla musica fino al disegno, alla pittura, all’espressione corporea, alla danza). In un lavoro teatrale rivolto ai più piccoli ciò che è importante è la chiarezza, la semplicità del messaggio, a prescindere da come questo è declinato (noi per esempio ci affidiamo molto alla presenza scenica delle marionette). Bisogna, proprio come ci ha insegnato Antoine de Saint-Exupéry, ricordare che ognuno di noi, oggi adulto, è stato bambino. E provare a tornare a pensare come i bambini. Ascoltarli, usare le loro parole. Usare parole che loro conoscono. Provare a ricordare com’è, vedere il mondo con i loro occhi, con la loro insaziabile curiosità.
Nella stesura del copione ci siamo dunque affidati proprio a questo tipo di “abbandono” alla semantica dell’età infantile. Abbiamo realizzato le linee portanti della sceneggiatura come se questa fosse uno storyboard, immaginando i nostri personaggi già attivi in scena. E, nello scrivere i dialoghi, abbiamo cercato di utilizzare un lessico adatto e comprensibile a bambini tra i 6 e i 10 anni: una sfida difficile, perchè la scuola primaria abbraccia una fascia d’età dove lo sviluppo delle competenze logico-linguistiche e gli interessi del bambino sono fortemente diversificati a seconda dell’età.

Come racconteresti la storia a un bambino dell’età alla quale ti stai rivolgendo con il tuo progetto?

Bozzetti di maschere per QWE QWE di Tommaso Rossi e Cecilia Ligorio

Rossi/Ligorio: Hai mai visto il tetto di una casa? Hai visto quante sono le tegole! Tutte uguali e tutte un pò diverse. Come il saluto che mi fai e il saluto che mi fa il tuo amico, come il tuo naso e il naso dei tuoi nonni, come il pranzo che ha preparato ieri la mamma e quelli che preparerà, come in un giardino c’è una margherita e anche un’altra margherita. Come le stanze in una casa o come i numeri dell’orologio.

M. Zoppello: Hamelin è una città dove tutti sono ricchi e tutti stanno bene. I problemi non esistono e, se esistono, vengono nascosti sotto il tappeto ad ammuffire con la polvere. Hamelin è un paese dove chi è povero non può entrare, dove chi è “diverso” viene guardato storto, dove chi possiede molto è migliore degli altri. Ma è davvero così? E quando un giorno arrivò una tremenda invasione di topi la gente cosa se ne fece di tutto quell’oro? In questa città accadde proprio questo! Topi nel caffè, nelle scarpe, nella cesta della biancheria. Il Sindaco chiese aiuto a tutte le città vicine ma nessuno li voleva aiutare. Con i loro modi e il loro egoismo erano diventati antipatici a tutti… Solo uno straniero, venuto da lontano, con un flauto e un vestito variopinto decise di aiutarli. Chiese in cambio una parte della ricchezza alla quale tanto tenevano e, a malincuore, il Sindaco gliela promise. Quando, grazie al suo flauto magico, il pittoresco straniero liberò la città dall’invasione dei roditori, il Sindaco gli sbatté la porta in faccia. Allora il Pifferaio, accortosi che il cuore di quella città era irrimediabilmente malato, decise di salvare chi in quel posto non aveva colpa e nessun motivo per rimanere: i bambini. Tra le risa dei marmocchi e il suono del suo flauto li portò lontano lontano dove, forse, ridono tuttora.

I Tulpa: La nostra fiaba presenta il tema dell’integrazione puntando su dialoghi vivaci e spesso ironici, utilizzando l’umorismo, un elemento che fa parte anche del linguaggio infantile. Questo stile ci permette di affrontare l’argomento dispensando alcuni principi senza ergerci a “guide” o a “maestri di vita” (ruolo che spetta invece ai familiari – prima di tutto – e agli insegnanti).
Dato che lo spettacolo che portiamo in scena è liberamente ispirato alle vicende, conosciutissime, di alcuni personaggi di fiabe e favole (c’è il lupo, c’è un principino biondo, cappuccetto rosso, la nonna, i tre porcellini) abbiamo scelto di recuperare alcuni tratti caratteristici di questi personaggi, sviluppando per loro dei dialoghi che attingono anche al linguaggio della quotidianità odierna. Il risultato è una fiaba che per un verso dovrebbe rassicurare i bambini – specie i più piccoli – perchè tutti ben conoscono i personaggi, d’altro canto dovrebbe incuriosirli e sorprenderli, perchè il filo della narrazione presenta vicende inedite. Saremo riusciti nel nostro intento? Lo scopriremo dalle reazioni dei bambini quando andremo in scena!