First day in Bassano del Grappa with B.Motion 2012 and Spring Forward – Aerowaves. This is what we saw.
Abbiamo curiosato tra i workshop di danza b.Class, tenuti ogni mattina a Bassano del Grappa dalle 10 alle 12 da differenti coreografi di fama internazionale. Il giorno 25 agosto 2012 la lezione è stata tenuta da Aoife McAtamney: ecco le foto del workshop!
Aoife McAtamney ha frequentato la London Contemporary Dance School e ha partecipato al D.A.N.C.E Across Europe Programme a Dresda, diretta dai coreografi William Forsythe, Angelin Preljocaj, Wayne McGregor e Frederic Flamand girando l’Europa con questi lavori tra il 2007 e 2009. Aoife ha danzato per i coreografi Sara Rudner, Anneke Hansen, Emma Martin, Regina van Berkel e con la compagnia T.R.A.S.H (NL).
Aoife è membro di D.I.S.H Dance Collective (Dance International Sharing Home). Il suo lavoro coreografico include Defer the grief, diminish the gift (Ballet National de Marseille, Francia e Teatro Due, Italia 2008), Sweetheart that’s the interesting part… (Aix-en-Provence, Francia 2009) e The Spinner (Absolut Fringe 2010, nominato come Spirit of the Fringe Award). A Aoife è stata assegnata una borsa di studio per il 2011/12 dal Dublin City Council.
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Abbiamo curiosato tra i workshop di danza b.Class, tenuti ogni mattina a Bassano del Grappa dalle 10 alle 12 da differenti coreografi di fama internazionale. Il giorno 24 agosto la lezione è stata tenuta dal belga Jan Martens: ecco foto e impressioni dei partecipanti!
Jan Martens è nato in Belgio nel 1984. Da piccolo voleva diventare poliziotto. A 19 anni ha cominciato a studiare danza alla Fontys Dance Academy di Tilburg, ma ha concluso gli studi 3 anni dopo a Lier, in Belgio.
Fino a oggi ha lavorato in diversi ambiti della performance ambientale. Ha danzato in Schaapwel e creato Speeltijd per la compagnia Nat Gras. Ha lavorato in Please don’t touch the parrot di United-c. Ora è impegnato in We solo men e Ohm di Ann Van Den Broek.
Da quando si è laureato, nel 2006, ha creato i suoi primi lavori indipendenti. Il suo primo spettacolo d’assieme è I can ride a horse whilst juggling so marry me (2010). Nel novembre 2010 gli è stato chiesto di creare una performance per 12 studenti dell’Ahk Theaterschool di Amsterdam. A marzo 2011 ha debuttato A small guide on how to treat your lifetime companion, prodotto da Frascati Amsterdam.
La sua ultima creazione è Sweat baby sweat, una collaborazione con i performer Kimmy Ligtvoet e Steven Michel, con il video-designer Paul Sixta e il compositore Jaap Van Keulen.
Gli piacciono la musica kitsch, i vestiti colorati, i libri, Nina Simone, il cibo italiano e il silenzio.
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COMMENTI DEI PARTECIPANTI
La lezione è stata molto bella. Interessante la sua idea sull’improvvisazione e la modalità che ci ha proposto per imparare a conoscere gli altri partner attraverso giochi di pesi e cadute. Molto bravo! Nicoletta
Sono stata molto contenta di venire perché è stato un workshop interessante. C’è stato un importante lavoro di fiducia tra i partecipanti e di improvvisazione in cui era sempre importante mantenere forte la relazione con l’altro, sentire l’altro. Moira
I like it a lot, I like the fact that it’s open, it’s not offered like a “set-class”; but it’s offered more as a work with your own ideas and therefore it can be done with a big group of people with different levels… and it doesn’t matter if the level is different in age or experiences. It was very nice. Irena
Si apre sabato 25 agosto 2012 alle 21.30 con una magnetica lettura di Sergio Rubini, accompagnato dal pianoforte di Umberto Sangiovanni, dalla voce di Gabriella Profeta, e dal basso di Adriano Malcovich la XVIᵃ edizione del Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi.
Ancora una volta apre i suoi battenti nel luogo simbolo del Festival, il federiciano Castel del Monte che ispira il nome della rassegna, uno dei Festival più importanti e ricchi di eventi a sud di Roma: ben 35 titoli – 4 tra anteprime e prime nazionali, 7 debuttiregionali, 3 eventi unici, 1 progetto speciale, 1 laboratorio per attori, 2 conversazioni-spettacolo di spessore culturale – che consolidano la presenza di Castel dei Mondi quale evento di rilievo nazionale, e ne confermano l’attrattiva esercitata nei confronti del numeroso pubblico, uno dei punti di forza della manifestazione. Completano la serata inaugurale di sabato25 agosto i gemelli del Montefiori Cocktail: apertura nel segno della musica e del revival con uno sguardo al futuro per un calendario che vede alternarsi eventi musicali e teatrali, circo, teatro sperimentale e grande spettacolo popolare.
Dopo l’evento unico con Sergio Rubini (in replica anche il 26 agosto), dedicata a Bartleby, lo scrivano di Hermann Melville, un altro omaggio alla grande letteratura, questa volta teatrale, apre il giorno dopo il programma di prosa: domenica 26 agosto ci sarà infatti l’anteprima nazionale di un testo ancora non rappresentato in Europa, un Tennesse Williams curiosamente divertente e ironico: si tratta della messa in scena, per la regia di Jurij Ferrini, di Rodaggio Matrimoniale, con Fulvio Pepe e Isabella Macchi, spettacolo coprodotto da Castel dei Mondi.
Un calendario – questo di Castel dei Mondi, rassegna fortemente voluta e sostenuta dal Comune di Andria, a cui non è mancato il sostegno della Regione Puglia – che si sviluppa fino a domenica 2 settembre e che quest’anno è firmato a tre.
Mario De Vivo cura la sezione off, musica e racconti insoliti e divertenti, un filo di note e voci spesso dedicate ad icone della musica e del cinema, che corre lungo tutto il programma: da Anna Pavignanodomenica 26 agosto che racconta la sua vita con Massimo Troisi, in Da domani mi alzo tardi all’esibizione martedì 28 agosto della DauniaOrchestra del pianista e compositore Umberto Sangiovanni, all’atmosfera francese vagamente rétro de La Vaguemercoledì 29 agosto. Completano questa sezione l’imperdibile Spassiunatamente di Peppe Servillo, voce ammaliante al suono di un’orchestra composta da violini e violoncelli giovedì 30 agosto nella centrale piazza Catuma, l’evento unico di e con Daria Biancardi Voci dentro le Parole, la performance musical gastronomica di Don Pastavenerdì 31 agosto alla Biblioteca Sant’Agostino – luogo recuperato al teatro con questa edizione del Festival. Gran finale con il travolgente cocktail musicale – dal rock al jazz al soul con un profumo di musica africana – proposto dalla voce sensuale e sofisticata, graffiante e appassionata di Sarah Jane Morris, in concerto sabato 1° settembre in piazza Catuma.
Antonella Papeo per il Teatro Minimo ha invece dato spazio alla drammaturgia italiana sperimentale e di qualità, ben 18 spettacoli per un panorama davvero quasi “al completo”: non ci sono solo personaggi noti come Jurij Ferrini e i superpremiati di Punta Corsara con Petitoblok – audace contaminazione tra laNapoli di Antonio Petito e la Russia avanguardia d’arte di Alexander Blok – ma anchealtri da scoprire come il Leonardo di Flavio Albanese – tutti domenica 26 agosto in luoghi diversi della città. Tra artisti da conoscere e volti e nomi noti il percorso prosegue con Voci-Medea della Compagnia Aleph e poi, martedì 28 agostoil Piccolo Principe Secondo Homer e l’Origine del Mondo. Ritratto di un interno delle sorprendenti Daria Deflorian e Lucia Calamaro, in arrivo da Sant’Arcangelo e da Armunia Festival, che hanno coprodotto lo spettacolo. Sempre martedì 28 agosto ci sarà l’Agnello degli applauditissimi CREST, mentre mercoledì 29 agosto è la volta dei Diss(è)nten, dove il titolo allude all’atto più “basico” dell’essere umano, in una trama fonte di equivoci divertenti, degli Atti Unici di Anton Cechov – brevi capolavori che non ci si stanca mai di riascoltare – qui in anteprima nazionale diretti da Roberto Rustioni, e introdotti da una conferenza di Fausto Malcovati. Giovedì 30 agosto serata intensissima coni Terrammare checi proporranno Lezioni di Classe, il Romeo e Giulietta nell’adattamento volutamente “straccione” di Francesco Niccolini, il regista Giovanni Guerrieri con la compagnia Sacchi di Sabbia che presenta per la prima volta insieme Abram e Isac e Il ritorno degli Ultracorpi (qui sotto forma di inedito frammento) e con – clou della serata – l’interessante debutto nazionale del Teatro Minimo, con Let there be love di Kwame Kwei-Amah per la regia di Vittorio Continelli.
Venerdì 31 agosto Gabriele Vacis ci presenterà il suo La Parola Padre realizzato con i Cantieri Teatrali Koreja: siamo ancora nel territorio dell’esplorazione dei contrasti intergenerazionali e famigliari con Fine Famiglia di Animanera, con La Protesta de La Ballata dei Lenna, tutti proposti sabato 1° settembre. Tra fantasia ed esplorazione dell’anima i tre titoli che completano la sezione: sabato 1° settembre Roberto Abbiati ci presenterà Lo Stampatore Zollinger con le musiche di Alessandro Nidi, mentre domenica 2 settembre Senza Piume Teatro ci farà entrare nelle favole con Come Pollicino e infine la ‘sorpresa’, proveniente da Sant’Arcangelo, Perdere La Faccia, cortometraggio firmato dai Menoventi e da Daniele Ciprì, a cui farà seguito l’incontro dal titolo Una questione di prospettiva. La Compagnia di interpreti/autori è composta da Consuelo Battiston, Gianni Farina, Alessandro Miele ed ha avuto di recente il Premio Hystrio-Castel dei mondi dedicato a una giovane compagnia emergente. Completa questo “sguardo” sul teatro italiano lo spettacolo del Teatro Kismet Piccola Antigone e Cara Medeadomenica 2 setteimbre e il seminario condotto da Massimiliano Civica su Il Mestiere dell’Attore, Libertà in Prigione – dire i versi.
Scintillante di internazionalità, e ricca di suggestioni nella mescolanza di linguaggi, tra musica, prosa e visioni oniriche, è la sezione curata da Riccardo Carbutti, a cui Castel dei Mondi deve l’impaginazione di molte edizioni premiate dal pubblico: si inizia martedì 28 e mercoledì 29 agosto con Antonio Panzuto e il suo Frigorifero Lirico – l’abbinamento tra due parole tanto lontane spiega perché si tratta di un “progetto speciale” –per arrivare al teatro circo sempre molto amato dagli spettatori di Andria con La Festa di Nozze del Circo Klezmer, in arrivo dalla Spagna con la sua energetica compagnia di interpreti che sono anche cantanti acrobati e musicisti, mercoledì 29 agosto in piazza Catuma. Venerdì 31 agosto sempre in piazza Catuma la travolgente comicità di Duel/Opus 2 con il violoncello di Laurent Cirade e il piano di Paul Staicu, molto francesi nel mescolare pazzia musicale e tradizione classica. Da non perdere il ritorno a Castel del Monte, ancora una volta con un evento unico – del resto, unica al mondo è la fortezza federiciana – la Cenerentola al Castello di Michele Campanale e della sua compagnia La Luna nel Letto, coprodotta dal Festival. Ripasso generale di icone musicali rivisitate con il gusto per l’enigmistica proposto dagli Oblivion, popolarissimo e insieme raffinato ensemble che combina il revival sulle note (ispirandosi al Quartetto Cetra) con un gusto tutto personale per il rebus scenico: basta vedere come declinano la più usurata delle parole della canzonette: AMO!
Attento all’internazionalità delle scelte ma anche alle forze teatrali più vive della sua terra, la Puglia, Castel dei Mondi riserva come di consueto spazio alle compagnie che animano i “Teatri Abitati” (tra le sigle promotrici del Festival), alle mini-residenze e alle coproduzioni, che impegnano una parte consistente del budget del Festival.
Il Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi è promosso dalla Città di Andria, con il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, della Regione Puglia, della Provincia Bat e dal Consorzio del Teatro Pubblico Pugliese attraverso l’attivazione dei fondi PO FESR Asse IV (Internazionalizzazione della scena e Turismo Puglia Location di Grandi Eventi) e – con i FESR Asse IV.
info su www.casteldeimondi.it, oppure scrivendo a stampa@comune.andria.bt.it, Biglietteria e informazioni 0883261605 /3396015695 Area Comunicazione 0883290224, Ufficio Cultura 0883290302.
Un’intervista a Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi per conoscere il lavoro che tutto l’anno si svolge a Centrale Fies
Drodesera: una decina di giorni di spettacoli, concerti, mostre che quest’anno accoglie il nome di “We Folk!”, “noi, popolo!” – un titolo che può diventare un’occasione per conoscere non solo il festival di Centrale Fies ma anche il progetto di una struttura che ha voluto investire sulla continuità e su un lavoro di residenza che dura tutto l’anno, su modalità di lavoro sostenibili e, non ultimo, sugli ambienti (fisici, ma anche artistici e umani) che qui si rigenerano ogni anno.
Thirtysomething > Caracatastrofe > We Folk! cos’è successo in questi 3 anni?
Barbara Boninsegna: Abbiamo iniziato nel 2010 indagando la crisi dei trentenni. L’anno scorso con Caracatastrofe abbiamo provato un’accezione più leggera, pensandola come cambiamento possibile… e quest’anno abbiamo deciso di raccoglierci tutti quanti in un We Folk! …e di sperare realmente che le cose vadano meglio. Qui andranno meglio – ne siamo sicuri.
Dino Sommadossi: I tre momenti sono un percorso che cerca di interpretare quello che succede, una condizione esistenziale difficile: con Thirtysomething quella dei trent’anni, con la difficoltà di avere un progetto di vita; anche Caracatastrofe si riferiva a questa condizione, ma in quel caso si trattava di accettarla e provare a interpretarla in positivo.
Quest’anno invece c’è un’azione forte: We Folk!, “noi popolo!”, noi siamo popolo. Anche l’innovazione – quando ha radici, quando è portatrice di valori – fa comunque parte della cultura popolare. È un discorso sulla tradizione, sull’innovazione… sull’invenzione della tradizione. La temporary gallery 2012, ad esempio, indaga su radici antiche, su miti, maschere e riti… Anche all’interno degli spettacoli ci sono rimandi in formati diversi, che – piuttosto che con quelli standard del teatro – hanno a che vedere con riti più o meno sciamanici, con la vita, con quello che pensiamo della nostra vita.
Drodesera è anche questo: non programmazione, non solo un festival – quanto piuttosto un gruppo che si riconosce e trova la propria identità nell’arte e nella cultura contemporanee; e questa identità significa anche rapporti personali, progetti di vita, tentativi di vivere bene e, perché no?, ricerca di felicità. Ecco cos’è questo progetto, lo è sempre stato.
Nella storia di Drodesera, a un certo punto, si è affiancata un’attività sempre più continuativa e permanente: Centrale Fies ha deciso di investire in un percorso che non è soltanto esposizione o vetrina rispetto all’arte e alla cultura.
B.B.: Innanzitutto il luogo ci ha dato una mano molto forte: avere una struttura stabile che permette di essere vissuta ci invoglia – chiaramente con molta incoscienza – a renderci attivi tutto l’anno.
D.S.: Poi c’è da dire che il festival ha sempre cercato di produrre, pur in condizioni… come dire… non istituzionalmente dedicate, senza finanziamenti specifici. Ci sono compagnie nate e sostenute dal festival che sono diventate realtà importanti; ci sono giovani artisti prodotti da noi che hanno trovato strade di un certo significato. Ma c’è una condizione di cui occorre rendere atto: il ruolo del Ministero dei Beni Culturali col famoso Patto Stato-Regioni, un finanziamento che nel nostro caso ha dato origine alla Factory, progetto che ci ha fatto fare un gran salto, perché per la prima volta abbiamo avuto delle risorse supplementari – piccole per il sistema, per noi importanti – che ci hanno permesso di sperimentare un progetto fortemente innovativo, credo unico in Italia, e che hanno dato la possibilità ad alcuni gruppi – allora 5, attualmente 7 – di avere una continuità, senza obblighi e senza legami. Così alcuni di questi giovanissimi artisti, grazie al loro talento ma anche alle condizioni sia economiche che di servizi che siamo riusciti a mettere in campo all’interno della Centrale (dall’ideazione allo sviluppo fino alla realizzazione e vendita di un progetto), sono riusciti a diventare una parte del rinnovamento della scena italiana.
Su cosa state lavorando con la Factory? Idee per il futuro? Desideri, utopie?
B.B.: Fin dall’inizio il mio desiderio è stato quello di arrivare a realizzare residenze come andrebbero fatte: oltre il vitto e l’alloggio, oltre lo spazio, la scheda tecnica e tutti gli aspetti legati alla produzione, vorrei che per chi sta qui fosse garantita una paga e le giornate contributive. Questo è quello che vorremmo arrivare a fare… e ce la faremo, con qualcuno della Factory ad esempio l’abbiamo già fatto. Però vorremmo diventasse una regola: l’artista viene in residenza e gli vengono pagate le giornate lavorative, perché sta lavorando – è importante che questo venga riconosciuto come un lavoro.
Invece per quanto riguarda le produzioni future, proprio in questo momento stiamo cercando di capire con gli artisti della Factory quali siano i loro nuovi progetti: con Pathosformel c’è già un’idea, così anche come con Teatro Sotterraneo. Poi, in questi giorni Codice Ivan ha realizzato un lavoro sul paese e Leo (Leonardo Mazzi, ndr) raccontava di quanto sia stato importante per loro: con la residenza vivono qui da tre anni e nessuno sa chi siano, mentre dopo quest’esperienza le persone hanno cominciato a conoscerli. È un tipo di legame che loro come abitanti di Dro-Fies possono costruire con gli abitanti di Dro-centro: potrebbe essere un’idea coinvolgere tutta la Factory… Ma, come in tutte le proposte, non voglio impormi su niente e nessuno: se sono stimoli che nascono da loro li accetto volentieri, io provo a lanciare qualche idea – se vengono colte mi fa piacere, se non vengono colte mi fa piacere lo stesso.
Pur essendo in questo territorio da diversi anni, il vostro lavoro oggi ha base a Fies, una località piuttosto lontana dal centro di Dro. Ma quest’anno sembra che il festival stia lanciando dei ponti e degli stimoli verso il paese…
B.B.: Intanto c’è da dire che il festival nasce a Dro: è il festival del paese e della comunità. Inizialmente veniva fatta una programmazione molto popolare, come del resto era il teatro di ricerca di 30 anni fa; così come anche delle iniziative assieme al pubblico, dalle feste ai giochi… Si lavorava direttamente con la gente del paese: un esempio – non ultimo – è che molti artisti venivano ospitati nelle case della gente di Dro. Il festival nasce così.
Poi. Poi il tempo passa, il teatro cambia, il paese cambia poco e noi riusciamo a avere questa struttura. Qui investiamo tutto quello che prima portavamo nelle piazze, non essendo in grado – innanzitutto economicamente – di portare avanti una doppia programmazione. Nel frattempo a Dro nascono altre iniziative, il paese non è sguarnito; per cui ci diventa anche difficile riproporre qualcosa in centro, non troviamo il modo giusto per andarci con quelle che sono in questo momento la nostra poetica e la nostra linea. C’è qualche anno di buco – vuoi per le economie, vuoi perché non abbiamo ancora capito come rapportarci nuovamente al paese.
Tre anni fa realizziamo Corpi d’oro – e qui devo ringraziare Virgilio Sieni che mi ha aiutato ad entrare in contatto con alcune persone del paese: 4 donne che sono venute qui in residenza a preparare quel lavoro, stando con noi fino al debutto. Per cui cominciamo con Virgilio: dopo Corpi d’oro, nel 2010 c’è stato Wunderkammern, un percorso nelle case di alcuni abitanti del centro. Lì capisco che c’è un modo diverso per riagganciarsi alla comunità. Quest’anno con i progetti speciali siamo riusciti a coinvolgere più di duecento persone: il collettivo di fotografia Cesuralab ha ritratto i volti delle persone delle famiglie di Dro, i giovani nei loro luoghi di ritrovo, i gruppi sociali del territorio; mentre The city of happiness di Codice Ivan è un lavoro su dieci famiglie piuttosto rappresentative di quella che è la comunità in questo momento. Con Invisible Playground invece si opera su un altro versante, che è quello del gioco: abbiamo in programma alcuni street-game, cui speriamo che la gente partecipi… altrimenti vedranno qualcuno giocare davanti alla fontana della nostra piazza.
Drodesera 2012 è “We Folk!”: qual è la vostra declinazione di “folk”?
B.B.: Cos’è una declinazione di “folk” se non noi stessi in questo momento? Io, te e Dino con le sigarette e il registratore… e un “grigliato” speriamo corretto sul tavolo! Ecco il folk che noi ricerchiamo quest’anno. Poi ovviamente ci sono i krampus, i cowboys e i pretzel, ma quello è soltanto un mezzo: il “folk” sta per “noi”, per noi popolo… per loro che arrivano con 4 albicocche nella borsa per andare a fare le prove; per la signora che passa a chiedere informazioni sul festival; per il ciclista che si ferma perché ha sete, pensa di trovare un bar e scopre che invece c’è un teatro.
Questo per me è folk in questo momento – in questo momento… sempre!
D.S.: Il nostro folk di quest’anno credo sia l’opposto del folk banale, kitsch e falso che viene proposto ai turisti per inventarsi un territorio. Qui si tratta di rapporti veri, di radici profonde. Da questo punto di vista è un festival molto folk, molto autentico. E popolare perché siamo popolo anche noi.
Questo contenuto fa parte del progetto DreamCatcher: TK + WorkOfOthers per We Folk! Drodesera 2012 – Centrale Fies
Le immagini sono di Alessandro Sala (B-Fies)
La presenza di Motus a We Folk! Drodesera 2012 è legata alla ricerca per il loro nuovo progetto: il percorso verso animale politico, che si concluderà nella primavera 2013, a Fies prende il nome di W. e si «spacca in tre». When, Where e Who, tre “atti pubblici”, sono performance in cui ancora ribolle l’urgenza del processo creativo, in un’esplorazione sui dispositivi di controllo (ma soprattutto sulle modalità per eluderli e innestarvi nuovi processi di vita e di lavoro) capace di coinvolgere diverse questioni, persone e linguaggi.

Enrico Casagrande: …Noi stessi? Non è facile dare una risposta, perché coinvolge una dimensione anche estremamente personale. Parto dal lavoro che abbiamo presentato qui, che è l’ultima cosa che abbiamo fatto, la più fresca. In particolare per me c’è l’aspetto della velocità – parlo personalmente perché ancora non abbiamo iniziato una riflessione assieme su quello che è accaduto – che è uno degli interessi d’indagine: come si riesca, dallo spavento iniziale e tramite dei processi velocissimi, a mettere a fuoco delle domande sul qui e ora; ma non per dare delle risposte, quanto piuttosto per porle anche al pubblico.
C’è la volontà di condividere – come la chiamate voi – un’indagine su quello che ci sta accadendo intorno (come può essere stata la Grecia nella vicenda di Alexis o come in questo caso è il controllo), ma c’è sempre anche una domanda sul futuro, su cosa accadrà adesso. Certo non per drammatizzare il discorso sulla crisi/non-crisi, che può essere un bene o un male secondo il modo in cui la affrontiamo – non è detto che la crisi porti solo del male, può forse portare anche del bene, nel senso di sconvolgimento, di cambiamento, di trasformazione.
Daniela Nicolò: La parola “crisi” viene da “krino”, dalla rottura. Le rotture sono sempre importanti per ripensare le forme. In questo momento è proprio quello che stiamo cercando di fare rispetto alla messinscena, aprendo quelle forme anche a modalità che non avevamo ancora esplorato: non abbiamo mai lavorato come in Who, una performance così aperta di cui non abbiamo il controllo, non si sa cosa succeda né come vada a finire. È una riflessione sul controllo, sulle strategie per sfuggirvi e per trovare altre forme di organizzazione – ma non soltanto dal punto di vista drammaturgico, per noi i piani si intrecciano sempre: a livello politico e sociale abbiamo voluto invitare questi gruppi che si stanno organizzando per tentare di ripensare con altre modalità la comunicazione, l’organizzazione del tempo, la produzione artistica. Ma tutto questo vogliamo poi travasarlo dentro la drammaturgia di Motus… Partiamo da quello che respiriamo nelle zone marginali – perché sono situazioni al margine, fuori dal mainstream e dal mercato – per trovare quelle energie che molte volte mancano nei luoghi di creazione e produzione, perché non c’è quel tipo di slancio. È uno sguardo su queste forme utopiche e il desiderio di portare questa immaginazione utopica al centro, proprio adesso, in un momento in cui si è smesso di produrre utopie e si parla piuttosto di distopie, di visioni catastrofiche del futuro. Forse c’è anche un po’ di romanticismo in questo, ma non mi spaventa: non è solo romanticismo ma anche una scelta programmatica, quella di non volersi far trascinare da questo fiume negativo e trarre energie proprio da questi tentativi…
Enrico: …da questo momento storico…
Daniela: …e stando con queste persone di energia ce n’è arrivata veramente una montagna!
Nella presentazione di W. però non si parla solo di indagine, ma anche di “ri-situare l’oggi”: nel vostro lavoro attualmente c’è anche il desiderio o l’intenzione di provocare un cambiamento? Il teatro può intervenire sulla realtà?
Daniela: Sì, io ci credo, credo che questo sia possibile, anche se molto difficile. Ci sono vari modi che si possono tentare: c’è chi esce dai teatri e fa un’azione diretta, però si può interagire anche a livello intellettuale. Ponendo delle questioni sulla potenza che il teatro stesso possiede – quando si mette in relazione con certe questioni, le ingloba in sé e trova il modo di farle esplodere e di condividerle con gli spettatori – qualcosa avviene. Questo però è un livello più di sollecitazione, di invito, di slancio… non saprei come definirlo…
Enrico: …comunicativo.
Daniela: Sì, comunicativo. L’azione diretta è invece quello che stiamo cercando di fare ad esempio in alcuni di questi luoghi che abbiamo invitato in Where: dopo e al di là della fase di occupazione, di essersi riuniti intorno a alcuni luoghi dove si ospitano persone e situazioni, tutti oggi avvertono una tensione, interrogandosi sulla possibilità che da queste situazioni possano nascere anche nuove forme artistiche.
Enrico: Credo che nel tentativo di riuscire a decodificare questo intorno, il teatro possa essere uno strumento efficace – forse più di altri, forse al pari, ma quanto lo sia non è importante – per prendere la realtà e trasformarla nel proprio seno, processandola e mostrandola. Questa mutazione crea un codice o un linguaggio, che può rendere la realtà intellegibile a chi la sta vivendo in questo momento, contemporaneamente a noi.
Quindi il nostro tentativo – ma credo sia in generale una condizione alla base dell’arte – è proprio quello di mostrare ciò che esiste in un’altra ottica, un’altra luce, un altro riflettore. Questo può essere un luogo di trasformazione reale che il teatro può avere – io direi “deve” avere, ma non voglio categorizzare perché c’è anche chi porta avanti una propria indagine con un altro tipo di intimità, sollecitando altre emozioni e immaginari che sono altrettanto interessanti. L’importante è che teniamo alta la cultura – direi una banalità in questo paese – per l’essere umano, come possibilità di altro.
Daniela: Adesso abbiamo l’esigenza di lavorare su alcune criticità di questo momento: è la nostra urgenza e sentiamo che con il teatro c’è la possibilità – che non c’è con il cinema o altri mezzi che hanno costi, tempi e mezzi di produzione diversi – di agire in modo molto veloce e di sollevare le questioni del momento, ponendo il dito nella piaga e gettando sale sulle ferite. È un aspetto che sentiamo molto: è sempre stato così, ma non è sempre stato lo stesso.

Enrico: Io sono contento, adrenalina a mille. Siamo arrivati qui con un concept molto chiaro a livello di contenuto, mentre la forma è stata sviluppata qui. Devo dire che questo festival dà una possibilità – che non si trova in altri luoghi – di lavorare in modo molto libero: non c’è pressione rispetto al risultato, quello che conta è il processo e il pubblico è stato educato a cogliere e rispettare la transitorietà (e la fragilità) di questi momenti.
Per quanto riguarda il percorso del progetto: stiamo molto in tournée e per il momento ci possiamo permettere – mi dispiace anche dirlo – soltanto delle piccole bolle di creazione e di riflessione. Avere periodicamente queste tappe ci porta in spazi-tempo come quello di Fies, dove è possibile fermarsi a riflettere su quello che stiamo facendo, sul nostro percorso in divenire.
Daniela: E qui si incontrano anche le persone. Uso l’esempio di Who perché è quello più eclatante: c’è stato un incontrarsi con Luigi De Angelis di Fanny&Alexander, che è stato con noi e abbiamo lavorato insieme per…
Enrico: …per mettere insieme tutti gli elementi.
Daniela: Poi Eva (Geatti, ndr) e alcuni ragazzi di Dewey Dell. Ma anche molti volontari del Festival hanno partecipato e naturalmente Michele di Stefano di MK, che con la sua proposta di “occupazione” degli spettacoli altrui è per noi diventato un elemento di “disturbo” fondamentale.
Qui c’è anche questa compenetrazione fra realtà diverse: si crea un dialogo molto bello fra i gruppi, fra gli artisti presenti. È una condizione in cui le compagnie non sono chiuse nella propria rete di protezione e non c’è quella competizione che a volte si crea altrove. Qui la questione davvero importante – in assoluto una cosa unica di Dro – si trova in tutte le conversazioni dopo, fuori o anche durante i lavori.
Enrico: Anche l’anno scorso siamo stati qui molto tempo, perché presentavamo l’intero progetto su Antigone. In questi ultimi due anni sono stato molto bene, l’ho vissuta con felicità: qualcosa è cambiato rispetto al passato, quando magari all’interno del festival c’era una dinamica – naturalmente nell’accezione positiva del termine – più tradizionale.
Daniela: Non c’era questa atmosfera, lo spazio non permetteva neanche tutte queste aree dove ti incontri, ti fermi… Sicuramente poi la presenza della Factory ha molto influito su questa trasformazione.
Enrico: Devo dire che per me hanno lavorato molto bene: il migliorarsi del luogo rispetto all’architettura interna e il non avere una dispersione rispetto alla città ha creato una maggior concentrazione e naturalmente anche migliori condizioni di lavoro. Stanno facendo un bellissimo investimento sul luogo, lo spazio è diventato una potenza incredibile. Penso ad esempio a questa possibilità di utilizzo invernale o a tutto quello che sono riusciti a racimolare – torniamo a questo periodo difficile – a livello di denaro pubblico per rimettere a posto la Centrale in modo che gli artisti possano lavorare meglio… C’è una grande voglia di accoglienza in questa direzione… fa una grande differenza rispetto a altri Festival che ancora continuano a essere concepiti come vetrine, supermercati del teatro…
A Fies quest’anno il Festival è We Folk! Cos’è per voi “folk”?
Daniela: Io forse richiamerei la definizione più classica: lo associo alla parola tedesca, al “popolo”…
Enrico: Anche in America è così: a New York è usato per dire “gente”…
Daniela: Anzi, lo associo alle popolazioni. E questo “we” ha un aspetto duplice: da un lato non è esclusivo – non è un chiudere, quanto piuttosto un’apertura alla molteplicità, a tante popolazioni e possibilità diverse – e penso che qui questo lo stiano rendendo in modo abbastanza evidente. Però c’è anche un “we” che puoi leggere comunque come un “noi”: più inclusivo, come essere parte di. È in questa tensione fra un sentirsi parte, ma al tempo stesso parte di qualcosa che è fatto da tante diversità che sta forse l’aspetto interessante del folk.
Questo contenuto fa parte del progetto DreamCatcher: TK + WorkOfOthers per We Folk! Drodesera 2012 – Centrale Fies
Le immagini sono di Alessandro Sala (B-Fies)
Approfondimento sullo Studio La semplicità ingannata / Satira per attrice e pupazze sul lusso d’esser donne – di Marta Cuscunà
Resistenza e donne. Due parole che nell’ultimo ventennio italiano hanno subìto un tale processo di (rin)negazione e deturpazione, degno solo di un paese, il nostro, che volutamente e ripetutamente ha avvilito quegli imprescindibili diritti di cittadinanza sanciti dai padri e dalle madri costituenti.
Così, riflessi del tempo e di buona parte di noi cittadini, mentre alcuni artisti delle nuove generazioni venti/trentenni non possono far altro che restituire e (auto)celebrare la pochezza e la vacuità di cui si sono e ci siamo nutriti, altri dicono, non solo a se stessi, ma a un pubblico ricettivo, di principi seppelliti dalla grettezza e inciviltà imperanti.
Contro questa travolgente corrente, non solo socio-politica, ma in buona parte anche artistico-culturale, nuota la giovane attrice e autrice Marta Cuscunà, equipaggiata di scrupolosità nella ricerca, passione e tanto, tantissimo talento.
Resistenza e donne. Di questo si occupa il teatro di Marta Cuscunà, fino a oggi. Nulla di più fuori moda. Giunta al suo secondo lavoro sulle Resistenze femminili nel nostro paese, il cui studio è stato presentato al festival We folk! Drodesera – Centrale Fies 2012, Cuscunà ha confermato un valore artistico che pubblico e critica attendevano speranzosi.
Dopo È bello vivere liberi, storia della staffetta partigiana friulana Ondina Peteani, che è stato rappresentato in oltre centoventi piazze italiane negli ultimi due anni – e non è certo un caso fortunato, ma segno di una reciproca necessità di condivisione di elevati contenuti e forme –, Marta Cuscunà ha dato vita a La semplicità ingannata. Satira per attrice e pupazze sul lusso d’esser donne, liberamente ispirato alle opere di Arcangela Tarabotti e alle vicende delle Clarisse di Udine.
In questa seconda tappa del suo percorso di ricerca ci parla di un’altra stagione di resistenza femminile, quella della monacazione forzata delle figlie nel Cinquecento, descrivendo l’uso dei conventi a fini economici, da parte dei padri che risparmiavano sulla dote della prole femminile, da parte della Chiesa che di questo mercato delle donne fece un business. Alcune di queste donne, già allora, cercarono di opporsi al sistema.
Incanta subito – ed è subito empatia – questa giovane donna sola sul palco insieme ai suoi pupazzi, a ripercorrere la memoria di un tempo in cui le donne-bambine venivano incanalate in un percorso che ineluttabilmente le avrebbe portate alla clausura. Sostituendo alla fastidiosa retorica che spesso sottende questo genere di teatro un puntuale umorismo, Cuscunà mette in scena grazie a una magistrale padronanza della parola e della mimica e a una straordinaria vis affabulatoria un parallelismo con la contemporaneità impossibile da non cogliere.
Le bambine poi ragazze poi donne di allora si presentano subdolamente convogliate in tre modelli di vita dettati dal potere dominante che coincide con quello maschile: mogli, suore o prostitute. Con intelligenti e sottili ammiccamenti e con gli ovvi distinguo che intercorrono in cinque secoli di storia, l’attrice ci riporta all’oggi, esplicitando bene il meccanismo per cui un sistema di potere riesce a far desiderare alle persone uno status sociale e civile che in realtà torna utile al sistema stesso e che di fronte a una libertà di scelta e conoscenza non condizionate crollerebbe. Pare di tornare a leggere, attraverso lo sguardo del teatro, quei due libri illuminanti che sono Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita di Elena Gianini Belotti e Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini, i quali mostrano in modo spietato come le costruzioni mentali e sociali sull’immagine e sul ruolo della donna siano, ancora oggi, frutto di condizionamenti interiorizzati giorno dopo giorno, parola dopo parola, immagine dopo immagine, gesto dopo gesto, fin dal primo attimo in cui la neonata viene al mondo.
Sul palcoscenico, la soglia della clausura è varcata simbolicamente con l’introduzione dei pupazzi che caratterizzano il teatro di parola e di figura di Marta Cuscunà, realizzati da Belinda De Vito, cui l’attrice dà vite e voci tutte diverse e personalizzate, manovrandoli abilmente. Attraverso i pupazzi entrano in scena le Clarisse di Udine, e inizia il racconto di una (incompiuta) rivoluzione femminile, anzi, di una Resistenza, nel corso della quale le monache, cinque secoli fa, riuscirono a immaginare e teorizzare un modello sociale diverso.
È bello che di queste cose parli una donna così giovane, diventata grande durante un ventennio dove le parole Resistenza e donna hanno assunto connotati negativi. Fa credere che gli anticorpi scorrano ancora sani dentro il flusso sanguigno di molti italiani e italiane, nonostante il modello dominante abbia fatto di tutto per indebolirli.
Per scoprire la fine di questo bel racconto e per godere del prezioso dono che Marta Cuscunà offre agli spettatori con la sua pièce, l’appuntamento è per il 31 agosto a Bassano Operaestate Festival (che insieme a Centrale Fies ha prodotto lo spettacolo), quando La semplicità ingannata debutterà in forma completa.
Claudia Gelmi
Visto a WE FOLK! Drodesera – Centrale Fies 2012, Dro
VIE Scena Contemporanea Festival
24 maggio > 02 giugno, Modena, Carpi, Vignola, Castelfranco Emilia, Rubiera
Per uno spettatore critico: VIE 2012. Durante VIE, Altre Velocità ha realizzato un laboratorio di osservazione e sguardo volto a favorire l’incontro fra i linguaggi dello spettacolo contemporaneo e il pubblico. I partecipanti hanno curato una pagina quotidiana su “La Gazzetta di Modena” (consulta i pdf)
Podcast: nelle “Vie” di Modena il teatro contemporaneo di Anna Bandettini (Post teatro, 11 maggio)
Streaming Calls: germi di corrispondenze telefoniche da Vie 2012 di Renzo Francabandera (Krapp’s Last Post, 26 maggio)
In viva voce da Modena chiacchierando di Nekrosius… ed altro di Mario Bianchi e Renzo Francabandera (Krapp’s Last Post, 27 maggio)
Burrows e Fargion, la strana coppia torna a Vie (che si ferma per il terremoto) di Giulia Taddeo (Krapp’s Last Post, 29 maggio)
VIE 2012: Orthographe – Una settimana di bontà_stagione 2 di Ines Baraldi (Recensito, 29 maggio)
VIE 2012: Teatro Valdoca – O tu reale, scontrosa felicità di Ines Baraldi (Recensito, 30 maggio)
Mariti di Ivo van Hove e la regia europea di Lorenzo Donati / Altre Velocità (Doppiozero, 30 maggio)
Dritta all’Inferno, la Divina Commedia di Eimuntas Nekrošius di Simone Nebbia (Teatro e Critica, 31 maggio)
VIE 2012: Arcanum – Kreng live di Ines Baraldi (Recensito, 01 giugno)
Riflettendo su VIE, festival in piedi nonostante il terremoto di Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin, 01 giugno)
Iceberg: il gran circo della finanza creativa di Caillon e Robert di Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica, 02 giugno)
VIE 2012: Francesca Proia – The breathing us di Ines Baraldi (Recensito, 03 giugno)
VIE 2012: Nabih Amaraoui & Matthieu Burner – Them di Ines Baraldi (Recensito, 04 giugno)
VIE 2012: Menoventi – Perdere la faccia di Ines Baraldi (Recensito, 05 giugno)
Iceberg (L’Eolienne) – Sguardi di quinta di Futura Tittaferrante (Teatro e Critica, 05 giugno)
VIE 2012: Gli Incauti – Hamelin di Ines Baraldi (Recensito, 06 giugno)
Acrobazie sospese nell’aria per “denunciare” quelle più spericolate della finanza di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 15 giugno)
Vie scena contemporanea festival parte 1 di Damiano Pignedoli (Dramma, 18 giugno)
La Divina Commedia di Nekrošius: immagini e visioni di un originale viaggio attraverso il mondo dantesco di Sara Nocciolini (Corriere dello Spettacolo, 22 giugno)
8. Festival Internazionale di Danza Contemporanea – Biennale di Venezia
08 > 24 giugno, Venezia
Biennale Danza a Venezia: Sieni convince, Ivo no di Silvia Poletti (Myword, 12 giugno)
Tra corpo e anima, Ivo e Sieni aprono la Biennale Danza di Rita Borga (Krapp’s Last Post, 13 giugno)
L’Anima fugace di Sieni. Un’esplosione quieta di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 13 giugno)
Visionaria Biblioteca brulicante di corpi di Giambattista Marchetto (Bon vivre, 18 giugno)
Balé Teatro Castro Alves: “A Quem Possa Interessar” di Silvia Aufiero (NonSoloCinema, 19 giugno)
Biennale Danza 2012: “Awakenings”. I risvegli della danza contemporanea di Farida Monduzzi e Giacomo Botteri (NonSoloCinema, 21 giugno)
Biennale Danza: Leone d’Oro alla carriera a Sylvie Guillem di Redazione (NonSoloCinema, 23 giugno)
Gli arlecchini di Sieni alla Biennale di Venezia di Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin, 03 luglio)
Clownerie, capricci e vanità nel gesto poetico di Giambattista Marchetto (Bon vivre, 07 luglio)
Festival delle Colline Torinesi 2012
05 > 26 giugno, Torino e dintorni
XVII Festival delle Colline: tramonto o alba della speranza? di Daniela Arcudi (Krapp’s Last Post, 03 giugno)
Stabile di Torino 12/13. I tagli si abbattono sul teatro giovane di Silvia Limone (Krapp’s Last Post, 07 giugno)
Quando il riscatto lo si cerca in un cesso. Giù, il nuovo debutto di Scimone Sframeli di Bruno Bianchini (Krapp’s Last Post, 09 giugno)
Mal Bianco e Duramadre, spettacoli per indagare l’uomo e la sua condizione di individuo di Roberto Canavesi (Teatroteatro.it, 10 giugno)
Le colline sono in festa di Andrea Ciommiento (Paneacqua, 11 giugno)
Flash intervista a Luigi Spezzacatene, costumista di “Duramadre” di Redazione (Chiediteatro, 12 giugno)
Il Mal Bianco silenzioso di Zaches Teatro di Marcella Scopelliti (Krapp’s Last Post, 12 giugno)
Spettacoli stranieri? Sì grazie coi sottotitoli di Redazione (Chiediteatro, 14 giugno)
L’ossessione per il Rosso di Mark Rothko di Renzo Francabandera (Krapp’s Last Post, 15 giugno)
Pater Familias. Il sacrificio di Kronoteatro al ‘mostro’ di Silvia Limone (Krapp’s Last Post, 15 giugno)
Motus e Ricci/Forte tra i titoli in programma nella settimana del Festival delle Colline torinesi di Roberto Canavesi (Teatroteatro.it, 16 giugno)
Kolik di Maria Dolores Pesce (Dramma, 17 giugno)
Flash intervista a Claudia Sorace, sulle luci di “Displace” di Redazione (Chiediteatro, 20 giugno)
Tra Italia e Francia, lo spettacolo continua al Festival delle Colline Torinesi di Marta Abate (Teatroteatro.it, 20 giugno)
Il soffio siciliano di Tindaro Granata di Silvia Limone (Krapp’s Last Post, 21 giugno)
Flash intervista a Lino Fiorito, scenografo di “Giù” di Redazione (Chiediteatro, 22 giugno)
Flash intervista a Francesco Giomi sulla regia del suono in “Esse Salomè” di Redazione (Chiediteatro, 22 giugno)
Con Italianesi e 33 tours et quelques secondes cala il sipario sull’edizione 2012 del Festival delle Colline Torinesi di Roberto Canavesi (Teatroteatro.it, 23 giugno)
Io, Ricci/Forte e le etichette abbandonate per strada. Intervista a Anna Terio di Daniela Arcudi (Krapp’s Last Post, 25 giugno)
Per l’inizio e per la fine. Secondo focus teatrale sul Festival delle Colline Torinesi: “This is the end” di David Bobée e “Kolik” diretto da Hubert Colas di Andrea Ciommiento (Paneacqua, 26 giugno)
33 tours et quelques secondes di Claudio Facchinelli (Persinsala, 30 giugno)
Menoventi e gli infiniti livelli di finzione di Bruno Bianchini (Krapp’s Last Post, 09 luglio)
Napoli Teatro Festival 2012
07 > 24 giugno, Napoli
Bob Wilson a Napoli. Per aprire un festival di successo di Isabella Santangelo (Artribune)
Napoli Teatro Festival Italia: debutto per la quinta edizione di Laura Chianese (Krapp’s Last Post, 06 giugno)
Napoli Teatro Festival Italia: in scena “Un giorno tutto questo sarà tuo” di Davide Iodice di Francesco Urbano (La valigia dell’attore, 06 giugno)
Wilson e la vita in ascensore di Enrico Fiore (Controscena, 09 giugno)
Il Makropulos di Wilson raccontato al telefono di Renzo Francabandera & Edgardo Bellini (Krapp’s Last Post, 10 giugno)
Napoli teatro festival Il diario di Emanuela Ferrauto (Dramma, 10 giugno)
L’assassino e la suffragetta di Enrico Fiore (Controscena, 10 giugno)
L’elisir di lunga vita di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 12 giugno)
Napoli. Interno. Giorno. Il privato “in piazza” fa spettacolo della città di Maria Rosaria Carifano (NonSoloCinema, 12 giugno)
Napoli Teatro Festival, il neorealismo nell’interno giorno di Anna Bandettini (Post teatro, 12 giugno)
Piano antico di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 14 giugno)
Il buio negli occhi di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 15 giugno)
Napoli Teatro Festival. Il Cechov porteño di Daniel Veronese di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 15 giugno)
L’irrequietezza dell’animo di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 16 giugno)
Napoli Teatro Festival. Tra i fossili, la lunga estate di Edward Bond di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 16 giugno)
Napoli Teatro Festival Italia: “Igiene dell’assassino” con Eros Pagni di Francesco Urbano (La valigia dell’attore, 16 giugno)
Padri, figli e le memorie generazionali di Davide Iodice di Chiara Alborino (Krapp’s Last Post, 18 giugno)
L’estate di Bond è già finita di Renato Palazzi (Myword, 18 giugno)
Museo delle Utopie: a passeggio con Marx nella Grotta di Seiano di Maria Rosaria Carifano (NonSoloCinema, 19 giugno)
L’elogio della morte di Babilonia Teatri di Enrico Fiore (Controscena, 20 giugno)
Exils. Lo sguardo di Fabrice Murgia su confini e identità di Franco Cappuccio (Krapp’s Last Post, 20 giugno)
Napoli Teatro Festival. Il barrio delle emozioni di Claudio Tolcachir di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 20 giugno)
Un Plauto in esilio fra Roma e Napoli di Enrico Fiore (Controscena, 21 giugno)
Quella madre vista come una Medea di Enrico Fiore (Controscena, 22 giugno)
The Rerum Natura di Italia Santocchio (SaltinAria, 23 giugno)
Null di Italia Santocchio (SaltinAria, 23 giugno)
Un adulterio contro l’apartheid di Enrico Fiore (Controscena, 24 giugno)
Alice nel paese del porno di Enrico Fiore (Controscena, 24 giugno)
Un Eduardo politico fra Totò e Moscato di Enrico Fiore (Controscena, 25 giugno)
Ménage a trois di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 25 giugno)
Una gabbia mentale di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 25 giugno)
Focus argentino al Ntfi: il Cechov di Daniel Veronese di Franco Cappuccio (Krapp’s Last Post, 25 giugno)
Iodice, un’Italia di genitore in figlio di Renzo Francabandera (Paneacqua, 26 giugno)
Le abitudini non si cambiano di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 27 giugno)
L’eredità sentimentale di Prospero II di Assunta Petrosillo (Drammaturgia, 28 giugno)
Focus argentino al Ntfi: lo zoo di vetro per Romina Paula di Franco Cappuccio (Krapp’s Last Post, 28 giugno)
The Suit di Italia Santocchio (SaltinAria, 23 giugno)
Voci dal Napoli Fringe Festival di Renzo Francabandera & Franco Cappuccio (Krapp’s Last Post, 30 giugno)
Focus Argentino al Ntfi: Claudio Tolcachir chiude il triangolo di Franco Cappuccio (Krapp’s Last Post, 04 luglio)
Kibbutz Contemporary Dance Company. Viaggio nella sensualità della danza israeliana di Chiara Alborino (Krapp’s Last Post, 09 luglio)
The Suit. Salire sul palco con Peter Brook di Franco Cappuccio (Krapp’s Last Post, 11 luglio)
Da vicino nessuno è normale
12 giugno > 28 luglio – ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, Milano
Il Teatro ti spiega che “Da vicino nessuno è normale”, Associazione Olinda ex ospedale Psichiatrico Paolo Pini Milano di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 18 giugno)
Incantati. Parabola dei fratelli calciatori di Maria Dolores Pesce (Dramma, 20 giugno)
Atto finale – Flaubert di Renato Palazzi (Myword, 28 giugno)
Podcast: nell’ex-manicomio di Milano un’estate creativa di Anna Bandettini (Post teatro, 30 giugno)
La vita è un “Atto unico” che non finisce mai. Perrotta rilegge con successo Flaubert di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 03 luglio)
Discorso Grigio di Maddalena Giovannelli (Stratagemmi, 08 luglio)
La grigia politica secondo Fanny & Alexander di Maria Grazia Gregori (Myword, 09 luglio)
Recensioni d’estate: “Discorso grigio” ideazione e regia di Luigi De Angelis e Chiara Lagani di Anna Bandettini (Post teatro, 10 luglio)
… miscellanea
L’estate del nostro scontento di Renato Palazzi (Myword, 01 giugno)
Tutto il mio amore (Rassegna DoveComeQuando, Roma) di Enrico Bernard (SaltinAria, 04 giugno)
Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo di Graziano Graziani (Stati d’Eccezione, 11 giugno)
Lettera da Roma sul teatro che verrà di Andrea Pocosgnich (Doppiozero, 13 giugno)
Lupo: a Forlì tra pensiero e performance di Chiara Pirri (Teatro e Critica, 14 giugno)
Quelle due (Rassegna Garofano Verde, Roma) di Andrea Cova (SaltinAria, 17 giugno)
Nel museo/Il fanciullo di Pergamo (Rassegna Garofano Verde, Roma) di Andrea Cova (SaltinAria, 22 giugno)
Intervista a Ennio Ruffolo, direttore artistico del festival perAspera di Serena Terranova (Altre Velocità)
Il ruolo dei festival culturali nella valorizzazione di un territorio di Annapaola Bornioli (Eventando, 26 giugno)
Manifesto per l’eliminazione dei maschi (Rassegna Garofano Verde, Roma) di Andrea Cova (SaltinAria, 26 giugno)
Tutte le arti si incontrano a perAspera di Roberta Ferraresi (Doppiozero, 27 giugno)
I caratteri del Lupo. Nuove forme di territorialità teatrali di Silvia Mei (Culture Teatrali, 29 giugno)
De Rerum Natura, altri frammenti (Rassegna FontanonEstate, Roma) di Serena Lena (SaltinAria, 29 giugno)
Teatro e Colline 2012. Perché quest’anno non ci ritroveremo a Calamandrana di Stefano Labate (Krapp’s Last Post, 02 luglio)
Inteatro 2012: un festival tra due sguardi di Alessia Raccichini & Stefania Zepponi (Krapp’s Last Post, 02 luglio)
Argot Off: riflessione aperta sulla IV edizione di Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica, 04 luglio)
Il teatro dei festival. Tra incendio e marketing di Massimo Marino (Doppiozero, 09 luglio)
La rassegna stampa web de Il Tamburo di Kattrin è curata da Elena Conti
Nel 1992, quando Ravenna Teatro era appena nata e il Teatro delle Albe si era da poco insediato al Teatro Rasi, una professoressa dell’ITIS ravennate, propose alla compagnia di fare un laboratorio con i ragazzi.
A vent’anni da quella prima esperienza di pratica teatral-pedagogica, chiamata in seguito non-scuola – termine coniato da Cristina Ventrucci, le Albe hanno deciso di allargare il “cerchio” che vede ogni anno, al termine del percorso delle non-scuole ravennati, le guide e la compagnia confrontarsi e ragionare su ciò che è stato, sulle difficoltà, sui nodi e sui momenti di esaltazione che hanno caratterizzato i singoli laboratori con gli adolescenti.
Il 21 e il 22 aprile scorsi, al cerchio si sono uniti amici, osservatori, critici, studiosi e organizzatori, chiamati a “dialogare” in Dialoghi sulla non-scuola – il titolo delle giornate di incontro – a partire da questa esperienza teatrale, per attraversarla. «Dal groviglio di nodi», Marco Martinelli ha lanciato una domanda radicale, una riflessione sulla necessità del teatro: «perché fare teatro oggi?».
Trascorsi alcuni giorni da Dialoghi, il confronto nato in quell’occasione è rimasto vivo in noi, presenti a Ravenna, anche se isolato rispetto alle tante voci di tutte le persone chiamate al Rasi. Per questo motivo è emerso il desiderio di dedicare uno spazio su Il Tamburo di Kattrin in cui far confluire le conversazioni scaturite. Nel tentativo di prolungare e restituire il colore di ciò che è stato un importante momento di confronto, abbiamo chiesto a tutti i partecipanti una breve riflessione sull’incontro, con ricordi, testimonianze, ma anche rilanci o domande e pensieri sorti a posteriori, o proprio là dove si era interrotto il discorso. Di seguito, i contributi che abbiamo finora ricevuto, nella speranza di continuare ad aggiornare lo scritto con nuove riflessioni.
Hanno partecipato: Lorenzo Donati (Altre Velocità), Nicola Villa (Asini), Mario Cubeddu (Settembre dei poeti), Carolina Carlone, Monica Francia (CorpoGiochi®A scuola), Tahar Lamri (scrittore), Laura Mariani (storica del teatro), Massimo Marino (critico teatrale), Rosita Volani, Thomas Emmenegger (Olinda), Rodolfo Sacchettini, Cristina Ventrucci (Santarcangelo ’12 ’13 ’14. Festival Internazionale del Teatro in Piazza), Maddalena Giovannelli, Francesca Serrazanetti (Stratagemmi), Elena Conti, Roberta Ferraresi, Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin), Alice Merenda Somma, Antonio Maiani, Camilla Lopez, Consuelo Battiston, Damiano Gaudenzi, Giulia Torelli, Lanfranco Vicari, Massimiliano Rassu, Matteo Cavezzali, Silvia Loddo (guide della non-scuola), Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Luigi Dadina, Marcella Nonni, Silvia Pacciarini, Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Michela Marangoni, Laura Redaelli e Alessandro Renda (Teatro delle Albe)
Laura Mariani (storica del teatro)
Un antenato, quattro appunti, due domande
“Se io fossi uno di quei beati che voltano l’oro colla pala, vorrei spassarmi a fondare il mio teatro in un popolo nuovo, dove idee storte e sciapite di spettacoli scenici non entrarono ancora a guastare il buon senso che ogni bipede spennato porta con sé da Natura. M’educherei, p. e., una cinquantina di ragazzi arabi a cantare, poetare, recitare, dipingere, e via via. Poi un bel dì nel mio teatro marmoreo, sotto quel coperchione azzurro del cielo africano, darei a quei bedoini lo spettacolo della loro storia in dialoghi semplici” (Gustavo Modena, Il Teatro educatore, 1836).
Quando leggo questo brano a lezione Josella esclama: “Ma è il Teatro delle Albe!”
Dove nasce la forza della non scuola? Secondo me sono essenziali questi aspetti che elenco come mi vengono, senza ordine gerarchico.
Primo. Il Teatro delle Albe ha praticato una forma di autopedagogia articolata su più livelli che è durata anni: basata sul fare, sul non aver paura di sbagliare, sul continuare a studiare. Questa esperienza originaria li porta a essere ‘maestri’non convenzionali.
Secondo. Lo stretto legame della pedagogia con il lavoro artistico. Si vada a leggere l’Abbecedario della non-scuola alla voce Historia universalis: una presentazione semplice ed efficace del loro modo di lavorare sui testi, sempre, anche quando fanno gli spettacoli.
Terzo. L’interesse e l’amore per l’adolescenza. Erano appena usciti dall’adolescenza Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni quando hanno cominciato a cercare nel teatro la realizzazione dei loro sogni. Di questa energia, di questa con-fusione, di questo presente-futuro hanno bisogno anche oggi, per fare un teatro del nostro tempo.
Quarto. Il piacere. La cosa che mi ha colpito nel seguire Eresia della felicità a Santarcangelo 2011 sono stati naturalmente quegli adolescenti provenienti da tutto il mondo, quelle individualità spesso intrattabili e incomprensibili nel privato che si disciplinavano in un coro potente; ma ancor prima è stato il modo di lavorare di Marco Martinelli, la sua straordinaria professionalità e il piacere manifesto che provava nell’avvicinarli tutti e uno per volta al teatro, per un frammento di vita.
Due domande. La prima: calcolate, per favore, quanti giovani avete avvicinato al teatro in tutti questi anni? I numeri, i numeri. La seconda. Ci sono non-scolari che sono diventati attori, hanno trasformato il contagio in scelta di vita. Come è avvenuto il passaggio alla professione?
Mario Cubeddu (Settembre dei poeti)
I due giorni di dialogo della non-scuola il 21 e 22 aprile, organizzati dal Teatro delle Albe per i 20 anni di vita di quell’esperienza, sono stati per me uno stimolo importante di riflessione. Il ventaglio grandissimo degli argomenti, dal senso del fare teatro alle problematiche tecniche connesse al lavoro delle guide della non-scuola, hanno lasciato spazio anche al racconto dell’esperienza di Seneghe. Qui un’attività di non-scuola condotta da Roberto Magnani vive da quattro anni in simbiosi con un festival letterario, il Cabudanne de sos poetas/Settembre dei poeti. Ho avuto il piacere di testimoniare a Ravenna l’importanza che essa ha avuto per la comunità del mio paese, meno di 1900 abitanti di un borgo pastorale posto vicino alla costa centro-occidentale della Sardegna. Chiarisco che quando parlo di comunità uso questo termine col senso che ha avuto nella vita culturale e politica italiana grazie, per esempio, ad Adriano Olivetti. Uno dei luoghi in cui la sua attività intellettuale e politica ebbe importanti ripercussioni fu la Sardegna. Niente a che fare con comunità mitiche, inventate, difensive. La polis sono anche gli uomini riuniti davanti alla scena, il “cerchio condiviso in cui gli uomini, stranieri l’uno all’altro, si riconoscono”, per citare le parole di Marco Martinelli. “Morta la politica, l’educazione è diventata il campo in cui ancora la si può fare”. Una politica orientata a una crescita che è anche e anzitutto liberazione da una rete di condizionamenti culturali antichi e recenti.
Nello specifico seneghese è successo che un’onda positiva arrivata a un gruppo di ragazzi attraverso il teatro si è propagata per contagio ai genitori, ai fratellini, agli anziani che vivono soli nelle case vicine. Il teatro svolge il suo compito antico: scuote, illumina, commuove, fa riflettere.
Continua a leggere lo scritto di Mario Cubeddu… (vai all’articolo)
Maddalena Giovannelli (Stratagemmi)
Un cerchio di guide, critici, docenti e operatori che discute con passione, cercando di comprendere, sviscerare, analizzare il fenomeno imprendibile della non scuola. Le urla di Michela che escono dalla sala: sta cercando di tenere a bada i non-scuolini che tra poco porteranno in scena i loro Uccelli. Ermanna che racconta, con gli occhi luminosi, gli incontri con Barba e con Grotowsky davanti a un bicchiere di vino. Renda che guida un furgone per portare tutti a Lido Adriano a mangiare. I racconti dei milanesi di Olinda che vorrebbero rapire Argnani per averlo sempre all’ex Paolo Pini.
È questa, per me, la fotografia nitida dei giorni ravennati organizzati per festeggiare i 20 anni di non-scuola. Ma è anche un affresco di quello che sono le Albe, da molti anni: un mix irripetibile di ascolto, altruismo, concretezza, profonda ricerca artistica. Del resto – anche se a molto teatro italiano riesce forse difficile crederlo – Le Albe che salgono sul palco per Sterminio non sono altra cosa rispetto a quei mille e uno non-scuolini che urlano le parole di Aristofane o quelle di Büchner. Eresia della felicità di Santarcangelo resta per me una sintesi perfetta di tutto questo: in un cartellone di sperimentazioni performative, tra un pubblico iper-critico di addetti ai lavori, ecco che un’esplosione di magliette gialle ci costringe a domandarci, ancora una volta, che cos’è davvero teatro.
Francesca Serrazanetti (Stratagemmi)
Raccontare vent’anni di non-scuola sembra essere impossibile. Un incontro, nel più autentico spirito di accoglienza e confronto del Teatro delle Albe, pare il modo migliore per festeggiarli: una non-conferenza, una non-tavola rotonda, ma tante voci che si pongono domande. Interrogarsi sul passato e sul futuro della non-scuola significa interrogarsi sul senso stesso del fare teatro, almeno per come lo intendono le Albe. Un percorso che è una non-scuola quotidiana, un dare per apprendere e un non-insegnare per non-imparare ma liberare energie, alimentarle e farle crescere, contro ogni discriminazione, differenza, limitazione. Gettare un seme e poi un altro e poi un altro ancora, fino ad avere tanti epicentri che si allargano, con un dirompente effetto contagio. Per noi di “Stratagemmi” il cerchio è stato la figura che ha dato vita alla nostra esperienza redazionale: il teatro al centro e noi intorno che con diversi sguardi, punti di vista, esperienze e vissuti personali lo osserviamo e ne parliamo, come punto focale di un più ampio discorso. Forse per questo il cerchio creato dalle Albe nel ridotto del teatro Rasi è stato per me il modo più vero e autentico per fare onore a questi vent’anni e interrogarsi sul futuro della non-scuola. Un futuro in cui il cerchio sarà sempre più grande.
Massimiliano Rassu (guida non-scuola)
Provo a riportare le esperienze che ho convissuto con Marco e il Teatro delle Albe da ormai 12 anni!
Provo a partire da capo per contestualizzare in che modo e con quale percorso ci siamo incrociati quel 21 e 22 aprile.
Mio fratello Gabriele, più grande di me di 6 anni partecipava alla non-scuola dalle scuole superiori, dai primi anni Novanta. Nemmeno diecenne, vivevo le prime esperienze di spettatore affascinandomi agli “esiti” delle non-scuole alle quali partecipava, associando così quello che usualmente era inteso come “spettacolo teatrale” agli spettacoli messi in vita dai laboratori delle Albe con/dai ragazzi. Da allora ho come sentito innato il desiderio e il bisogno di giocare come facevano sulla scena, senza aver inteso a pieno tutto il messaggio che la non-scuola porta a sé; da allora ho sempre cercato la possibilità di svolgere “l’attività teatrale” nelle strutture sociali che mi si sono presentate, vuoi agli scouts, alle scuole medie …
Questa passione per il “giocare a fare” era costantemente alimentata dalla determinazione con la quale mio fratello si dedicava, riuscendo ad entrare nella prima squadra dei 12 Palotini di Marco assieme ad Alessandro Renda, Marco Magnani, Luca Fagioli, Alessandro Argnani …, appassionandomi sempre di più. Un giorno, io credo ancora per una qualche coincidenza astrale, mi sono ritrovato nella sede temporanea di Ravenna Teatro in V. Alberoni per un misterioso provino. Quel provino si rivelò – solo una volta sul posto – quello necessario al ricambio generazionale naturale dei Palotini adolescenti ed irriducibili che ormai erano cresciuti e non potevano continuare il percorso e l’esperienza de I Polacchi.
Continua a leggere lo scritto di Massimiliano Rassu…(vai all’articolo)
Consuelo Battiston (guida non-scuola)
Due parole.
Riporto una poesia di Patrizia Cavalli da PIGRE DIVINITA’ E PIGRA SORTE che per me quest’anno è stata al centro di molte riflessioni nell’ambito del progetto non-scuola a cui ho partecipato come guida.
Io so qual è la parola giusta.
Io lo so e tu non lo sai
non lo sai perchè hai paura
io lo so perchè ho il coraggio.
Non è mio questo coraggio
però è mio quando ce l’ho.
Per me è la condizione di chi si avventura di fronte ad un pubblico.
Ed è anche la presa di posizione di chi sceglie una “vita etica”, mai facile.
Che tipo di uomo voglio essere in questo mondo?
Qual’è la parola giusta?
Io non lo so.
Quel che è certo e che ci vuole coraggio.
Ma come farlo capire ai ragazzi durante la pratica delle prove, senza prediche?
Ho il compito di accogliere ma anche di chiedere il massimo impegno come guida.
Banalmente, qual’è lo strumento giusto: il bastone o la carota?
Credo entrambi, ma è complicato e sottilissimo da gestire.
Inoltre è importante premiare chi si prende più rischi e non dimenticare che il laboratorio è un’esperienza di gruppo dentro la quale ogni singolarità è importante.
Per me la gratificazione più bella è l’abbraccio collettivo finale, a conclusione del debutto.
Ripaga tutti gli sforzi e ti fa sentire parte di una comunità. Cosa rara al giorno d’oggi!
Roberto Magnani (attore del Teatro delle Albe, guida della non-scuola)
Quando abbiamo deciso di organizzare “Dialoghi sulla non-scuola” non sapevamo esattamente cosa sarebbe avvenuto. Ipotizzavamo un certo clima, avevamo voglia di sviscerare alcuni nodi-argomenti che soprattutto dopo Eresia della felicità al festival di Santarcangelo erano venuti a galla nelle nostre riflessioni interne, e sentivamo forte la necessità di aprire ulteriormente le porte (già spalancate) della non-scuola. Il dietro-le-quinte. Mostrare non solo il procedimento, il percorso e il processo creativo, ma attraverso un dialogo allargato ribadire e comprendere noi per primi il tipo di legame indissolubile e lo scambio profondo che intercorre tra la poetica e gli spettacoli del Teatro delle Albe e tutta l’attività della non-scuola (durante il secondo giorno di dialoghi questo punto è stato prima evidenziato da Sacchettini e poi reso limpido e chiaro a tutti dall’intervento di Ermanna).
Come in ogni DIALOGO che si rispetti, è stato importante la parte dell’ascolto: Ascoltare esperienze diverse come Seneghe e Milano mettersi a confronto e leggere dall’interno ciò che è stato per loro l’esperienza della non-scuola; ascoltare le nuove giovanissime guide come Max e Camilla che hanno messo in comune le loro sensazioni, il loro entusiasmo, le loro fragilità e le loro paure; ascoltare le bellissime storie di Tahar che sembrano provenire sempre da un mondo lontano nel tempo e nello spazio e invece ci parlano di noi e di quel che noi siamo qui, oggi; e infine ascoltare le mille domande e le curiosità più “tecniche” sulla scelta dei testi e delle musiche, sulla costruzione di un gruppo, sull’uso delle luci e dei costumi, sulla scelta di uno spazio piuttosto che un altro, su come si fa a decidere quale improvvisazione è meglio di un’ altra… ecc. Domande alle quali non si è data una risposta per mancanza di tempo e che in ogni caso una risposta unica e definitiva nella non-scuola non possono avere.
Matteo Cavezzali (guida non-scuola)
La cosa che più mi stupisce ogni anno della non-scuola è vedere quanta genialità repressa ci sia nei ragazzi delle superiori.
“Stai seduto e stai in silenzio”. Questo è il rigore richiesto dalla scuola. Un rigore dovuto per il metodo didattico basato sull’ascolto, un rigore doveroso in classi numerose e gestite da un solo insegnate.
“Ora alzatevi, mettete i banchi contro il muro, fate, parlate”. Questo è il rigore della non-scuola. Un rigore opposto, ma nel rispetto reciproco. “Dite quello che in classe vi fa sogghignare di nascosto, cantate quelle musiche che in classe vi passano per la testa”. La prima libertà dei ragazzi è quella di capire che possono fare quello che in aula gli è negato, anzi, non solo gli è concesso, ma diventa il loro punto di forza. L’ironia, la fisicità, la corsa e l’irruenza dell’adolescenza sono il sangue degli spettacoli. Poi viene la forma, il contenimento delle energie, per fare in modo che non vengano disperse, ma facciano parte di un corpo unico assieme a quelle dei dieci, venti, trenta compagni.
Quest’anno ho seguito due gruppi molti diversi, anche se analoghi per provenienza. Erano il gruppo del liceo scientifico A. Oriani di Ravenna e quello dell’altro liceo della città il Classico Dante Alighieri. In teoria pensavo fossero due gruppi analoghi e avevo pensato di lavorare su due testi di Shakespeare, il Macbeth e il Riccardo III. Visti i ragazzi però ho subito cambiato idea. Il gruppo del classico era composto da ragazzine timidissime e due soli ragazzi, di cui uno di prima che dimostrava la metà dei suoi anni. Con loro il lavoro è stato inizialmente impostato sul superamento del muro di timidezza e delle moltissime inibizioni e auto costrizioni che popolano la mente molto sensibile degli adolescenti. Era dunque impossibile trovare dei “personaggi” che vivessero a modo loro Shakespeare e siamo allora passati a Aristofane. Le ragazze si sono sbloccate grazie al coro, da non intendersi in senso musicale e nemmeno in senso filologicamente ripreso dalla tragedia classica, ma come reinventato da Marco Martinelli, ovvero una aggregazione di energie in un’unica potente struttura di gruppo.
Allo scientifico, invece, c’era un gruppo di scalmanati. Trenta anarchici che una volta rotti gli argini del rispetto del banco e del luogo scolastico, non ne volevano sapere di delimitare la propria estroversione. Il Macbeth si è naturalmente mutato in un Ubu (il suo alter-ego chiassoso e scomposto) e una volta che il gruppo si è formato, e ha sentito di essere divenuto veramente un gruppo (e non solo un insieme di singoli), il risultato è stato entusiasmante.