Silvia Gatto

Scatoloni animati e Sinestesie in bianco

Recensione a I will surviveMaretta\Cavallari e a Sinestesie AmbientaliVisionAria e Shadow Sync

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Il FoPa – Festival of performing arts di Pola – si apre con due lavori altamente diversi tra loro, ma che coabitano il medesimo luogo: l’area dell’ex forno crematorio dell’ospedale vecchio di Pola. Da una parte scatole di cartone si animano celando sempre i performer, poco più in là il lavoro è tutto incentrato sul corpo di una ballerina vestita di bianco.

I will survive è una lenta costruzione di un mostro di cartone ideata e diretta da Giorgia Maretta ed Andrea Cavallari. La presenza umana (Andrea Rimoldi, Beatrice Sarosiek, Massimo Trombetta) resta sempre celata ma percepibile come energia che sorregge e muove la struttura, imponente e fragile nello stesso tempo. L’equilibrio sempre in bilico ed il tappeto sonoro, curato dallo stesso Cavallari, rendono questi scatoloni pulsanti, vitali, inquietanti quando sulla sommità della montagna-città costruita dai tre performer dominano, come un totem, un’antenna ed una ciminiera: simboli di una società che non sembra poter esistere in zone ‘senza campo’ e ormai sommersa dalle proprie scorie. Un originale marchingegno dalla fattura quasi infantile e molto divertente, raccoglie bottiglie di plastica che il mostro, ormai saturo, rivomiterà in forma di luci, andando a costruire uno skyline futuristico tutt’altro che promettente.

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Anche se lo spettacolo è ancora da rodare, con alcuni momenti forse un po’ prolungati e alcune scelte registiche da rivedere – come il crollo della struttura nel finale, un po’ troppo prevedibile – la giovane compagnia ha il suo lato vincente in un’idea originale, coerente e di senso ed un apparato visivo che ha nei materiali poveri il suo punto di forza. In un panorama performativo e teatrale che ricerca, troppo spesso, un linguaggio innovativo fine a se stesso, altamente tecnologico ma svincolato da contenuti e realtà, gli scatoloni di Maretta e Cavallari sono tutt’altro che vuoti.

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Pieni di immagini, risvegliate nella fantasia dello spettatore, di discariche, disastri ambientali, abusivismo edilizio e di un mondo sempre più in equilibrio precario, si percepisce, con piacere e partecipazione, che è stata la volontà di parlare di queste tematiche a determinare la ricerca del modo più efficace per comunicarle. E alla fine, infatti, per lo spettatore il titolo della performance prende, con timore e consapevolezza, un sinistro tono interrogativo: sopravviverò?

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Drastico cambio di atmosfera per la successiva performance, Sinestesie Ambientali, ideata da Massimo David (Shadow Sync) e Valeria Mastropasqua (VisionAria). Mettendo in pratica, in quattro momenti e spazi dell’area di San Michele, il concetto di sinestesia – fenomeno percettivo in cui differenti sensi si contaminano tra loro – il pubblico è invitato in un primo momento a ‘sorseggiare’ uno spettacolo di danza verticale: chiusa nel suo bozzolo di licra bianca sospeso in un arco, la danzatrice dà prova non solo di capacità tecniche ma anche performative, non riducendo mai la coreografia ad una mera dimostrazione di virtuosismo, ma ricercando con uno sguardo infantile e sorpreso il pubblico, a cui sempre si rivolge. Accompagnata dalle sonorità interessanti e ricercate di Massimo David, la Mastropasqua si fa seguire dal pubblico, salendo su una cisterna per raccontare lo spazio che si apre di fronte a lei, per poi arrampicarsi su un terrazzino diroccato dove gusta una cena mostrata attraverso dei colori al pubblico. Il quarto momento, che chiude Sinestesie Ambientali, è un video che ripercorre gli spazi toccati dalla performance, teso a sottolineare l’aspetto ‘space specific’ del progetto: non uno spettacolo precostituito, infatti, ma un lavoro che si struttura e si ripensa per ogni luogo in cui viene allestito, analizzato nei suoi aspetti sensoriali più significativi che vengono poi riproposti in forma di suoni, danza, luci e immagini proiettate.
Nonostante un’idea di partenza altamente concettuale, la performance si lascia facilmente seguire da tutti gli spettatori: la Mastropasqua incanta con le sue evoluzioni e la sua forte presenza scenica. Ma l’aspetto multisensoriale resta un po’ in secondo piano nella percezione di un lavoro che ancora deve crescere, e la struttura itinerante ma senza un percorso chiaro disorienta un po’ il pubblico, che finisce per vivere i quattro momenti della performance come scollegati tra loro, a scapito di un più sentito coinvolgimento.
La prima croata preannuncia, comunque, interessanti possibilità di sviluppo in una direzione ancora più sinestetica e strutturata, ma senza rinunciare all’aspetto di improvvisazione e trasformazione di cui Massimo David e Valeria Mastropasqua hanno dato prova di grande capacità.

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Visto a San Michele – ospedale vecchio, Pola (Croazia)

Silvia Gatto

Omaggio al profumo di arrosto

Recensione a Orson Welles’  roast – Giuseppe Battiston

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Dal fondo del tunnel centrale del Bastione Alicorno, con un sigaro in mano, in accappatoio e stivali neri, è apparso, ieri sera, con passo lento, Orson Welles. L’interpretazione di Giuseppe Battiston nel ruolo del genio del cinema, è stata così impeccabile ed esilarante che quasi si credeva in un ritorno del regista americano, tutto questo grazie al suo physique du rolé e all’impressionante somiglianza, ma soprattutto alla bravura nella costruzione di un personaggio efficace, irriverente e coerente. Ma, d’altronde, la “gente crede a tutto”, come Welles capì già negli anni ’30 e dimostrò con pericoloso sarcasmo con La guerra dei mondi: il finto notiziario radiofonico che, annunciando l’invasione da parte dei marziani, scatenò il panico negli Stati Uniti. Basta solo una melanzana con dei bastoncini a sostenerla, con la giusta illuminazione, per creare un Ufo.
Con Orson Welles’ Roast Giuseppe Battiston e Michele De Vita Conti, firmatario anche della regia, compongono un omaggio in forma di roast – arrosto: una sorta di ironico elogio per iperboli inflitto, nella tradizione anglosassone, alle persone importanti in occasione di celebrazioni che li vedono protagonisti. Lo spettacolo diventa, così, decisamente divertente, ironizzando sul buon appetito di Welles, sulla sua genialità, sulla sua carriera segnata da grandi successi e infiniti ostacoli. Ma lo sfottò lascia spesso il posto, in una drammaturgia perfettamente calibrata, alle parole stesse  del poliedrico artista. E così, in una sorta di postuma rivincita, il regista di “Quarto Potere” può tornare sul suo percorso artistico per ricordare i grandi lavori, in teatro, alla radio e al cinema, che “solo pochi si ricordano”. Può raccontare i progetti autofinanziati partecipando, come attore, a produzioni commerciali – “Io facevo ruoli di merda per finanziare i miei progetti. Oggi gli attori fanno ruoli di merda e basta”. Fino ad urlare la sua poetica, l’idea che lo ha accompagnato per una vita intera, il suo statuto di avanguardista – nel senso profondo, vero, originale del termine: “la responsabilità dell’artista di essere consapevole di coltivare terreni mai coltivati”.

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Senza mai perdere la carica ironica a l’attenzione del pubblico – Battiston catalizza gli spettatori con una prestazione attoriale di altissimo livello -, lo spettacolo diviene uno dei migliori omaggi che si potesse fare a Orson Welles. Coerente con il personaggio, dall’acuto sarcasmo e la grande lungimiranza, viene evocato un ricordo senza nostalgia, tessuto un elogio senza lodi, sincero come se i due autori fossero amici di lunga data di questo “genio infinito e grandissimo cialtrone”.
Una meritatissima ovazione del pubblico chiude uno spettacolo che Welles stesso avrebbe sicuramente applaudito.

Silvia Gatto

Un silenzio che (in)canta

Recensione a L’eco del Silenzio – dimostrazione di lavoro di e con Julia Varley

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

“Ho scelto il silenzio come tema di una dimostrazione sulla voce  perché vorrei che fosse il silenzio a cantare” spiega alla fine del suo Eco del Silenzio Julia Varley. In un compendio di tutta la sua esperienza e sapienza vocale, la celebre attrice dell’Odin Teatret ripercorre la sua carriera: dalle prime difficoltà incontrate per la sua voce tremolante e come bloccata in gola, agli escamotage trovati per poter cantare in scena, ai numerosi esercizi studiati per superare i propri limiti. O come poterli trasformare in punti di forza: per esempio,  il suo tremolio vocale è perfetto per i canti indiani, ed è proprio cantando uno di questo componimenti che, per la prima volta, dice di aver riconosciuto la sua voce.
In poco più di un ora, attraverso poesie, canzoni, sequenze fisiche ed estratti di suoi spettacoli, la Varley regala al pubblico una dimostrazione di virtuosismo vocale e padronanza assoluta del mezzo, mostrando diversi modi di recitare un testo in scena trovando il sotto-testo nelle azioni fisiche, o in una melodia, o, altre volte, nel testo stesso.

Difficile rendere giustizia, a parole, a L’eco del Silenzio. Descrivere degli esperimenti vocali, cercare di trasmettere la forza della voce, la poesia della trasformazione di cui questa grande attrice è capace.  Recita un testo seguendo l’intonazione che l’azione, la velocità del passo, il movimento le suggeriscono, ed è come se la sua voce “ballasse” con il corpo. Ruba ai versi degli animali sfumature, grane vocali e  tonalità per dar voce ai suoi personaggi. Inventa lingue rendendole immediatamente credibili e canta canzoni con un filo di voce. È un po’ come assistere ad uno spettacolo di un grande mago che svela, con generoso desiderio di condivisione, tutti i suoi trucchi – e, in effetti, di momenti magici la Varley ne regala molti.

Lo spettatore scopre, stupito, le infinite capacità della voce umana. Uno strumento musicale eccezionale, capace di aprire l’immaginazione, creare creature, personaggi e mondi. La Varley svela con semplicità tutto questo, spiegando che, come con tutti gli alri strumenti, occorra esercitarsi con la voce per farla “suonare” alla perfezione. Ed il risultato di decenni di studio si riassumono, alla fine, in un canto sommesso ma teso, energico ma quasi impercettibile, in cui sembra davvero di sentir cantare il silenzio.

visto al Teatro Studio – Padova

Silvia Gatto

Green Valley

Recensione a North B-East – Carichi Sospesi

Marco Tizianel

Non risparmiano niente alla loro città i padovani Marco Tizianel e Silvio Barbiero – dei Carichi Sospesi – ideatori, autori ed interpreti di North B-East. I due artisti, infatti, scagliano un vero e proprio “j’accuse” contro il nord-est, svelandone, con ironia e consapevolezza, tutte lecontraddizioni, attraverso la costruzione di due personaggi decisamente antitetici: uno studente ampiamente fuoricorso, svogliato, incapace di vivere serenamente la propria omosessualità e di ammettere la propria inettitudine alimentata da canne, avventurette e delusioni; un rampante uomo in carriera, bancario, spregiudicato nel suo lavoro, ma saturo di pregiudizi verso tutti gli altri. Rappresentativi, da una parte, di una città universitaria senza fermento creativo ed impegno attivo, perché ormai annegata nello spritz – l’aperitivo sembra divenuto, ormai, l’unica attività ‘extrascolastica’. Ma anche di quel più conosciuto nord-est produttivo, xenofobo, fatto di “capannoni e campi di mais” senza fine e cinici parvenu.

Due stereotipi, quindi, ma sapientemente interpretati da Marco Tizianel (lo studente) e Silvio Barbiero (il funzionario) senza facili ed eccessivi cliché, che avrebbero appiattito i personaggi e ridotto la forza del lavoro. Una forza che sta, invece, proprio nell’assoluta credibilità dei due protagonisti, tristemente realistici, che, ognuno su un cubo in metallo, monologano e mai dialogano, se non per poche battute nel finale.

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Il testo scorre rapido, e nasce evidentemente da una necessità, una consapevolezza di abitare in una regione che sta pericolosamente andando alla deriva; una deriva sempre più tinta di un verde acceso, potente, che fa dell’ignoranza la sua forza, dell’odio la sua bandiera e della cittadinanza l’unico motivo di orgoglio e diritti. Ma la drammaturgia composta dai due debuttanti autori è molto lontana dall’essere un – noioso, seppur condivisibile – proclama politico. Alternando, al contrario, problemi più futili, e che fanno sorridere – come i difetti della mobilità pubblica – a verità più scomode – lo sfruttamento dei clandestini nelle fabbriche abusive, lo spaccio, il muro di via Anelli… – , ma soprattutto filtrando questi contenuti attraverso le vicende personali dei due protagonisti, North B-East diviene uno spettacolo quasi leggero.
Un limpido specchio di una società esausta, spompata dalla frenetica corsa verso la ricchezza, le macchine di lusso, l’agiatezza vuota; una corsa durante la quale qualcosa – forse semplicemente l’umanità delle persone – è andata persa.

Visto al Cinema Lux, Padova

Silvia Gatto

Pensiero attivo

Recensione a Interrogations – Yoshi Oida

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

In moltissimi, ieri sera, hanno raggiunto il Bastione Alicorno per farsi “interrogare”da Yoshi Oida, indiscusso maestro della scena teatrale internazionale. Sono trent’anni che l’attore-regista giapponese gira il mondo proponendo ai suoi spettatori domande assurde ed illogiche, insieme al musicista-fisico tedesco Dieter Trüstedt, che riesce a creare una ‘colonna sonora’ con gli strumenti e gli oggetti più disparati, e, con la sua presenza discreta, completa il quadro essenziale dell’allestimento.

Interrogations, presentato in prima nazionale in una nuova versione, prende ispirazione dai Koan, quesiti antichissimi che i maestri dei monasteri Zen pongono agli allievi come esercizio di meditazione. Il clima dello spettacolo è molto lontano dal silenzio rispettoso di quei luoghi, anche se molti sono i momenti in cui Oida regala al pubblico, giocando con quattro sottili bacchette di bambù, performance dal sapore orientale, offrendo un sublime esempio di controllo perfetto del corpo e di racconto gestuale. Ma l’aspetto spirituale dei quesiti è accantonato a favore di una rilettura di questi testi in chiave beckettiana. Come ammette, infatti, lo stesso interprete, i Koan hanno suscitato in lui grande interesse proprio per il loro carattere straniante: la stessa forza che ritrova nei testi di Beckett o Ionesco, ma in versione nipponica.
Per esempio, mostrando il dorso della mano, chiede: “questo è il dritto o il rovescio?”.
Non sono importanti le risposte, ma le domande: esse creano il legame, ludico ma forte, tra attore e spettatore. I quesiti sono il filo che unisce i partecipanti all’evento, sono lo strumento che fa scaturire la condivisione di un pensiero. Oida trasporta lo ‘spazio vuoto’ di Peter Brook nella drammaturgia, dove sono le parole stesse a stimolare l’immaginazione e la creatività degli spettatori. In totale libertà perché non c’è una risposta giusta, determinando, così, un clima di spensierata e piacevole partecipazione.

foto di Claudia Fabris
foto di Claudia Fabris

Yoshi Oida, passando dal francese, tradotto in tempo reale da Rosaria Ruffini, a frasi in italiano stentato, recitate con chiara autoironia, costruisce uno spettacolo di difficile descrizione. Forse, come gli allievi dei monasteri Zen che meditano sulle risposte ai Koan, molti impiegheranno anni per capirlo davvero, altri probabilmente non lo capiranno mai. Ma tutti ricorderanno di aver condiviso la rara piacevolezza di un’ora senza regole e logica. Perché, come dice Oida, “ogni giorno conta. Anche oggi”.

Silvia Gatto

Nata speciale

Recensione a Una vita importante – Maria Sole Mansutti / Paolo Civati

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

“Signore, non farmi essere speciale. Volevo solo essere me stessa, ma me stessa era speciale”. Una battuta dello spettacolo Una vita importante, che sintetizza il personaggio protagonista del lavoro: Maria, la madre di Gesù. In una scena semicircolare, completamente bianca, un’intensa Maria Sole Mansutti racconta al pubblico una storia molto conosciuta, ma che la riscrittura di Paolo Civati riesce a rendere incredibilmente nuova. Attraverso i vangeli apocrifi, l’immaginazione e la bravura dell’interprete, quella che viene presentata è una Maria appena adolescente, piena di dubbi, speranze, fantasie per un futuro che non sa essere già stato stabilito.
Considerata un dono di Dio fin dal suo concepimento – i genitori per lungo tempo non riuscirono ad avere figli – questa bimba si ritrova, a soli tre anni, ad essere considerata speciale da tutti. Per lei non si può scegliere un marito qualunque, serve un segno divino che indichi l’uomo prescelto. E così Maria, elevata – o ridotta – ad icona da secoli, torna a mostrare il suo lato più umano e realistico, che è proprio quello che la rende una figura così speciale. Si dispera capricciosa, correndo in tondo, gesticolando con poco garbo – su una musica tutt’altro che sacra ma perfetta -, proprio come farebbe una semplice ragazza che vorrebbe una vita normale. La scena dell’annunciazione, poi, superato il momento di sorpresa alla notizie, Maria scoppia in una gioia sfrenata illuminata da una luce strobo per nulla dissacrante, ma, al contrario, esuberante e commovente allo stesso tempo. La Mansutti, inoltre, arricchisce il suo personaggio anche con il suo dialetto friulano, che carica la scena del parto di umanità ed umiltà, riportando il sacro momento ad una dimensione più intima e femminile.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Peccato, forse, per l’apparizione luminosa della croce sul finale, che scaraventa in pochi attimi i vangeli ufficiali sulla scena, ricordando il fin troppo conosciuto destino a cui Maria è predestinata.
Una vita importante si è rivelato, comunque, una vera sorpresa. Riuscire a rendere originale, divertente e commovente una storia che viene ripetuta da duemila anni non era impresa facile, ma Maria Sole Mansutti e Paolo Civati, con creatività, rigore e, forse, un po’ di incoscienza, sono assolutamente riusciti in questa interessante impresa.

Silvia Gatto

 

L’uomo si fa uomo

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Le previsioni meteo, ieri, promettevano tempesta: i tre spettacoli in cartellone – Una vita importante, di Paolo Civati e con Maria Sole Mansutti; Tragedia tutta esteriore, di quotidiana.com; Il silenzio di Dio, di Silvio Castiglioni – sono stati tutti allestiti all’interno del Bastione Alicorno, con solo brevi intervalli tra le diverse rappresentazioni. Da questa piccola maratona teatrale è scaturita la serpeggiante sensazione di un filo conduttore che ha in qualche modo unito i tre angusti spazi del bastione, aprendo la possibilità – nonostante l’estrema diversità dei lavori – ad una riflessione più generale.
Lo sguardo, in assoluta coerenza con il tema del Festival, guarda al cielo, ma attraversa gli astri per cercare di vedere oltre: cosmologie che si allontanano dalla scienza per interrogare la religione. Se la Mansutti dipinge una Vergine Maria umanissima ed adolescente, i Quotidiana rompono i loro silenzi con le più disparate domande, tra cui alcune, irriverenti ed esilaranti nel loro straniante susseguirsi, sull’esistenza di Dio. Castiglioni, invece, affianca al monologo di un prete, senza parole di fronte una donna che vorrebbe suicidarsi, l’invettiva di un demone dietro cui si cela Il Grande Inquisitore di Dostoevskij.
Lavori che esternano un desiderio di un Dio più umano, credibile, vicino; un Dio con “i piedi per terra’”. In questo anno galileiano in molti sembrano volere puntare il telescopio sul pianeta Terra, anziché guardare all’universo e chiedersi cosa “move il sole e l’altre stelle”. Come se il mistero avesse ormai esaurito tutto il suo fascino, stanchi di un Dio che non risponde alle domande, che non si manifesta se non attraverso riti e catechesi ormai desueti e svuotati. Alla richiesta di elevarsi verso Dio, rinunciando a ciò che della natura umana ci tiene maggiormente ancorati al terreno, si potrebbe rispondere con una domanda: perché non scende, un po’ Dio verso di noi? Forse a lui costerebbe decisamente meno fatica. Ci si sentirebbe, così, meno soli. Una domanda appena sussurrata attraverso il sorriso splendido della Madre di Gesù della Mansutti, che si fa più esplicita nelle dissertazioni psuedoteologiche e ‘tutte esteriori’ di Roberto Scappin e Paola Vannoni, per essere, infine, urlata da Castiglioni.

Quello che viene dipinto è un uomo con le sue necessità più umane, vere, concrete. Un uomo spinto dalle contingenze a guardarsi intorno più che verso l’alto. Un uomo stanco di risposte insoddisfacenti, sermoni e paternali che trova nella libertà di dubitare la sua essenza, la sua forza, seppur, spesso, non la felicità.
Le alte guglie delle cattedrali gotiche non impressionano più, i discorsi alle finestre non convincono, anzi, spesso, risuonano troppo lontani dalla realtà, contro ogni bisogno umano. Il “mentire in maniera intelligente” ammesso con orgoglio dal Grande Inquisitore, rappresentante di un sistema tutt’oggi saldo e potente, forse è un po’ stato smascherato in questa ricerca di un uomo che assomigli un po’di più a se stesso. Un uomo che non si vuole più vergognare delle sue necessità più basse: vengono in mente dei versi di Bertolt Brecht, dalla sua Opera da tre soldi, che, con ironia, spiega questo concetto con sintetica semplicità:

Voi che alla retta via ci esortate
e ad evitare il fango del peccato
prima di tutto fateci mangiare
e poi parlate pure a perdifiato.
Voi che alla nostra ciccia tenete e al nostro onore,
date ascolto, sappiatelo, è così:
solo saziato l’uomo può farsi migliore!

Silvia Gatto

Mala Magna Grecia

Recensione a U Tingiutu – un Aiace di Calabria – Scena Verticale

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Aiace, Achille, Agamennone, Ulisse: questi i nomi dei protagonisti di U Tingiutu, di Scena Verticale, spettacolo andato in scena ieri sera al Bastione Alicorno in prima nazionale. Ma nessuna tragedia greca in versi accademicamente recitati: Dario De Luca, ideatore, drammaturgo e regista del lavoro, scaraventa l’antico mito Sofocleo nella Calabria corrosa dalla ‘ndrangheta. Sangue, onore e cocaina sono i veri protagonisti. Sgarri e vendette si susseguono all’interno di un’agenzia di pompe funebri che è anche sede di una cosca mafiosa.
La particolare costruzione drammaturgica, fortemente cinematografica – con un inizio in flashback e alcuni salti temporali -, accattiva il pubblico che – nonostante alcune difficoltà di incomprensione per l’uso del dialetto calabro – segue con trasporto questa ennesima storia di malavita. Pur intravedendola, perché, esclusa la prima scena, la quarta parete è chiusa per tutto lo spettacolo da tende veneziane. Questa tragedia moderna è sotto gli occhi di tutti ogni giorno, ma in molti devono, o vogliono, far finta di non vedere. E così lo spettatore si ritrova come ‘al sicuro’ aldilà delle tende, lontano da quel mondo che non gli appartiene, ma non può non lasciarsi coinvolgere emotivamente. Forse un assaggio di quella maledizione che, scrive De Luca, «in Calabria si chiama “contiguità”. Quella cosa terribile che costringe onesti e disonesti, mafiosi e non mafiosi a vivere fianco a fianco».

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

In questo racconto, oltre alle efficaci musiche originali composte da Gianfranco De Franco e Gennaro “Mandara” de Rosa, una radio accompagna le truci vicende, cantando canzonette di Pupo, Vasco e Morandi. E proprio le prime battute di una canzone di Morandi – Un’anno d’amore – assumono improvvisamente, sull’immagine della strage finale, un significato altro, che spiazza: «uno: non tradirli mai, han fede in te» – come se fosse il primo, sacro, comandamento dei clan mafiosi.

Grazie anche ai suoi colleghi di scena (Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori, Marco Silani) – tutti decisamente all’altezza dell’impresa con un’interpretazione autentica, De Luca costruisce, con una regia semplice e genuina, quasi un film neorelista. Un bel film, che punta la macchina da presa negli angoli più bui della terra calabra, mettendo a fuoco delle verità scomode che tutti sanno e tacciono. La tragedia, così, si svuota degli eroi per narrare le vicende di una Magna Grecia tristemente più attuale, vivente, straziata da omini che non hanno decisamente nulla di eroico.

Silvia Gatto

 

Unicamente Abili

recensione a Passaggio Urbano – associazione Ottavo Giorno

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Una dozzina di attori e i musicisti della Piccola Bottega Baltazar – contrabbasso, chitarra, 2 fisarmoniche e, per un attimo, un hang – creano un percorso nel centro storico di Padova, partendo da piazza Cavour per arrivare alle scalinate del Municipio. Il Gruppo Teatro Integrato è composto da ragazzi e ragazze abili e diversamente abili. In un gioco di improvvisazioni corporee alternate a coreografie prefissate, con il costante sostegno della musica, i silenziosi attori creano immagini di semplice e disarmante poeticità. Una coppia di innamorati si rincorre con un mazzo di fiori, un lento corteo lascia alle sue spalle bigliettini per chi li segue, un tango porta con garbo fino alla danza sui gradini, fatta di imitazioni e variazioni sulla medesima sequenza.

Si assiste al lavoro di questi attori, e lentamente si scopre come ogni corpo abbia un suo personalissimo modo di muoversi nello spazio. Quando il corpo è lasciato libero di esprimersi senza pregiudizi o tecniche prestabilite, non si può più parlare di abilità e disabilità, ma di pura unicità. Questo Passaggio Urbano, lungi da buonismi retorici, aggiunge al festival una piccola ma importante riflessione sul corpo scenico. Una teatralità insita nella presenza umana in scena, ed un’armonia del movimento raggiungibile per le più disparate e meno convenzionali vie di ricerca.

Silvia Gatto

 

Nell’antro del Marchese

Recensione a Sade: opus contra naturam – regia di Enrico Frattaroli

Per incontrare il Marchese de Sade, sinistro ed, ormai, leggendario autore libertino, il pubblico dei Teatri delle Mura deve compiere una sorta di discesa agli inferi nell’antro buio e freddo del bastione Alicorno. Ad attenderli Enrico Frattaroli, regista e protagonista muto di questo lavoro, che, perfettamente calatosi nei panni del personaggio a cui ha dedicato una pentalogia, con agghiacciante disinvoltura ci guida nei meandri più oscuri della filosofia di Sade.

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Attraverso un crescendo di violenze ed abusi ad un rappresentante del clero (Galliano Mariani), il marchese prende voce grazie a due filosofi (Franco Mazzi, Anna Cianca) che, dissertando sulla natura umana, la religione ed il libero arbitrio, tessono in scena un discorso articolato e complesso. Con forza rivendicano il dispotismo nella lussuria come un’inclinazione naturale dell’uomo: non assecondarla sarebbe andare contro natura. Si scagliano contro chi emana leggi atte a vietare o correggere i gusti umani, contro la giustizia e le religioni, in nome di un ateismo elevato pericolosamente a nuova fede. Sembra, infatti, di assistere al sanguinario rito di una setta, che si erge a difensore della natura umana. Un credo che vede l’uomo naturalmente predisposto alla crudeltà, all’assassinio, al sopruso. L’umanità, la pietà, l’amore non sono innate nell’uomo: gli uomini sono sempre morti per le opinioni, fomentate da chi voleva spargimenti di sangue.

È infatti innegabile che immani crimini siano stati compiuti in nome di Dio o di alti ideali, come ci ricorda una ghigliottina – inquietante strumento per diffondere libertà, fratellanza ed umanità – nel macabro sarcasmo del finale. Ma il pensiero lucidamente esposto in scena si incrina di fronte a una presa di posizione priva di sfumature, che dipinge una natura umana abbietta e semplificata: de Sade generalizza il suo essere a tutta l’umanità. Il risultato è un enigma, l’uomo, che  resta  completamente irrisolto ed inafferrabile; nonostante i numerosi ragionamenti dedicategli nell’opera.
Sade: opus contra naturam è un

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foto di Andrea Cravotta

lavoro che può scandalizzare, indignare, interessare ma che non può passare inosservato. Non solo per la violenza  sessuale crudamente mostrata in scena – senza esibizionismo ma con estrema coerenza con l’opera e la vita del Marchese – quanto per un cast che, tra immagini forti, sfrenate e complicata filosofia, non si risparmia mai, dando vita ad un lavoro di indubbia intensità.

Visto al Bastione Alicorno, Padova

Silvia Gatto