teatri delle mura padova

Intervista al gruppo Motus

Intervista a Enrico Casagrande e Daniela Nicolò – Motus – a cura di Carlotta Tringali

Come si è sviluppato il percorso/progetto partito da X(ics). Racconti crudeli della giovinezza, arrivato fino a Crac? Rispetto alle tappe precedenti c’è una sostanziale differenza in questo lavoro che risulta molto concettuale, essenziale…

Enrico: Siamo arrivati a Crac dopo aver sviluppato quattro ‘movimenti’ intorno a X (nella periferia romagnola, francese, tedesca e napoletana). C’è una grande aderenza di tutto il progetto X alla città in cui stiamo e ci troviamo. C’è la volontà di vivere la città pienamente: vogliamo stare con la gente, con i ragazzi; vogliamo, in modo documentario, prendere l’umore della città in cui siamo e trasportarlo all’interno del teatro, sul palcoscenico. Ma forse la più grande sfida è poter ripresentare quello che è l’esterno, perché c’è sempre il rischio della finzione. Su questo abbiamo lavorato tanto, per cercare di decodificare questo fuori. Nel processo c’è stata un’inflazione dell’uso dell’immagine. Quello che si vede all’interno degli spettacoli di X è solo una parte delle 50/60 ore di girato fatto ogni volta sulle città, c’è una grande persistenza dell’immagine reale. All’interno di X c’è questa sintesi del girato e Crac deriva da quello, dal lavoro sulle immagine sintetiche. Con Crac ci siamo concentrati sul poter dare lo stesso un’idea di esterno, di città, però con un’immagine non più riconoscibile, non più palazzi o volti, ma semplicemente dei pixel, quello che è la materia base del video.  Per questo abbiamo utilizzato le linee geometriche che si compongono e scompongono, che però sono evocative di un ‘mondo’ attraverso un’azione, quella di Silvia Calderoni, che non interpreta nulla, ma vive un suo incedere, cadere, nascere, rinascere, crescere… La parte evocativa è qui più espressa rispetto a X.

Daniela: Abbiamo fatto un lavoro di sintesi, ma sempre mantenendo un rapporto con il fuori, con il reale. In Crac, in ogni città in cui ci spostiamo arrivano delle registrazioni relative all’ambiente politico-sociale, alle pressioni della città. Rimangono queste testimonianze, questi frammenti che sono anche registrazioni prese da youtube quando non abbiamo la possibilità di fare una residenza nella città e quindi poter registrare direttamente sulle strade. Youtube è un archivio disorganico, libero, pieno di frammenti che parlano di tensioni o di momenti collettivi. Ogni volta Enrico acquisisce dalla città delle voci provenienti da comizi, manifestazioni, soprattutto dei momenti di tensione politica, legati alla città. Qui a Padova c’erano delle registrazioni agghiaccianti di Forza Nuova, a Torino c’era una parte relativa alla Thyssen e al G8 degli studenti, a Bologna una serie di interviste, fatte in via del Pratello, agli studenti in relazione al coprifuoco della città e alla chiusura dei locali notturni. C’è una base sonora che è sempre quella, che è legata al traffico, al rumore della città, ma vogliamo mantenere una finestra aperta sul luogo che ci ospita, accogliendo dialetti, voci di strade con la loro sporcizia, con le parolacce. C’è questo lavorare con l’astrazione, ma non vogliamo fare un lavoro puramente formale. Desideriamo mantenere un discorso e questo è un equilibrio molto difficile da trovare, perché si viene trascinati e affascinati dalla forma, dalle tecnologie, dal compiacimento puramente tecnico rischiando così di perdere il senso del discorso. Crac utilizza questi mezzi formali, ma senza lasciare fuori la parte concettuale del discorso; guarda a quelle che sono le fratture e le tensioni piuttosto che ai momenti di conciliazione: ma vogliamo anche dare un piccolo segno di resistenza con questa piantina che nasce dallo sfacelo. C’è questo desiderio di rinnovamento. Operazione che ha anche senso presentata non autonomamente, ma insieme a X….

…penso infatti che la percezione del pubblico sia molto diversa e che cambi a seconda dell’aver visto o meno in precedenza lo spettacolo X (ics). Racconti crudeli della giovinezza. Vedendo solamente Crac – che ha una poeticità anche autonoma – possono arrivare degli input circa i temi affrontati con X ma è più difficile fare un percorso mentale completo; forse solo chi ha visto le tappe precedenti di X riesce a svilupparlo…

Daniela: In genere presentiamo insieme lo spettacolo X e poi Crac. A quel punto si capisce molto meglio il percorso fatto e sviluppato in precedenza. Crac a sé è una performance, non ha una velleità spettacolare, anche per la sua breve durata. Ma in molte situazioni, come qui a Padova, ha anche senso presentato autonomamente, inserendosi in un contesto o in un luogo particolare.

State sviluppando un nuovo progetto, sull’Antigone. Come mai ritornare a questo mito oggi?

Enrico: Il mito è solo un pretesto di partenza e si può vedere una certa continuità dopo X. Riprendere questo mito è appunto un pretesto per riflettere su suo elemento cardine: sulla ribellione di Antigone, sull’idea di dire no al potere di Creonte.

Daniela: Su questo punto stiamo sviluppando un processo di creazione che è molto diverso rispetto a tutto X. Siamo già partiti con questo progetto l’estate scorsa facendo un evento in Calabria, in un anfiteatro greco. C’è stata poi una residenza in Francia e lì abbiamo fatto un altro evento. Ora stiamo realizzando workshop – ne abbiamo già fatto uno a Torino – con tanti partecipanti, scrittori, musicisti, giovani attori…

Enrico: Uno dei punti di ispirazione è la povertà di Antigone, mito che parte dalla sua precedente storia, nel viaggio con Edipo, dal suo mendicare, fino alla rinuncia di far parte della famiglia reale: concetti che parlati con la voce del mito possono sembrare arcaici e ridondanti ma che riportati a un contemporaneo sono delle spinte molto forti per noi, per capire cosa ci interessa in questo momento. E la povertà del teatro, un’umiltà sempre più forte del processo creativo ci interessa molto. A Torino la settima scorsa abbiamo fatto questo studio nel nulla, senza video, senza musica, con due corpi e molto testo, ma lavorato a modo nostro; non quello di Sofocle, ma un testo di riflessione dell’attore stesso su quello che sta facendo, un entrare e uscire dal ‘perché’. L’attore stesso, proprio come noi, si domanda il perché fare certe cose sulla scena e perché Antigone oggi.

 

Ballata della semplicità perduta

Recensione di La madre dei gatti – Teatro Tascabile di Bergamo

foto di Andrea Cravotta

Un teatro semplice, fatto di pochi elementi: un siparietto mobile, strumenti musicali e una scena che si compone e scompone, seguendo il movimento dei tre attori. Uno spettacolo di canzoni e ballate popolari riportate in un dialetto, quello milanese, che parla di gente della strada, di malaffari, di un’umanità bassa, ma viva. Il Teatro Tascabile di Bergamo porta al festival di Padova La madre dei gatti, opera che si sviluppa tra le osterie dormienti milanesi, tra ubriachi e vecchie pazze, bordelli e cantastorie. Spazi e personaggi vengono rievocati tramite i testi di Giovanni Barrella, Ivan Della Mea, Dario Fo, Alda Merini e Carlo Porta, storici lombardi che si sono occupati del folclore popolare, ponendo la loro attenzione sugli istinti umani, sulla rabbia di chi ha perso tutto e cerca di sopravvivere, aggrappandosi a una bestemmia leggera, detta sottovoce.

I bravissimi Tiziana Barbiero, Luigia Calcaterra e Alessandro Rigoletti si alternano nel suonare fisarmonica, chitarra, tamburo, violino e tromba; cantano e ballano dando vita a piccoli quadretti di storie intrecciate tra loro, che iniziano con un brindisi a un Dio ingiusto e terminano con una circolarità ritrovata, nel bicchiere di vino bevuto e l’ultima goccia versata a terra. L’ambientazione evocata attraverso la poesia della Merini, “gli anfratti bui delle osterie”, è riprodotta attraverso l’uso di un semplice tavolo, un calice di vino e una donna lì seduta: riviene in mente il quadro di Degas, l’Absinthe, per lo sguardo assente dell’attrice, bevitrice solitaria. Una fioca illuminazione fa emergere dal buio una vecchia malinconica che canta il suo amore sciupato e ormai perduto, rompendo un silenzio tombale, mentre nella scena successiva tre cantori raccontano vivacemente di un miracolo, avvenuto in un bordello. Di una fanciullesca piacevolezza la scena proposta durante la canzone El me gatt, scritta da Della Mea e qui cantata da Rigoletti: piccole marionette di cartone mimano il crudo testo della canzone, riuscendo a ricreare una poetica visione della storia.

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Perfetta la scelta di interpretare quasi tutto lo spettacolo in dialetto: solo tramite questo linguaggio, vivo e non fittizio, si possono scandagliare le testoriane ‘viscere dell’esistenza’, avvicinandosi al mondo proposto da questi personaggi. Anche chi non conosce il dialetto milanese riesce ad apprezzare il lavoro: gli attori sono infatti molto abili nel restituire un significato comprensibile a tutti, presentato attraverso la gestualità del corpo e l’intonazione vocale. Questo si può notare soprattutto nel monologo finale, dove la Barbiero interpreta il personaggio della mamma di gatt; la donna alterna momenti di dolcezza a stati di pura rabbia per narrare la sua storia: rinchiusa in un manicomio, dopo aver perso il suo bimbo appena dato alla luce, le viene concesso di essere solo madre dei gatti.

Dedicato a Ivan Della Mea, recentemente scomparso, La madre dei gatti alterna divertimento a momenti di estrema drammaticità: basta questa sua semplicità – oggi spesso abbandonata – di un teatro che si spoglia dei suoi ornamenti, per ritornare al luogo originario di incontro tra persone e storie straordinarie.

Visto al Teatro delle Maddalene, Padova

Carlotta Tringali

Green Valley

Recensione a North B-East – Carichi Sospesi

Marco Tizianel

Non risparmiano niente alla loro città i padovani Marco Tizianel e Silvio Barbiero – dei Carichi Sospesi – ideatori, autori ed interpreti di North B-East. I due artisti, infatti, scagliano un vero e proprio “j’accuse” contro il nord-est, svelandone, con ironia e consapevolezza, tutte lecontraddizioni, attraverso la costruzione di due personaggi decisamente antitetici: uno studente ampiamente fuoricorso, svogliato, incapace di vivere serenamente la propria omosessualità e di ammettere la propria inettitudine alimentata da canne, avventurette e delusioni; un rampante uomo in carriera, bancario, spregiudicato nel suo lavoro, ma saturo di pregiudizi verso tutti gli altri. Rappresentativi, da una parte, di una città universitaria senza fermento creativo ed impegno attivo, perché ormai annegata nello spritz – l’aperitivo sembra divenuto, ormai, l’unica attività ‘extrascolastica’. Ma anche di quel più conosciuto nord-est produttivo, xenofobo, fatto di “capannoni e campi di mais” senza fine e cinici parvenu.

Due stereotipi, quindi, ma sapientemente interpretati da Marco Tizianel (lo studente) e Silvio Barbiero (il funzionario) senza facili ed eccessivi cliché, che avrebbero appiattito i personaggi e ridotto la forza del lavoro. Una forza che sta, invece, proprio nell’assoluta credibilità dei due protagonisti, tristemente realistici, che, ognuno su un cubo in metallo, monologano e mai dialogano, se non per poche battute nel finale.

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Il testo scorre rapido, e nasce evidentemente da una necessità, una consapevolezza di abitare in una regione che sta pericolosamente andando alla deriva; una deriva sempre più tinta di un verde acceso, potente, che fa dell’ignoranza la sua forza, dell’odio la sua bandiera e della cittadinanza l’unico motivo di orgoglio e diritti. Ma la drammaturgia composta dai due debuttanti autori è molto lontana dall’essere un – noioso, seppur condivisibile – proclama politico. Alternando, al contrario, problemi più futili, e che fanno sorridere – come i difetti della mobilità pubblica – a verità più scomode – lo sfruttamento dei clandestini nelle fabbriche abusive, lo spaccio, il muro di via Anelli… – , ma soprattutto filtrando questi contenuti attraverso le vicende personali dei due protagonisti, North B-East diviene uno spettacolo quasi leggero.
Un limpido specchio di una società esausta, spompata dalla frenetica corsa verso la ricchezza, le macchine di lusso, l’agiatezza vuota; una corsa durante la quale qualcosa – forse semplicemente l’umanità delle persone – è andata persa.

Visto al Cinema Lux, Padova

Silvia Gatto

Intervista a Michele Sambin – TAM Teatromusica

Intervista a Michele Sambin – Tam Teatromusica – a cura di Agnese Bellato e Camilla Toso

Come si è formato il gruppo TAM Teatromusica, quali sono gli ambiti artistici dai quali provenite e qual è stato il vostro percorso di avvicinamento al teatro?

Negli anni ’70 ho svolto un’attività (ora molto riscoperta) legata alla performance e alla video arte. La mia idea di lavoro sul rapporto immagine-suono era un’idea molto giovanile, in quanto, essendo io pittore e musicista, non volevo rinunciare a nessuno dei due linguaggi. L’idea di coniugare immagini e suoni quindi mi appartiene fin dalle origini. Quando lavoravo nel campo delle Arti visive, i confini tra poesia, danza e performance erano aperti, privi di muri di separazione tra i differenti linguaggi. Quindi mi trovavo a mio agio in quest’ambito elastico.
Poi, alla fine degli anni ’70, con il movimento della Transavanguardia capitanata da Achille Bonito Oliva, c’è un momento di grande restaurazione nel mondo dell’arte, in cui ogni ambito si chiude nuovamente in se stesso a causa anche dei problemi in cui è immerso il mercato dell’arte: in particolare per l’assenza di opere realizzate con supporti concreti che possano essere venduti. Infatti, in ambito performativo, come vendere il corpo dell’artista? Questo momento di restaurazione è stato quindi necessario per smuovere il mercato dell’arte.
Io avevo fatto un lavoro sulle video-performance, non mi interessava il video inteso come supporto che immobilizza una situazione, ma come estensione delle possibilità del performer. Quindi il lavoro avveniva in tempo reale, il pubblico vedeva l’evoluzione dello spettacolo con l’ausilio del video.

Con la Transavangurdia non mi sono rinchiuso nel mio studio, era più importante il lavoro qui ed ora in relazione con lo spettatore. La mia non è stata un’entrata classica nel mondo teatrale, ma un trovare, soprattutto inizialmente, il necessario spazio per proseguire il mio percorso performativo.
Gradualmente il teatro mi ha chiesto di andare verso forme più teatrali, come ad esempio nell’esperienza di uno spettacolo nato, stranamente, a partire da un canovaccio di Goldoni (in co-produzione col Teatro delle Albe). In me c’è quindi una matrice da artista/performer, che si confronta poi con la dimensione letteraria del teatro.
In questi trent’anni il nostro lavoro (con il Tam) sembra molto anomalo, in confronto al resto del mondo teatrale: ci siamo ad esempio avvicinati al Teatro Ragazzi (per la mancanza di preconcetti che permettono di comunicare con i bambini), poi abbiamo attraversato una fase di teatro di letteratura (con Ruzzante), in quel caso, piuttosto che guardare al futuro, mi sono voltato indietro verso le mie origini di padovano. Poi ho ritrovato le radici della performance, circa dieci anni fa, quando ho cominciato a lavorare con le nuove generazioni, con le quali ci si sente impegnati in un gioco, un passaggio tra maestro e allievi, in cui ci si racconta ai giovani. Io  ora recupero la dimensione performativa assieme a questi giovani, alcuni dei quali lavorano tuttora in de_FORMA.

Ci sono degli artisti ai quali vi siete ispirati e con i quali vi rapportate tuttora?

Come punti di riferimento giovanili ci sono principalmente due personaggi: uno è  Mauricio Kagel,  maestro dell’avanguardia musicale in Germania, recentemente scomparso, la cui formazione musicale nella ricerca di un’arte totale, lo ha spinto a una presenza teatrale del musicista, che quindi non è più solo semplice esecutore di suoni, ma attore consapevole della propria fisicità scenica.
Altro punto di riferimento che sento vicino al mio percorso è Laurie Anderson, con la quale ho condiviso situazioni di performance negli anni ‘70, in particolare nei primi anni ’80, quando è stata invitata al festival di Sant’Arcangelo.
Tra loro sembrano mondi lontani: Kagel è un musicista di rigida formazione accademica che diviene poi di rottura; Anderson, invece, appartenente alle arti visive, che si colloca poi a sua volta nella dimensione musicale. Il nostro DNA multimediale si vede fiorire ora in molte situazioni, anche nei gruppi giovani, non ne cito, ma è strano e mi dispiace che questi gruppi spesso non conoscano ciò che già è stato fatto. Anche per questo ci stiamo dedicando ad un’opera di archiviazione dei nostri lavori degli ultimi trent’anni: è una raccolta digitale del nostro percorso teatrale (con documenti, appunti, recensioni e fotografie di circa settanta spettacoli), strumento per rendere pubblico il nostro lavoro.

Parlando di de_FORMA, ci sono dei precisi riferimenti a Beckett?

Il riferimento a Beckett in de_FORMA c’è in generale, ed il testo di chiusura dello spettacolo è suo. Durante l’elaborazione del lavoro abbiamo travato un tipo di clima  che ci avvicinava a lui, allora abbiamo voluto legarcene ancora di più. Ma in realtà la matrice di riferimento è tutto il ‘900, compreso lo stesso Kagel. Io mi sento debitore a tutta l’Avanguardia, poi naturalmente c’è il lavoro di sperimentazione che solo le nuove tecnologie possono supportare, come ad esempio l’uso della pittura digitale.

Videointervista a Michele Sambin – TAM Teatromusica

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=xk49WolOLKE[/youtube]

Tam Teatromusica, diretta da Michele Sambin, è formazione artistica fondata nel 1980. Compagnia di produzione e progetto, si esprime nell’area della ricerca e sperimentazione sui linguaggi. Dalla data di fondazione attua con continuità una poetica che è incrocio e sinergia dei linguaggi visivi e musicali. In tempi recenti la ricerca Tam interagisce e dialoga con i luoghi nei quali si realizza, e il potenziale immaginifico che da essa scaturisce viene messo a servizio della rivitalizzazione dei luoghi stessi attraverso i segni dell’arte. È un’arte che intreccia diversi linguaggi espressivi, dalla musica alla performatività, dall’installazione al video, in un dialogo serrato e visionario con i luoghi che la ospitano.
www.tamteatromusica.it

(Dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)

Adolescenza sintetica

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Recensione di Crac – Motus

La perfetta geometria di linee e piccoli quadrati proiettati su due superfici speculari, coppia di spazi circoscritti in due cerchi bianchi, si scontra con il movimento volutamente impreciso, insicuro e destabilizzante di Silvia Calderoni, unica interprete di Crac, performance ideata e diretta dai Motus.
Il lavoro processuale sviluppatosi tra le periferie di città europee a partire dai primi ‘movimenti’ di X (ics). Racconti crudeli della giovinezza, ha condotto i due artisti fondatori della compagnia riminese, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, a sintetizzare al massimo l’esperienza precedente. Con Crac si raggiunge una poesia fatta di immagini virtuali, di piccole linee, di elementi propri dei videogames che si allontanano dalla realtà documentaristica dei Racconti crudeli. Ma il mondo fittizio di pixel cui lo spettatore è posto davanti è imbevuto di quotidianità, restituita tramite un tappeto sonoro che riporta i rumori di una città insonne: urla, risate, sirene, fischi di treni. Il cerchio bianco, su cui vengono proiettate queste figurine geometriche, si frantuma, riproducendo piccole fessure che aprono verso un suono altro, verso voci straniere, musiche appartenenti a culture differenti. Se video e sonorità sintetiche rimandano al mondo esterno, in terra disteso sul palco l’esile corpo di Silvia rappresenta la sfera dell’interiorità, del proprio Io. Vestita di bianco, l’androgina figurina cerca di dormire, nello spazio sempre delimitato in un cerchio, mentre il sound design curato da Enrico Casagrande e Roberto Pozzi rimanda incessantemente a manifestazioni politiche, a una violenza verbale agghiacciante e attuale, perfettamente riconoscibile.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Silvia Calderoni si spoglia dei pattini in linea, presenti nelle diverse tappe di X, per indossare quelli classici, con cui viene eseguito solitamente il pattinaggio artistico. Ma la sua non è una danza, non ha niente di propriamente ‘artistico’: è un movimento estenuante, fatto di cadute e risalite; è la continua ricerca di una stabilità lontana, specchio di un mondo fratturato. Pixel, registrazioni sonore e corpo umano interagiscono in un vertiginoso crescendo dove il mondo dell’interiorità cerca di allargare la sua dimensione, di conquistare un proprio spazio dietro le sbarre che vengono riprodotte nel cerchio. Ma le linee si fanno serrate, il cerchio è spezzato; tutto sembra crollare, collassare e rompersi: lo stesso telo bianco viene aperto da Silvia, che si infila al suo interno. Ma rimane la speranza di una rinascita, di una possibile nuova congiuntura, tramite una piccola piantina che spunta dalla frattura.

Una performance fatta di emozioni digitali, che veicola la sua poeticità raggiunta con una perfetta interazione tra mondo virtuale e fisicità. Ma che forse riesce a parlare molto di più allo spettatore appassionato che abbia già seguito tappa per tappa il processo di ricerca sulla giovinezza, rispetto a chi vede Crac come una performance a sé stante, che rimane così all’oscuro dei tanti sottili rimandi all’adolescenza.

Visto al bastione Alicorno, Padova

Carlotta Tringali

Videointervista a Tiziana Barbiero – Teatro Tascabile di Bergamo

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=rlhLh1aD-LM[/youtube]

Il Teatro Tascabile di Bergamo, nato 35 anni fa ha prodotto più di 100 spettacoli, oltre 4000 repliche per oltre un milione di spettatori, è stato presente nei più importanti festival nazionali e internazionali. La sua caratteristica precipua è quella di essere un ‘teatro di gruppo’. Dal ‘74 datano i primi esperimenti sul teatro ‘di strada’; nel 1977 comincia la sua indagine sulla cultura scenica orientale, e la formazione di diversi gruppi di attori-danzatori italiani di teatro classico o­rientale assai quotati presso gli esperti. Tra le varie attività ha fondato l’Istituto di Cultura Scenica Orientale (IXO); è presente a livello scienti­fico nazionale e internazionale con relazioni, seminari, convegni, ateliers, pubblicazioni, film, e una biblioteca e videoteca specializzata sull’arte dell’attore e sull’antropologia teatrale.
www.teatrotascabile.org

(dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)

Suggestive Interrogazioni

Recensione a Interrogations – Yoshi Oida

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

“Qual è il  senso della vita?” chiede il Maestro – Yoshi Oida – e il pubblico, timoroso, ma a volte anche spavaldo, tenta di rispondere all’impossibile questione. Il noto attore e regista giapponese, con fermezza, scruta il pubblico, invitandolo concretamente ad alzarsi e – come nelle interrogazioni a scuola –  cercare di venire a capo alle sue sfide. Egli stesso si  sorprende e diverte di fronte alle risposte che la disponibile e incuriosita assemblea azzarda. Le sue domande (solitamente esposte in francese e tradotte in scena da Rosaria Ruffini) sono spesso insidiose, semplici ma spiazzanti e forse non c’è una giusta risposta a quesiti come: “Una vacca attraversa una finestra: passano le corna, le zampe, il corpo, ma la coda no. Perché?” Basandosi su testi che ha personalmente selezionato dalla tradizione dei Koan cinesi (antichi componimenti di maestri Zen), Oida pone come base dello spettacolo il mettere in discussione ogni cosa: il senso della percezione, il funzionamento di udito e vista, la logica; instaurando un aperto dialogo col pubblico, crea una sospesa atmosfera di riflessione ad alta voce destinata a rimanere insoluta.

Nato negli anni settanta, e ora riadattato, Interrogations continua ad essere uno spettacolo vivo, perché composto da domande di valore incorruttibile e ancora prive di risposta. Spettacolo che è portato a rinnovare organicamente il linguaggio del suo interprete, il quale basa le azioni di collaborazione con la musica sull’improvvisazione di movimenti e suoni. Durante le azioni che intervallano i quesiti al pubblico, infatti, l’accompagnamento musicale è affidato a Dieter Trüstedt, fisico tedesco padrone dei segreti che permettono di far vibrare e dar vita alle sonorità incantevoli e suggestive dei numerosi strumenti musicali portati in scena. Come ad esempio la wind harp inventata dallo stesso  Trüstedt, uno strumento capace di vibrare e risuonare tramite il solo soffio d’aria sulle corde.  Il linguaggio sonoro emerge come principale stimolo mentale e fisico per il performer.

Oida, con passione e concentrazione coinvolge in questa insolita narrazione, chiedendo intelligenza e fantasia al suo pubblico ed utilizzando come principali oggetti di scena alcune sottili bastoni, canne che vengono percosse, o diventano cavalli, pertiche, ante di una finestra, in un gioco nel quale anche l’immaginazione del pubblico ha un preciso ruolo.
Nell’osservare tecniche, approcci formali e spazio – vuoto, con il tappeto a delimitare la sacralità della scena  – è facile pensare a Peter Brook, la cui preziosa eredità può essere intravista in questo delicato e originale spettacolo diretto e interpretato da uno dei suoi storici attori.
Applausi calorosi e sinceri nel ringraziare un grande e noto maestro.

Agnese Bellato

Videointervista al gruppo Motus

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=dHAdlIRA6BE[/youtube]

MOTUS, fondato nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, si struttura sin dalle origini come nucleo di lavoro aperto alle ibridazioni fra arti e linguaggi. La follia d’amore, i meccanismi artificiosi della seduzione, i limiti del corpo e la sua indagine hanno da sempre invaso le scene del gruppo: O.F. ovvero Orlando Furioso impunemente eseguito da Motus (‘98), Orpheus Glance e Visio gloriosa (2000), il progetto Rooms (‘02). Una lunga residenza in Francia ha condotto alle liriche d’amore di Pier Paolo Pasolini, alla sua irrinunciabile attrazione «per i corpi senz’anima» che popolano le notti delle periferie romane in Come un cane senza padrone (‘03) e L’Ospite (‘04). È stato poi con Rumore rosa (‘06) che il tema dell’amore e dell’abbandono è stato ancor più sviscerato. Il 2006 ha visto anche un ritorno a Samuel Beckett, con la video-performance A place. That again, ispirata a All strange away, l’unico testo ‘pornografico’ dello straordinario autore irlandese. Per la Biennale Danza 2007, Motus ha dato avvio a X(ics) Racconti crudeli della giovinezza, progetto che ruota attorno ai temi della giovinezza e delle periferie urbane. La stessa ricerca sul rapporto fra generazioni ha condotto al nuovo progetto ispirato alla figura di Antigone, che si svilupperà tra il 2009 e 2010.
www.motusonline.com

(dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)

Quad al cubo

Recensione a deFORMA_09, di TAM Teatromusica

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Atmosfera fortemente concettuale per lo spettacolo deFORMA_09 della compagnia TAM Teatromusica. La performance ideata da Michele Sambin riporta alla mente un immaginario fantascientifico. Quattro personaggi si muovono sul piano orizzontale, spinti o trascinati, da una fune; li sovrasta in aria, lo scheletro elastico di un parallelepipedo, la cui forma si trasforma continuamente. L’ambientazione è surreale, geometrica e rigida. È una danza meccanica che porta l’eco lontano di un altro mondo. Le quattro figure si muovono su rotte prestabilite, collegate indissolubilmente agli angoli della figura: marionette in balia di una geometria  intelligente, o forse sapienti geometri?
La danza compiuta dai quattro ballerini richiama gli studi di Beckett su Quad – una coreografia studiata su funzioni matematiche che stabiliscono le entrate e uscite degli attori, i loro spostamenti sugli assi di un quadrato, senza mai farli passare per il centro; quest’ultimo è, infatti, il punto focale della performance, lo zero generatore. In questo caso gli attori  tendono ad esso, lo sfiorano, si avvicinano, perché al centro risiede il punto generatore del suono. Quattro microfoni catturano i rumori prodotti dal movimento e dal fiato dei performer, i suoni distorti e modificati (dalla poesia di Kole Leca), vengono riprodotti a creare una partitura vocale intensa e ritmata. Il movimento scandisce e viene scandito dai ritmi che produce. Un lavoro sullo spazio, uno studio sulle tre dimensioni, sul suono, sull’immagine digitale (con le rielaborazioni video e pittura digitale di Michele Sambin).

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foto di Claudia Fabris

In scena il passare del tempo, un lento divenire, un mutamento di forma e, di conseguenza, di concetto. «Forma è il limite che consente di poter definire un qualunque oggetto, idea, concetto, sensazione. Deformare è alterare la forma, darle un significato diverso dal reale» scrive Pierangela Allegro, unica donna in scena.
Visivamente un’opera interessante e stimolante; forse la presenza del testo risuona superflua e straniante. Restare sul piano concettuale avrebbe portato il pubblico ad immaginare oltre le parole.

Camilla Toso