Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

Dentro il mondo di Sobarzo

Recensione a MiningRodrigo Sobarzo

Superano i confini tra danza e teatro gli spettacoli presentati durante la stessa serata del 24 agosto al Festival B.Motion Danza: Cosas di Alma Söderberg e Mining di Rodrigo Sobarzo si muovono entrambi nell’ambito della performance, indagando diversi aspetti del corpo. Entrambi usciti dalla scuola di danza di Amsterdam SNDO, i lavori dei due coreografi possono essere accostabili per alcune scelte ma allo stesso tempo si distanziano per le tematiche affrontate e per i risultati ottenuti. Se il pezzo della Söderberg ha riscosso un bel successo di pubblico ricevendo uno scroscio di applausi, non si può dire la stessa cosa del secondo spettacolo che ha suscitato non poche perplessità dividendo e alimentando discussioni all’uscita del Garage Nardini. A prescindere se sia piaciuto o meno, lo spettacolo ha già in sé un’ottima qualità, ossia quella di accendere una discussione e di spingere a riflettere.

Mining di Rodrigo Sobarzo

Se è semplice elogiare la Söderberg e il suo Cosas per le capacità straordinarie che l’artista mostra sul palco, per la sua eccezionalità nell’intrecciare canzoncine bambinesche a testi tratti dalla cronaca facendo diventare il corpo una cassa di risonanza ed espandendo le potenzialità vocali, più complesso è analizzare lo spettacolo di Sobarzo. Il cileno, di adozione olandese, compie con Mining un esercizio fisico notevole, estenuante: mentre il movimento tende verso una continua contrazione, Sobarzo per lungo tempo produce un urlo mono-tono che sembra provocato da una sofferenza interiore. Ma più che dal suono prolungato, la sensazione di angoscia è data dagli spasmi fisici che si modificano a piccoli tratti: il coreografo compie un percorso non solo di natura corporea ma anche spaziale; come se partisse da un punto e percorresse, lentamente a tappe, tutto il Garage Nardini. Da una posizione eretta si piega sulle ginocchia per poi distendersi in terra e rialzarsi, accostarsi al muro e lì ripiegarsi: il tutto facendo fuoriuscire dal corpo questo forte urlo fatto di continui segmenti vocali che dopo un ascolto prolungato sembrano non provenire più dal corpo ma da un’altrove. E verso un altrove è proprio dove conduce il lavoro di Sobarzo: dotato di una forza incredibile, il coreografo sembra entrare in una sorta di trance psicofisica che gli permette di superare la soglia del dolore e di condividere questa condizione di passaggio con chi lo sta guardando. Se all’inizio la sofferenza di quel fisico in preda a spasmi è palpabile, andando avanti durante la performance si ha la sensazione che quel corpo potrebbe continuare all’infinito, che non abbia bisogno di fermarsi e che stia aprendo a sconosciuti la sua interiorità. Il dondolio di Sobarzo ricorda moltissimo i momenti di preghiera di alcune religioni islamiche o il movimento dei bambini che soffrono d’autismo: in entrambi i casi è un mondo privato quello che viene esteriorizzato e una volta entrati in questo luogo ci si abbandona come se si fosse sotto ipnosi. Non si tenta di comprendere le varie parti che compongono questo mondo: ognuno è libero di riceverne e osservarne gli aspetti che preferisce e semplicemente lo si esplora, entrando in una sintonia emotiva. A interrompere questo viaggio-trance è il suono di un cellulare, voluto dal coreografo, che riporta alla realtà e mette a tacere l’urlo prolungato di Sobarzo. Tornato il silenzio, l’artista lega il suo corpo a una lunga asse di legno: anche qui non ci sono percorsi di senso obbligati da percorrere, l’immaginario a cui rimanda spazia dove lo spettatore preferisce. E se inizialmente questo elemento esterno poggiato sul corpo può veicolare una sensazione di pesantezza, ecco che questa subito viene sostituita da una voglia di libertà: Sobarzo dondola da destra a sinistra, come quasi volesse spiccare il volo. All’angoscia rumorosa della prima parte subentra lo spostamento d’aria di queste ali ruvide: è questo un momento di ampio respiro che acquista valore e si rende necessario per un equilibrio interiore; equilibrio che in ogni caso non trova una stabilità, rotta stavolta dal violento gesto del coreografo che con un’ascia colpisce il legno fino a spezzarlo in due parti.

Una performance che spinge lo spettatore a superare dei confini ben marcati tipici della nostra esteriorità, come può essere il fermarsi al primo impatto: Sobarzo invita ad andare oltre, a farsi catturare e vivere un’esperienza unica. Un lavoro che mostra come la novità, significativa e difficile da comprendere, sia ancora possibile oggi; ma che deve anche trovare lo spazio necessario per mostrarsi e la predisposizione delle persone ad accoglierla.

Visto al CSC-Garage Nardini, B.Motion Danza Bassano del Grappa

Carlotta Tringali

Primo “sharing” per Choreoroam 2011

foto di Giulia Galvan

Una giornata da clima africano quella di ieri 23 agosto al Garage Nardini, quando alle tre di pomeriggio i nove partecipanti a Choreoroam Europe 2011 hanno presentato al pubblico di Bassano la ricerca coreografica avvenuta durante la recente residenza nella cittadina veneta. Nonostante il caldo insopportabile hanno trovato la forza di muoversi e di affrontare con entusiasmo la prima azione, ossia una dimostrazione del progetto che li vede impegnati in future residenze europee fino a dicembre (leggi presentazione Choreoroam). Lo chiamano “sharing” il momento che si è vissuto insieme in questa giornata: un modo per condividere con operatori e pubblico ciò che in una settimana di incontri è stato ideato, studiato e analizzato. Pochissimo il tempo a disposizione, tanto che non si può avere una precisa opinione dei piccoli studi presentati; si può dire però che questa azione lascia già intravedere come il lavoro che i nove coreografi stanno affrontando sia valido, stimolante e si stia muovendo verso una giusta direzione. Diversi dei partecipanti hanno chiesto ai compagni di essere aiutati nella propria ricerca, di collaborare per trovare nuovi stimoli e realizzare delle idee che altrimenti rimarrebbero solamente nella testa del proprio ideatore. Per esempio il sardo Moreno Solinas (UK) – che rappresenta qui il centro coreografico di The Place di Londra – ha coinvolto Giulio D’Anna (NL), Marco D’Agostin (IT) e Deborah Light (UK) in un’improvvisazione che vede contrapporsi il linguaggio formale della danza alle emozioni umane e alle relazioni: il trio è riuscito a restituire in modo ironico la prima idea di Solinas. Si pensi anche ad Alessandro Sciarroni (IT) che insieme a Giulio D’Anna (NL), Marco D’Agostin (IT), Pablo Esbert Lilienfeld (ES) e Moreno Solinas (UK) è partito dal volere emulare i balli tipici del Sudtirolo in maniera giocosa e divertente come se dei ragazzi si ritrovassero in una stanza a giocare e scherzare tra loro. Si ritrova qui uno degli aspetti più interessanti di Choreoroam: il progetto europeo permette ai coreografi di condividere dei germi, dei piccoli stimoli che possono diventare delle vere e proprie coreografie di alto livello e possono crescere grazie al dialogo e al confronto con sguardi esterni.

foto di Giulia Galvan

E sicuramente di sguardi esterni si nutre lo studio di Deborah Light (UK), il cui corpo si inserisce tra una presentazione e l’altra dei sui compagni: lei ha scelto di stare nel mezzo, di ricercare come l’ambiente esterno, ma soprattutto l’interazione con gli altri, possa influenzare la formazione della propria identità. Ecco quindi che si accompagna spesso ai singoli pezzi dei ragazzi, rimanendo distesa a terra nella loro stessa posizione, empatizzando o cercando un punto di contatto da cui poi partire e continuare in solitudine. Altri coreografi hanno mostrato – sicuramente anche per il pochissimo tempo a disposizione per sviluppare un passo successivo – un’idea più concettuale: a partire da Marjana Krajaĉ (HR) o da Soosan Barbara Gilson (NL) che ha chiesto a Janet Rodriguez Novas (ES) di coprire il suo volto con la propria maglia mentre una registrazione ricordava come “non ci fosse niente, non un rumore, non una stella, solo la cruda realtà”; o Pablo Esbert Lilienfeld (ES) che indossava diverse paia di mutande colorate ognuna corrispondente a uno status o legate a qualche ricordo da dimenticare. Altro solo è stato quello di Marco D’Agostin (IT) che ha presentato un incrocio tra il classico Lago dei cigni e la dannata cantanteAmy Winehouse: pose e movimenti sghembi, un reggersi in piedi a fatica alla ricerca di una posizione eretta da mantenere, restituivano bene l’idea del danzatore. Molto pretenziosa a parole – volutamente e ironicamente – la presentazione di Giulio D’Anna (NL), l’italiano di adozione olandese, che risulta molto interessante e da movimenti coreografici affascinanti e ascensionali, tesi all’incontro con l’altro qui interpretato da Moreno Solinas (UK).

Uno “sharing” ancora certamente acerbo, dato che tutti gli studi e le ricerche coreografiche di ognuno stanno muovendo i primi passi, ma che ha un alto esponenziale da sviluppare e diverse residenze da affrontare che porteranno certamente a interessanti maturazioni (segui il percorso su il blog di Choreoroam Europe).

Visto a CSC – Garage Nardini, B.Motion Danza Bassano del Grappa

Carlotta Tringali

In carcere la poesia di Shakespeare

Recensione a Mercuzio non vuole morireCompagnia della Fortezza

foto di Stefano Vaja

I battiti energici dei tamburi dalla fortezza di Volterra richiamano l’attenzione di passanti e curiosi e di chi ha fatto un lungo viaggio attraversando i suggestivi colli toscani che, sovrastati da pompose nuvole bianche, sembrano usciti dal pennello di Van Gogh. In moltissimi, turisti e stranieri, si fermano sotto la struttura medicea arroccata che si presenta come un castello da visitare; vorrebbero entrare, invitati da questo rimbombo: ma l’accesso è vietato a chi non ha fatto precedentemente la richiesta di permesso. La fortezza non è un semplice monumento: è la Casa di Reclusione di Volterra e quest’anno al suo interno non si tiene solamente lo spettacolo teatrale della storica Compagnia della Fortezza, ma tutto il Festival di Volterrateatro arrivato quest’anno alla sua XXV edizione.

La direzione artistica di Armando Punzo ha deciso infatti di trasferire l’intera rassegna in carcere con tutti i fattori negativi o positivi che ne derivano, vedi la limitazione di ingresso ai soli che già conoscono il Festival (dati i documenti che bisogna compilare un mese prima); o la possibilità offerta ai carcerati – che fanno parte della Compagnia – di girare tra gli spettatori e di poter vedere del teatro fatto da altri in “casa propria”, occasione rara e molto apprezzabile. E se ci si ferma a scambiare due parole con alcuni di loro, questo apprezzamento si può leggere nei loro occhi mentre pronunciano delle parole di stima e ringraziamento per lo stesso Punzo, descritto come una persona di grande umanità, sempre disponibile all’ascolto.

foto di Stefano Vaja

È sicuramente una scelta che non lascia indifferenti, e anzi divide, quella del direttore artistico, il cui progetto è proprio quello di portare la città dentro il carcere. E con Mercuzio non vuole morire – la cui drammaturgia e regia sono di Armando Punzo – il paesino toscano viene inglobato simbolicamente nella fortezza attraverso le foto dei suoi palazzi e sagome di cartone di bambini che compongono le scenografie dello spettacolo. Bambini che non sono effettivamente potuti accedere al carcere ma che danno il loro apporto allo spettacolo prima che il pubblico venga fatto entrare, fuori dal portone di ingresso della fortezza dove una piccola scena, piena di dolcezza, prende corpo: vestiti di bianco eseguono una musica e dei passi di danza leggeri e delicati, mentre un personaggio enigmatico, con una scacchiera dipinta in volto e sulla giacca, porta con sé un orecchio gigante, invitando all’ascolto attento di ciò che avverrà all’interno della casa circondariale.

Usciti dal mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie con Hamlice (leggi la recensione), lo spettacolo della Compagnia della Fortezza che aveva riscosso l’anno scorso un enorme successo, si entra nel mondo di Shakespeare e in quello di Romeo e Giulietta; ma i due innamorati di Verona non sono che un pretesto per poter invece mettere in risalto la figura di un poeta, Mercuzio, morto sospirando parole cariche di significato: «io parlo di sogni che sono figli di una mente vagabonda pieni soltanto di vana fantasia, che ha meno sostanza dell’aria ed è più incostante del vento». Mercuzio, interpretato da un duellante Punzo che accoglie gli spettatori nel cortile interno del carcere, rappresenta l’ultimo poeta, colui che non vuole arrendersi alla realtà sempre più grigia, più pessimista, dove i sogni, e con loro la speranza, vengono rilegati all’angolo per piano piano scomparire. Il poeta, l’artista è un temerario – come suggeriscono le parole scritte su degli striscioni posati in terra e costretti ad essere scavalcati dal pubblico; colui che continua a pensare che la poesia sia necessaria in questo mondo di pescecani, come Mercuzio, non può che soccombere: vengono in mente coloro che fanno teatro e si occupano di cultura sempre più emarginati e in difficoltà, sempre in lotta per sopravvivere.

foto di Stefano Vaja

Si lascia il cortile per entrare dentro le stanze-nicchie tappezzate di fotografie che rimandano a una Volterra-inferno: la sensazione è quella di essere all’interno dei quadri impossibili di Escher, in una costruzione opprimente da cui non si può uscire. Lungo il corridoio stretto che dà su queste stanzette si è compressi dal numerosissimo pubblico presente che vaga alla ricerca di un personaggio da ascoltare: i carcerati, con indosso i meravigliosi costumi che ricordano delle architetture e degli scacchi – realizzati da Emanuela dall’Aglio – si spostano continuamente pronunciando versi e parole presi da Romeo e Giulietta, ma non solo. Alle parole e ai personaggi dell’autore shakespeariano si mescolano alcune citazioni della Divina Commedia, la figura di Perseo, i versi di Cavalcanti o di Paul Valery o il canto-lamento della Didone di Purcell che chiede di essere ricordata. Si soffre per la troppa calca di pubblico all’interno di queste nicchie di diavoli e personaggi della tragedia; ma se da una parte il troppo “traffico umano” rende difficile, ansiogeno e claustrofobico il percorso, l’idea di un inferno dantesco diventa ancora più efficace. Mercuzio continua a duellare e riporta il pubblico fuori sul cortile interno del carcere: nonostante abbia un pugnale infilzato nella schiena e delle scarpe da pagliaccio che rendono il suo cammino più difficile, il poeta si batte ancora a spada tratta, corre in un mondo fatto di palloncini colorati legati alle mani di bambini di cartone portati in scena dai carcerati. Sulla sua bocca i versi di Majakovskij (che ritroviamo puntuali, come fossero una necessità quotidiana, dopo averli ascoltati a distanza di un solo mese anche al Festival di Santarcangelo, urlati dai bambini in Eresia della Felicità di Martinelli). All’interno del carcere questi palloncini si contrappongono al bianco e nero delle scenografie della città e al grigiore della realtà; sono l’unica possibilità di sogno rimasto a chi sembra destinato a perire, proprio come il personaggio di Mercuzio.
Mercuzio non vuole morire
, che ricorda per delle scelte registiche forse un po’ troppo Hamlice, è solo la prima tappa di un progetto che proseguirà l’anno prossimo nel tentativo di coinvolgere tutta la città e che si spera non rimanga incompleto e con a disposizione troppi pochi soldi per la sua realizzazione (3500 euro come dichiara lo stesso Punzo al pubblico a fine spettacolo). Per continuare a sperare i sogni devono essere sostenuti concretamente: solo così la poesia potrà sopravvivere e Mercuzio non dovrà morire.

Visto al Festival Volterrateatro 2011, Volterra

Carlotta Tringali

 

Lo spettatore professionista abita a Kilowatt Festival

È nella campagna aretina che Kilowatt Festival è riuscito anche quest’anno, nonostante i forti tagli finanziari, a organizzare dieci giorni di rassegna, invitando non solo artisti, ma anche un bel numero di critici e coinvolgendo molti spettatori. “Aspetta e spera” è stato infatti il sottotitolo scelto per il 2011 dal direttore artistico Luca Ricci; un segnale forte per un luogo che non si arrende e vuole portare avanti il suo carattere di Festival attento al contemporaneo, alle giovani compagnie e soprattutto al pubblico: prerogative che gli hanno fatto ricevere l’anno scorso il Premio Speciale Ubu per «l’attività di sguardi incrociati tra pubblico, artisti e critici, in cui è nascosta la forza eversiva di un punto di vista davvero nuovo». L’aspetto più apprezzabile della manifestazione risiede nella presenza dei “Visionari”, ossia di quelle persone che negli anni hanno acuito lo sguardo e stanno diventando sempre più professioniste. Sta infatti a questa parte di pubblico attento, a questi cittadini appassionati, la scelta di alcuni degli spettacoli presenti al Festival: dopo la visione di numerosi video decidono quali sono i lavori che meritano di essere mostrati a Kilowatt. Non è facile affidare la scelta a dei filmati, e questo è un aspetto da ricordare; magari molte performance non funzionano per nulla su un piatto schermo, ma contrariamente emozionano nella loro versione “tridimensionale”. Ed è per questo interessante ascoltare come gli stessi Visionari prima e dopo le performance puntualizzino sul motivo della loro decisione e affrontino con gli artisti, davanti a un pubblico folto, le aspettative e le loro sensazioni. Il loro punto di vista è molto dettagliato e i partecipanti al progetto non vengono mai messi in ombra dai cosiddetti “Fiancheggiatori”, ossia dai critici professionisti invitati da Kilowatt a seguire il lavoro delle giovani compagnie. Se i criticicercano più di contestualizzare, dai Visionari si ha un riscontro più immediato e fresco.

Gli spettacoli andati in scena nella giornata di domenica 24 luglio, a cui si è assistito, ossia A tua immagine di Odemà (leggi la recensione), Aspettando Nil di La Fabbrica e Ubu Rex di Compagnia degli Scarti sono stati a fine serata tutti analizzati in questo bell’incontro tra artisti, Visionari e Fiancheggiatori: ed è piacevole sottolineare la grande partecipazione di pubblico che è rimasto a seguire tutta la discussione. I tre lavori sono stati apprezzati per le buone prove attoriali; soprattutto sono stati messi in luce la tematica religiosa affrontata in modo originale nel primo, l’impianto scenico curato nel minimo dettaglio e la direzione registica puntuale di Ubu Rex e, nonostante la palese impronta e influenza beckettiana, la interessante sostituzione dei classici protagonisti di Aspettando Godot (Vladimir ed Estragon) con una madre e una figlia in Aspettando Nil. Allo stesso tempo se dai Visionari il riscontro è stato sempre più che positivo – e forse velato un po’ troppo da un quasi obbligato buonismo – ai Fiancheggiatori è spettata la parte più “critica” e difficoltosa, ossia quella di chiedere quale sia il prossimo passo di queste compagnie, il passo che determinerà la loro crescita e un obbligato distaccamento da qualcosa di ben fatto ma di poco originale (soprattutto riferendosi agli spettacoli Ubu Rex e Aspettando Nil). A mostrare che le piccole compagnie devono continuare a credere nel proprio lavoro, coltivarlo e come ricorda il sottotitolo della rassegna, continuare a sperare; ma contemporaneamente devono anche rischiare e scommettere sulle proprie capacità se vogliono compiere il salto di qualità.

Visto a Kilowatt Festival 2011, Sansepolcro (AR)

Carlotta Tringali

 

 

 

Con Sciarroni si cerca l’alterità

Recensione a Joseph – di Alessandro Sciarroni

Sceglie un nome significativo il performer Alessandro Sciarroni per il suo nuovo lavoro: il titolo Joseph rimanda immediatamente a quell’uomo padre del divino, che per molti giorni della sua esistenza ha avuto a che fare con il diverso e il meraviglioso allo stesso tempo. Ma sin dalle note di regia – “non ci è dato sapere chi sia Joseph, né dove sia” – Sciarroni apre a più strade e a più possibilità: il corpo in scena, rigorosamente sempre di spalle allo spettatore, potrebbe essere una presenza qualunque, affascinata da ciò che trasporta fuori dai confini della tridimensionale normalità. Ed ecco allora che basta il semplice utilizzo di un computer per dare vita a immagini bidimensionali che superino la realtà attraverso effetti speciali: il corpo di Sciarroni subisce variazioni extra-ordinarie, si rigonfia in alcuni punti, si raddoppia o si assottiglia ma non solo; diventa composto da quattro braccia o addirittura di due bacini e di quattro gambe. Le possibilità si susseguono e una faccia gonfia, una mano piatta o una sorta di centrifuga al posto del semplice addome trasformano la solitudine di Joseph, agli occhi del pubblico, in un gioco pieno di ironia. La sua condivisione con la comunità crea un cortocircuito tra figura reale e la sua rappresentazione fittizia: lo spettatore ha sempre di fronte il corpo integro del performer, fisicamente in scena, e quello alterato proiettato su uno schermo. La webcam non solo riprende e rimanda l’immagine di Sciarroni ma anche le prime file del pubblico sono incluse in questa proiezione: nel mondo fittizio può entrare chiunque, bastano dei piccoli accorgimenti e l’incontro con il “meraviglioso” diventa accessibile a tutti. Sciarroni, in collaborazione con Antonio Rinaldi che ha curato la “drammaturgia e lo studio dei processi prodigiosi”, alza la posta in gioco quando include nella sua performance la casualità di presenze: tramite un collegamento internet dà il via al “Chatroulette“, una videochat in cui gli interlocutori che si succedono sono casuali. Come lo stesso pubblico, anche coloro che accedono a questa forma di intrattenimento on-line si ritrovano a seguire la performance di uno Sciarroni che, con indosso nell’ultima parte dello spettacolo un vestito da Batman, è alla ricerca dell’incontro con la diversità, con qualcosa che lo stupisca o che lo faccia allontanare dal reale (o che regali un altro modo di guardare a ciò che è concreto). Il successo dello spettacolo, soprattutto nella seconda parte, è quindi molto affidato al caso, al chi si incontra in chatroulette e se abbia o meno un alto grado di interazione, come lo stesso pubblico che rimane seduto alle spalle di Sciarroni. Il performer diventa il mediatore di due mondi – quello reale e quello virtuale – che a loro volta possono ribaltarsi, a seconda di quale parte ci si trova in un determinato momento: Joseph continua a essere così il punto di contatto tra due stati differenti, tra  la normalità e l’alterità.

Visto al Teatro Studio La Mole, Ancona

Carlotta Tringali

Tanti artisti per il Festival Collinarea

Bobo Rondelli - foto di Vincenzo Oliviero

Dieci giorni, dal 21 al 30 luglio, votati al teatro, alla musica e alla poesia in un clima di accoglienza e famigliarità: tanti sono gli artisti al Castello dei Vicari di Lari, struttura che in passato ha ospitato le stanze di tortura e che oggi lascia posto alla cultura e a piacevoli serate di convivialità. Il Festival Collinarea – diviso tra la campagna toscana del comune di Ponsacco e l’arroccato castello sulla collina di Lari – giunge quest’anno alla sua tredicesima edizione presentandosi con una novità: alla direzione artistica di Loris Seghizzi, si aggiunge la consulenza del poeta Marco Menini e di un veterano del teatro, Massimo Paganelli. Dopo aver passato il testimone della direzione artistica di Armunia e del Festival Inequilibrio di Castiglioncello ad Andrea Nanni, Paganelli ha scommesso su un altro territorio, sempre toscano ma della provincia di Pisa, contribuendo a far arrivare a Collinarea grandi nomi del teatro e dell’interpretazione. Un calendario fitto di eventi che si è aperto con le note del cantautore Bobo Rondelli e le parole di sette giovani poeti che lo hanno accompagnato in uno scambio di pensieri, canzoni e versi: Francesca Genti, Azzurra d’Agostino, Francesca Matteoni, Simone Molinaroli, Christian Sinicco, Simone Nebbia e Martino Baldi si sono alternati sul palco leggendo e condividendo i loro scritti, pulsioni o sensazioni. Il monologo di Fulvio Cauteruccio Terroni di Italia e la suggestiva lettura di Claudio Morganti di alcuni passi dell’Inferno di Dante hanno concluso la prima serata di un Festival che ha da subito espresso il suo carattere testardo e poetico, dove ciò che interessa è una parola che non trova spazio per essere detta se non in questi posti votati alla accoglienza, alla disponibilità e all’incontro con l’uomo, che sia esso ironico e irriverente – come hanno dimostrato i poeti in scena con Rondelli – o attento ai bisogni più intimi dell’essere. Non è un caso che il sottotitolo del Festival sia genius locile Riesistenze: ri-esistere diventa qui un punto di riscatto, di forza, fondamentale in un periodo storico in cui si è spesso di fronte all’annullamento e alla fagocitazione del proprio essere.

Massimiliano Civica

Se la Lectura Dantis di Morganti ha accompagnato il pubblico in una profondità di rauche parole,  silenzi e sperimentalismi vocali che hanno fatto risaltare le parole del poeta fiorentino e tenere sempre alta l’attenzione senza alcun momento di stasi, la lezione di Massimiliano Civica ha diviso l’opinione del pubblico, come sempre succede ai suoi spettacoli. Con Il bandolo della matassa il regista reatino ha voluto restituire alla lettura di versi una dignità poetica che molto spesso si perde a causa del piatto insegnamento scolastico o accademico. Chiedendo la collaborazione degli spettatori seduti in sala, Civica ha spiegato attraverso le ariette di Metastasio e una poesia di Pascoli il verso senario, il settenario e quello sciolto novecentesco: posizionando gli accenti, non leggendo la punteggiatura, ma rispettando le volontà metriche degli autori, il significato e la musicalità delle poesie giungono inscindibili e in tutta la loro forza. Non serve un’interpretazione a fare grande un verso scritto da un protagonista della poesia, ma la correttezza della lettura per sprigionare la poeticità che il verso contiene in sé. Grazie a questa lezione ci si è affacciati per pochi minuti verso l’ottica di un regista che con i suoi attori lavora a una recitazione minimale e scarnificata, ma che proprio per il suo rispetto clinico verso i testi riesce a ipnotizzare lo spettatore e a farlo ripensare ossessivamente alle parole appena ascoltate.

quotidiana.com - foto di Vincenzo Oliviero

Nella stessa serata al Castello di Lari il duo quotidiana.com ha debuttato con il nuovo spettacolo, Grattati e vinci, ultimo capitolo della Trilogia dell’inesistente – esercizi di condizione umana. Come nei primi due spettacoli (Tragedia tutta esteriore e Sembra ma non soffro), anche qui Roberto Scappin e Paola Vannoni sono seduti e circondati da luce al neon, questa volta gialla: i loro movimenti sono ridotti al minimo e risultano precisamente coordinati l’un con l’altra. In un clima asettico e con un tono di voce privo di inflessioni e volutamente apatico, i due danno il via a un flusso di pensieri che sprofonda in temi grevi come il suicidio, il declino delle cose, l’amore come segno della nostra miseria e una Verità che può coincidere solo con la morte. A queste sentenze, in cui non c’è nessuna volontà di moralismo o di empatia, si alternano frasi di non-sense che sembrerebbero far appartenere il duo a un teatro dell’assurdo: ma siamo in un territorio che supera Beckett facendoci ritrovare faccia a faccia con la società di oggi, dentro un blob cinico dove le canzoni della Carrà possono mescolarsi a riflessioni sulla vita. Il blob di quotidiana.com si sofferma quell’attimo in più sulle questioni, attimo che basta per far apparire, come loro stessi affermano, «le sciocchezze come spiragli dell’intelletto».

Visto al Festival Collinarea, Lari (PI)

Carlotta Tringali

Cuffie e installazioni per Santarcangelo 41

Conclusosi da pochi giorni Santarcangelo 41, Festival Internazionale del Teatro in Piazza, si riflette sulla sua natura duplice, ricercatrice di collettività e fratellanza e allo stesso tempo incline e sfumata all’intimità e alla solitudine. Nella piccola cittadina romagnola diversi erano gli spazi in cui lo spettatore poteva partecipare a un rito comunitario (si pensi a Eresia della felicità, splendido momento di aggregazione dove 200 ragazzi con una blusa gialla urlavano versi di Majakovskij guidati dal regista Marco Martinelli) o vivere un momento intimo, indossando delle cuffie e ritrovandosi in una dimensione privata a faccia a faccia con il proprio Io.

Tante le installazioni sparse per la città e in qualche modo indagatrici di un interno che spinge l’uomo a confrontarsi con se stesso e, perché no, a mettersi in gioco e condividere la propria intimità con degli sconosciuti. Si muove in questa direzione il video di Jérôme Bel – facente parte del percorso miniature all’interno del Festival – dal titolo Véronique Doisneau: un autoritratto della ballerina, sola su un palco che sta per abbandonare, ormai giunta alla fine della carriera all’interno dell’Opéra National di Parigi; non c’è alcun posto per le emozioni e lucidamente descrive i passaggi più importanti della passione che l’ha abitata, i sogni e le coreografie preferite: condivide con un pubblico folto, e rigorosamente immerso nel buio di un teatro, i momenti salienti della propria vita rendendo partecipe una intera comunità del suo percorso personale e individuale. Ma la razionalità “clinica” della Doisneau trasforma il privato in una lista dove le sensazioni esperite diventano distaccati oggetti di studio, tanto che l’intimità vien meno: la collettività ingloba la parte più nascosta e l’Io ne esce completamente annullato. Jérôme Bel indaga l’uomo nel particolare, lo scandaglia e lo costringe a mettersi a nudo trasformando così l’interiorità in esteriorità.

Singspiel di Ulla von Brandenburg

Verso una direzione contraria corre invece il video Singspiel di Ulla von Brandenburg, appartenente al progetto più ampio Intersection / Intimacy and Spectacle, sostenuto dal programma Cultura dell’Unione Europea, condiviso dalla Quadriennale di Praga e approdato insieme ad altri quattro lavori al Festival santarcangiolese. Come già il titolo suggerisce, c’è qui una dimensione di intimità e spettacolo, in un intreccio che lascia lo spettatore con la sensazione di aver condiviso il momento privato di una famiglia. In Singspiel si attraversa l’interno di un’architettura di Le Corbusier: un piano sequenza in bianco e nero mostra le diverse stanze della struttura, di aperture e interni, in una continua aspettativa delusa o accontentata, in cui il vuoto spaziale lascia posto a un riempimento frammentato; si passa a solitudini e momenti di aggregazione in cui alcune persone sedute attorno a un tavolo trasformano la colazione in un rito comunitario, mentre una dolce voce parla di un’assenza, di un dolore e di una colpa dimenticata. Singspiel accompagna dentro una delicata dimensione sospesa tra sogno e realtà, in un silenzio rotto solo da un canto amorevole in cui forse la sofferenza privata viene superata e si affronta solo restando all’interno di una comunità: nella parte finale del video, in un gioco meta-cinematografico, lo spettatore diventa a tutti gli effetti parte di quella famiglia, seduto sulle sue stesse sedie e in contemplazione di un corpo (forse quello mancante della canzone?), rivelato dal retro di una tenda che si scosta. Il rito del teatro si inserisce prepotentemente nel lavoro della tedesca Ulla von Brandenburg: le singole intimità entrano in contatto tra loro attraverso una dimensione di collettività; si vive un’esperienza comune pur continuando ad abitare un momento privato.

Mikado di Hans Rosenström

Sempre di Intersection fa parte una breve installazione, raffinata e originale: pensata per un individuo alla volta, Mikado dell’artista finlandese Hans Rosenström spiazza e sconvolge ma soprattutto mette lo spettatore faccia a faccia con se stesso, nel vero senso della parola. Si entra in una stanza vuota, arredata solamente da un tavolo con specchio, una sedia, una lampada e delle cuffie. Nella più completa solitudine, una volta seduti, si ha di fronte l’immagine di sé immersa nel nulla, in continua attesa che qualcosa accada. Dei passi arrivano da lontano e confondono la percezione, non si comprende più che cosa sia presente e cosa assente: una voce maschile estratta dal dialogo del film Sussurri e grida di Bergman conduce in maniera angosciante – tale è la precisione dell’installazione sonora e la cura della sua realizzazione – in una dimensione personale, in una “riflessione” (nella doppia accezione, fisica e letteraria) sul proprio cambiamento. Allo specchio si percepisce il proprio Io come qualcosa fuori dal sé, distaccato e collocato in una atemporalità mistica, lontana. Immersi in un’intimità silenziosa, ogni spettatore diventa protagonista di questa installazione attraverso le proprie paure, angosce e pensieri, riflessi risonanti nel vuoto della stanza ma anche nella profondità del proprio essere e dei propri fantasmi.

Se Bergman abita l’installazione Mikado, Ibsen si ritrova in Etiquette, lavoro del duo britannico Rotozaza formato da Ant Hampton e Silvia Mercuriali. Anche qui le cuffie diventano gli strumenti principali e suggeriscono ciò che lo spettatore, qui in qualità di attore, deve esperire. Due persone – meglio se fra loro sconosciute – vengono fatte accomodare a un tavolo una di fronte all’altro e, attraverso cuffie e ipod contenenti tracce di testi drammaturgici, devono eseguire indicazioni ben precise. Etiquette indaga alcuni meccanismi che coinvolgono direttamente il pubblico a cui viene sottratta la propria volontà e si fa interprete di parole altrui. Nonostante il lavoro si inceppi qualche volta, quando le parole da riferire a voce alta sono suggerite troppo velocemente dalla voce-guida, Etiquette è un gioco/non-gioco da sperimentare. Una piccola lavagna posta sopra al tavolino si trasforma in un palcoscenico dove delle pedine fanno le veci delle due persone sedute e interagiscono con dei gesti ben precisi, movimenti e frasi che escono dalla bocca degli “spett-attori”. Si crea un cortocircuito, dove il ponte che separa il pensiero dalle parole è ancora più arduo da attraversare: tra le due “sponde” un terzo soggetto si interpone e si ritrova inconsapevolmente a dar voce a ciò che sente per mezzo delle cuffie e a riferirlo all’altro che ha di fronte. Diventando interpreti di azioni e frasi indicate da una specie di super regista che guida tutto Etiquette, si sperimenta un momento intimo – nonostante si sia in un bar del centro di Santarcangelo fortemente esposto agli sguardi di chi passa – e si ritrova un particolare contatto con quelle parole scritte per personaggi con cui all’improvviso si può avere una giocosa e allo stesso tempo intrigante vicinanza.

Visto a Santarcangelo 41 – Festival Internazionale del Teatro in Piazza

Carlotta Tringali

Yasmeen Godder tra singolo e collettività

Recensione a Storm end come – coreografia di Yasmeen Godder

foto di Gadi Dagon

Sei corpi si avventurano nel territorio dell’astrazione e cercano la loro propria evoluzione dapprima nella solitudine e poi nella relazione con altri. Si ritraggono, tremano, ansimano, giocano: in un’ora, senza sosta, i ballerini dello spettacolo Storm end come attraversano vari stadi confusi ed estatici nel tentativo di trovare i confini del proprio essere. La nuova coreografia dell’israeliana Yasmeen Godder, presentata in prima italiana nell’ambito del XVIII Festival internazionale di Civitanova Danza, parte proprio da un’atmosfera instabile, sfuggevole e non ben definita. Tecnicamente perfetti, i danzatori in scena si alternano tra soli e movimenti di corpi in sovrapposizione, spesso alla ricerca di un contatto che si fa carnale bisogno fisico o divertita necessità di trovare un’espressione nella collettività. Dalia Chaimsky, Shulamit Enosh, Tsuf Itschaky, Danny Neyman, Anat Vaadia e Sara Wilhelmsson, fondamentali non solo per l’esecuzione ma anche per la creazione coreografica per questo pezzo ideato insieme alla Godder, rappresentano la parte più animale e istintiva che è dentro l’uomo. Gli spasmi iniziali di cui sono preda a tratti alcuni di loro appartengono a un codice corporeo istintivo e nonstereotipato, inusuale a quello umano: se la prima danzatrice ad apparire sul palco ricorda un gatto che ricurva la schiena e si ritrae per un percepito pericolo o un invisibile disagio, in seguito due corpi – che si sorreggono l’uno sull’altro – sembrano comporre una figura mitologica, dei moderni centauri attorcigliati alla continua ricerca di un’interazione.

foto di Gadi Dagon

La confusione carnale è ancor più sollecitata dalla musica elettronica sperimentale dell’album 1992 del compositore tedesco Hajsch, dal sound editig curato da Eyal Shindler e dalle luci acide di Omer Sheizaf: un suono astratto e minimale e una luce bianca e fredda per poi passare a un crescente noise e a una sorta di sole acido – proiettato sul fondale – che accompagna i corpi in un viaggio allucinato, confuso e astratto. Se in alcuni momenti non c’è contatto tra i ballerini e ognuno è alla ricerca di esperire la propria fisicità, è nella composizione corale e aggrovigliata che si creano dei movimenti coreografici di forte impatto, in cui nel gruppo un corpo si lascia trascinare, muovere e scivolare. Il disagio, la paura, la debolezza del singolo sembrano superati attraverso la collettività: si trova la forza e l’estasi dell’essere insieme sì, ma questa non dura nel tempo; l’uomo rimane pur sempre solo nella propria individualità. Ecco che in chiusura, il gruppo che sostiene una ballerina si scioglie e ognuno in solitudine prosegue per la propria strada, ormai in totale abbandono.

Visto al Teatro Annibal Caro, Civitanova

Carlotta Tringali

Dentro l’umanità di Sieni

Recensione a Cinque nonne. Intorno alla casa di Lina e FugaCompagnia Virgilio Sieni

Nella casa di Lina si può entrare in pochi; ci si siede al tavolo della cucina e si aspetta che questa donna, dai capelli bianchi e bastone alla mano, venga verso di noi e mostri con semplicità un frammento di sé. La sua lentezza e la cura con cui ogni movimento avviene fa subito precipitare lo spettatore in una quotidianità dimenticata, in un luogo dove ogni piccolo gesto si carica di significato e rimanda a un tempo altro. Azioni che compiamo ogni giorno, come accendere la luce o prendere in mano un limone, diventano con Lina una scoperta nuova: più che una scoperta, un ritrovamento di qualcosa che dentro di noi c’è sempre stato, una consapevolezza che anche la cosa più semplice può avere delle sfumature non riconducibili a un colore ben preciso o difficili da riuscire bene a definire. Con Cinque nonne Virgilio Sieni continua il percorso intorno all’Arte del gesto nel Mediterraneo, progetto quadriennale iniziato a Marsiglia e inserito all’interno dell’Accademia dell’arte del gesto inaugurata nel 2007 a Firenze. Non ci sono professionisti della danza in questo spettacolo, ma persone comuni: cinque donne – Adele Bonsignori, Maristella Ceccanti, Rosa De Santis, Lina Pelosini e Sonia Salvini – aprono la loro interiorità per pochi minuti a degli sconosciuti; l’intimità diventa il punto di contatto che fa piombare gli spettatori in una dimensione comune sempre esistita ma che nella frenetica società in cui viviamo si perde, si dimentica e si annulla. Accompagnate da piacevoli note di musica classica, le cinque nonne a turno mostrano la loro poesia; la cucina, il fico, il giardino della casa di Lina di Castiglioncello, diventano i luoghi dove il disvelamento avviene; disvelamento che ricorda i video dell’artista Bill Viola come Ocean without a shore, in cui dei corpi provenienti da un’oscurità, da un luogo incerto e non bene identificabile, mettono a nudo se stessi rivelandosi dopo aver superato e infranto un muro d’acqua: si vive un momento catartico, sembra per un attimo di entrare in contatto con un’anima nuda. Ecco che le cinque nonne – e una bambina, Nadia Nuti, che accompagna una delle donne con movimenti pieni di dolcezza – raggiungono lentamente il luogo dove con semplice e delicata gestualità mostrano il loro mondo, la loro essenza e autenticità, e sortiscono lo stesso effetto rivelatorio. Tutto si ribalta, ogni gesto che compiamo nella nostra quotidianità diventa qui poesia: toccare una foglia, spiegare un fazzoletto, sfiorare un albero, prendere in mano una piantina: le azioni si caricano di un’aura particolare e proiettano l’uomo in una dimensione lontana. Sieni fa tornare l’uomo all’uomo, allontanandolo da quella frenesia che caratterizza le nostre esistenze e fa dimenticare la bellezza di essere.

Fuga

Continuano le suggestioni e le emozionanti sensazioni nella stessa serata con Fuga, un breve spettacolo sempre firmato Virgilio Sieni. In scena tre ragazzine di 11 anni, bravissime nell’interpretare una danza che continuamente sorprende e che costituisce la prima coreografia di un progetto triennale più ampio chiamato Cerbiatti del nostro futuro, nato per creare un repertorio di danza contemporanea destinato a giovani ballerini. Noemi Biancotti, Linda Pierucci ed Emma Pellegrini in scena a Castiglioncello, grazie anche all’assistente alla coreografia Chelo Zoppi a cui va un plauso, formano dapprima un duetto per poi lasciare posto a un assolo: in ogni momento questi piccoli corpi allungano le gambe, coprono un’ampia fetta di palco con delicatezza, cercando una propria fuga, un proprio passaggio. Nel passo a due le ragazzine si sostengono, si abbracciano dolcemente, alternando dei passi che diventano brillanti e fugaci momenti di leggerezza. Le musiche scelte – da Balanescu Quartet ad Anthony and the Johnsons – si incrociano meravigliosamente con una coreografia che seppur pensata per giovani interpreti tra gli 11 e i 13 anni può benissimo conquistare un pubblico adulto e anzi emozionarlo prendendolo per mano per condurlo lungo vie di fuga sconosciute.

Visto al Festival Inequilibrio, Castiglioncello

Carlotta Tringali

 

La festa teatrale di Castiglioncello

Recensione a Homo Ridens Teatro Sotterraneo
Attraverso il furore – regia di Massimiliano Civica

Le bolle di Gipi – manifesto del Festival Inequilibrio 2011 – non potrebbero meglio rappresentare le giornate di festa che si stanno succedendo a Castiglioncello. Al primo anno della direzione artistica di questo appuntamento, Andrea Nanni ha dato vita a una rassegna vivace, ampia, che guarda in alto e cerca di risollevare o di staccarsi dal grigiore teatrale in cui si sta piombando anno dopo anno a causa di vicende che hanno spostato l’attenzione dal campo artistico a quello politico, dimenticando la bellezza di un’arte che può addolcire e rasserenare l’esistenza.
Ricco di appuntamenti, per 10 giorni il programma di Inequilibrio vede la danza incontrare il teatro. Inoltre l’attenzione non è rivolta solamente a un pubblico adulto ma anche a quello di domani: tutti i giorni sono previsti nel calendario diversi spettacoli per bambini.

Homo Ridens - locandina di Rojna Bagheri

A debuttare a questo Festival, dislocato per tutta la cittadina toscana e anche in altri paesini limitrofi, è Teatro Sotterraneo che, dopo il dittico sulla specie, con il geniale e brillante Homo Ridens continua l’indagine – ovviamente performativa – intorno all’essere umano e ai suoi comportamenti. Ad essere analizzato è qui il fenomeno del ridere: come dicono gli stessi attori in scena (Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri) l’uomo è l’unico animale che ride e che secondo Nietzsche si è inventato il riso per la sua troppa sofferenza. Teatro Sotterraneo parte proprio da qui, da quel confine sottile che separa l’ilarità dalla tragedia, da quello stimolo che forse proprio per sopravvivenza porta a sorridere davanti a una foto di morte e di dolore. Mettendo sempre alla prova e sotto analisi il pubblico, i cinque componenti di Teatro Sotterraneo – il quinto, Daniele Villa, è impeccabilmente alla regia – coinvolgono attivamente lo spettatore e lo sottopongono continuamente a risate intelligenti disorientandolo e facendolo interrogare sulla propria integrità morale, sul grado di cinismo di cui si è dotati o sull’eticità collettiva. Come si può ridere di fronte alla morte? Lo si può fare se la morte è una finzione: ed ecco che nella loro iperattività sul palco i quattro performer entrano ed escono continuamente da rappresentazione e realtà; ma la finzione rimanda pur sempre a qualcosa che esiste nel reale: per quale motivo qui si potrebbe essere scusati nel ridere di fronte all’orrore? Dove è lo scarto, che meccanismo scatta dentro l’uomo? Per sopravvivere e per continuare a vivere in questa società, il cinismo diventa uno scudo per proteggersi di fronte alle atrocità che ogni giorno ci circondano. Forse intorno a tutti gli studi sul ridere a spuntarla con la sua teoria poco scientifica ma necessariamente umana è stato proprio Nietzsche.

Un altro debutto a Inequilibrio è Attraverso il furore, il nuovo spettacolo di Massimiliano Civica, in coproduzione con Armunia. Come ormai il regista ci ha abituati, questo breve viaggio attraverso i tre sermoni tedeschi di Meister Eckhart e le tre storie di Armando Pirozzi è caratterizzato dal minimalismo, dalla recitazione scarnificata ed essenziale, da una regia priva di sbavature. A fuoriuscirne in maniera molto potente è il testo con le sue parole e la bravura degli attori Valentina Curatoli e Daniele Sepe, che interpretano le tre storie, e Marcello Sambati che presta la sua calda e profonda voce alla lettura liturgica che inframezza i dialoghi scritti da Pirrozzi. Chiusi in una stanza stretta del Castello Pasquini – gli attori seduti ad un tavolo di fronte agli spettatori – la sensazione di freddezza e di distacco veicolata dai protagonisti di Attraverso il furore si mescola a quella calda e claustrofobica di disagio creata dal luogo e dalla voce profetica di Sambati. Il sermone richiama a un Dio che comprende tutti noi, tutti quegli uomini che aspirano alla quiete delle anime; come Eckart, contemporaneo a Dante, insegna, “nessuna creatura è così somigliante a Dio come la quiete”. Uno strano cortocircuito avviene tra la lettura solenne e i dialoghi di Curatoli e Sepe: nelle tre storie – che sembrano tre stadi di un’unica relazione amorosa che va dal corteggiamento alla maturità di un rapporto ben consolidato, ma in cui in ogni caso non si cerca il confronto con l’altro – c’è la quotidianità non rappresentativa delle parole di Eckart; ma l’atmosfera di vuote emozioni e di distacco tra i due attori rende più predisposti all’ascolto delle Verità risalenti al teologo tedesco del XIII secolo e le parole di Pirrozzi si caricano di un aleatorio misticismo.

Visto al Festival Inequilibrio, Castiglioncello

Carlotta Tringali