Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org
Iniziato l’autunno, finisce l’estate dei festival di teatro che ha fatto spostare, senza sosta, appassionati, operatori e artisti per tutta la penisola italiana. Ma se ci si guarda bene intorno ci si accorge di quanto questo ottobre voglia continuare ad essere caldo e non ne voglia sapere del cambio di stagione: come lo stesso tempo atmosferico, ci sono dei festival che fanno rimanere la temperatura alta anche nel mondo teatrale; temperatura che invece di diminuire va aumentando, soprattutto per l’accavallamento di eventi a cui si vorrebbe assistere contemporaneamente, andando contro ogni regola fisica (e logica?). Ci si mette il cuore in pace, l’ubiquità ancora non è stata inventata.
A ottobre prendono il via rassegne di ampio interesse, con cartelloni ricchi di appuntamenti tra spettacoli, incontri e performance. Mentre a Milano è già iniziata la XXV edizione della rassegna di danza Milanoltre, a Torino partirà a breve Prospettiva, a Modena Vie Scena Contemporanea e nella capitale Romaeuropa Festival, lunedì 10 ottobre si apre a Venezia il 41. Festival Internazionale del Teatro diretto da Alex Rígola: fino al 16, una settimana che prevede ogni giorno non solo spettacoli, ma anche laboratori, incontri con gli artisti e scenografi di importanza internazionale. Vi proponiamo qui il calendario con gli appuntamenti che, a chi si trova in laguna, consigliamo di non perdere.
BIENNALE TEATRO: SPETTACOLI 10>16 ottobre 2011 – VENEZIA
Lunedì 10 ottobre
ORE 20 al Teatro Goldoni in prima italiana
Schaubühne Berlin (Germania) Hamlet
di William Shakespeare
regia di Thomas Ostermeier
Martedì 11 ottobre
ORE 13 al Teatro Fondamenta Nuove Santasangre Sei gradi. Concerto per voci e musiche sintetiche
ORE 19al Teatro Piccolo Arsenale in prima italiana
Troubleyn/Jan Fabre (Belgio) Prometheus Landscape II
regia di Jan Fabre
ORE 21 al Teatro alle Tese
Needcompany (Olanda/Belgio) Isabella’s room
regia di Jan Lauwers e Needcompany
Mercoledì 12 ottobre
ORE 13 al Teatro Fondamenta Nuove Teatropersona AURE
ORE 19 e 21.30 al Teatro alle Tese in prima italiana
Sportivo Teatral (Argentina) El Box
regia di Ricardo Bartís
Giovedì 13 ottobre
ORE 13 al Teatro Fondamenta Nuove
Anagoor FORTUNY
ORE 19 al Teatro Piccolo Arsenale
Socìetas Raffaello Sanzio (Italia)
Sul concetto di volto nel Figlio di Dio
regia di Romeo Castellucci
ORE 21 al Teatro alle Tese
La Carniceria Teatro (Spagna) Muerte y reencarnación en un cowboy
regia di Rodrigo Garcia
Venerdì 14 ottobre
ORE 13 al Teatro Fondamenta Nuove Muta Imago Displace#1 La rabbia rossa
ORE 21 al Teatro Goldoni in prima italiana
Barcelona International Theater (BIT) (Spagna) Desaparecer
Poema-concerto per due voci perse nella nebbia
regia di Calixto Bieito
Sabato 15 ottobre
ORE 13 al Teatro Fondamenta Nuove ricci/forte Grimmless
ORE 20 al Teatro Piccolo Arsenale in prima italiana
Stefan Kaegi (Rimini Protokoll) (Germania) Bodenprobe Kasachstan
regia di Stefan Kaegi
ORE 22 al Teatro alle Tese
CCNO / Josef Nadj (Francia) Woyzeck, ou l’Ébauche du vertige
regia di Josef Nadj
Domenica 16 ottobre
ORE 11 > 22 alle Sale Apollinee e Sala Rossi del Teatro la Fenice/ Aula Magna e Sala Tommaseo dell’Ateneo Veneto/ Sala Concerti e Sala Prove del Conservatorio B. Marcello/ Sala del Portego dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti in prima assoluta Sette peccati
Percorso in sette spettacoli brevi di Ricardo Bartís, Calixto Bieito, Romeo Castellucci, Jan Fabre, Rodrigo Garcia, Jan Lauwers, Thomas Ostermeier
ORE 20 e 21.15 alla Fondazione Giorgio Cini (Isola di San Giorgio)
Compagnia Virgilio Sieni (Italia) Osso
regia di Virgilio Sieni
Venerdì 14, sabato 15 e domenica 16 ottobre
Ca’ Giustinian – Laboratorio delle Arti e spazi urbani di Venezia in prima assoluta
Rimini Protokoll /Stefan Kaegi (Germania) Video Walking Venice
regia di Stefan Kaegi
Si sono viste ben 26 creazioni in tre giorni a Ravenna alla Vetrina della Giovane Danza d’Autore: arrivano dalle diverse Regioni d’Italia e sono state scelte da una rete fitta di operatori che sostengono e animano il progetto di Anticorpi XL, coordinati da Selina Bassini e Monica Francia dell’Associazione Cantieri di Ravenna. Non si possono non nominare i 18 componenti – così tanto è cresciuto negli anni il primo network indipendente italiano dedicato alla danza – che quest’anno hanno anche ricevuto il Premio Danza&Danza 2010per la categoria “Operatori” e sono: Anticorpi; Aterdanza (Emilia Romagna) / Amat (Marche) / Arteven; CSC Bassano Opera Estate (Veneto) / Mosaico-danza Interplay; Fondazione Circuito Teatrale (Piemonte) / Teatro Pubblico Pugliese (Puglia) / Associazione Punta Corsara (Campania) / Associazione ArtedanzaE20; Circuito Danza Lombardia (Lombardia) / Artu (Liguria) / Indisciplinarte (Umbria) / Scenari Visibili Ri Crii (Calabria) / Fondazione Teatro di Pisa; Armunia (Toscana) / Circuito F.V.G.; Bonavventura Teatro Miela (Friuli V.G.). La loro caratteristica principale, riconosciuta anche dal premio, è quella di offrire la possibilità alla nuova generazione di coreografi italiani di confrontarsi direttamente con gli operatori e di esibirsi in rassegne specifiche create per l’occasione, come le serate Anticorpi eXpLo in cui vengono mostrati alcuni dei lavori più interessanti scelti a questa vetrina e proposti nelle varie regioni in modalità differenti; Danza&Danza riconosce proprio questo «lavoro certosino di monitoraggio, selezione, tutoraggio» e il «suo ruolo di scouting artistico» di cui ancora il Ministero si deve accorgere.
Da questa vetrina sono emersi negli anni coreografi oggi arrivati a risultati di ampio interesse nazionale o internazionale (si pensi ad Ambra Senatore, presente spesso in Francia, ma anche a MK, Michela Lucenti, gruppo nanou, Francesca Proia o Dewey Dell, per citarne alcuni). Questi e altri artisti hanno mostrato i loro primi passi e progetti proprio all’interno della vetrina; da un percorso di accompagnamento iniziale sono poi riusciti a trovare la loro strada e guardare alla rete Anticorpi XL con un affetto quasi parentale. Alcuni di loro ammettono pubblicamente quanto sia stato importante il confronto con degli operatori e studiosi, grazie ai quali spesso si sono potuti superare dei limiti coreografici o approfondire spunti interessanti trovando il coraggio di iniziare un nuovo e proficuo cammino con la propria significativa cifra stilistica.
Oggi il network si è ancor più ampliato e continua a proporre un metodo di circuitazione dei giovani lavori, ma non si ferma qui; il suo è un processo in continua evoluzione che cerca e studia il modo migliore per accompagnare e tutelare i giovani danzatori in questo difficile e buio momento culturale. Ci si chiede quale sia la buona pratica per eccellenza: per esempio se fare o meno una lista delle serate eXpLo – ossia rendere noti, al termine della tre giorni di vetrina, i lavori più maturi e quindi inseriti nei possibili assetti di questo elenco, da cui poi il singolo operatore sceglie che cosa proporre al proprio pubblico. Le situazioni di regione in regione sono infatti differenti: l’attenzione per la danza d’autore sta sì aumentando, ma rimane comunque uno scarto di interessi o di educazione – nel senso di conoscenza e comprensione – degli spettatori verso un certo tipo di lavoro. Allo stesso tempo alcuni coreografi lamentano però di non circuitare abbastanza pur essendo inglobati in questa lista, poiché a chiamarli sono sempre gli stessi partner della vetrina: in questo modo è impossibile promuovere la loro ricerca. Gli equilibri rimangono molto delicati in quanto risulta difficile trovare una stabilità che sia concorde per tutti. Per questo il network ogni anno si impegna a migliorare questi scambi per renderli più proficui; i vari confronti tra artisti, operatori e critici rappresentano quindi punti di crescita fondamentali per il buon esito del progetto.
Non è semplice tirare le somma della vetrina ravennate, soprattutto perché lo sguardo con cui si osservano questi lavori deve sempre tenere conto del contesto in cui sono presentati, una sorta di rifugio protetto che ammette sbagli e dà loro un’ulteriore possibilità di sviluppo. Passi che sono giovani, alcuni alla prima esperienza, e che spesso il primo interesse di indagine è rivolto verso il sé, una delle caratteristiche più evidenti rimane però una auto-referenzialità diffusa, uno sguardo rivolto verso l’interno e al proprio io. Ad eccezione del lavoro di Helen Cerina e Claudia Giordano (Marche) – che con Dulcis in Pomerio affrontano in maniera originale un’ideale storia urbanistica fatta di zuccherini da ricomporre e far crollare – e dell’emozionante, seppur in versione qui ridotta, Waiting for suite-hope di Chiara Frigo (Veneto) – interpretato insieme a Marta Ciappina, sulle speranze riposte nel nostro oggi – gli altri coreografi preferiscono indagare i moti interiori dell’animo umano e la sfera della propria intimità.
Per fare questo alcuni si servono di fogli di sala complessi che invece di avvicinare o di far entrare l’osservatore nel lavoro, hanno un effetto completamente opposto: è questo per esempio il caso della bravissima Michela Minguzzi (Emilia-Romagna), che ha presentato con Upside down uno studio convincente per la qualità del movimento e per la sua collocazione in uno spazio aperto (il parco esterno del Museo Mar di Ravenna), ma forse limitante per la cripticità concettuale, sicuramente da sviluppare ulteriormente.
Giorgia Nardin - foto di Sofia Fernandez-Stenstrom
Moltissimi i soli visti e seppur giovani o giovanissimi, la gran parte di questi danz’autori possiede una valida consapevolezza tecnica, ma che spesso non basta per completare una mancanza drammaturgica coreografica alla base.
Tra i soli più interessanti ricordiamo quello della bravissima Francesca Foscarini (Veneto) che con Cantando sulle ossa abbandona un movimento meccanico e rigido in un urlo corporeo liberatorio; l’ipnotico Cascare dal sonno, lavoro di un’intensità concettuale e fisica di Glen Çaci (Marche) in cui il minimo e ponderato gesto del coreografo trascina nel turbinio dei pensieri prima espressi da una voce off e poi da un soundscape coinvolgente; il curioso There and then di Giorgia Nardin (Veneto), in cui la danz’autrice attraversa uno status che va dalla sfera privata a quella pubblica, chiamando a sé gli spettatori, fissandoli negli occhi e provocando un leggero disagio; l’immagine espressiva di Erika Di Crescenzo (Piemonte) in La Bagarre, mentre scende una scalinata, seduta, con in mano una piccola fisarmonica, trascinando il suo corpo con la sola forza dei piedi all’interno del Museo Nazionale di Ravenna.
Paolo Amerio e Angela Rabaglio - foto di Audrey Apers
Non esclusivamente soli in questa vetrina, ma altri sono i progetti che hanno gettato un piccolo seme di un lavoro sicuramente in crescita e in via di definizione. Come Spaghetti CO. – Avete ancora fame? di Alice Gosti (Umbria) dove insieme ad altre due performer in scena (Devin McDermott e Ahn Nguyen), la danz’autrice ricrea un interno familiare anomalo e soffocante, in bilico tra ironia e malessere. Più strutturato è DO NOT, maybe del duo Paolo Amerio e Angela Rabaglio (Piemonte): partono dalla costruzione di una storia nata all’interno di un astratto e raffinato ambiente di un tennis club, per poi approdare in una sfera più intima dove dai movimenti rapidi e coordinati si passa ad altri rallentati e sospesi.
Abbandonato il bianco candido e abbagliante di DO NOT, maybe si ritrova invece un’atmosfera sognante o incubotica in due lavori tra loro molto opposti. Il primo è Episodio 7 di NNChalance (Emilia-Romagna) dove Eleonora Gennari e Valeria Fiorini eseguono passi interrotti, sincronie spezzate in un non-luogo inquietante, in cui luci intermittenti mostrano o nascondono figure anomale. L’altro è il minimale e poetico Family Tree/Frammento #1: Volta, vincitore del Premio Prospettiva Danza 2011, di Riccardo Buscarini (Emilia-Romagna) e parte del progetto più ampio di Chiara Bersani: si spia una stanza dell’interiorità chiusa e protetta dove non ci sono ruoli ben precisi ma semplicemente corpi in comunicazione tra loro. Di natura volutamente disturbante è invece il lavoro Hush; hear me di Massimiliano Barachini, Elena Giannotti e Jacopo Jenna (Toscana): una costruzione coreografica intrecciata a un suono e un effetto luci al limite della percezione umana che mette a dura prova la propria resistenza, anche per la sua reiterazione prolungata.
Grimaco_Movimentiumani
Inoltre, da ricordare, i lavori più riusciti che coinvolgono direttamente gli spettatori, coscienti o inconsapevoli e di passaggio, in un contesto quotidiano come il divertente Agenzia Dancing Days di Emanuele De Donno e Luca Pucci (Umbria) che inverte delle etichette stereotipate proponendo balli di gruppo “anziani” su musica elettronica “giovane”; IxI No, non distruggeremo la Libreria Feltrinelli di CollettivO CineticO (Emilia-Romagna), dove i performer bendati con mazze da baseball alla mano eseguono le indicazioni date da una tastiera suonata dal pubblico e Precari Equilibri di Grimaco_Movimentiumani (Piemonte) in cui due danzatrici invadono gli spazi privati di persone in viaggio su un autobus urbano.
Questi i progetti che hanno incuriosito di più e di cui aspettiamo di vedere una maturazione e ulteriori sviluppi, grazie anche a questo importante ente che è il Network XL.
In questa carrellata torna in mente però continuamente il titolo dello spettacolo della Frigo Waiting for suite-hope, auspicabile anche per una danza che possa sì crescere e sviluppare una propria ricerca, ma anche interessarsi al sociale e agli accadimenti esterni. Affinché «un gesto possa generare un altro gesto», rubando le parole dette del Professor Alessandro Pontremoli, e non lasci la danza d’autore sola davanti a uno specchio.
Visto alla Vetrina della Giovane Danza d’Autore 2011, Ravenna
Esiste un territorio arduo da percorrere per i suoi confini ristretti, fuggevoli e mai ben definibili; una zona allo stesso tempo vastissima ma senza terra da calpestare. Per uscirvi si deve attraversare una sottile linea, una specie di soglia invisibile: dalla sterminata distesa del pensiero si giunge all’azione, ma oltrepassando una sospensione, quell’attimo che segue l’intenzione e precede il movimento. Una frazione temporale a cui solitamente non si fa neanche caso, tanto è marginale. È lo spazio bianco che lega due parole sulla carta, sono le virgole, la punteggiatura; sono le pause, dove a volte si nasconde il vero significato di ciò che si esprime fisicamente e verbalmente; sono i silenzi e le attese, appese, che diventano l’intensità e la carica per compiere un’azione postuma.
Gruppo nanou indaga questa sospensione, la stasi prima del movimento, lo spazio indicibile e inconsistente ma significante che lega l’intento mentale all’azione fisica. In Sport la performer Rhuena Bracci è una ginnasta alla ricerca della perfezione del gesto, di una pulizia coreografica e una precisione che coniughi forza e delicatezza, potenza ed eleganza.
Ideato da Marco Valerio Amico insieme alla stessa e unica interprete, lo spettacolo colpisce per la sua costruzione curata nei minimi dettagli, i quali intrecciandosi sembrano comporre gli ingranaggi di un orologio puntuale. Il suono curato da Roberto Rettura è un mescolamento di applausi lontani, respiri e ovattati rumori provenienti da un altrove, un ambiente ginnico vissuto da una collettività; le luci illuminano solamente dei particolari, lasciando la performer in penombra, nella solitudine dei suoi pensieri.
foto di Laura Arlotti
I singoli elementi (soundscape e disegno luci) concorrono a far risaltare ancora di più la concentrazione e la determinazione di questa donna, la sua personale sfida fisica nel compiere un movimento senza alcuna sbavatura. Il rimando alla ginnastica artistica è palese e allo stesso tempo rimodellato per la migliore riuscita poetica di Sport: la classica trave di equilibrio diventa un fascio di luce in terra attraversato dal rapido e delicato passaggio di piedi e mani in volteggio di Rhuena Bracci; non ci sono parallele asimmetriche ma una struttura cubica più complessa che permette maggiori possibilità di eleganti scivolamenti corporei, lasciando lo spettatore con il fiato sospeso.
La coreografia affascinante di passaggi complessi che intrecciano l’alta tecnica alla delicatezza del movimento sono il risultato di una determinazione acquisita nell’attimo prima di gettarsi in quel vuoto centrale proprio della struttura in metallo: come dovesse tuffarsi al suo interno e cercare appigli per poi risalire, Rhuena Bracci sottolinea quella sospensione. La pausa dell’essere, solitamente impercettibile, in Sport si dilata e si mostra facendo comprendere come in fondo sia proprio in quel frattanto che l’azione acquista una possibilità significante e il performer raccoglie tutta la forza per affrontare il momento agito: la messa in pratica di un disegno fisico-psichico e spaziale-mentale.
Due serate forse non bastano per avere una visione completa di che cosa offre il Festival romano di Short Theatre diretto da Fabrizio Arcuri; come suggerisce il sottotitolo della rassegna iniziata il 5 settembre “se non vedi non credi”, si è sbirciato e pochi giorni sono bastati per “credere” e capire che aria si respira al Teatro India.
Dopo i primi giorni passati negli spazi del Macro Testaccio, gli appassionati di teatro, operatori, artisti, studiosi e critici si sono trasferiti al Teatro India, un luogo fuori dal caos della capitale, rilegato a una zona di confine dove uno skyline periferico e affascinante bene introduce nell’ambiente di Short Theatre. Arrivato alla sua sesta edizione, questo Festival è dedicato da Arcuri “a quelle generazioni che sono nate e cresciute nella speranza che qualcosa accadesse, immerse in un presente che sempre rimanda la soluzione di sé, condannate all’eterna giovinezza da un sistema sordo e muto”; esse mostrano qui il proprio lavoro, in uno dei posti più noti della Roma teatrale come il Teatro India che sembra racchiudere per la sua collocazione la condizione di queste compagnie, condannate a rimanere fuori dal centro, in un significativo margine.
Sleepwalk Collective
In questi due giorni colpiscono alcuni spettacoli che si muovono nell’ambito della danza come Passo di Ambra Senatore (leggi la recensione), una coreografia per cinque danzatori al limite tra reale e surreale, con continui slittamenti intelligenti e ironici; la performance della compagnia anglo-ispanica Sleepwalk collective e, per l’ambito di teatro di parola, Corsia degli incurabili di Patrizia Valduga, interpretato da Federica Fracassi e diretto da Walter Malosti.
Curioso lo spettacolo di Sleepwalk CollectiveAs the flames rose we danced to the sirens, the sirens, che rientra nella sezione del progetto europeo IYME – International Young Makers Exchange, un network di festival europei di teatro e danza sostenitori del lavoro di giovani artisti. Rielaborando i cliché della cultura pop e dei B-movies, la performer Iara Solano Arana si rivolge agli spettatori in modo ammiccante e ironico, muovendosi al limite tra il patetico e il derisorio, determinando le regole di realtà e finzione che rendono possibile il teatro come anche il cinema, chiedendo di credere alle sue lacrime o alle sue risate. Con una parrucca bionda in testa – simbolo obbligato di bellezza secondo il vecchio stile cinematografico – interpreta le varie modalità di bere un bicchiere di vino: con sguardo ammiccante se le intenzioni sono di portare a letto una donna, con occhi persi nel vuoto, con fare innamorato e via così, utilizzando le stesse espressioni che spesso si sono incontrate nei film in bianco e nero. Come fosse la protagonista di una di quelle pellicole, qui la donna è sola e alla disperata ricerca di un’immagine “in cui cadere” – come dice durante lo spettacolo –, o forse in cui ritornare, come se ne fosse uscita e impossibilitata a farvi rientro; dalla regia Samuel Metcalfe proietta un’immagine alle sue spalle che appare poi sul vestito di Iara: è quella di un uomo che teneramente abbraccia la sua amata, l’affetto di cui è alla ricerca la performer.
Il pubblico si lascia cadere con lei in questa immagine e, come richiesto inizialmente, la crede o forse no: rimangono vari dubbi sulle sue intenzioni ironiche o reali, sulla sua richiesta di aiuto, di essere amata e il volere un amore che la uccide; ecco che in ogni caso, nella sospensione di pensiero, qualcosa è accaduto intrigando e affascinando gli spettatori.
Teatro di Dioniso
Di tutt’altro genere è Corsia degli incurabili, un atto unico messo in scena dal regista Walter Malosti. Aleggia perennemente un’atmosfera angosciante e claustrofobica in questo testo scritto dalla poetessa Patrizia Valduga e interpretato da una viscerale Federica Fracassi: una donna seduta su una sedia a rotelle urla il suo dolore, il suo sdegno verso una società coperta di ridicolo, dove neanche la morte ha più una dignità. Nell’affrontare i suoi ultimi attimi di vita, la Fracassi dà voce a sproloqui di cruda verità, in una lingua che mescola un registro alto con quello becero e basso diffuso dalla televisione, non risparmiando nessuno nei suoi attacchi dal Presidente del Consiglio ai poeti che preferiscono soffrire per essere ispirati, proprio come Leopardi. Spigoloso in alcuni punti, il monologo offre vari spunti di riflessione sul nostro oggi e riesce ad aumentare ancor più di intensità grazie a una regia perfetta, semplice e allo stesso tempo barocca; Malosti crea un tappeto sonoro – utilizzando diversi compositori tra cui Beethoven, Uri Caine, Chris Watson, Wagner, Strauss ma anche Romitelli o CCCP – e degli effetti luce che danno voce e profondità alle pause e ai silenzi del testo, inveiscono quando la donna grida parole d’accusa, sussurrano mentre la Fracassi cerca la quiete. Corsia degli incurabili diventa in questa messinscena un monologo a più voci, pieno di sfumature di altissimo livello, e un lavoro di perfezione, emozionante.
Dimenticate il noveau cirque francese tirato a lucido, tecnologico con numeri che si succedono uno dietro l’altro e tutto il processo di spettacolarizzazione commerciale alle sue spalle; dimenticate il circo grossolano o quello con gli animali feroci ormai quasi scomparso in Europa ma ancora presente nel nostro paese. Ad Andria il tendone del Cirque-Théâtre Rasposo ha occupato la piazza centrale della città per tutta la durata di Castel dei Mondi. Se a un festival l’aria che si dovrebbe respirare maggiormente è quella energica della festa, del divertimento e dello stupirsi stando insieme, quella di invitare la compagnia di circensi francesi è stata la mossa più centrata dal direttore artistico Riccardo Carbutti.
Una volta varcata la soglia per entrare sotto il tendone, la piazza della cittadina pugliese si trasforma: ci si immerge in un’atmosfera retrò francese, dove le donne indossano gonne o pantaloni Anni ’50 e gli uomini bretelle e baschetti; gli oggetti sono consumati, impolverati e disposti in un ordine caotico, ma mai casuale. C’è una gran confusione tra spettatori che cercano il proprio posto, giovani che girano con macchine fotografiche d’epoca; una grande eccitazione e nessuna distinzione tra adulti e bambini: si percepisce un’energia vibrante che dilaga e si trasmette immediatamente a prescindere dall’età. I ginnasti-artisti – insieme ai fantastici musicisti che mai si tirano indietro, anche quando c’è da prender parte a un numero al limite della pericolosità – mettono tutti a proprio agio e conquistano subito con la loro bravura.
In Le chant du Dindon non si crea mai il vuoto all’interno di questo spazio: i numeri si accavallano, i circensi interagiscono tra loro creando dei micro mondi, delle storie che ben si incastrano tra loro, dalla ragazza che litiga col fidanzato e “vola” – perché qui di volare si tratta – dalle braccia di un uomo all’altro; dal gigante buono che continuamente crea pasticci divertenti ma in realtà – come dimostra nel suo ultimo numero – è un atleta da doti incredibili; alla donna che danza e salta su un filo sospeso sul vuoto. La loro tecnica puntuale si unisce alla passione ed è questo l’aspetto che si trasmette. Nel Cirque-Théâtre Rasposo c’è tutto: dal teatro alla danza, dalla musica alla creazione di mondi altri.
Non c’è stata una linea precisa e determinante al Festival Castel dei Mondi: al suo interno si sono trovati spettacoli di difficile fruibilità, molto concettuali e per un pubblico esperto; allo stesso tempo ha trovato qui la possibilità di esibirsi, ad ingresso gratuito, anche un teatro molto più popolare, spesso non di altissima qualità, come quello portato da alcune compagnie ospiti di Teatri Abitati, la rete di residenze pugliesi. Queste due linee così dissonanti tra loro hanno caratterizzato la natura differente del Festival rispetto agli altri più noti che abitano l’estate italiana: la rassegna non strizza l’occhio agli operatori ma piuttosto al pubblico che sembra apprezzare, facendo registrare il tutto esaurito ad ogni spettacolo in programmazione. Lo stesso calendario – una sovrapposizione continua di orari e pièce per cui si è costretti a scegliere che cosa vedere – sembra pensato più per una popolazione locale piuttosto che per i bulimici teatrali quali sono gli operatori che vogliono vedere tutto: qui si decide a priori a che cosa assistere o meno, proprio come fa un pubblico non specializzato.
Spesso si sono riscontrate opinioni opposte circa gli spettacoli presentati, con tanto di netta divisione tra esperti e profani del settore, dovuta molto probabilmente anche dalla differenza di sguardi – di quelli ormai stanchi di vedere ripetersi un certo tipo di messinscene o quelli freschi di chi non si reca tutte le sere a teatro e ha sotto casa la stessa grande offerta che invece può trovarsi chi vive a Roma o Milano.
Sicuramente il Circo Rasposo non è stato uno di questi, in quanto è riuscito a mettere d’accordo tutti, portando una vera e propria eccitazione e di conseguenza una bella festa per un’intera settimana di repliche all’interno del Festival Castel dei Mondi.
Visto al Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi 2011
Completamente vestita di bianco, una signora elegante, dall’espressione molto dolce e raffinata apre la porta del suo appartamento, presentandosi con il suo nome di attrice, Roberta Bosetti. Stringe la mano al pubblico di The secret room, spettacolo arrivato al suo undicesimo anno di tournée mondiale e giunto anche al Festival Castel dei Mondi. Dieci sono gli spettatori che, piuttosto, potrebbero essere definiti partecipanti: creano subito una piccola comunità, si siedono a cena allo stesso tavolo preparato con cura da Roberta, dialogano in attesa che qualcosa accada. Ma mentre lo spettatore – come suggerisce la parola stessa – attende, il partecipante rende viva e significante una situazione.
IRAA Theatre – questo il nome della compagnia formata nel 1978 dal duo italo-australiano Renato Cuocolo e Roberta Bosetti nel 1978 a Roma, poi trasferitosi a Melbourne – rompe l’idea tradizionale di teatro scardinando i meccanismi interni che lo compongono.
The secret room non è una semplice pièce in cui ognuno conosce già il proprio ruolo, diventa quasi uno studio antropologico sul fare teatro. Tutto giocato al limite tra finzione e realtà, questo lavoro sembra quasi una seduta terapeutica dove le persone che non si conoscono – e il non conoscersi influisce maggiormente sulla riuscita dello spettacolo – si ritrovano a cena a conversare o ad ascoltare i movimenti interiori dell’anima dell’attrice. È lei a condurre il gioco/realtà e lo fa in maniera così convincente che i dieci partecipanti si lasciano andare al punto di ritrovarsi loro stessi a mettersi a nudo di fronte a degli sconosciuti, andando a scavare anche nel proprio vissuto e condividendo esperienze intime con chi si vede per la prima volta e probabilmente non si incontrerà più.
The secret room è meta-teatro all’ennesima potenza e soprattutto si nutre di un rapporto col pubblico che qui diventa comunità, ritornando alle origini della funzione teatrale.
Si può essere riservati e rimanere in ascolto o parlare proprio perché si percepisce un disagio: il regista Cuocolo e l’attrice Bosetti costruiscono un percorso con una traccia fissa ma che continuamente cambia, a seconda dell’interazione col pubblico/spettatori/partecipanti.
Curiosa è la reazione di queste dieci persone nella serata in cui abbiamo assistito: come se si dovessero sciogliere degli enigmi, continuamente alcuni di loro si chiedevano quale fosse il proprio ruolo nel gioco ma questo gioco – di cui non sveliamo i più intimi segreti e la storia personale raccontata dall’attrice – è risultato così veritiero agli occhi dei partecipanti al punto che all’uscita non si sapeva se applaudire o meno; il teatro ha compiuto la sua magia, facendo calare lo spettatore in una situazione dove il limite finzione-realtà è stato superato, arrivando dritto allo stomaco di chi ha partecipato.
Visto a Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi 2011
Carlotta Tringali
Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica in collaborazione con Teatro e Critica
Recensione a Rewind – di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
Partire da Pina Bausch e restituirne dei ricordi frammentati come possono essere l’immagine delle sue braccia magre e lunghissime, l’attaccatura dei capelli raccolti, la sigaretta sempre accesa. Schiacciare il tasto play di memorie appartenenti alla collettività e allo stesso tempo imbevute di soggettività: un riavvolgimento di nastro continuo dove il pubblico ascolta la famosa pièce della Bausch Café Müller raccontata in scena da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, seduti davanti al loro piccolo schermo del computer a vederne il video.
È un vero e proprio Rewind come dice lo stesso titolo: ma è frantumato, interrotto; soprattutto è commentato dai due attori e mescolato a dei momenti della propria vita come fosse un punto di partenza per parlare di sé e mostrare la propria intimità. Nonostante siano pochi fortunati ad aver visto questo capolavoro di teatro-danza, dal vivo, Café Müller si è ugualmente sedimentato nel patrimonio di ricordi privati di ognuno, trasformandosi in emozione e confondendosi con sentimenti appartenenti al proprio Io.
Rewind non è solo uno spettacolo di “riavvolgimento”; è anche una destrutturazione dei meccanismi che regolano tempo, memorie e percezione del quotidiano. E così il quotidiano presente in Café Müller viene a tratti riproposto da Deflorian e Tagliarini, attori puntuali, “reali” e non personaggi di uno spettacolo; con grande ironia mostrano come le sedie, semplici oggetti di uso comune, possano acquistare un’aura quasi magica se appartenute alla Bausch.
Soprattutto regalano uno dei momenti più riusciti dello spettacolo dove le sedie danzano, protagoniste inanimate di una coreografia alla ricerca di un equilibrio precario mentre l’uomo quasi scompare. Questo lirismo è subito interrotto da un intermezzo comico – i due interpretano una serie di pazienti in attesa del dottore –, divertente stacco che riporta alla realtà e al ruolo quotidiano della sedia diventando però quasi uno strappo, un ripetersi di un concetto già approfondito inizialmente.
Data la natura intellettualistica dello spettacolo, Rewind andrebbe asciugato leggermente in alcuni punti per far meglio recepire al pubblico, senza annoiarsi, il contenuto di un lavoro che non punta all’emozione, quanto alla riflessione di questi meccanismi, proprio come gli spettacoli del coreografo francese Jérôme Bel – tanto amato quanto odiato – che attiva continui slittamenti di significato. Innescando continue rotture e facendo sviare su altri piani ciò che siamo abituati a vedere, o meglio a non vedere, Rewind rimane forse per un pubblico di nicchia, ma allo stesso tempo rappresenta uno spettacolo di respiro europeo.
Visto al Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi 2011, Andria
da sinistra: R.Carbutti, A.Nanni, C.Cannella, N.Giorgino, S.Godelli e B.Navello
Mentre le borse mondiali subiscono variazioni febbrili, il nostro governo vacilla e la manovra finanziaria viene continuamente ritoccata, impossibile non chiedersi quale futuro avranno la cultura e quei tanti Festival pullulanti nell’estate italiana. Sicuramente sempre più precario e stressante: ci si augura soprattutto che ci sia quel domani.
The future of a promise, così recitava il titolo del primo Padiglione Panarabo presente quest’anno alla Biennale di Arti Visive di Venezia interrogandosi non tanto su un futuro promesso ormai inesistente – vivendo in un presente da reinventare giorno per giorno –, ma su dove va una promessa. La stessa domanda che si pone la cultura italiana e i tanti operatori del settore rimasti in attesa di fondi predisposti e allo stesso tempo bloccati, che non permettono di avere liquidità e realizzare produzioni, progettazioni o semplicemente pagare le compagnie invitate ai festival.
Si è parlato proprio di questo al secondo incontro, intitolato Nell’estate del nostro scontento, quale futuro dei Festival? curato dalla rivista Hystrio e dalla sua direttrice Claudia Cannella per il Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi. Un titolo già indicativo di una situazione scomoda che ha visto protagonisti il sindaco di Andria Nicola Giorgino, l’Assessore alla Cultura Regione Puglia Silvia Godelli, Andrea Nanni, Beppe Navello e Riccardo Carbutti, questi ultimi tre rispettivamente direttori dei Festival Inequilibrio di Castiglioncello, Teatro a Corte di Torino e Castel dei Mondi di Andria. Segnato da una concretezza molto apprezzabile rispetto alla sommarietà frequente in questi appuntamenti, l’incontro ha visto confrontarsi tre realtà diverse e scendere nei dettagli su scelte e situazioni pratiche.
A cominciare da Beppe Navello arrivato quest’anno a dirigere l’undicesima edizione del suo Teatro a Corte tenutosi in luglio a Torino: un Festival che guarda all’Europa, soprattutto alla Francia, e allo stesso tempo in stretta relazione con il Ministero dei Beni Culturali. La particolarità di Teatro a Corte – che ha visto quest’anno nomi che vanno dagli italiani Fanny&Alexander alle francesi Victoria Thierree Chaplin e Aurelie Thierree – è quella di chiedere agli artisti di confrontarsi con architetture storiche, realizzando spettacoli site-specific e valorizzando ancor di più luoghi artistici di gran rilievo nazionale.
Nonostante abbia questa importante eco, il Festival ha visto ridotti anno dopo anno i finanziamenti pubblici e riesce faticosamente a realizzare una progettazione di ampio respiro: non si è mai sicuri della cifra che si avrà a disposizione; l’unica certezza è che sarà ridotta rispetto all’anno precedente ma non si sa di quanto e di conseguenza è complesso avviare coproduzioni con altri paesi pensando al da qui a un paio di anni. Anche la strada di finanziamenti privati è stata tentata ma con risultati negativi, o quella dei progetti europei che comunque non vanno ad aiutare un bilancio interno precario ma a costituire un fondo per la creazione di un’ulteriore attività di programmazione. La riflessione di Navello si sofferma soprattutto sulla differenza tra Italia e altri stati europei come la Francia o la Germania, dove non sono stati effettuati tagli ai finanziamenti culturali e mentre il nostro Paese investe lo 0,21% del Bilancio, la Francia ne prevede intorno all’1%: una differenza sostanziale.
A spalleggiare Beppe Navello ci pensa l’Assessore pugliese Silvia Godelli, una donna che non si perde in chiacchiere, diretta, chiara e determinata: lei stessa afferma come il contributo pubblico non si possa sostituire con i finanziamenti privati o europei, perché in fondo i pochi milioni diretti alla cultura sono iniqui rispetto a un bilancio fatto di miliardi. Riflessione su cui soffermarsi poiché difficilmente si analizza il quadro generale della situazione, riportando esempi e confronti con le altre spese, mentre invece servono pochi e chiari accorgimenti per mostrare, anche a coloro che non masticano il linguaggio finanziario, come in realtà tagliando molto alla cultura non si risolve il grosso buco di debito pubblico italiano. Cifre che se non vengono contestualizzate appaiono sempre esagerate per dei cittadini abituati a combattere con la quotidianità e le proprie tasche. Soprattutto sembrano alte se vengono strumentalizzate da una politica che non ha come prerogativa quella di sostenere la cultura. La Godelli continua sottolineando come abbia a disposizione circa 15 milioni all’anno e «i cittadini sono contenti per l’investimento culturale, a lamentarsi sono solamente i cugini politici. Se tolgo questi soldi non perdo nulla dal punto di vista finanziario, perdo tutto dal punto di vista del territorio e della civiltà. Crescere in cultura significa crescere in turismo». Se la situazione attuale è felice a livello di crescita culturale e turistica, è però drammatica dal punto di vista finanziario: il vero problema si concentra nel Patto di Stabilità tra Stato-Regioni il quale non permette di erogare soldi che ci sono, facendo tornare così il problema della liquidità di cui si parlava in precedenza.
Per quanto riguarda Castel dei Mondi di Andria non è questo l’unico problema: Riccardo Carbutti, ormai giunto quest’anno alla fine del secondo triennio del suo mandato di direttore artistico, esprime apertamente le sue perplessità circa la difficile gestione organizzativa e contrattuale tra uffici amministrativi comunali e macchina del Festival. Come ci ha poi rivelato poi al termine dell’incontro, un lavoro che continuamente viene rimandato e che rallenta pagamenti, contratti e permessi. Per questo il suo suggerimento è quello di creare un ufficio ad hoc che segua durante tutto l’arco dell’anno la rassegna. Operazione possibile solo grazie a un’ipotetica continuità lavorativa, con la creazione di un teatro, spazio che questa città ancora non ha, e attività alternative come per esempio laboratori scolastici da proporre durante tutto l’anno.
E come insegna Andrea Nanni, neo-direttore del Festival Inequilibrio di Castiglioncello giunto alla sua XIV edizione, fare una programmazione teatrale con attività formative, produzione di spettacoli e residenze per artisti che proseguirebbero per tutto l’arco dell’anno è possibile. Certo non è semplice, soprattutto si deve cercare ancor di più di entrare in rapporto con il territorio e di coinvolgere i privati; privati a cui Nanni ha simbolicamente chiesto di offrire una merenda durante la programmazione degli spettacoli per bambini e un aperitivo per quelli degli adulti. Un contributo semplice e allo stesso tempo un tentativo per far entrare in un’ottica culturale anche coloro che non si occupano del settore.
Se come sottolinea l’Assessore Godelli è improbabile, o quantomeno difficile, riuscire a coinvolgere i privati in Puglia, Carbutti crede invece che con la presenza di un ufficio ad hoc che curi personalmente i rapporti, si possa trovare una nuova strada. Giunto alla sua XV edizione e nato in seguito al riconoscimento di Castel del Monte come Patrimonio dell’Unesco, il Festival è infatti ormai un «marchio di qualità» come sottolinea il Primo Cittadino di Andria Nicola Giorgino che promette presto un teatro alla sua città, confidando molto sul territorio e su sinergie facendo rete piuttosto che affidarsi a finanziamenti europei. Ecco la risposta del sindaco alla pungente domanda della moderatrice Claudia Cannella circa l’utilizzo di alternative al contributo pubblico per non declassare un Festival come quello di Castel dei Mondi che ha visto l’anno scorso 19000 presenze e che quest’anno si aggira intorno alle 15000 (causa l’inutilizzo di uno degli spazi più capienti), dimostrando un sempre maggiore apprezzamento della manifestazione.
Alla fine dell’incontro a rimanere in testa sono comunque le parole dell’Assessore Godelli: ossia quella di sbloccare i soldi della cultura dal Patto di Stabilità, di vedere nei finanziamenti pubblici la vera soluzione e di «guardare alla cultura come una scelta di futuro».
Suscita una voluta repellenza la giovane compagnia Fibre Parallele portando in scena con Furie de Sanghe una fiaba nera distorta e allo stesso tempo ritratto allucinato di una famiglia barese dove violenza e aggressività contraddistinguono i rapporti interni. Un padre dallo sguardo fisso e maniacale, una zia-befana innamorata di un capitone vivo tenuto in un acquario e un nipote dalla voce stridula e dedito al gratta e vinci sono i personaggi di questa storia: il primo impatto è quello di voler allontanare le immagini così artificiali e allo stesso tempo esageratamente crude che si presentano al pubblico.
All’interno della loro tenda-casa i tre – interpretati rispettivamente da un sorprendente Corrado la Grasta, una convincente Sara Bevilacqua e dal fondatore della compagnia Riccardo Spagnulo – si scambiano battute in un dialetto duro, “mozzicato” e prepotente: non ci sono parole musicali, sembrano scagliarsi pietre verbali, schegge di vetro tagliente che si conficcano inconsapevolmente nel corpo e rimangono lì a provocare dolore. Anche le filastrocche, la ninnananna o la fiaba di Cappuccetto Rosso inserite intelligentemente nel testo scritto dallo stesso Spagnulo si tingono di nero e si riempiono di crudeltà: il lupo mangia la pecorella, si gioca con il mondo facendolo a pezzi, mentre la zia, una moderna strega di Hänsel e Gretel, esamina le rotondità della nuora (la stessa regista Licia Lanera) appena arrivata in famiglia.
Con atteggiamenti volgari espressi non tanto a parole ma da una gestualità e un modo di apparire (che qui coincide con lo stesso essere) esasperatamente sgradevole, questa donna diventa l’oggetto del desiderio più animalesco non solo di Vito, ma anche del padre: è in lui che scatta la Furie de Sanghe, ossia l’emorragia cerebrale accaduta proprio in un momento di violenza imposto alla nuora. L’operazione di Fibre Parallele si rende ancora più interessante perché tutto è volutamente posticcio: si ha una distorsione della realtà, pur rimanendo fortemente radicati in essa, quasi a scavare nella più bassa indole bestiale dell’uomo e dei rapporti tra loro; e da qui allo stesso tempo ci si allontana restituendo dei fotogrammi divertenti e orribili, così stranianti e forse per questo dotati di maggior effetto raccapricciante, come l’emorragia che si esplicita in un getto di sangue finto.
Ad amplificare il senso di allucinato viaggio dentro quest’atmosfera angosciante, in cui non ci si vorrebbe mai ritrovare, ci pensano due elementi che si intrecciano perfettamente: l’utilizzo delle partiture e degli esperimenti vocali di Demetrio Stratos e le luci di Vincent Longuemare, storico collaboratore del Teatro delle Albe – che le stesse Fibre ringraziano apertamente – di cui è impossibile non sentirne la positiva influenza in Furie de Sanghe. Un lavoro completamente diverso rispetto ai precedenti Mangiami l’anima e poi sputala e 2.(DUE): resta da attendere solo un paio di giorni per vedere se con DURAMADRE – in prima nazionale al Festival di B.Motion il 3 settembre – ci sarà un ulteriore salto stilistico con una conseguente piacevole sorpresa.
Visto al Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi 2011, Andria
Carlotta Tringali
Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica in collaborazione con Teatro e Critica
Recensione a Iancu, un paese vuol dire – Cantieri Teatrali Koreja
foto di Alessandro Saco
Si sposa bene con la città pugliese che ospita il Festival Castel dei Mondi lo spettacolo presentato da Cantieri Teatrali Koreja: il bianco dei mattoni e dei palazzi di Andria, le sue strade strette di ciottoli e il tanto pubblico presente nel cortile del Palazzo Ducale si intrecciano e si ritrovano per alcuni versi nell’immaginario ricreato da Iancu, un paese vuol dire. È come volgere lo sguardo indietro e rivedere facce, situazioni o accadimenti provenienti da un tempo lontano in questo racconto scritto da Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno: una giornata dell’agosto 1976 riportata dagli occhi innocenti di un bambino, qui metafora di un Paese fatto di tradizioni, di attaccamento religioso, di gente curiosa e grottesca e che riempie di colore quel cielo “iancu” di una cittadina del Sud Italia. «Un paese vuol dire non essere soli» afferma più volte in scena il brillante Fabrizio Saccomano, completamente vestito di bianco e seduto per tutto il tempo dello spettacolo su una sedia. Le peripezie di questo 22 agosto 1976 non vengono solo raccontate attraverso le parole, ma anche dalla viva espressività del protagonista, i cui occhi sembrano davvero curiosi e giocosi come quelli di un bambino mentre il suo corpo segue una gestualità caratteristica dell’entusiasmo infantile che risulta a volte troppo reiterata, enfatica e didascalica. Diretto da Salvatore Tramacere, Saccomano dà prova di grande bravura nel restituire i vari tratti dei personaggi incontrati durante il racconto, come Rosa Parata, una vera e propria “bocca di rosa” che ha salvato la città da «Li Polacchi» offrendo il suo corpo durante la guerra o le zitelle del Paese in gara tra loro per avere maggior visibilità in Chiesa. Sono immersi nel grottesco e ben delineati, ma anche loro, proprio come la gestualità dell’attore, sono eccessivamente calcati e più volte presentati al pubblico. Concorde con il fatto che sia tipico dei bambini ripetere delle caratteristiche che tornano come una cantilena derisoria, Iancu accumula però del materiale che potrebbe essere snellito in alcuni punti per far sì che non cali la tensione al racconto; come la divertente corsa dei ragazzini e di tutta la città dietro al bandito evaso che scende troppo nel dettaglio descrivendo chirurgicamente il percorso in bicicletta. Un percorso che regala comunque un’atmosfera piena di vivacità restituendo in pieno lo spirito di un paese dove, nonostante la crudezza di alcuni personaggi loschi, lo stare assieme trova ancora un senso. In un godibile linguaggio, un dialetto pugliese ben accessibile, Iancu entra a pieno titolo nel teatro di narrazione, dove ci si rivolge a una comunità consegnando dei ricordi significativi per far sì che questi facciano comprendere da dove veniamo e chi eravamo. Per creare una memoria dove tutto questo «iancu del cielo» non faccia «scappare la gente», ma la faccia tornare alla condivisione e al sentirsi parte di una comunità, seppur eccentrica.
Visto al Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi, Andria