Recensione a Brilliant Corners – Emanuel Gat Dance

Visto a Teatro Piccolo Arsenale, Venezia
Carlotta Tringali
Recensione a Brilliant Corners – Emanuel Gat Dance

Visto a Teatro Piccolo Arsenale, Venezia
Carlotta Tringali
Recensione a La morsa – regia di Arturo Cirillo
Parlare di triangoli amorosi oggi, soprattutto con tanto di tragedia finale di una donna che per il peso della propria colpa si uccide, sembrerebbe quasi démodé. Lui, lei, l’altro è un tema che ha abitato moltissimo la letteratura e ne ha trovato spesso sviluppo all’interno delle mura di una casa borghese. Pirandello ha affrontato più volte nei suoi lavori il tradimento coniugale e lo ha fatto anche nell’epilogo in un atto poco rappresentato dal titolo La morsa che Arturo Cirillo ha messo in scena e interpretato insieme a Sandro Lombardi e Marta Richeldi. Se gli attori calzano perfettamente i loro ruoli, se la regia è precisa e taglientee il testo dell’autore siciliano è una crudele spirale che toglie il fiato, l’effetto del vecchio vestito ormai passato di moda scompare, lasciando al suo posto un senso di vuoto e amarezza.
Nel suggestivo chiostro del Museo Nazionale del Bargello di Firenze, le parole di Pirandello sembrano lame inserite lentamente dentro un corpo che a sua volta, piano piano, cede, si arrende e muore. Cirillo costruisce una perfetta bomba ad orologeria con un ritmo incalzante e allo stesso tempo dotato di una regolarità chirurgica, portando tutti e tre i personaggi in scena in un conto alla rovescia interiore che li conduce a un’implosione. Nella loro vita stagnante − rappresentata esteriormente dalla scenografia di Dario Gessati, fatta di teche contenenti elementi di arredamento immersi nell’acqua − lo start che innesca questa vicenda della crudeltà è dato da una verbosità sibillina che corre sul binario del sospetto. Di fatti, in questo spettacolo non se ne vedono: è tutto affidato alla parola, le azioni sono sottratte alla vista effettiva; possono solo abitare la fantasia privata dello spettatore. Del mondo esterno non vi è così alcuna traccia: ne rimangono echi lontani, rumori angoscianti e sibili di vento. Il fuori diventa lo specchio dell’interiorità dei protagonisti e riflette la loro emotività in bilico; sempre da fuori provengono le didascalie scritte da Pirandello e pronunciate dagli attori: elemento straniante, che al tempo stesso allontana e avvicina al personaggio, dilata il vuoto esistenziale derivante da una vicenda chefrattura le identità fino allora integre.
Il marito tradito, interpretato da un impeccabile Sandro Lombardi, è un sadico e gelido uomo dai movimenti minimi ed eleganti; è lui ad innescare un meccanismo che scorre nel fiume carsico dell’inconscio: le sue parole-lame colpiscono la moglie indirettamente come se si conficcassero in parti del corpo non vitali; sono proprio quei colpi a condurre al crollo la donna. Vittima delicata e silenziosa è Marta Richeldi: la morsa soffocante del marito sembra stringere lo stesso pubblico; nonostante sia lui ad essere stato tradito, la sua meschinità è tale che la colpa d’adulterio viene meno e rimane la disperazione di una donna a cui in un attimo crolla l’esistenza, la vita borghese e la gioia di veder crescere dei figli che le verrebbero portati via. Se il marito l’accusa con toni sommessi, l’amante, impersonato dallo stesso regista, riversa la sua ansia non solo verbale ma anche fisica addosso all’amata. La diversità espressiva di Cirillo e Lombardi si completa regalando una magnifica prova attoriale.
Dal terrore al senso di colpa che la assale, anche la protagonista femminile in scena non è da meno: lascia trapelare dal viso tutta l’angoscia che la abita e che la spinge a vedere solo nel suicidio una risoluzione all’intera vicenda. Ecco che l‘unica azione che si potrebbe vedere è sottratta alla vista del pubblico: il rumore del colpo di pistola proviene da fuori; in scena rimane posto solo per il dolore mai urlato ma elegantemente espresso dai sofferenti corpi degli attori.
Visto al Museo Nazionale del Bargello, Firenze
Carlotta Tringali
Fondamento della propria esistenza, la famiglia diventa il nido dentro cui si cresce, si matura, con il naturale sviluppo e la costruzione di una nuova cellula vitale. Non sempre però questo accade: dentro quel nucleo a volte il tempo della storia scorre in maniera inversa a quello della propria vita. Succede che non si cresce, si rimane confinati nel proprio ruolo di figli e non si assumono quelle responsabilità che fanno diventare i bambini di una volta gli adulti di oggi.
Roberto Bonaventura, insieme al Teatro di Messina, mette in scena in maniera precisa e puntuale il testo di Dario Tomasello che parte proprio da una generazione rimasta bambina. In Patri ‘i famigghia tre cugini, Angelica, Rino e Nando, si ritrovano dopo molti anni in occasione del funerale del padre di quest’ultimo. Trasferitosi ormai al nord, Nando – interpretato da Angelo Campolo nei panni di un cinico milanese, è freddo e distaccato rispetto agli altri due rimasti a Messina; e questo suo distacco si nota immediatamente nel dialetto che non sente più come la propria lingua. Se i compagni Rino, un bravissimo Annibale Pavone, e Angelica, una impeccabile Adele Tirante, si esprimono in siculo, Nando sembra non riconoscere addirittura quelle radici meridionali da cui proviene. Solo rivivendo con i suoi compagni i ricordi di un’infanzia smarrita e divertita colui che aveva lasciato il proprio paese inizia a ritrovarsi e recuperare la propria lingua madre. Aprendo il baule di legno sul palco e giocando con le ombre ludiche del passato, i tre adulti si dimostrano non essere mai cresciuti: nessuno è capace di essere padre; solo Angelica guarda al domani, ma il suo sembra più che altro un tentativo di rivalsa su quegli uomini confinati in un’infanzia lontana. In una scenografia volutamente infantile, fatta di piccole sedie da bambini e un fondale disegnato, i protagonisti eseguono movimenti precisi e spazialmente ben definiti.
Tomasello scrive un testo semplice e leggero, continuando la tradizione di Scimone Sframeli, altri due autori e registi siciliani che ricreano atmosfere “sospese” per i propri lavori. Ma diversamente da questo duo non c’è in Patri i’famigghia il finale graffiante che lascia riflettere a posteriori su quello che è stato uno spettacolo sì piacevole, ma da uno sviluppo forse troppo in sordina e poco incisivo rispetto alle premesse. Il plauso alla piacevole pièce va comunque ricordato: con una recitazione a metà tra il surreale e reale, in un’atmosfera divertita e a tratti fortemente straniante, Bonaventura consegna una regia intelligente, aiutato anche dalla buonissima interpretazione dei suoi attori. Un tema, quello affrontato, che mostra come davanti alla morte si sia costretti a fare un consunto della propria vita: a volte solo di fronte alla Signora in nero si cresce. E sono gli stessi personaggi ad accorgersi: «non avemu patri, non semu patri! Sulu figghi sapemu esseri».
Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari
Carlotta Tringali
Tragedia greca della vendetta, L‘Orestea arriva da lontano, è un racconto che supera le barriere del tempo e parla di uomini sottomessi agli dei e a quel destino beffardo che ha portato i protagonisti a una serie sterminata di uccisioni. Il tempo passa e nella Storia dell’uomo avviene lo strappo nel cielo di carta di cui parlava Pirandello ne Il fu Mattia Pascal: la figura di Oreste, il matricida vendicatore del padre Agamennone, si trasforma in un moderno Amleto, un uomo responsabile delle proprie azioni e non più guidato dal fato. Ci si chiede che cosa rimanga oggi della casa degli Atridi, della sete di potere causa di una distruzione in cui il corpo, schiacciato dal peso della colpa, non riesce a reggersi in piedi.
Potrebbe essere un radiodramma Radio Argo – spettacolo prodotto dal Teatro Rossosimona – riscrittura densa, personalissima e di acuta intelligenza del poeta napoletano Igor Esposito. L’intera tragedia passa qui attraverso i pensieri dei singoli personaggi: è la soggettività di ognuno a mandare avanti l’intricata tela del destino. Uno strepitoso Peppino Mazzotta, l’attore calabrese volto noto della televisione italiana, interpreta i vari protagonisti della trilogia greca: è la voce alla radio che accompagna gli ascoltatori nelle loro notti insonni; ma è anche la rievocazione profonda di chi ora da fantasma rivive le vicende di una storia macchiata di crimini passati, dentro cui è possibile trovare tracce del potere insignificante e amorale di oggi.
Nella scena di Angelo Gallo, costituita da piccole “stazioni foniche” e allo stesso tempo funebri (allestite con fiori, candele e microfoni), il regista-attore Mazzotta si sposta a fatica, con una sedia a rotelle, creando un’atmosfera straniante, dove l’amplificazione vocale segue una spazializzazione precisa, inquietante e poco rassicurante. In questa tragedia non si cammina con le proprie gambe: ecco che la mano del destino muove tutti i personaggi, bloccati su delle carrozzine o costretti a sostenersi con le stampelle. È un fantasma la prima vittima, un’Ifigenia vestita con impermeabile rosso e tacchi alti, che si regge in piedi in modo difficoltoso: il suo sacrificio dà il via all’onda distruttrice del Cielo e alla concatenazione di vendette. E così Mazzotta presta la voce a un apatico Egisto e una spaventata Clitemnestra: l’amante della regina è l’unico a parlare in dialetto; è infatti anche l’unico a giustificare una donna a cui è stata ammazzata la figlia e che ha in fondo il diritto di vendicarsi sul marito, un Agamennone mandante del sacrificio. Se Clitemnestra è stata sempre vista con gli occhi di Oreste, come colei che ha ucciso il padre, il re, qui la drammaturgia di Esposito la rende per un tratto più umana nei versi pronunciati da Egisto: «Tu Agamennone lo devi scannare perché non ti ha fatto sapere come sarebbe stato». Non ha visto crescere la sua bella figlia e il re, una sorta di dittatore che sputa a una platea di uditori delle sentenze spietate, si giustifica a suo modo dicendo che «la ricchezza si paga con l’innocenza». Solo Oreste, in battuta finale, rifiuta quel potere: diventa uomo responsabile, si libera dal dominio degli dei e in piedi, rimasto solo con i suoi fantasmi, esprime il suo disperato canto, contro una verità che ha cercato senza trovare, contro una cultura svuotata di significato. Ecco che l’attualità politica irrompe nel bellissimo testo di Esposito: ci si chiede se si è disposti a sacrificare l’innocenza o la stessa vita per avere ricchezza e supremazia. Oreste si libera del potere del fato; decide di andarsene e di ribellarsi lasciando il dominio che gli spetterebbe poiché in fondo «a governare preferisce il rumore del mare».
Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari
Carlotta Tringali
Si conclude, la serata del 5 giugno, il Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari giunto quest’anno alla sua XXII edizione. Dopo ben dodici spettacoli, incontri, concerti e aperitivi, il Protoconvento francescano, animato per una settimana da tanto pubblico, entusiasmo e frizzante energia, ospita gli ultimi due spettacoli della rassegna. Ma prima di entrare nella Sala 14 – dove ha luogo la prima messinscena – alle 18.00 è prevista la presentazione del libro Invisibili realtà di Pierfrancesco Giannangeli a cura di Piergiorgio Cinì: un volume che indaga la storia dei Teatri Invisibili e del laboratorio teatrale Re Nudo.
Mentre nel chiostro del Protoconvento si potrà gustare l’ultimo aperitivo offerto dall’azienda vitivinicola ‘A Vita, alle ore 19 nella Sala 14 Leonardo Gambardella mette in scena e dirige una sua drammaturgia ispirata a un calabrese emigrato in Colombia a cui lo scrittore Màrquez si è rifatto per il personaggio italiano presente in Cent’anni di solitudine. Interpretato da Chiara Cimmino, Elena Fazio e lo stesso regista, Un italiano a Macondo racconta la storia di un uomo partito dal suo piccolo paesino nella periferia mediterranea per fare fortuna e arrivare a Macondo, un luogo dell’anima in cui solo chi conosce la nostalgia può sostare. Con l’aiuto del Prof. Vittorio Cappelli esperto di emigrazione, le musiche originali di Guido Sodo, le scene e i costumi di Vittoria Gallori e Pasquale Lanzillotti, lo spettacolo di Gambardella restituisce valore a quella terra troppo spesso dimenticata ma che produce splendidi frutti che anche in luoghi lontani si possono “assaggiare”.
Ad andare in scena alle ore 20.30 al Teatro Sybaris è La brocca rotta a Ferramonti, un testo che parte dal capolavoro di Heinrich von Kleist e che viene qui riadattato dal drammaturgo Francesco Suriano, con l’aiuto di Franziska Van Elten, per diventare punto di partenza di uno spettacolo metateatrale. A Ferramonti, una località tra la Salerno-Reggio Calabria, un gruppo di internati, per lo più ebrei, mette in scena nel 1942 l’opera di Kleist. Questa diventa il principio di una tragedia ben più grande che va dalle persecuzioni razziali al mondo della menzogna, dall’inconsapevolezza del pericolo alla crudezza della realtà. Realtà e finzione si incontrano e si scontrano a teatro per mostrare come la tragedia sia nascosta dietro ogni angolo, soprattutto quando meno la si aspetta. Uno spettacolo che vede in scena diverse energie: Marilù Prati, Giuseppe Murdaca, Francesco Spinelli, Francesco Aiello, Marcello D’Angelo, Egizia Scopelliti, Lorenzo Praticò, Adele Rombolà e Maria Marino sono diretti da Francesco Suriano e da Renato Nicolini; le scene sono di Aldo Zucco, le musiche curate da Evelina Meghnagi, i costumi di Milly Basile Rognetta e da Simona Sicari, mentre le luci sono di Gennaro Dolce e Iris Balzano.
Carlotta Tringali
Non solo vivere ma anche fare teatro è un atto di coraggio, oggi più che mai; soprattutto nella situazione critica in cui ci si ritrova tra fondi che mancano, spazi dedicati alla cultura che scemano e, ovviamente, nella difficoltà a “resistere” che ne consegue. È un immenso piacere trovare degli artisti che restituiscono al teatro una sua prerogativa come è appunto quella del coraggio; persone che scelgono di utilizzare quest’arte per denunciare ciò che spesso viene taciuto, o non ha la giusta rilevanza, vanno sostenuti; soprattutto se gli argomenti che trattano sono di solito affrontati in appena due minuti, tempo a disposizione durante il telegiornale tra una notizia di cronaca e l’altra. I servizi si susseguono rapidamente e con la stessa velocità si dimentica ciò di cui si è appena parlato; le notizie passano, in fondo le brutture caratterizzano ormai il nostro quotidiano. Ma ci sono alcuni temi, alcuni scandali, che non possono passare inosservati, non devono; dovrebbero essere approfonditi, discussi e non nascosti come è successo fino ad ora. Scritto e diretto da Vincenzo Pirrotta, Sacre-Stie trascina fuori da un tunnel oscuro una tra le scabrosità più violente che solo in questo ultimo periodo è stata messa in luce: la pedofilia all’interno della chiesa. I continui flashback di cui si serve il testo per narrare vicende lontane costituiscono il terreno di un presente doloroso: da un passato che riaffiora tra poesia, passionalità e impudicizia maniacale, un cardinale si ritrova a fare i conti con un suo diocesano tornato a vendicare la sua infanzia e la sua vita perduta per colpa dello stupro avvenuto tra le mura ecclesiastiche tanti anni prima.
Filippo Luna è uno strepitoso Principe di Dio posseduto da Satana: ma il diavolo non è che un abbaglio, come lo stesso Dio, dietro cui si nasconde l’ossessione schifosa che lo abita. La sua figura omosessuale si palesa sin dall’inizio, in un rapporto morboso che ha con il suo segretario, un accondiscendente Marcello Montalto, che esegue i suoi ordini. A poco a poco la perversione dilaga lasciando emergere i peccati di cui il cardinale si è macchiato: l’uomo viene legato a una sedia da un giovane prete che furente entra con una pistola nel suo studio. Interpretato da un convincente Alessandro Romano, il giovane diacono rivive l’incubo dei momenti passati in segreto nell’ufficio del cardinale – a suo tempo rettore dell’istituto dove studiava – e di quelli all’interno del confessionale dove, ancora bambino, perdeva la sua innocenza. Attraverso il racconto i due si spingono in un territorio impervio con un’estrema crudezza e allo stesso tempo una poesia carica di violenza verbale. Pirrotta con il suo testo si chiede perché la chiesa abbia cercato sempre di nascondere questi crimini; la rabbia nei confronti di coloro che abusano, in nome della religione, di ragazzini innocenti e puri è talmente alta che il regista fa anche i nomi di chi è rimasto a guardare, come lo stesso Papa Ratzinger, accusato di aver nascosto le prove che infangavano i sacerdoti della chiesa. La denuncia di Pirrotta è così diretta e senza mezzi termini che gli è valsa la scomunica. Il testo del drammaturgo e regista siciliano diventa ancor più un bellissimo atto di responsabilità che andrebbe sostenuto e abbracciato, a cominciare dagli operatori che potrebbero osare e dare spazio a uno spettacolo così spinoso ma necessario, prendendosi la loro parte di coraggio.
Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari
Carlotta Tringali
Il festival Primavera dei Teatri continua con il suo terzo appuntamento e parte da tragedie quotidiane, riadattandole al nostro vissuto, con due messinscene che si presentano in anteprima per questa occasione a Castrovillari. Prima degli spettacoli, alle ore 19.00, sarà possibile fare una degustazione, nel Chiostro del Protoconvento, gentilmente offerta da Tenute Ferrocinto ma non solo; si potranno degustare delle prelibatezze a suon di musica in quanto sempre alla stessa ora è previsto il concerto de Il cedro e la rosa, a cura di Gianni Colaci, in cui Fabrizio Piepoli si destreggia tra pianoforte, voce, chitarra, santur e live electronics.
Da Napoli arriva Benedetto Sicca che, in collaborazione con Interno 5, porta in scena alle ore 20.30 presso il Teatro Sybaris un testo da lui scritto e diretto. Ambientato in una città invasa dall’immondizia e dal continuo odore nauseabondo che ne fuoriesce quando a questo scempio si uniscono gli incendi, Frateme racconta la storia di una famiglia di Napoli che inizia a fare i conti con ciò che ha sempre cercato di allontanare perché “diverso” dai dettami di una società stereotipata e chiusa: l’omosessualità. Nella casa collocata a Forcella, uno dei quartieri difficili del capoluogo campano, si incontrano personaggi che si vanno a sommare ai propri di quel nucleo composto da padre, madre e tre figli: uno psicologo, un’anziana professoressa e un amico, detto ‘Frateme’; questi a poco a poco scardinano un silenzio dettato dalla vergogna sotto cui si nascondono i protagonisti. Paola Michelini, Luca Saccoia, Giorgio Sorrentino, Emilio Vacca, Valentina Vacca, Francesco Vitiello e Camilla Zorzi danno vita a quella “famiglia tutt’o ‘ccuntrario” di come invece si vorrebbe dipingere. Benedetto Sicca, che si divide tra cinema, tv e teatro, è con Frateme alla sua seconda regia dopo lo studio Il principe Jorgos tratto da Fassbinder: il suo lavoro è dato da una ricerca che unisce vocalità, testo e movimenti che per questo ultimo debutto sono curati da Pablo Volo. Per Frateme hanno collaborato per le scene Flavia di Nardo e Tommaso Garavini, per il disegno luci Marco Giusti e i costumi Stylist Simone Valsecchi.
La serata prosegue alle ore 22.30 nella Sala 14 con un’altra anteprima: Radio Argo. Scritto da Igor Esposito, il testo è una rilettura ispirata a una delle più famose tragedie greche e unica trilogia arrivata fino a noi: L’Orestea. Diretta e interpretata da Peppino Mazzotta – volto noto della televisione per il suo ruolo di ispettore Fazio ne Il Commissario Montalbano – Radio Argo vuole essere uno scontro tra un potere malato e la disperata voglia di allontanare questo potere in un mondo dove una voce si propaga nella notte e tiene compagnia a chi non riesce a dormire. Le musiche originali di Massimo Cordovani si intrecciano al disegno sonoro di Cesare Gardini e a quello luci di Paolo Carbone. Le scene di Angelo Gallo e i costumi di Rita Zangari completano questo spettacolo in cui quella voce lontana richiama alla memoria i nostri morti e le nostre guerre, non quelle di oggi ma piuttosto quelle di ieri.
Carlotta Tringali
Sono passati quasi otto anni da quando lo spettacolo di Motus Come un cane senza padrone ha debuttato all’interno dell’ex complesso Italsider di Bagnoli, nella periferia di Napoli. Un lavoro innovativo che mostrava la modernità del gruppo riminese nella forte connotazione cinematografica aggiunta a quel loro viaggio teatrale iniziato negli Anni ’90. Dopo la fascinazione per Fassbinder, Genet e De Lillo, Motus abbracciava per la prima volta un autore a noi molto più vicino, un personaggio scomodo che ha fatto molto parlare di sé negli anni ’70 e che continua come un fantasma ad essere presente e contemporaneo ancora oggi: Pier Paolo Pasolini. 2003-2011: a Venezia per il Festival Al Limite – curato e organizzato all’interno del S.a.L.E. Docks– si è avuta l’occasione di vedere una piccola perla di uno dei gruppi di ricerca teatrale più importante a livello nazionale e che poco gira in terra veneta. Come un cane senza padrone è uno spettacolo che non dimostra la sua età, è sempre attuale e graffiante; e soprattutto l’esperienza di Motus si adatta come un guanto alla situazione ricreata da Al Limite: uno spazio alternativo completamente autogestito per dare voce a ciò che sta al margine e che proprio per questa sua caratteristica ha un valore aggiunto. Il margine e, più propriamente parlando, la periferia sono protagoniste in questo lavoro che intreccia differenti proiezioni video alla lettura di alcuni frammenti tratti da Petrolio, il romanzo incompleto scritto da Pasolini. La voce profonda di Emanuela Villagrossi racconta un momento rivelatorio dell’esistenza di Carlo, un dipendente dell’Eni abituato a una vita borghese, che si ritrova immerso in un’esperienza di estrema rottura: l’incontro sessuale con Carmelo, un “ragazzo di vita”.
Contemporaneamente alla calda tonalità dell’attrice uno schermo proietta le immagini sfocate di un film – realizzato da Simona Diacci proprio per questo spettacolo – in cui Carlo, interpretato da Danny Greggio, e Carmelo, un disinvolto Franck Provvedi, vivono la loro breve ma intensa storia. Intensa solo per lo stesso Carlo: se per Carmelo l‘incontro con uomini altolocati rappresenta un modo di sostentamento danaroso, il protagonista di Petrolio, abituato a una vita borghese e priva di stimoli, solamente con questa esperienza, che unisce incredulità, violenza e una lacerante vitalità, comprende il vuoto che lo abita. E questo vuoto diventa un grido urlato nel proprio silenzio, in un deserto in cui ci si ritrova nudi e soli con se stessi, metafora di un Io interiore privo di significato. È in questa zona arida che Carlo capisce di essere stato per tutta la vita circondato da un “pieno”, da un mondo in cui il centro non era altro che una falsa illusione; è la periferia, la zona dimenticata da tutti che in Petrolio, e soprattutto in Come un cane senza padrone acquista una bellezza ritrovata, dimenticata e boicottata in cambio di quella vita borghese in cui Carlo “dormiva il sonno del suo corpo”. Oltre la lettura della Villagrossi e lo schermo in cui il film sulla storia di Carlo e Carmelo è proiettato, su tre pannelli scorrono le immagini di strade, di baracche, carcasse di automobili: zone periferiche in cui Pasolini si ritrovava a vagare con la sua macchina e che hanno ispirato tutto il lavoro di Motus. L’immagine della periferia – estesa su un campo visivo che presenta tre diverse inquadrature sincronizzate – acquista il fascino dei vecchi ciclorama e aiuta lo spettatore ad entrare in un viaggio di pura poesia. Questa esperienza inizia ma non ci si sente accompagnati; piuttosto si è soli di fronte a ciò che terrorizza e non si conosce, e che d’altra parte invita a essere incontrato. Come Carlo prova una pulsione mai sperimentata prima verso Carmelo, si prova la stessa fascinazione nell’entrare in una zona che sembra deserta ma che forse ha molto più da offrire rispetto ad un’altra affollata e più nota. In periferia si possono incontrare dei cani che vagano senza padroni: sono abbandonati, sono soli; cercano ciò che li soddisfi immediatamente, senza essere fedeli a nessuno, neppure a loro stessi. Semplicemente vivono di eccessi: ecco Carlo che, attraverso quell’angelo impuro personificato in Carmelo, vive una frattura interna sentendosi “come una cagna senza padrone”. Comprendere il deserto della propria esistenza risulta sempre attuale, oggi come ieri: Pasolini continua a essere a noi contemporaneo.
Visto a Al Limite Festival, S.a.L.E. Docks, Venezia
Carlotta Tringali
Recensione a Babilonia – Il terzo paradiso – coreografia di Ismael Ivo
Ultimo anello di una trilogia iniziata nel 2009 con The Waste Land e proseguita l’anno scorso con Oxygen, Babilonia – Il terzo paradiso è la nuova coreografia di Ismael Ivo che si avvicina più degli altri spettacoli a un forte concettualismo.
Anche al puro astrattismo, se non è strettamente necessaria una chiave di lettura, si richiede di diffondere emozioni, regalare in maniera indiretta sensazioni, per trovare un significato di esistenza. Davanti a un quadro non figurativo, con qualità comunicanti pur nel suo apparente non-sense, il nostro corpo è a volte attraversato da vibrazioni difficilmente descrivibili e che non sempre richiedono una razionalizzazione: semplicemente veicolano impressioni grazie alle quali si comprende di essere vivi. Babilonia – Il terzo paradiso ha forse la pretesa di paragonarsi a un quadro, come sottolinea il coreografo Ismael Ivo nelle note di regia: «un percorso astratto. Di esplorazione e libertà (…). Come su una tela bianca, si incidono le immagini delle performance fatte di visioni, suoni, passioni, gesti e movimenti che si offrono alla riflessione». Il lavoro – portato in scena da 25 giovani ballerini, tutti allievi dell’Arsenale della danza, la scuola di perfezionamento diretta dallo stesso Ivo – è composto da diverse scene che purtroppo rischiano di rimanere piccoli momenti di pura esibizione di tecnica e virtuosismo, dove i ragazzi mostrano il loro alto livello qualitativo e il loro consapevole utilizzo del corpo. Entra prepotentemente nello spettacolo, seppur in un breve momento, anche la parola: alla Babilonia danzante si aggiunge così una Babilonia linguistica come da manuale. Ecco che l’astrattismo segue, in alcuni punti, una schematicità didascalica, data non solo dalle frasi pronunciate in lingue differenti, ma anche dalla scelta di separare gli uomini dalle donne in alcune delle coreografie proposte e di lasciare che i loro corpi si connotino di una forte sessualità conforme agli stereotipi tanto combattuti nella danza contemporanea. E una volta lasciata da parte la rigorosa schematicità tornano continuamente i momenti sconnessi tra loro. I ballerini entrano ed escono dal palco dando vita a immagini molto differenti tra loro, spaziando dal balletto a movimenti meno convenzionali e attraenti, a tentativi registici di rendere un’atmosfera onirica – come il ballerino dalla testa di cavallo che più volte appare in scena, o uno specchio con cui una danzatrice tenta una interazione . Seppur curate nei movimenti, queste immagini vengono lanciate come fossero dei sassi piatti in mezzo al mare: ma chi coordina l’azione non riesce a far saltare più di una volta la stessa pietra sulla superficie dell’acqua perché sprofonda immediatamente. Rimane forte l’assenza di un legame che unisca queste piccole esibizioni e le faccia esistere e sopravvivere nel tempo, anche se solo in quello mentale. Le stesse musiche, parte integrante di tutta Babilonia, non aiutano lo spettacolo a essere coerente: regalano frammenti di leggiadra poesia le bellissime melodie barocche di Sacrificium interpretate dalla potentissima voce di Cecilia Bartoli e associate ai corpi danzanti; ma allo stesso tempo fanno rimanere perplessi se accostate a suoni mistici e distorti che in alcuni momenti interromponol’atmosfera secentesca ricreata per tentare di portare lo spettatore in una sospensione misteriosa. Sospensione suggestiva solo inizialmente su un palco attraversato da una folta nebbia dove delle pareti bianche altissime circoscrivono un interno non facilmente riconducibile a un luogo: uno spazio vuoto in cui dei corpi corrono per poi cadere e diventare un unico ammasso significante. Nell’atmosfera rarefatta – ricorda per certi versi Tristi tropici di Virgilio Sieni dove in una sorta di atemporalità apparivano corpi come provenissero da un aldilà – i ballerini rendono vibrante lo spazio, lo attraversano e lo squarciano. Dopo un inizio promettente si cade però da quel terzo paradiso promesso e si scende verso un limbo dove i corpi si fronteggiano nel tentativo di risalire verso l’alto; solo nelle ultime scene ritrovano la giusta via: con l’utilizzo di tavoli, i ballerini creano delle coreografie più convincenti, destreggiandosi tra fermo-immagine a effetto – come moderni apostoli di un’ipotetica ultima cena danzante – e regalando composizioni e movimenti che si intrecciano in una danza ben amalgamata. Ma non bastano questi momenti per raggiungere quel paradiso cercato: esso rimane un miraggio ancora lontano.
Visto al Teatro Malibran, Venezia
Carlotta Tringali

Ad aprire il festival nella giornata del 31 maggio è una compagnia giovanissima, dotata di una carica incredibile: direttamente da Scampia i ragazzi di Punta Corsara portano in scena una farsa minore di Molière, Il Signor de Pourceaugnac, aggiungendovi delle sfumature tipiche di un mondo a loro più vicino, quello napoletano. Durante tutta la rassegna bisogna ricordare che non ci sarà mai un solo spettacolo a serata: dopo Punta Corsara è infatti il turno di Che disgrazia l’intelligenza! liberamente ispirato a un testo di Aleksandr Griboedov, portato in scena per la prima volta da Sicilia Teatro e diretto da Alessio Pizzech. Mercoledì 1 giugno sale sul palco un attore particolare che riflette sulla solitudine dell’uomo e sugli ostacoli di un artista: il noto critico de Il Sole 24 Ore e di delteatro.it Renato Palazzi si mette alla prova con Goethe schiatta di Thomas Bernhard diretto da Flavio Ambrosini. Ed è sempre di Thomas Bernhard lo spettacolo successivo: Il presidente ovvero ambizione odio nient’altro debutta per la regia di Carlo Cerciello e affonda il coltello nel potere e nella sopraffazione di quest’ultimo sulla morale. A chiudere la seconda serata del festival è Sacre-Stie scritto e diretto da Vincenzo Pirrotta che affronta il delicato e attuale tema della pedofilia all’interno della chiesa. Torna Napoli e la napoletanità di oggi nella terza giornata del 2 giugno: Benedetto Sicca presenta in anteprima Frateme, testo di cui è drammaturgo e regista. Si prosegue poi con un’altra anteprima: Igor Esposito riscrive la tragedia greca Orestea dandole però il titolo Radio Argo, spettacolo diretto e interpretato da Peppino Mazzotta. Venerdì 3 giugno Primavera dei Teatri continua con ben tre spettacoli: il monologo meta-teatrale di Rosario Mastrota Fine, che si muove tra social network, nuove tecnologie e un unico attore in scena, precede il nuovo lavoro della Compagnia Musella Mazzarelli che, dopo il successo di Figlidiunbruttodio presentato l’anno scorso a Primavera dei Teatri, debutta quest’anno con Crack Machine. Prima di lasciare per qualche ora notturna il protoconvento francescano, sede del Festival, in attesa degli spettacoli della serata successiva, vi è un’altra prima: per la regia di Antonio Tintis debutta il testo scritto da Maria Teresa Berardelli Il paese delle ombre, una fotografia giornalistica scattata attorno la vicenda di un orfanotrofio. Sabato 4 giugno arrivano a Castrovillari gli enfants terribles della scena italiana: ricci/forte portano in scena Grimmless, fiabe ricostruite secondo un’atrocità quotidiana. Sempre all’infanzia si ritorna con lo spettacolo successivo, ma con un affondo sulla desolazione e lo sradicamento: è in dialetto messinese Patri ‘i famigghia, scritto da Dario Tomasello e diretto da Roberto Bonaventura. Il Festival non può che concludersi domenica 5 giugno con due debutti che parlano dello stesso territorio calabrese: Un italiano a Macondo scritto e diretto da Leonardo Gambardella, storia che racconta una zona periferica come quella locale e La brocca rotta a Ferramonti di Francesco Suriano, protagonista anche nella scorsa edizione di Primavera dei Teatri, che presenta uno spettacolo che parte da un testo di Kleist per affondare in tematiche sempre attuali come quella della violenza e che lo stesso Suriano co-dirige con Renato Nicolini.
Nuove drammaturgie, tematiche attuali e una scena contemporanea che lascia spesso spazio a compagnie meno note, ma non per questo meno valide, e che difficilmente si trovano anche in altri festival estivi di riferimento per il teatro: Scena Verticale ha assicurato negli anni un’altissima qualità di proposte che non hanno mai deluso le aspettative e che, per questo, continuano a spingere molte persone ad andare a Castrovillari. Dopo l’esperienza dell’anno scorso, Il Tamburo di Kattrin segue per la seconda volta l’intero Festival Primavera dei Teatri scrivendo articoli, approfondimenti, recensioni, interviste e raccogliendo i commenti del pubblico: non resta che mettersi in viaggio per partecipare o invitare tutti coloro che non potranno esserci fisicamente a seguire l’atmosfera della rassegna on-line sul nostro sito, dove cercheremo di portare una bella Primavera.
Carlotta Tringali