Maddalena Peluso

Il metodo Être: tra drammaturgia e innovazione

Un festival dedicato all’incontro. Tra artisti e operatori, innanzitutto. E non soltanto italiani.
La quinta edizione di Luoghi Comuni, festival organizzato da Associazione Être in collaborazione con Residenza Idra, dal titolo Catch the Word!, è stata la dimostrazione di come si possa fare “rete” nell’era 2.0, utilizzando strumenti innovativi (per lo meno in Italia) e sperimentando nuove formule (veri e propri “format”, spesso importati dall’estero) che possano creare quel rapporto privilegiato tra domanda e offerta. Del resto è risaputo tra gli operatori che i migliori festival, a cui è fondamentale partecipare, sono quelli che si propongono come “vetrina” sul nuovo teatro. E se la vetrina diventa interattiva, dinamica e soprattutto facilmente accessibile, la partecipazione è assicurata.

logo

«È stata una bella edizione – spiega Laura Valli, Presidente dell’associazione Être –, con una sua compattezza e un focus molto deciso: le compagnie erano diversissime tra loro, ma tutte hanno compreso su cosa bisognasse concentrare l’attenzione. L’edizione di Bergamo, lo scorso anno, era stata più in grande e di conseguenza aveva riscosso maggiore partecipazione da parte della città. A Brescia, invece, gli spazi erano più piccoli e comunque tutti pieni».

Ad aprire il festival è stato l’evento forse più rappresentativo del “metodo Être”, ospitato nel suggestivo salone dei ricevimenti della Caserma Goito – San Gaetano: lo “speed dating”, sei minuti di faccia a faccia di programmatori vs produttori per un colloquio informale e senza filtri. Un appuntamento, curato da Michele Losi, quest’anno in collaborazione con Interno5, che piace molto, a giudicare dalle iscrizioni, a entrambi i partecipanti (oltre 30 compagnie iscritte e una ventina di enti programmatori) e che a giugno sarà ripreso a Napoli, nell’ambito di E45 Napoli Fringe Festival.

Nuovo appuntamento, dal nome apparentemente inquietante, è stato “Mentor Room”, nato da un’idea di Lene Bang e sperimentato a Copenaghen, nell’ambito di IETM 2012 (International Network for Contemporary Performing Arts): cinque rappresentanti di altrettanti progetti artistici incentrati sulla nuova drammaturgia, si sono confrontati, in un’ora, con un “mentore”, un professionista teatrale che ha offerto loro la propria guida. A far da mentore sono stati in questa prima edizione: Mario Bianchi, Paolo Bonaldi, Carolina De La Calle Casanova, Maria Letizia Compatangelo, Mariano Dammacco, Renato Gabrielli, Michela Marelli, Roberta Nicolai, Donato Nubile, Michele Panella, Roberto Rizzente e Emanuele Valenti.
Aggiunge Laura Valli: «Mi piacerebbe sperimentare, nella prossima edizione, anche un laboratorio artistico all’interno del festival e un focus sulla distribuzione internazionale, visto che il nostro lavoro sull’internazionale cresce sempre di più. Per ora questa è soltanto una mia idea».

Nell’ambito del festival, dedicato quest’anno alla nuova drammaturgia, hanno presentato i loro studi, in forma di mise en espace, nove compagnie lombarde (Animanera, Atir, Araucaìma Teater, Compagnia Babygang, Compagnia Teatrale Dionisi, Nudoecrudo Teatro, Qui e Ora, Teatro Periferico e Sanpapiè).
«Il livello artistico – spiega Laura Valli – si è equilibrato: prima avevamo delle compagnie più mature e altre decisamente acerbe. Sicuramente avere una struttura più solida e una migliore organizzazione aiuta anche a crescere artisticamente. Il fatto di essere un network è per noi fondamentale: poter aiutare le strutture, aggiornare gli organizzatori, mettere continuamente le compagnie alle prova – qualcuno è anche andato in crisi per questo – fa sì che gli stimoli siano illimitati. Molti di noi non sarebbero riusciti ad arrivare a parlare d’Europa senza il network».

Seguita dal pubblico di operatori è stata anche la “lectio magistralis” tenuta da Jean-Marie Besset, direttore del Teatro dei 13 Venti, Centro Nazionale di Drammaturgia Languedoc-Roussillon Montpellier e già vincitore del Grand Prix du Théâtre dell’Académie Française; il convegno sulla nuova drammaturgia ha visto confrontarsi Antonio Rezza e Flavia Mastrella, famosi per “non scrivere” i loro spettacoli, una narratrice come Laura Curino, l’autore e blogger Carlo Garbantini, gli scrittori Paolo Cognetti, già vincitore del Premio Lo Straniero nel 2009, e Francesca Marchegiano.

Ontroerend-goedOttimo riscontro per le messinscene, realizzate in collaborazione con Short Latitudes, progetto finanziato dal British Council per diffondere in Europa la nuova cultura teatrale inglese. Il pubblico del festival ha potuto apprezzare Holloway Jones di Evan Placey, messo in scena da Illinx e Teatro in-folio e Little Baby Jesus di Arinze Kene messo in scena da Nudoecrudo Teatro e DelleAli. Quest’ultima, in particolare, è stata qualcosa di più di una semplice lettura: gli attori hanno lavorato sul suono e sulla vocalità con originalità e attenzione, realizzando una partitura efficace e coinvolgente.
«C’è stata – spiega Laura Valli – una strana tendenza dei testi a parlare di “adolescenza”, ma senza troppe mire introspettive: esseri piccoli e fragili, che si confrontano con una realtà brutale e violenta. Penso al monologo di Renata Ciaravino messo in scena con Adriana Scommegna o allo studio di Animanera».
Il lavoro simbolo dell’intero festival è stato senza dubbio lo spettacolo in apertura: All that is wrong dei belgi Ontroerend Goed & Laika, visti al festival di Edimburgo, capaci di partire dall’Io e, con consapevolezza e determinazione, coinvolgere tutto il mondo. In scena, la giovanissima Koba Ryckewaert non dice mai una parola: ripresa da una telecamera che proietta sullo sfondo, scrive in terra con un gessetto la parola IO e da lì partono infinite parole, associazioni mentali più o meno logiche, in un crescendo compulsivo e disturbante, fatto di legami e rimandi tra WAR e MONEY, con lo scopo di non dar tregua allo spettatore e coinvolgerlo intellettualmente in un mondo che gli appartiene.

Maddalena Peluso

Il peso dell’essere Pantani per il Teatro delle Albe

Recensione a Pantani – di Teatro delle Albe

foto Claire Pasquier

foto Claire Pasquier

Sul nero palcoscenico soltanto un divano e un tavolino. Sopra il tavolino un telecomando e un vaso con una calla bianca.
In scena entra Tonina, madre vestale, interpretata da Ermanna Montanari, in un vestito rosso fiamma, quasi un ologramma bidimensionale, e quello che dice ha una purezza primitiva, una sincerità dimenticata: «me l’avete ammazzato voi, con le vostre chiacchiere».
Ha male alle ossa, pesanti come catene, lo stomaco duro come un sasso, «un dulor…come ‘na nuvla scura…come un can rougnos…un dulor ch’u n’gn’è metar ch’l’imsura».

Il Teatro delle Albe, dopo il debutto a novembre al Teatro Rasi di Ravenna, sta girando l’Italia (a maggio sarà all’Elfo Puccini di Milano) raccontando una storia cominciata nel 1994, quando all’alba di una nuova era, con una nazione che risale la china dal “pantano”, dopo che la Prima Repubblica è affondata nella palude del “traggiro” – quell’arte di uccidere qualcuno e poi farsi chiedere scusa – spuntò «un omino di Cesenatico con le orecchie a sventola e il cuore che batte 36 colpi al minuto, uno che viene dal mare e va forte in montagna».
Così Marco Pantani, il ciclista pirata, ragazzo selvatico, “significativo ed extraordinario”, maglia rosa al Giro e maglia gialla al Tour, finito “in mezzo ai carabinieri come Pinocchio” e morto di disperazione nel febbraio del 2004 in un motel di Rimini, diventa l’eroe di questa tragedia romagnola, livida e ruvida, tra stabilimenti balneari e discoteche, che Marco Martinelli, dopo un lavoro di ricerca di oltre due anni, mette in scena con rigore e risoluzione partendo dal libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli) del giornalista francese Philippe Brunel – che nello spettacolo diventa L’Inquieto, interpretato dall’attore italo-belga Francesco Mormino.

Una Romagna anarchica ed arcaica per una storia fatta di epici trionfi e scure depressioni, ricostruita da Martinelli attraversando i generi, dall’inchiesta al lirismo, da chi conosceva e amava davvero Pantani: sua madre Tonina, prima di tutto, una perfetta Ermanna Montanari, maschera tragica e penetrante; il padre Paolo, interpretato dal vigoroso Luigi Dadina, la sorella Manola, riservata e fiera, interpretata da Michela Marangoni; e poi ancora gli amici di sempre Jumbo e Spillo, i gregari Conti e Fontanelli, i politici, i cronisti, i responsabili dell’antidoping e tanti altri, portati sulla scena con precisione da Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli, Fagio, Francesco Catacchio.
A fare da contrappunto sul fondale, disegnato, come tutto lo spazio scenico, da Alessandro Panzavolta di Orthographe, foto e video di repertorio del ciclista, le sue imprese più memorabili, le interviste a chi lo conosceva, come il suo primo allenatore, il calzolaio Pino Roncucci, e Renato Vallanzaska che in carcere ebbe la soffiata sul sicuro ritiro di Pantani a Madonna di Campiglio.
E ancora i cori, canti popolari a cappella, sanguigni e tragici, accompagnati da Simone Zanchini, «fisarmonicista di San Leo – scrive lo stesso Martinelli nelle note di regia – con una barba da capretta e una fisarmonica antica che quando la suona sembra un organo a cento canne».

Il testo di Martinelli, dopo aver raccontato chi fosse Pantani attraverso chi lo conosceva, vira mano a mano sulle ombre dell’indagine, fa i nomi di dirigenti del CONI e commissari antidoping, su quelli amici spuntati dal nulla “avvoltoi con gli artigli e il cuore di pietra”, sull’inattendibilità degli esami e su un sistema sportivo che lo aveva condannato: «se era un re, adesso per lui scattava la ghigliottina».
L’ultima parte è raccontata con discrezione e senza retorica: la discesa di Pantani nella “sostanza”, come la chiama sua madre, la depressione fino alla morte, tra fumetti di Diabolik e la biografia di Che Guevara. Si fanno congetture, si sollevano dubbi e contraddizioni di una vicenda ancora oscura.
La “caduta” di Marco Pantani, per il quale i giornalisti avevano inventato dozzine di soprannomi, da “l’uomo proiettile” al “bambino vecchio”, dal “pantadattilo” a “la pulce di Cesenatico”, ispirerà decine di cantautori, dai Nomadi a Francesco Baccini, dall’orchestra romagnola Genio & Pierrots alla struggente Le rose di Pantani di Claudio Lolli.

Pochi giorni fa l’americano Lance Armstrong – soprannominato da Pantani “robocop” – nel milionario salotto televisivo di Oprah Winfrey, «in una sorta di lavacro pubblico – scrive Aldo Grasso sul Corriere – a metà fra un rito espiatorio e una recita ben orchestrata»,  ha ammesso di aver fatto uso di doping per vincere sette volte il Tour de France. La sua confessione, Pantani, l’ha invece scritta, pochi giorni prima di morire, sul suo passaporto, ritrovato tutto spiegazzato. La legge Tonina, sul finire dello spettacolo, in una sorta di inconsueta e commovente veglia funebre: «andate a vedere cos’è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza… e non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare».
Uno dei gregari, nel testo di Martinelli, afferma che Pantani, dopo il Monte Ventoux, affrontò Armstrong: si fece serio e gli disse “ma a te, quanto ti pesa essere te?”. Lo ripetè più volte. E L’Inquieto precisa: «Le istituzioni che misero al muro Pantani sono le stesse che in quegli anni santificavano Armstrong».

Quella di Pantani sicuramente non è la tragedia del Vajont, ma rappresenta ugualmente un tassello della storia italiana, nonchè un mito antico e universale: il campione che, arrivato sulla vetta, viene scaraventato giù e dato in pasto alle belve.
La messinscena dall’alto valore sociale e politico, come una tragedia greca, mette lo spettatore davanti a se stesso e le parole di Tonina, madre in cerca della verità, combattiva e testarda, a cui sembra che il figlio “sia morto in guerra” e che sa che “indietro non si torna”, risuonano alla fine agghiaccianti: «Andate via, tutti quanti. Me l’avete ammazzato voi con le vostre chiacchiere». Un’accusa che, allo scrosciare degli applausi, si stampa sotto pelle.

Visto al Teatro Rasi, Ravenna

Maddalena Peluso

Alice cartonata per Bruni e Frongia

Recensione a Alice Underground – di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

Sono passati esattamente 150 anni da quando il matematico e scrittore inglese Charles Ludwige Dodgson regalò alla figlia di un amico un libro illustrato dal titolo Le avventure di Alice sottoterra. Negli anni successivi, dopo averlo rivisto e corretto, decise di darlo alle stampe con lo pseudonimo di Lewis Carroll. Da allora non si contano le traduzioni, versioni cinematografiche e animate, illustrazioni, musical, canzoni e rivisitazioni di una delle storie più belle e visionarie per bambini e adulti. Una fiaba che è un viaggio in una realtà surreale regolata da leggi assurde e paradossali, in cui tutto è possibile e il nonsenso regna sovrano, tra giochi di parole, figure retoriche e allusioni esilaranti.

foto di Luca Piva

Eppure Alice Underground, spettacolo scritto, diretto e illustrato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, in scena fino al 31 dicembre all’Elfo Puccini ha lasciato a bocca aperta anche il pubblico più esigente.

Proprio come Alice, annoiata dai libri senza figure e dialoghi, anche gli spettatori finalmente si entusiasmano per i 300 disegni ad acquerello fatti meravigliosamente a mano da Bruni – in vendita, sul sito del teatro, da 50 ai 150 euro e molti già acquistati – animati a computer da Frongia e proiettati su un fondale bianco che non è soltanto scenografia ma crea in buona parte l’atmosfera psichedelica e sinistra in cui gli attori agiscono.

Uno spettacolo  capace  di unire il fascino della narrazione a quello delle raffinate immagini, a cui si aggiungono le ottime capacità interpretative di “attori di carne” – dotati di maschere, sempre disegnate a mano, e amplificatori per la voce – e una gran dose di fantasia, quasi fosse un enorme e mastodontico libro pop-up di Robert Sabuda dai magici effetti speciali in cui i personaggi prendono vita, parlano e cantano rumorosamente.

Fin dall’accendersi del proiettore, il pubblico è trasportato in un mondo fantastico, quasi bidimensionale – e non potrebbe essere altrimenti, visto che anche le maschere sono disegnate su cartoncino – che finisce per risucchiarlo all’aprirsi delle finestrelle sagomate sul fondale, quasi entrasse direttamente nella fiaba.

foto di Luca Piva

E appare evidente come il clima divertito che avvolge il pubblico parta proprio dal palcoscenico in cui una vivace e curiosa Alice, interpretata da un’impertinente Elena Russo Arman pienamente nel ruolo, con ai piedi il più classico dei modelli di sneakers da preadolescente, precipita nella tana del coniglio bianco e inizia un vorticoso e coloratissimo viaggio in un’altra dimensione.

Ci si appassiona così ai personaggi che si susseguono a ritmo incalzante, in totale 24, tutti interpretati da un affiatato trio d’attori che si muove per lo più orizzontalmente sulla scena: uno stoico e sprezzante Brucaliffo dall’accento napoletano, un saccente e ostinato Humpty Dumpty (entrambi interpretati da Ferdinando Bruni), ammiccante nel dichiarare “le parole che io uso significano esattamente ciò che io decido, nè più nè meno”;  e ancora una regina bianca svampita e naive, interpretata da Ida Marinelli, che al grido di “marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi” conquista la platea, fino allo sprovveduto ed esilarante cavaliere bianco, interpretato da Matteo De Mojana, anche arrangiatore di tutte le musiche – dai Beatles ai Pink Floyd – in chiave “underground” e dal vivo.

“Anche noi abbiamo ripercorso – spiegano gli autori nelle note di regia – la “moltezza” delle suggestioni di questo testo per mettere in scena quella realtà insensata, sospesa e sovvertita che Alice incontra nel suo sogno. Con tutti i mezzi che ci offrono l’artigianato di scena e la tecnologia dei video – che qui abbiamo usato come una moderna e fantasmagorica lanterna magica… per giocare con un teatro “fatto a mano” che ci aiutasse concretamente a ritrovare la dimensione dell’infanzia”.

Così Bruni e Frongia si divertono con l’uso apparentemente sensato di parole insensate e quello e apparentemente insensato di parole sensate, raggiungendo un’imprevedibile e gustosa sintesi che, citando ironicamente la stessa Alice, “sembra riempirmi la testa di idee, solo che non so esattamente quali”.

Senza dubbio capace di appagare la necessità di evasione, come lo stesso Carroll auspicava.

Visto al Teatro Elfo Puccini, Milano

Maddalena Peluso

Quattro vite possibili per Oscar De Summa: Chiusigliocchi debutta a Castrovillari

foto di Angelo Maggio

In scena un tavolo, quattro sedie e una porta. Quattro uomini, dall’aspetto anonimo e dimesso, fin dall’inizio travolgono lo spettatore con un fiume di parole, per confonderlo e arrivare ad attraversarlo.
Chiusigliocchi
, raffinato e minimalista lavoro teatrale di Oscar De Summa, in prima nazionale a Primavera dei Teatri a Castrovillari, è un interessante prova d’attore che si muove contemporaneamente su diversi piani di realtà, con dialoghi sincopati, accurati e finemente cesellati, capaci di lasciare intravedere il significato dell’esistenza tra storielle di quotidianità sconcertante.

«Tutto il lavoro prende le mosse da un’immagine – spiega Oscar De Summa durante un’intervista rilasciataci –; un giovane, ormai preso dalla disperazione, prepara una corda per impiccarsi. In quel momento penoso e tragico arrivano i genitori che lo vedono e gli dicono sarcastici “ma smettila di fare sempre stupidaggini”. Insomma, nemmeno nel suo ultimo istante di vita, quello di maggiore pathos, viene preso sul serio. I genitori sono vecchi e marci. Così come il potere che rappresentano. In fondo siamo tutti ragazzini che si confrontano con un potere».

Chiusigliocchi parla di suicidio e della disperazione della vita quotidiana, attingendo all’immaginario letterario dell’americano Raymond Carver, il grande maestro della short story statunitense.

«Sono partito – continua De Summa – da un pensiero che mi riguarda: non sono un depresso ma penso al suicidio ogni giorno, senza tragicità ma con serenità, come una via d’uscita alternativa. Ho individuato un territorio d’indagine e da lì è cominciato il lavoro, partendo proprio da uno spazio senza troppe indicazioni e da quattro vite possibili, per raccontare una storia su più livelli, su diversi piani di realtà. Quando abbiamo avuto bisogno di un substrato di vita reale abbiamo attinto a Carver, un autore capace di illustrare in cinque pagine tutta una vita, svelando la crudezza e cattiveria dentro la quotidianità».

I quattro personaggi di Chiusigliocchi, interpretati ottimamente dallo stesso De Summa con Armando Iovino, Francesco Rotelli e Tommaso Rotella, si agitano, piangono, litigano per conquistarsi la parola, ballano il valzer, cadono, confessano le loro debolezze e aspirazioni in un crescendo di architetture linguistiche surreali, ricordi rarefatti, muovendosi con estrema disinvoltura sulla scena.
Camminano, si siedono, arrivando a salire in piedi sul tavolo per un tanto agognato cambio di prospettiva, continuando a raccontare storie piccole e immense al tempo stesso in un gioco meta-teatrale forse di difficile fruibilità ma di sicuro fascino e stile.
Esilarante nel finale, l’entrata in scena di un ragazzo, interpretato da Vincenzo Nappi, in costume da bagno con un pallone sotto braccio che distribuisce fogli ai personaggi, sempre più convinti di dover farla finita mentre, chiaro omaggio alla poesia Lemonade, si piange un figlio che dopo un lieve incidente stradale si è addormentato per non svegliarsi più. Situazioni irreali, patetiche e tremendamente amare.

«Ognuno di noi – dichiara l’autore e regista – si è confrontato con quella che ho definito “perfettibilità”, quello che siamo e quello che vorremmo essere, un passo indietro e un passo avanti. Una volta chiusi gli occhi lo sguardo va verso l’interno: lì cosa vede? Chiusigliocchi è un lavoro nato in un particolare momento della mia vita, con sempre meno risorse, meno certezze, dove tutto sembra diventare più difficile. E allora perché non mettersi in gioco, anche senza soldi, senza date: così a Castrovillari ci siamo confrontati per la prima volta con il pubblico ben consapevoli che il lavoro necessitava di altro tempo di studio».

Senza dubbio Primavera dei Teatri è il posto giusto per mostrare un lavoro, anche se ancora in fase embrionale o poco rodato. Il pubblico appassionato e competente giudica con sensibilità e il festival diventa non soltanto vetrina teatrale ma terreno di confronto e riflessione.

«Il passaggio successivo sarebbe quello di raccogliere elementi di vita reale, di sentire la gente per dare al lavoro una connotazione nostrana. Da tempo credo che il teatro debba riguardare direttamente lo spettatore. Metterò per ora da parte questo lavoro della mia cosiddetta “natura autoriale” per continuare il lavoro di riscrittura sui classici. Magari tra un po’ fonderò una nuova etichetta. Chiusigliocchi potrebbe essere il titolo».

Intanto continuando la riscrittura dei classici, De Summa sta lavorando  a Un Otello altro, nuova produzione con la Corte Ospitale.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Maddalena Peluso

La leggerezza dei Karamazov secondo César Brie

Recensione a Karamazov – regia di César Brie

Dando inizio alla biografia del mio eroe, mi trovo in un certo imbarazzo (…) Io stesso sono consapevole che egli non è affatto un grande uomo, quindi già prevedo inevitabili domande di questo genere: (…) in che cosa è notevole per averlo eletto a vostro eroe? (…) Perché io, lettore, dovrei perdere tempo ad apprendere i fatti della sua vita?  L’ultima domanda è la più inesorabile in quanto posso solo rispondere questo: Forse lo capirete da voi leggendo il romanzo.
da I Fratelli Karamazov – premessa dell’autore

«Non dovevamo temere Dostoevskij: i suoi grandi temi dovevamo affrontarli con il sorriso sulle labbra. Perché la solennità è nemica del teatro».

Lo sa bene César Brie quanto sia difficile nel teatro prendersi in giro, deridersi, evitare di “diventare chiese”, affrontare con leggerezza certi autori o certi temi e proprio la levità, ottenuta attraverso l’utilizzo di numerosi divertissement teatrali, sembra essere al centro del contestato Karamazov, da lui adattato e diretto, reduce da grande successo di pubblico all’Elfo Puccini di Milano, prodotto da ERT come esito del laboratorio “Cantiere Brie”, il percorso di professionalizzazione da lui diretto l’anno scorso.

Uno spettacolo ridotto all’osso, ma capace di mantenere incredibilmente profondità, in cui, come il titolo suggerisce, protagonista indiscussa è la famiglia, colta nel suo insieme in chiave epico-favolistica, in un’atmosfera essenzialmente popolare, “dalla parte dei bambini”, con uno sguardo puro.

Gli elementi caratteristici della poetica di César Brie, nomade e visionario, ci sono tutti: una scena spoglia, abitata dagli attori – scalzi per eseguire al meglio il lavoro fisico – che restano sempre visibili al pubblico, ai margini di un tappeto rettangolare, (come fa notare Bachtin, Dostoevskij ambienta i momenti decisivi delle sue storie sulla soglia, in luoghi pubblici, esposti sempre, come gli attori, alla derisione e al rifiuto, in luoghi inadeguati), che entrano ed escono dal personaggio, panche che diventano banconi da bar, tombe, scranni di tribunale, capovolte – e con gli attori sdraiati – per dare un “effetto cinematografico” di visione dall’alto e poi le immancabili corde, tantissime, utilizzate per separare il “dentro e il fuori” della scena, per contendersi le grazie di una donna, e ancora fruste, lunghissime briglie, grucce per il cambio d’abito, fili per gli attori-marionette. Poi nel finale simboliche croci.

Foto di Gabriele Ciavarra, Ilaria Scarpa

Con l’andamento di una telenovela – che in effetti è tale proprio perché riprende topoi universali – Brie interpreta con il suo solito sarcasmo e l’inflessione argentina, riducendo (da 20 a 1) una materia narrativa decisamente complessa, mettendone in evidenza il lato etico, spirituale e morale: la passione e l’istinto (Dimitri), la ragione e il dubbio (Ivan),  la bontà e la purezza (Alekséj), il risentimento e la vendetta (Smerdjakov), la cattiveria, il sentimentalismo, l’egoismo e l’edonismo (Fedor il padre), la santità (lo Starets).

I protagonisti, qualcuno dalla recitazione forse un po’ acerba ma fresca, si offrono uno per volta allo spettatore accompagnati da un altro personaggio che li presenta in terza persona, alternando un umorismo in stile slapstick a momenti esistenzialistici, in un montaggio di tipo estetico più che narrativo, che potrebbe provocare non poco straniamento se non se ne comprendono le intenzioni: l’amplificazione esasperata del grottesco, quel riso smorzato, inquietante, a volte patetico, che è così presente nel romanzo di Dostoevskij e che ha influenzato fin da subito l’argentino, la carnevalizzazione del mondo, secondo la visione di Bachtin, e ancora gli aforismi di Simone Weil, filosofa rimasta nascosta dietro le quinte dell’opera, fondamentale ad esempio per la costruzione del personaggio dello stàrec.

Sostituiscono le figure infantili del romanzo tre impressionanti pupazzi-bambini, riferimento a Kantor più che al teatro di figura, muti e inermi, a rappresentare quel dolore innocente che percorre il romanzo e che Brie ha scelto come dominante: l’infanzia, vista come casa del padre, come luogo dove si fondono le personalità, in cui Aleksej ha ancora una visione del fratello Ivan e lo Starets scova un fratello dall’animo mite morto di tubercolosi.

Spiega nelle note di regia, César Brie: «I fratelli Karamazov è un romanzo anche drammaticamente visionario e anticipa l’orrore dei gulag, dei campi di sterminio, dei genocidi e la sofferenza degli inermi ritenuta da tutti un danno collaterale. Anticipa il fallimento dei grandi miti della salvezza dell’uomo che non avessero alla base l’impegno diretto e l’esercizio della pietà e dell’amore (I fondamentalismi religiosi, le sette, il socialismo, l’assolutismo, il capitalismo). Abbiamo cercato leggerezza e ironia per rappresentare questa commedia umana, tragica, farsesca e ridicola. Svelare con risate amare la nostra cocciuta idiozia».

Visto al Teatro Elfo Puccini, Milano

Maddalena Peluso

Lotta di negro e cani secondo Renzo Martinelli: la notte oscura dell’umanità

Recensione a Lotta di negro e cani – regia di Renzo Martinelli

foto di Lorenza Daverio

Sospesi e precari su una struttura di tubi innocenti a sbirciare in basso, nell’indefinito ring in cui si svolge la scena, livida e feroce come le contraddizioni che lì si rappresentano.

Renzo Martinelli, regista e direttore artistico del Teatro i di Milano, concepisce una suggestiva e convincente messinscena per Lotta di negro e cani, uno dei testi più allarmanti del francese Bernard-Marie Koltès. Rappresentato per la prima volta nel 1983 da Patrice Chéreau, che rivelò il talentuoso drammaturgo al mondo, è stato affrontato in Italia tra gli altri da Giampiero Solari con la memorabile interpretazione di Remo Girone nel 2002 fino all’affascinante versione di Teatrino Giullare, proprio nella stagione del Teatro i, uno spazio che da anni ormai si distingue a Milano per un cartellone audace e proposte sempre nuove.

Non è da meno questa nuova produzione, realizzata in collaborazione con Face à Face – Parole di Francia per scene d’Italia e Institut français Milano, progetto che promuove la drammaturgia francese contemporanea nel nostro Paese.

Al centro di una narrazione decisamente scarna di eventi, come nello stile di Koltès, c’è la restituzione di un cadavere, tematica cara nella tragedia classica, in cui il diritto di seppellire i propri cari è un atto di legittimità divina riconosciuto anche nelle guerre più cruente. Ma in questa storia non c’è guerra. Siamo in un cantiere francese nell’Africa nera in cui muore un operaio indigeno: il fratello, un severo e inquietante Alfie Nze, portatore di valori ancestrali, ne richiede il corpo gettato nelle fogne dal nevrotico e disgustoso ingegnere Cal, (interpretato da Rosario Lisma) che ne ha causato la morte.
A mediare a modo suo è il direttore del cantiere, Horn, interpretato da Alberto Astorri, tronfio e tuttavia consapevole della propria grettezza, che partecipa suo malgrado a un conflitto insanabile tra un bene presunto e un male sconosciuto.
Ottima interpretazione per Valentina Picello, nei panni di una delicata e umanissima Lèone, sprovveduta ragazza venuta da Parigi che pagherà per i suoi buoni sentimenti.

Martinelli si concentra particolarmente sull’interpretazione degli attori e riesce a ricreare quel clima allarmante, violento, degradato in cui la narrazione si svolge con continui richiami visivi e sonori. Tolto qualsiasi riferimento esotico al continente nero, restano l’impalcatura di un ignoto cantiere e gli uomini che lo abitano, dispotici e arrabbiati, divenuti ormai bestie e pronti a scannarsi per la sopravvivenza.
La scena ricreata sotto i piedi degli spettatori fa sprofondare la storia in un oscuro ventre in cui, secondo le intenzioni registiche, «l’ Africa dovrebbe farsi orizzonte abbastanza ampio da comprendere tutta l’umanità». Infatti, scrive Koltès: «Lotta di negro e cani non ha affatto come argomento l’Africa e i negri; non racconta né il neocolonialismo né la questione razziale. Non ha certo alcun messaggio da trasmettere. Parla semplicemente di un luogo del mondo. A volte incontriamo dei luoghi che sono non dico delle riproduzioni del mondo intero, ma una sorta di metafora della vita, o di un aspetto della vita, o di qualcosa d’altro che ci sembra importante ed evidente».
Così nella lotta di uomini-bestie e negri definiti “bubù” (nelle passate versioni italiane erano “bongo”), arroganti e ritenuti capaci soltanto di sputare fino a inondare il mondo, sembrano annegare i valori umani.

E ancora ululati in lontananza, neon intermittenti, voci fuori scena (o comunque fuori dal campo visivo degli spettatori), suoni metallici ed esplosioni ben ricreano quell’atmosfera cianotica e inutilmente violenta che è alla base del testo, sicuramente un po’ datato ma che conserva ancora intatta tutta la sua forza drammaturgica.

Visto al Teatro i, Milano

Maddalena Peluso

Il bacio di M’Arte al Crt

foto di Francesco Francaviglia

Un simbolico ring di erba sintetica che sembra essere l’unica cosa vera, una relazione malata e non meglio precisata tra un lui, vestito invernale, e una lei estiva.
Differenze d’età, di intenzioni e di stile recitativo per un conflitto che non si risolverà perché «bisogna avere le spalle coperte, non importa da chi».

È stato presentato in prima nazionale al CRT Salone di Milano il nuovo lavoro della compagnia palermitana M’Arte, Ti mando un bacio nell’aria, intenso testo di Sabrina Petyx diretto con intelligenza da Giuseppe Cutino.
In scena, lui, Massimo Verdastro, abilissimo nel creare l’atmosfera claustrofobica e irritante in cui si svolge la pièce; e lei, Sabrina Petyx, dolente, a tratti battagliera ma mai con convinzione. Non è importante capire quale sia la relazione tra i due: amanti, padre e figlia, colleghi di lavoro, regista e attrice: l’una vuole andarsene da quell’eden fittizio e l’altro non la trattiene.
Eppure non accadde nulla. L’incessante dibattersi dei due, dentro e fuori il quadrato, è sempre diverso e sempre uguale: le affascinanti coreografie di Alessandra Fazzino – già coreografa in Come campi da arare, lavoro che valse alla compagnia il Premio Scenario 2003 – ricordano a tratti una danza, poi una corrida, l’atto sessuale, un campo da gioco.

La posta è la libertà: mettersi un cappotto e cominciare. Ma si sa, come dice Agota Kristof nella Trilogia della città di K, il difficile è proprio quello.

«Anche io – spiega Giuseppe Cutino, incontrato dopo lo spettacolo – mi ritengo uno che si lamenta, ma non mette in pratica i propri desideri: condivido parte di quello che lui dice. Ci vuole coraggio per riconoscere i propri fallimenti».
Cutino lavora sul testo di un’autrice con cui convive teatralmente da 25 anni: «Non è un lavoro sulla coppia – continua – ma su degli ideali, con un forte valore politico e sociale. Il finale ricorda un po’ la situazione in Egitto: dopo la cacciata di Mubarak, l’esercito ha ripreso il potere e ora tutto potrebbe tornare come prima».

Gli attori coinvolgono emotivamente gli spettatori e li fanno partecipi di quello che accade nella scena, che sembra davvero evocare un quadro di Hopper in cui il movimento dei corpi appare sempre in primo piano.
L’interesse registico è posto soprattutto sulla luce: lo spettacolo si apre con un color ambra che poi diventa verde. Il pubblico è illuminato e gli attori si rivolgono alla platea.
Giochi di ombre creano inquietudine nello spettatore che tenta sconsolatamente di comprendere le ragioni di quelle contraddizioni, di quel dimenarsi spirituale e carnale, puntuale e perfetto sulla scena.
Un teatro che assolutamente non vuole rassicurare. Ma che riesce a far riflettere con eleganza, svelando quel gelo sotto la luce del sole.

Visto al CRT Salone, Milano

Maddalena Peluso

Il doppio volto della Democrazia in un tecno-dialogo per voce sola

Recensione a Democrazia – di Andrea Balzola, regia di Maria Arena

foto di Alexandra Pirajno

Un cappotto beige e un tubino nero. Due sorelle e due volti, antitetici ma inestricabilmente legati, sono al centro di Democrazia, in scena al Teatro Officina di Milano, dal testo omonimo di Andrea Balzola, pioniere in Italia di allestimenti multimediali, autore eclettico, docente di Drammaturgia multimediale e Culture digitali all’Accademia di Belle Arti di Brera. A dare voce e corpo alle sorelle Lia e Rachele, personaggi biblici e danteschi, è un’attrice di rara sensibilità e talento, Emanuela Villagrossi. Con lei sul palco nessun oggetto scenico: solo proiettori, microfoni, luci e tracce audio, video a circuito chiuso atti ad amplificare e sviluppare la dualità che è alla base della messa in scena, ben curata da Maria Arena, autrice anche dei video.

Il testo – dedicato a Marisa Fabbri che lo portò in scena per la prima volta nel 1999 per il Teatro di Roma con la regia di Claudio Longhi e la supervisione di Luca Ronconi – è concepito come un “tecno-dialogo” tra personaggio reale e virtuale, tra loro interscambiabili; una scelta che funziona sia come artificio necessario a una rappresentazione dialogica, sia come metafora della comunicazione contemporanea, sempre più potente e onnipresente ma anche astratta e mediata dal filtro tecnologico.

foto di Alexandra Pirajno

In scena, nell’intensa interpretazione di Emanuela Villagrossi, una rigida e tagliente Lia, tesa verso il futuro, lo sviluppo tecnologico e materiale, decisa a negare le proprie radici e tradizioni; e una contemplativa e malinconica Rachele, ripiegata sul proprio passato, attaccata a valori antichi, teme e rifugge il cambiamento. Due sorelle che hanno vissuto quella “trasformazione antropologica” descritta da Pasolini, nel passaggio da una società agricola, autarchica e patriarcale a una società industriale e poi post-industriale. Due sorelle che hanno vissuto una dittatura, una guerra fratricida e la travagliata nascita di una democrazia. L’azione si svolge in una città del nord Italia, tra il rombo della metropoli, immersa nel continuo via vai, in cui il «lavoro si  crea e si distrugge dal nulla». Il passato però è la campagna, le feste, i nonni, la nebbia, l’immensa pianura coltivata e “senza un centro”. È proprio la campagna, nei suoi colori “acidi” ad essere centrale nello spettacolo, attraverso i dialoghi, i video, le suggestioni. Sarà in una videochiamata, proiettata su pannello bianco, che dopo anni di incomunicabilità e silenzio, le due sorelle si rincontreranno. Certamente un incontro effimero che si rivela inadeguato a risanare i loro conflitti.

Intenzione registica, come anche da indicazioni del testo, è di “problematizzare” il rapporto con la tecnologia con cui l’attrice “dialoga” sia rivelandone un po’ brechtianamente l’utilizzo in scena, sia con una scelta coraggiosa quale l’uso della “voce microfonata” alla quale davvero non siamo più abituati.

Visto al Teatro Officina, Milano

Maddalena Peluso

Debutto a Milano per Generazione Scenario 2011

Eccola la Generazione Scenario 2011 in forma compiuta: apparentemente sfavillante, dichiaratamente pop, irreversibilmente precaria, anche dal punto di vista esistenziale, insicura, spaventata, forse non abbastanza arrabbiata, rinchiusa in piccoli spazi, claustrofobici, asfissianti, alienanti.
Al Franco Parenti di Milano, il 7 e l’8 dicembre, sono stati presentati in prima nazionale e in forma finita, i quattro lavori premiati al Premio Scenario 2011 pronti a girare l’Italia con il marchio “Generazione Scenario”.

In una lunga e piacevole serata, dall’atmosfera vagamente di festival, con un pubblico sempre più numeroso e partecipe, formato in gran parte da operatori, sono state presentate le creazioni delle quattro giovani compagnie, premiate nel luglio scorso dalla giuria presieduta da Isabella Ragonese e composta da Silvia Bottiroli, Claudia Cannella, Stefano Cipiciani e Cristina Valenti.

Spic & Span foto di Adriano Boscato

La rassegna si apre con Spic & Span di foscarini:nardin:dagostin (Bassano del Grappa), segnalazione speciale Premio Scenario 2011. In scena su uno sfondo bianco, come in un fumetto pop, i tre danzatori, coloratissimi, belli, imperturbabili, si muovono con ritmo e precisione su canzonette Anni ’30, ritmi tribali ed elettronici. Sono falsi e futili, sanno di esserlo ed è proprio questa la loro forza. Figure sincroniche di grande forza evocativa, fredde e implacabili come la società che le alimenta. Un lavoro nato dal workshop Accademia Mobile di Emio Greco in cui Francesca Foscarini, Giorgia Nardin e Marco D’Agostin si sono incontrati e riuniti.

Linguaggio sincopato e l’illusione di essere cittadini in un mondo migliore sono al centro de L’Italia è il paese che amo di ReSpirale Teatro (Bologna), segnalazione speciale Premio Scenario 2011, riflessione sulla contemporaneità, dalla caduta del muro di Berlino al crollo delle torri gemelle. Tangentopoli e le soap opera, Ok il prezzo è giusto e il miracolo italiano, Notti magiche e la guerra in Libano in un lavoro che non manca di suggestioni e belle trovate, come la scena iniziale con il muro/trincea fatto di cuscini, ma ribadisce la difficoltà delle nuove generazioni di parlare di politica senza cadere nei luoghi comuni e nel “già visto”.

Proprio sui luoghi comuni, ma con dichiarato intento comico, si fonde lo spettacolo Due passi sono di Carullo-Minasi (Messina), vincitore Premio Scenario per Ustica 2011. Unico lavoro in cui a dominare è il dialogo e una forte teatralità essenziale e poetica, fatta di ripetizioni e semplici trovate sceniche, tra piccole manie e grandi insicurezze di una coppia “piccina”, lieve e delicata, specchio di una generazione rassegnata; fino al finale “happy end”, anche questo unico della Generazione Scenario 2011, forse un po’ ingenuo ma sicuramente sentito e per questa ragione assolutamente necessario.

Nessun finale consolatorio, ma un soffocante odore di vernice spray chiude invece la rassegna al Franco Parenti e lo spettacolo InFactory di Matteo Latino (Mattinata, FG), vincitore Premio Scenario 2011.

InFactory

Luci neon spersonalizzanti, cellophane e pellicola imballante, musica tecno e contenitori ermetici per esplorare e svelare, con spietatezza e lirismo, la generazione dei trentenni attraverso la metafora di due vitelli a “stabulazione fissa” prossimi al macello. Un lavoro in versi che comincia all’interno delle stalle dell’Agriturismo MonteSacro nel Gargano, una “in-stallazione” che si fonda su una narrazione a tratti, appartenente slegata, frontale e asciutta, come un flusso di coscienza. Il pubblico si appassiona, qualcuno, anche tra i più giovani, si infastidisce e li accusa di far retorica. La musica altissima e il forte impatto scenico diffondono nell’aria un’atmosfera di disfacimento. Fuori discussione che il lavoro di Matteo Latino, come quello dei precedenti vincitori del Premio Scenario, dai Babilonia Teatri a Teatro Sotterraneo, parli del presente, utilizzando una poetica e uno stile generazionale. Toccherà al pubblico decretarne il successo.

Visto al Teatro Franco Parenti, Milano

Maddalena Peluso

L’Educazione Fisica e l’asservimento delle menti

Recensione a Educazione Fisica – di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco

Solo in scena su due lunghe panche di legno. Camicia bianca e pantalone nero, prosciugato e indurito dalla vita, baffoni e stress tipico dell’allenatore insoddisfatto. Stringe tra le mani una pianta quasi fosse la sua unica ragione di esistenza. E all’entrata in scena dei suoi 13 allievi, incontenibili, chiassosi, incivili si capisce perché.

È stato presentato in prima nazionale al CRT Salone di Milano Educazione fisica, il primo lavoro di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco (tra i fondatori della Compagnia Sud Costa Occidentale diretta da Emma Dante), frutto di un progetto di formazione dedicato all’autorialità dell’attore. La messa in scena intende analizzare il rapporto con l’autorità e le dinamiche che formano i giovani, focalizzandosi proprio su una delle materie che più alimenta il conflitto potere/sottomissione: l’educazione fisica, introdotta nelle scuole italiane nel 1910 e non a caso sostenuta fortissimamente dal regime fascista. In scena uno per volta in una sarabanda di colori, con un’estrema cura per il dettaglio e immediati effetti comici, i performer – selezionati durante i laboratori tenuti da Civilleri-Lo Sicco – esprimono a pieno la loro individualità adolescenziale in ogni sua espressione, dal modo di vestire assolutamente personale agli atteggiamenti casinisti e irrazionali, fino al rapporto goliardico tra compagni e irriverente nei confronti dell’autorità, l’insegnante.
In sala tra il pubblico molti giovani studenti sogghignano, si riconoscono probabilmente negli attori e un po’ imbarazzati ne ridono.

«Voi chi siete? – tuona l’allenatore – me lo chiedo ogni volta che vi guardo. Tu, per esempio, chi sei? No, non importa. Tanto non lo sai. Non sapete niente. Il vostro problema è che non sapete niente». Questo vivere in maniera totalmente casuale, tipica degli adolescenti – e a volte anche di qualche adulto – è la dannazione dell’allenatore.
Ma sa bene come forgiare i loro corpi e orientare le loro menti: sacrificio, umiliazioni, aggressività ed estremo antagonismo saranno gli strumenti che sfrutterà per trasformarli nella squadra perfetta. Utilizzando i tempi del basket per il possesso della palla, gli attori occupano lo spazio con precisione e dinamicità. Le micro-azioni dei singoli sono velocissime ed esilaranti, tanto che ci si rammarica che l’occhio non riesca a seguirle tutte con l’attenzione che meriterebbero.
La tensione sale mano a mano che la squadra si compatta e si divide in due parti: i forti e le schiappe. Ormai non esiste più l’individuo: il gruppo reagisce ma non elabora, l’allenatore è il sovrano; niente più modestia, benevolenza e moderazione.

Con un testo asciutto e decisamente efficace firmato da Elena Stancanelli e un lavoro corporeo potente e preciso, lo spettacolo raggiunge il culmine quando la squadra si trasforma in squadrone: completamente asserviti al potere, i giovani palleggiano al ritmo di Rabbia e Tarantella di Ennio Morricone, già colonna sonora di Bastardi senza Gloria di Tarantino, in una prepotente marcia di cieca brutalità e forte impatto visivo. Al termine dello spettacolo due sedicenni in prima fila si guardano: «Un po’ lungo» fa per smorzare uno dei due. È turbato. Ma non sa perché.

Visto a CRT Centro di Ricerca per il Teatro, Milano

Maddalena Peluso