Nicoletta Lupia

Da Borgo Pace al mondo: Salvatore Tamacere e Franco Ungaro sul Teatro dei Luoghi Fest 2014

Dal 20 all 24 luglio, il Teatro dei Luoghi Fest 2014 dei Cantieri Teatrali Koreja ha offerto al pubblico leccese, e non solo, un ventaglio di iniziative di grande interesse: spettacoli, vecchi e nuovi, della compagnia – La parola padre, Il pasto della Tarantola, Gardini di plastica, Il Matrimonio, Paladini di Francia, Sogni in scatola; performance e spettacoli di artisti italiani ed internazionali – All dressed up with nowhere to goVan, DemoniAlessandra Crocco e Alessandro Miele, Passo a Sud-Tarantarte-Nuova Danza Popolare, Il giudizio delle ladreLuigi Presicce, Loss LayersFabrice Planquette, Attenzione alle vecchie signore corrose dalla solitudineACTI Teatri Indipendenti; convegni che hanno ospitato interventi di operatori provenineti da tutto il mondo: La città e i teatri, condotto da Andrea Porcheddu, e La Convenzione di Faro.

Franco Ungaro e Salvatore Tamacere, dagli uffici del loro teatro (un ex-mattonificio ristrutturato dagli stessi Direttori), nel quartiere di Lecce Borgo Pace, ci regalano una preziosa testimonianza del loro lavoro, dell’evoluzione della progettualità del Festival, dello sguardo estetico e operativo che da sempre li contraddistigue e che continua a evolversi in relazione agli incontri con persone e culture di tutto il mondo.

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Potremmo partire parlando dei luoghi che danno il titolo al Festival. Cosa intendete voi quando parlare di luogo, di territorio? Come vi rapportate con esso e con la sua comunità?

Franco Ungaro: Questo è un progetto partito agli inizi degli anni Duemila. La prima edizione del TDL è del 2002 e, alle origini, era un progetto finanziato dall’Unione Europea con il Programma Cultura 2000 e mirava a valorizzare i beni culturali del Salento attraverso attività di spettacolo. Se vogliamo, era un’operazione abbastanza banale o, quantomeno, già sperimentata quella di fare spettacoli in contesti di particolare pregio storico-architettonico. Con la prima edizione del 2002 abbiamo portato spettacoli all’interno delle ville storiche di campagna; erano i luoghi dove la gente si recava dopo le vacanze al mare, soprattutto la gente benestante, perché cominciavano i preparativi per la vendemmia, quindi risiedevano lì insieme ai contadini, ai fattori. Erano i cosiddetti “casini”, delle case molto belle, molto curate. Abbiamo portato spettacoli all’interno di queste ville del Nord del Salento. Attraverso le successive edizioni abbiamo iniziato a lavorare perché i luoghi diventassero anche delle comunità di creazione.
L’anno scorso abbiamo fatto una bellissima esperienza di lavoro qui nel quartiere Borgo Pace di Lecce, dove operiamo stabilmente. I luoghi, l’anno scorso, erano il teatro, la masseria Sant’Angelo, la parrocchia, le case private degli abitanti del quartiere, la salumeria, le strade. Tutti sono diventati luoghi di creazione artistica. Abbiamo coinvolto tantissime associazioni presenti nel quartiere  e tantissimi cittadini e con loro abbiamo provato a ricostruire la memoria di Borgo Pace – cos’era la fabbrica dove ora c’è il teatro…

Salvatore Tamacere: Qui era tutta campagna, c’erano i cavalli, c’era la memoria dell’aratro, la memoria delle pecore, c’era tutta un’atmosfera che non c’è più perché il quartiere ora è diventato una periferia. C’è stata una sorta di ricostruzione della memoria di questo luogo dove è molto forte e presente il ricordo della fabbrica o della manifattura tabacchi a cento metri dal teatro.

FU: Sulle pareti della manifattura abbiamo allestito una mostra fotografica con i volti degli operai che lavoravano nella fabbrica in un momento di riconoscimento identitario del quartiere.

ST: L’artista Francesca Speranza ha fatto i ritratti degli operai che ancora vivono e presiedono la fabbrica abbandonata dai proprietari

FU: È stato un bel lavoro perché prima di arrivare alla foto lei ha incontrato e conosciuto le persone, si è fatta raccontare le storie. Con gli abitanti del quartiere abbiamo riflettuto anche su cosa abbia significato per il quartiere la nascita di un teatro e dei Cantieri Koreja a Borgo Pace.

ST: Quando siamo arrivati, la gente ci ha visto come un corpo estraneo e per molti anni nessuno di loro è mai entrato in questo posto. La sorpresa è stata quando li abbiamo fatti entrare e hanno rivisto questo luogo in un altro modo, perché molti di loro lo conoscevano come fabbrica, come mattonificio, con le macchine, eccetera. È stato bello ed è scattata lì la scintilla della partecipazione che ci stiamo portando da tre anni. Che stasera ci sia il coro della chiesa nello spettacolo finale del festival (Canto d’anime, ndr) è un segno forte.

Perché si crea davvero una comunità.

ST: Esattamente. Ieri sera erano già pronti a darci il teatro della chiesa in caso di pioggia. Il rapporto con il quartiere è cambiato molto in questi due tre anni. I nostri attori lavorano durante l’anno con i bambini del posto. Insomma, sta succedendo qualcosa.

FU: Quest’anno abbiamo proposto un tema importante che è quello della presenza degli immigrati nella città perché anche nel quartiere ce ne sono tanti. Cerchiamo di riunire l’esperienza fatta l’anno scorso con una nuova esperienza.

ST: Abbiamo dedicato il festival a due barboni, Veronica e Dino, che sono morti a duecento metri da qui, in una catapecchia dove è crollato il tetto.

FU: C’era una cisterna e sono sprofondati.

ST: Un fatto che ci ha portato a chiederci dove fossimo noi, mentre succedeva questa cosa. Il prete della chiesa ha usato toni molto forti contro l’incuria e la disattenzione dell’amministrazione. Essere presenti ed essere vicini per noi è diventata una delle cose che ci hanno segnato e ci segnano. Ovviamente, cercando di sviluppare il rapporto con il linguaggio.

Quindi, il rapporto con il quartiere è diretto, inclusivo, formativo. Per loro e per voi, immagino. Invece, la città vi segue, vi sentite radicati?

FU: Non abbiamo problemi di pubblico. Ci sarebbe bisogno di fare più repliche, ma avremmo bisogno di più risorse per poterci permettere di pagare le compagnie affinché stiano qui più giorni. Noi abbiamo più di quindicimila spettatori all’anno, che sono tanti per una città di meno di centomila abitanti. Il bello è anche che il pubblico cambia. Vediamo continuamente persone nuove.

ST: Cambia continuamente e questa è una grande cosa.

FU: Da noi l’abbonamento non funziona come sistema. Noi manteniamo il teatro con i biglietti che si fanno la sera, anche perché gran parte del pubblico è giovane e non è abituato a fare l’abbonamento, decide volta per volta.

ST: Il rapporto con i giovani è interessante perché da dieci, dodici anni curiamo laboratori con dei ragazzi – Pratica in cerca di teoria – e questo crea anche una sorta di contagio con i giovani che prima vengono a vedere i saggi finali e poi vengono a vedere gli spettacoli e magari chiedono di fare i volontari durate il festival. E tutto questo si evolve se c’è una cura del rapporto. Quest’anno è la prima volta che abbiamo i volontari: abbiamo scritto un avviso su Facebook e si sono presentati in tanti. È bello perché sono veri, non sono fantasmi, si danno da fare, si impegnano, capiscono che anche per loro è un’esperienza importante.
Il rapporto con la città va sempre alimentato. È cresciuto tanto il teatro a Lecce, sono nate tante compagnie giovani, quindi, c’è un movimento di teatro, la situazione non è quella che avevamo noi quindici anni fa, un deserto totale. La nostra presenza credo sia servita un po’ a tutti.

FU: Persone che hanno lavorato con Koreja e che sono andate via hanno messo in piedi altre strutture, altre compagnie.
C’è anche tanta gente che ancora non sa di Koreja.

ST: Non bisogna parlare solo di Lecce. Del pubblico che c’è in questi giorni, un 40% è costituito da persone che vengono dal Salento e non dalla città. Lecce è una città all’interno di un territorio, ma è il territorio che è interessante ed è interessato a essere protagonista, questa è la grande molla, secondo me, del Salento. Si vede, si sente nell’aria che c’è un protagonismo che non è solo della città ma di tutto il Salento. Credo che un 30-40% ancora non conosca Koreja. Arrivano persone che si chiedono come sia possibile che esista una struttura come la nostra. È una città abbastanza articolata, questa: c’è ancora una nobiltà, una borghesia. Esistono ancora, anche se in maniera differente dal passato, delle classi abbastanza definite.

Vi sentite lontani dal centro dell’Italia, del sistema dello spettacolo?

FU: Abbastanza.

ST: Io mi sento molto lontano, molto distaccato. Ogni tanto avrei voglia di avvicinarmi, ma poi avverto che non mi manca. Riusciamo ad auto-alimentarci. Penso che abbiamo tanti di quegli stimoli che non mi mancano quelli che vengono dal centro. Viviamo la periferia, in periferia.

FU: Quando hai più ascolto anche da parte di persone lontane, che vivono in altri Paesi, con cui dialoghi di più e meglio, anche la relazione con il centro o con il Nord passa in secondo piano.

ST: Forse per difesa ci siamo creati tutto un altro mondo. Ma la cura, l’attenzione sono parole chiave che ci contraddistinguono, quando le avremo perse sarà tutto finito.

Come avete pensato di articolare il festival di quest’anno? Si respira un’aria di internazionalità, attraverso i convegni, le relazioni di cui favorite la nascita. Quindi, non solo il quartiere, non solo la città, non solo il Salento, non solo l’Italia, ma anche l’Europa e il mondo?

ST: Da sempre noi cerchiamo di guardare fuori, di non guardarci solo l’ombelico. Vivendo in Salento, per la nostra collocazione geografica, è ovvio che è più semplice guardare al di là del mare che al Nord dell’Italia. È una cosa che ci ha caratterizzato da sempre. Veniamo da un piccolo paese, Aradeo, e fin dall’inizio, con il primo festival nell’84-85, su sei spettacoli quattro venivano dall’estero. Guardare fuori è stato sempre un nostro desiderio, conscio, inconscio, e, nel tempo, abbiamo strutturato questa idea, perché insieme al desiderio sono cresciute le opportunità del mercato; abbiamo lavorato strategicamente per fare i nostri spettacoli all’estero, per andare fuori. C’è il grande lavoro che fa Franco di relazioni, di conoscenze, sia europee che in tutta l’area Est, Ovest, ma non è più neanche solo quello. Storicamente è una cosa che ci portiamo dietro ma nell’edizione di quest’anno è un aspetto particolarmente importante.

FU: Se guardi in faccia la storia, il Salento è sempre stato terra di approdi. È una cultura che è sempre stata contaminata da altre culture. Forse l’origine, le radici sono lì. Poi c’è stata la caduta del muro di Berlino che ha aperto orizzonti nuovi che prima non ci azzardavamo a superare. Abbiamo fatto progetti importanti sui Balcani: anche lì Salvatore è andato a lavorare con una comunità rom della Serbia dove abbiamo creato lo spettacolo,  Opera Rom, mettendo insieme giovani serbi con giovani rom. Abbiamo portato questo spettacolo anche al Napoli Teatro Festival e in altri festival importanti e abbiamo vinto il Premio Teresa Pomodoro. Da quel momento, si sono aperte delle possibilità di dialogo e di lavoro nel Sud-Est dell’Europa.
L’indirizzo di quest’anno mostra anche il desiderio di entrare in relazione con le persone che sono scappate da altri paesi, in fuga dalla guerra o per necessità, di un lavoro, di una condizione di vita migliore rispetto a quella che trovavano nei loro paesi.
In questa edizione abbiamo lavorato con la Caritas di Lecce che ha aperto la casa dove accolgono i rifugiati e ci ha chiesto di tenere un laboratorio che mettesse insieme i volontari che lavorano lì con gli ospiti della struttura. Abbiamo anche lanciato un concorso che si chiama Extra e abbiamo raccolto testi e video di migranti che vivono a Lecce per farci raccontare da loro qual è la loro idea della città. Stasera, durante lo spettacolo finale, premieremo anche i primi tre. Stranamente, ancor prima che scoppiasse di nuovo il conflitto in Palestina, abbiamo premiato un ragazzo palestinese, un tunisino e uno del Burkina Faso.

ST: Un’altra cosa interessante è che gli ospiti del festival arrivano da Buenos Aires, da Montreal, dall’Australia, da Parigi e io non so se sarebbero venuti se questo incontro l’avesse organizzato il Piccolo di Milano. Parlando con loro ho avuto la sensazione e la conferma, un po’ a intuito, un po’ per caso, di una nostra caratteristica: rischiare, investire, vedere cosa nasce dalle situazioni.

FU: Penso che sia anche voglia di sperimentare qualcosa di diverso. Io trovo difficoltà a dire che il nostro è un festival. Non abbiamo le risorse per poter mettere in piedi un vero festival. C’è, però, forte in giro per il mondo il desiderio di andare a vedere qualcosa di diverso da quello che si può vedere a Santarcangelo, Avignone, Edimburgo.

Forse anche questa atmosfera informale vi giova. Io credo che ci sia tanto desiderio nel teatro di parlare, di mettersi in relazione.

FU: C’è il desiderio di potersi parlare fuori dai rituali e dai narcisismi del teatro, cè il bisogno non solo di andare a vedere spettacoli belli, ma anche di fare esperienze di relazione. Questa cosa è stata possibile perché abbiamo girato già in 39 Pesi del mondo con i nostri spettacoli. Vuol dire che abbiamo creato anche delle relazioni importanti con tanti Paesi del Sud America, dei Balcani, del Nord Europa.

ST: Siamo stati sei volte in Iran.

FU: Quelli dell’Iran ci hanno pregati perché volevano venire a Lecce.

ST: Siamo stati attenti a non cerare difficoltà diplomatiche. Bisogna stare attenti a queste cose, e forse il teatro è l’unica vera bandiera.

È chiaro che tutto questo ha delle ricadute anche estetiche e linguistiche, sugli spettacoli, sul vostro modo di produrre e lavorare. Ma, quali sono i vostri modelli teatrali di partenza, come vi siete formati e come il vostro discorso artistico si è modificato nel tempo anche grazie all’incontro con i luoghi e le culture?

ST: Io sono un autodidatta, nel senso che il teatro non era proprio nella mia idea di vita, ma c’è stata una serie di incontri casuali. Ho incontrato César Brie trent’anni fa, praticamente. Poi ho sposato Silvia Ricciardelli, un’attrice che è stata dieci anni all’Odin. Automaticamente, si creano strade che, nel privato, segnano molto le cose che succedono. L’estetica è qualcosa che si costruisce nel tempo, perché anche il tuo gusto, la tua cultura, l’incontro che fai, il pensiero al quale temporaneamente reagisci, diventano estetica. Penso che poi tutto dipenda dal progetto che si mette in piedi, da ciò su cui lavori. Ognuno fa quello che può, quello che sa che è in grado di fare. Chi pensava che avremmo comprato una fabbrica e l’avremmo trasformata in un teatro?! Questa nostra strada è anche molto particolare. Oggi poi gli incontri, nel mondo, ti segnano, ti danno sicuramente moltissimo.

FU: Questi due spettacoli – sia Il Matrimonio che La parola padre – arrivano dopo questo viaggio in giro per il mondo, vengono dall’incontro con altre culture, le culture dell’altra parte dell’Adriatico. Sono stati incontri importanti per noi. Aver chiamato tre attrici dall’Est e averle fatte venire a lavorare con le nostre attrici è il segno di questa scelta artistica. E così la scelta del testo di Gogol.

Quali sono i vostri mostri sacri? Drammaturghi, maestri del teatro, pedagoghi?

ST: A me interessa molto, paradossalmente, una cosa che non c’entra niente. Un testo di un sociologo americano Harry Braverman mi ha contagiato, influenzato e guidato in un’idea di lavoro più di tanti altri. Non c’entra molto con l’estetica, c’entra con un’idea di lavoro, di mondo, di come si possa intervenire sulla società. Poi, l’estetica, veramente, per me, è qualcosa che ha a che fare con il lavoro quotidiano. In questo momento, per esempio, mi interessa molto l’idea di riconoscere un mondo e capire l’estetica di quel mondo: Gogol non è solo un drammaturgo, ma ha tutto un modo di criticare la società.

FU: Io non faccio regia, ma i nostri riferimenti più importanti li abbiamo qui, nel Salento: Eugenio Barba e Carmelo Bene. Ma sono riferimenti personali, sono riferimenti di gusto.

ST: Assolutamente. Non a caso, a settembre, l’Odin Teatret viene nel nostro teatro e in Salento a festeggiare i cinquant’anni del loro lavoro (I Mari della vita – I 50 anni dell’Odin teatret, ndr). Una settimana quì e una settimana a Gallipoli.

FU: Spettacoli, workshop e poi una Masterclass internazionale a Gallipoli.

ST: Le prime due settimane di settembre avremo in teatro Susanne Linke e i danzatori di Pina Baush che faranno un lungo seminario (Uni-Tanz Lecce 2014, ndr). E anche questo fa parte della nostra estetica. Queste cose ci hanno appartenuto nel passato e credo, spero che continueranno ad appartenerci nel futuro. Ma vivendole in questo modo, non programmaticamente, né come una forma di fede.

FU: Anche con un certo disincanto nei confronti dei mostri sacri.

Intervista a cura di Nicoletta Lupia

Martin Schick & Damir Todorovic “Holiday on stage”

Esplorando B.Motion Teatro > Martin Schick & Damir Todorovic “Holiday on stage”

Un tentativo di attraversare gli spettacoli di B.Motion Teatro 2014: una rete di questioni, temi, rimandi e pensieri intorno ai lavori in programma al festival. Con la collaborazione di artisti, ospiti, operatori e spettatori.

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temi
[alla ricerca dei temi dello spettacolo]

realtà/finzione; metateatro; frammentarietà; notorietà; sovrastrutture; competitività; eccesso.

citazione
[una frase tratta dallo spettacolo]
«As a method, realism is a complete failure»

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[una canzone dallo spettacolo]

[youtube]http://youtu.be/TJ6Mzvh3XCc[/youtube]

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[youtube]http://youtu.be/QzPKZ2cmJpY[/youtube]

Visita il sito di Damir Todorovic

Il Matrimonio: dell’inconsapevole colpevolezza

Il senso nobile del pop.
I Cantieri Teatrali Koreja hanno debuttato, durante l’edizione 2014 del Teatro dei Luoghi Fest, con  Il Matrimonio, spettacolo tratto dall’omonimo testo di Gogol del 1842 che, nel 1868, venne trasposto in versione operistica da Musorgskij.
Salvatore Tamacere e i suoi attori riprendono tanto il tono grottesco e nero del miglior Gogol – i cui testi, muovendo dalla commedia, rovinano nella più cupa tragedia, mostrando i limiti di un’umanità spezzata tra il vecchio e il nuovo della metà dell’Ottocento -, quanto la musicalità dell’opera incompiuta, e, in questo andirivieni inseriscono un altro elemento che rimane costante durante tutta la rappresentazione: un metateatro esasperto con il fine di produrre un effetto comico, nella maggior parte dei casi, e di caos volutamente soffocante in altri momenti chiave dello spettacolo.


Gli attori sono già nell’area di gioco quando entra il pubblico – e ci resteranno, senza mai uscire di scena -, un pianoforte sulla sinistra, un divano bianco al centro, un praticabile a scale sullo sfondo, una toletta da attrice sulla destra e, a seguire, l’elemento che, fin da subito, attira l’attenzione dello spettatore e lo guida nella sua lettura interpretativa: un confessionale, nell’accezione televisiva del termine e della cosa. Due pareti rivestite di gommapiuma isolante, una telecamera su un treppiedi a terra: è l’angolo del contatto diretto con un pubblico sordo, l’antro dell’introspezione egocentrica, il luogo della solitudine e dell’auto-presentazione, lo spazio della sintesi voyeristica. Nel confessionale, gli attori rendono manifesta la loro critica ai luoghi dello sguardo televisivo, corrotto, banale, omologante.

Il soggetto è quello tipico di un certo teatro borghese ottocentesco: gli intrecci amorosi orchestrati da Madama Fëkla (Erika Grillo) per far sposare il giovane scapolo Podkolësin (Carlo Durante) con la bella e svampita Agaf’ja (Emanuela Pisicchio). Il regista risolve la trama calandola in un altrettanto noto contenitore, un format televisivo ibrido al confine tra Il gioco delle coppie e Uomini e Donne: quattro pretendenti (interpretati da Francesco Cortese, Giovanni De Monte, Fabio Zullino e lo stesso Durante) per una giovane da maritare. Ed è un tourbillon di canzoni (il piano è magistralmente suonato in scena da Ivan Banderblog), colori, luci, coreografie, movimenti rapidi, monologhi di candidatura, litigi grottechi e, ancora, uscite ed entrate continue dalla scena alla sala, dal testo alla tv contemporanea. Non stiamo solo assistendo alla messa in scena dell’opera di Gogol, non siamo solo gli spettatori indiscreti del programma della De Filippi o chi per lei, ma siamo i complici responsabili della legittimazione di un sistema, ci dilettiamo della disperazione altrui e, inconsapevolmente, ne facciamo un brand. Non poteva mancare, in conclusione, il parere del pubblico stesso, direttamente convocato alla votazione finale, in un sistema di specchi e rimandi continui che triangola tra sala, scena, ripresa audiovisiva, allusioni al contesto dell’opera ottocentesca e alla nostra cultura populista occidentale, europea, italiana.  DSC_0354

In questa attualizzazione non accondiscendente, ma divertente, consapevole e intelligente del testo di Gogol tutto trova uno spazio di sovrapposizione: la performance degli attori si innesta su un sistema scenico congegnato per mettere in ridicolo la pericolosità del mass media servendosi dei suoi stessi linguaggi. Lo spettatore coinvolto è parte del sistema multilivellare, lo riconosce, vi si identifica, e, infine, lo rifiuta nell’amarezza.

E l’amore? Il matrimonio? La salvezza? Forse non sono più accessibili perché i sistemi di simulazione sono diventati talmente tanto complessi da impedire l’immersione, l’approfondimento, la sostanza. “Come disse Liala, ti amo disperatamente”, diceva Umberto Eco nella sua prefazione a Il nome della rosa, sottolineando come, nelle logiche postmoderne, un amore puro sia diventato impossibile e possa venire facilmente tacciato di ingenuità. I Cantieri Teatrali Koreja creano un ordito fine mostrando l’intreccio tra inettitudini ed evidenziando quanto le gabbie culturali e sociali trovino, a seconda dei tempi, diverse e mostruose declinazioni e come spesso l’inconsapevolezza muti poco di segno diventando colpevolezza.

Visto al Teatro dei Luoghi Fest, Lecce

Nicoletta Lupia

DEMONI_tre brevi addii

“I personaggi di Dostoevskij, sappiamo bene, non sono né strani né assurdi. Ci assomigliano, hanno i nostri stessi sentimenti. I demoni è un romanzo profetico non solo perché annuncia il nostro nichilismo, ma anche perché mette in scena anime dilaniate o morenti, incapaci d’amare e sofferenti di non poterlo fare, che vogliono e non possono credere, che sono le stesse che popolano oggi la nostra società e il nostro universo spirituale”.

Palazzo Tamborino Cezzi, Lecce

Palazzo Tamborino Cezzi, Lecce

Così, Albert Camus si pronuncia nel 1959 adattando la grande opera dostoevskiana.
Durante il Teatro dei Luoghi Fest organizzato da Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, Alessandro Miele e Alessandra Crocco hanno presentato la prima tappa di uno studio sul romanzo ottocentesco, suddividendola in tre episodi, rispettivamente, per uno spettatore, i primi due, e per dieci, l’ultimo.
Quanto segue è un attraversamento dei corridoi, dalla bellezza straordinariamente decadente, del Palazzo Tamborino Cezzi dove gli attori hanno ambientato le azioni e le vite dei protagonisti del movimento tripartito.

#Frammento 1 / (lo sguardo di) Marija

Una tensione palpabile tra lo spettatore e la sua guida. Uno sguardo furtivo al giardino interno. Qualche certezza e alcune intuizioni. Si sa che lo spettacolo sarà strutturato in un rapporto di uno-a-uno – “Non dovrai fare niente, solo sederti e ascoltare”, spiega Alessandro Miele all’ingresso. Si sa che non durerà più di dieci minuti e che è parte di uno studio che proseguirà nei due giorni seguenti. Si intuisce, invece, una frontalità ravvicinata tra attore e spettatore, forse invasiva.
“Prego”, l’attore invita lo spettatore a entrare in una stanza, sedersi su un pouf e conoscere Marija. Per quanto si possa amare Dostoevskij e si possa aver ipotizzato quanto sta per accadere, il senso di estraneità è forte e confermato da un buio disorientante. La guida scompare, si intravede una luce sottile e si procede, orientati dal suono di un canto lontano. Appare Marija, un’assenza, più che una presenza. Ci riconosce, ci guarda, ci parla. È descrittiva, riflessiva. Gli occhi grandi sono velati di una dolcissima follia. Lo spettatore sostiene lo sguardo, lei non ha paura di nulla: non è a noi che parla o pensa, ma al suo Nikolaj. La distanza ravvicinata diventa la cornice impalpabile della sua vendetta tutta verbale, aggressiva ma proferita nell’impossibilità del compimento. Intanto, nella stanza buia, lo sguardo si abitua, gli occhi di lei si rivelano di un azzurro torbido e, dopo un mutamento repentino di inflessione, ci intimano di lasciarla.

Alessandra Crocco, Frammento #1 Marija

In questo frammento, come nei successivi, si entra e si esce continuamente dalle funzioni classiche della fruizione: attorialità, spett-at(t)orialità, narrazione e dramma si confondono negli occhi-mondo di Marija, nella sua voce pacata e ferma, nella sua fissità eloquente. Le funzioni si tendono, come una corda sulla quale l’attrice cammina consapevole e noi andiamo a tentoni. Così, il testo di Dostoevskij – rimontato in una drammaturgia monologante e analitica – aggredisce e inquieta, senza mai traboccare in eccesso, misurato, crea contrappunti intimi, non superficiali, convince e, sfruttando la logica della serialità, incuriosisce.

#Frammento 2 / (il passo di) Liza

Liza è spavalda. Come Marija sfida lo sguardo e intimidisce, ma ha una sicurezza leggera e mascolina, provocatoria e sensuale.
Il Palazzo che ci ospita è lo stesso del primo episodio, il percorso nei suoi corridoi è diverso, ma vede uno spettatore più avvertito, che sa quanto succederà e si muove spedito, consapevole e parte del gioco creato per lui. “Grazie per essere tornata”, esordisce Alessandro Miele, alludendo a un’implicita complicità. La sera prima, in quegli stessi spazi, c’è stata una festa, ci racconta l’attore, e Liza ha passato la notte con Nikolaj. “Tu sei Nikolaj. Non dovrai fare altro che sederti e aspettare”. L’azione dell’ascolto del primo movimento diventa ora un’azione di attesa che, per quanto ne sappiamo, potrebbe risolversi in un tempo silenzioso e solitario. La stanza è bellissima: una libreria, un pianoforte a coda, credenze a perimetrare gli angoli, due specchi, la porta di ingresso alle nostre spalle. Liza appare riflessa in uno specchio, insinuandosi nella coda dell’occhio distratto. Incede verso di noi e ci parla con il chiaro intento di non farci mai dimenticare chi siamo: ancora una volta, Nikolaj, il suo demone, colui che vorrebbe trascinarla in un posto tetro, nella passività di una vita indolente. Ma Liza è frivola e dà la percezione di volteggiarci intorno con le parole, pur rimanendo ferma, piedi nudi e sguardo vivo di ragazza. Di nuovo un addio che ha il sapore della rivalsa: l’attrice circumnaviga di 180 gradi la poltrona sulla quale siamo pietrificati ed esce, come un’ombra, come se niente fosse.

Proviamo una discreta pena per il personaggio che siamo stati chiamati a interpretare, per questo mostro passivo e indifferente.  I due attori sono abilissimi nel rendere una delle caratteristiche principali del protagonista dostoevskiano attraverso il coinvolgimento – reso passivo dall’ascolto prima e dall’attesa poi – dello spettatore. Nikolaj siamo noi, anche se siamo una donna, o  viviamo nel XXI secolo. Anche quando vorremmo reagire.

Demoni - Frammenti

Demoni – Frammenti

#Frammento 3 / (l’odore di) Nicolaij

Nikolaj è un odore che intossica, un’acquaragia corrosiva. È sporco di terra, si dimena in una danza scomposta, faticosa, pesante. Affonda i piedi nella terra bagnata e, infine, parla, volutamente mono-tono e scandendo con lunghe pause il suo racconto, a marcare l’eleganza del male.
Questa volta siamo in dieci, disposti in due file, definitivamente frontali, e assistiamo ala narrazione immobile e, sempre, come indifferente, dell’orrore compiuto su una giovane – sedotta e,  infine,  istigata al suicidio. Nikolaj ci fa partecipi di un passaggio esistenziale: la presa di coscienza di un nichilismo negativo, lo stesso che ha fatto di Marija e Liza delle vittime.
Infine, il personaggio ci congeda, impositivo, come se, fino a quel momento, ci avesse deliberatamente permesso di spiare e ora fosse stanco anche di noi, oltre che di se stesso.

Visto al Teatro dei Luoghi Fest, Lecce.

 Nicoletta Lupia

Le aperture di “A puerta cerrada”

Recensione di A puerta cerrada – di Serge Nicolaï

Tre personaggi morti si comportano come vivi e, chiusi in una stanza, senza conoscersi, raccontano le loro esistenze mentre ne vedono sgretolarsi gli ultimi barlumi vitali. Così, in eterno. È la trama di Huis Clos di Jean-Paul Sartre, messo in scena, durante il Festival Vie di Modena, nella sua versione argentina A puerta cerrada.

Il filosofo tesse le fila dell’ennesima ragnatela drammaturgica senza uscita, in una giostra di parole vorticose, portate da personaggi biograficamente connotati che possiedono un passato, enunciano concetti, ma soffrono subendo l’impossibilità della loro applicazione in quel tempo-non tempo, spazio-non spazio che è l’inferno. Non una condizione in cui rappresentare sulla scena l’uomo che compie scelte affermando la propria libertà, ma una situazione estrema in cui la morte corrisponde all’impossibilità di prendere decisioni che orientino un futuro che non c’è. «L’inferno sono gli altri», dice una famosa frase del testo, divenuta rappresentativa di una certa corrente dell’esistenzialismo, ma è anche l’assenza della Storia che rende di conseguenza impraticabile l’autonomia di una scelta di libertà.

Foto di Belen Caputo

Foto di Belen Caputo

Nel testo di Sartre ci sono Pirandello e gli sguardi di Mattia Pascal, ci sono Beckett e l’esasperazione della logica, ci sono Brecht e le necessità della storia, ma, soprattutto, c’è lo stallo dell’azione. Così, sulla scena, non succede nulla, se non azioni piccole e senza conseguenze, violenze verbali mostruose ma senza ripercussioni, perché la colpa maturata in vita impedisce qualsiasi movimento in avanti. Solo l’iniziale, apparente disinvoltura dei personaggi – Garcin (Nikolas Sotnikoff), Inés (Maday Méndez), Estelle (Josefina Pieres) – si evolve diventando una disperazione profonda e senza via di scampo. «Io sono il pensiero che ti pensa», dice Inés a Garcin sintetizzando la disumanizzazione progressiva alla quale Sartre condanna gli uomini.

Questo è il testo che, alla lettura mentale, risulta, a tratti, antiquato, anacronistico, lento, seppur con delle appassionanti tirate monologiche e dei, tutt’altro che scontati, riferimenti didascalici alle traiettorie fisse disegnate dagli attori, ma, in conclusione, un testo da pagina, “a tavolino”.

La scena dello spettacolo è semplicissima: tre pareti grigie circoscrivono l’area in cui possono muoversi gli attori, tre sedie sono l’unico oggetto presente insieme a un campanello che funziona in modo imprevedibile e alla porta che, immancabile, divide questo interno (nel testo, un interno borghese) dall’esterno. Un inserviente conduce i tre personaggi, uno alla volta, nell’antro infernale dall’apparenza innocua. I tre iniziano a dialogare, a definire i rispettivi ruoli, si raccontano, mentono agli altri e a se stessi, finché l’inferno non li inghiotte in una sincerità inevitabile. Garcin, Inés, Estelle si confessano specchiandosi negli occhi altrui, in quei pensieri che li penseranno in eterno e si rivelano per quello che sono realmente. Garcin è un codardo mascherato da pacifista, Inés è una donna meschina nei panni di una libertina, Estelle è una bambina dai capricci crudeli che si è finta signora per una vita. A scandire questo tempo che non c’è, le note sceltissime e incalzanti di Jean-Jacques Lemêtre – storico compositore del Théâtre du Soleil.

Foto di Belen Caputo

Foto di Belen Caputo

La messa in scena è essenziale, quasi assente, il testo, come si è detto, una drammaturgia dai toni classici. Ciò che rende vivo lo spettacolo è quella relazione fondante, la stessa che, a volte, si dimentica o si sbilancia in rapporti squilibrati, tra il regista e i suoi interpreti: un attore alla guida di attori. Serge Nicolaï, dalla Cartoucherie di Arianne Mnouchkine, ha tenuto un laboratorio a Buenos Aires con gli attori della compagnia di Claudio Tolcachir Timbre 4 e da questa felice collaborazione è nato A puerta cerrada, su un testo francese, diretto da un francese, con attori argentini che recitano spagnoli di diversa provenienza (da Buenos Aires alle Canarie). Nicolaï è di una modestia luminosa quando, durante l’incontro che segue lo spettacolo, afferma che l’unica cosa che conta sono gli attori e le loro reazioni alle condizioni date – non molto più di una sedia scomoda e di un’indicazione di intenzione – perché il loro lavoro è un rito in atto che si compie sotto gli occhi di tutti. Serge sorride sincero, mentre li ringrazia senza buonismo e rifiuta – con fare un po’ semplicistico ma genuino – le interpretazioni intellettualistiche del testo o del suo taglio di regia. Lavorare, per gli altri, con gli altri, con una dose moderata di narcisismo e l’assenza totale di individualismo, come insegna il modello della creazione collettiva.

Se, in Huis clos l’inferno dell’uomo sono gli altri, in A puerta cerrada gli attori all’inferno fanno da antidoto e se, nel primo, la relazione vincola e ingabbia, nel secondo è fonte di aperture e possibilità. Il testo diventa uno spazio, un argine di cui servirsi in modo funzionale e, pur rimanendo nei suoi confini formali, di cui negare i contenuti, per renderlo parte integrante di un processo creativo che nasce e si porta avanti insieme.

Visto al Teatro Pubblico di Casalecchio di Reno, Vie Scena Contemporanea Festival

Nicoletta Lupia

La retina frustrata di “Memento mori”

Recensione a Memento Mori – di Pascal Rambert

"Memento mori" di Pascal Rambert

“Memento mori” di Pascal Rambert

Come recensire uno spettacolo non visto?

Come recensire uno spettacolo mai visto?

La retina, colpita dalla luce, attiva i centoventicinque fotorecettori posizionati sulla sua superficie, i quali rispondono generando una serie di impulsi elettrici. I micro-impulsi vengono convogliati nel nervo ottico e poi inviati al cervello, in cui si trasmettono i potenziali dell’azione alle differenti regioni visive con diverse funzioni (banalizzando la biologia!).
La pupilla, al buio, si dilata, quando la colpisce la luce, si restringe.
Anche nell’oscurità, qualcosa, dentro di noi, nel nostro cervello, si sta muovendo e ci sta muovendo.
Uno spettatore di teatro partecipa all’esperienza dello spettacolo ascoltandola, vedendola, percependola, muovendo qualcosa dentro di sé, commuovendosi, subendo un crollo, una scossa, vivendo una perturbazione dell’animo – anche quando l’esperienza non risulta gradevole.
Si tratta delle acquisizioni delle neuroscienze tanto à la page negli ultimi tempi e tanto affascinanti, se funzionali alla comprensione o alla pedagogia del teatro.

Cosa succede all’uomo prima della comparsa del movimento? Cosa succede al movimento prima della comparsa dell’uomo? Sono le ambiziose domande di partenza di Memento mori, spettacolo per cinque danzatori in scena al festival Vie con la coreografia del drammaturgo, attore, regista francese Pascal Rambert – già ospite della precedente edizione con uno spettacolo, Clôture de l’amour, dal testo densissimo.

Masaccio, "Cacciata dei progenitori dall'Eden"

Masaccio, “Cacciata dei progenitori dall’Eden”

L’immagine di ispirazione, dice il coreografo, è stata la Cacciata dei progenitori dall’Eden del Masaccio, eppure, a guardare lo spettacolo, viene in mente Giacometti: figure tridimensionali ma tanto filiformi da sembrare inesistenti, a-corporee. Così appaiono i danzatori nei rari momenti di penombra nebulosa (il disegno luminoso è di Yves Godin): corpi senza arti definiti, fuori fuoco, asessuati, senza testa, deformati da posture anomale e dall’utilizzo di altri oggetti irriconoscibili – poi identificati, dall’odore, come ortaggi. Eppure, fantasmi pulsanti, come pulsante è la retina durante il meccanismo ombra/penombra. Corpi avvinghiati in un ammasso di carne del quale non si distinguono braccia, gambe, testa, ma solo oscillazioni, come fossero palpiti di cuore e come se il pavimento si facesse lava o acqua, materia liquida che culla e inghiotte.

Come recensire uno spettacolo non visto?
Basandosi su ciò che lo spettacolo stesso ha suscitato nell’immaginazione, fondando lo scritto sulle sensazioni corporee provate, tentando di appigliarsi a quelle poche immagini concrete balzate alla mente e davanti o dietro gli occhi sfiniti dal tentativo di guardare.

Come recensire uno spettacolo mai visto?
Mettendone in rilievo gli indubitabili caratteri di originalità e sperimentazione e alludendo al tentativo, forse riuscito, di rispondere alle domande: a cosa serve questa relazione biunivoca tra chi espone il proprio corpo su un palcoscenico e chi sta dall’altra parte? Quali traiettorie compie il movimento del performer prima di incontrare il vettore ottico dello spettatore? Cosa succede quando le due prospettive non si incontrano mai, ma condividono un tempo, un luogo, una logorante frustrazione?

Memento mori è un’allucinazione e sollecita l’immaginazione a riciclare frammenti di vita e ad assemblarli dando origine a nuove percezioni.

Visto al Teatro delle Passioni, Vie Scena Contemporanea Festival, Modena

Nicoletta Lupia

“Opere di omissione”… di responsabilità

Recensione a Opere di omissione – di Quotidiana.com

“Indolente: agg. ‘incurante, trascurato nell’agire, che non dà dolore’ – Der.: indolènza, s.f., ‘l’essere indolente. (…) I significati oggi più comuni e frequenti passano attraverso il concetto intermedio di ‘(assenza di dolore), – ‘mancanza’ di turbamento, apatia, insensibilità’ – ‘(noncuranza, fiacchezza)’”.

La locandina dello spettacolo

La locandina dello spettacolo

Il palco è spoglio e, leggermente decentrati rispetto al fulcro prospettico che fu del Principe, ci sono un tavolo, con un’accecante abat-jour da film noir e due sedie. Uno scoppio fa tremare il pubblico.
Entrano Roberto Scappin e Paola Vannoni, si siedono, iniziano a dialogare, lui ha un’amplificazione greve e profonda, lei calma e, a tratti, stridula da inquietante bambina. Il testo di Opere di omissione ha la forma dello scambio interpersonale frustrato per varie ragioni: per la maggior parte del tempo le due voci si sovrappongono, le domande e le risposte sono scambievoli, le seconde quasi sempre inconcludenti, paradossali, violentemente rispondenti a quelle che il nostro governo ci fornisce su determinati argomenti scottanti, per non dire vergognosi. La mafia, le responsabilità dell’arma e, soprattutto, il reato di connivenza dello Stato in alcune delle più gravi stragi che ne hanno infangato la storia.
Tutto questo, inframezzato da alcuni interrogativi più banali, di più “ordinaria amministrazione”, tutti incardinati sul tema delle varie declinazioni della menzogna nella contemporaneità – dal volto scultoreo di Sabrina Ferilli, ai manifesti accattivanti delle orchestrine di paese.

Il quid? La sovrapposizione di notizie/nozioni che si contraddicono vicendevolmente, il mancato accesso a determinate informazioni – che Andreotti la sa lunga –, la confusione del cittadino italiano figlio o coetaneo di questi eventi e, in definitiva, l’impossibilità di una versione universalmente veritiera dei fatti.
La conseguenza? L’indolenza del cittadino vittima dell’abuso di potere dello Stato, come indolenti sono la postura e la retorica dei due attori sul palco che di quel cittadino si fanno portavoce.

Dopo un primo giro di domande-risposte senza esiti definitivi, lo spettatore più avvertito inizia a riconoscere una serie di spie che lo aiutano a percorrere il sentiero tracciato dai Quotidiana.com: versi ricorrenti che gli attori fanno per annunciare un determinato argomento, spostamenti nello spazio circoscritto del tavolo con sedie in cui si muovono i due protagonisti, lo spegnimento/accensione dell’abat-jour puntata sul pubblico. Si tratta di piccoli elementi di orientamento che permettono a chi compie l’esperienza della visione di sopravvivere nella selva di informazioni e contro-informazioni enumerate sulla scena, di creare un proprio percorso, riconoscendo eventi, apprendendone di nuovi, valutando il punto di vista esposto dalla compagnia.

L’indolenza, si diceva.
Il termine ha certamente un’accezione negativa e viene associato a quelle persone che non prendono posizione, che, temendo di dire o fare la cosa sbagliata, non dicono e non fanno nulla. È ironico: questo spettacolo va in scena proprio in un momento di grande indolenza governativa e, forse inconsapevolmente, forse con cognizione di causa, ne radiografa l’impenitenza.
Si potrebbero fare dei tagli, sfoltire qui e lì il flusso di dati forniti, si potrebbe ottimizzare l’unisono delle voci che, inevitabilmente, tenuto per un’ora e venti, anche se raramente, rischia di sfalsarsi.
Ma non sono questi gli aspetti che contano maggiormente. Ciò che risalta è lo sforzo testimoniale, la consapevole ricerca contenutistica e linguistica della compagnia che si sostanziano in uno spettacolo formalmente semplice ma multistrato e ricco di spunti.

Alla fine, una delle più famose battute del teatro eduardiano punta il dito sugli spettatori che diventano il presepe di Casa Cupiello, nonché gli ultimi, veri, indolenti responsabili che, non meno dello Stato o della mafia, operano omissioni – di colpa, di informazione, di responsabilità.

Visto al Teatro Pubblico di Casalecchio di Reno (Bo)

Nicoletta Lupia

Nuovo “Inatteso”: Melquiot

Recensione a L’Inatteso – di Fabrice Melquiot, diretto e interpretato da Anna Amadori

foto di Futura Tittaferrante

foto di Futura Tittaferrante

Elena Di Gioia e Anna Amadori, con il loro “Focus Melquiot“, si sono prodigate in una bella impresa: presentare, in varie sedi della scena bolognese e non solo (l’Alliance Française, il Cassero, lo spazio Nosadella.due, il Teatro Pubblico di Casalecchio, l’aula magna del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione della sede dell’Unibo a Forlì), un ciclo di incontri sulla complessa drammaturgia multi-piano, infantile e tragica di Fabrice Melquiot, attuale Direttore del Théâtre Am Stram Gram di Ginevra, attore, autore e regista francese. Già nel giugno dello scorso anno l’autore era stato ospitato a Bologna durante il capitolo felsineo della rassegna Face à Face, ancora una volta a cura di Elena Di Gioia. L’evocativo deposito della carta Cbrc aveva ospitato una prima versione de L’Inatteso, ripreso, quest’anno, sul palcoscenico del Teatro Pubblico di Casalecchio.
È complesso, ma affascinante, affrontare uno spettacolo già visto e recensito nella sua prima versione e scoprirlo, nelle parole e nei pensieri, diverso, perché diversi sono gli aspetti ai quali si è prestato attenzione, la propria predisposizione, alcune delle scelte compiute dagli artisti, l’articolazione dello spazio che lo ospita.

L’Inatteso è un sentiero: sul palco, cinque bottiglie, cinque sfumature di colore e cinque tappe dell’elaborazione di un lutto.
Blu di Prussia – Liane entra in scena, al buio, vestito bianco e una canzone. Guido Sodo, musicista, imbraccia lo strumento e si prepara a ricoprire quello che sarà il suo ruolo durante tutto lo spettacolo: l’altro di Anna Amadori, la sua voce in musica, non una semplice atmosfera, ma il ritmo dei suoi battiti. La protagonista ci racconta il dolore per la perdita del marito, ferma, nella sede della prima stazione del suo percorso. Prende la prima bottiglia – permane l’elemento del flacon, presente nel testo e reso scenicamente da Eva Geatti, già forte, nella versione alla Cartiera –, la usa come una stoffa, se ne circonda, rimanendo ancorata a terra, eppure in bilico in un equilibrio disarticolato.

foto di Futura Tittaferrante

foto di Futura Tittaferrante

Rosso Saturno – Liane si spalma su un panno scricchiolante in proscenio e racconta il suo amore passionale, si contorce e piange mentre il suo musicista alter-ego incalza. Un accenno a una guerra, uno all’arte di Liane di fare e disfare amache, come la vedova-ragno che si sente ma non vuole essere.
Verde bottiglia – la maternità che Liane non avrà mai e che ora desidererebbe. Al centro del palco, la sua stazione verde, una bottiglia e una corda con appesi ritagli di bambini – c’era dell’altro, nella prima versione, oggetti della memoria, ma, qui, si è optato per una scelta più essenziale. Anna Amadori è pulita nel suo dolore, e la voce che, all’inizio, pareva cantilena, diventa ora ninna nanna e lamento, mentre lei sfilaccia la tela di una vita che le sembra impossibile avere perché ha ancora paura del mondo.
Rosso sangue – e il mondo bussa alla porta. È il macellaio del paese imprecisato che viene a chiederle educatamente di amarla. Lei è impacciata e si concede quale momento di ironia amara, mentre interpreta l’incontro come se lo stesse raccontando al marito defunto, come se stesse giustificando lo sforzo che fa per riaffacciarsi alla realtà.
Giallo sabbia – è il climax, la soglia tra l’interno e l’esterno. Liane si versa addosso il contenuto delle tre bottiglie gialle con un gesto noncurante. «Sei tornato là, qui, là?», gli chiede rabbiosa e senza riuscire a farsene una ragione, nella sua danza di sabbia, al ritmo dei sassolini che tintinnano sul microfono. Sono tre anni che è sola senza amore, la paura ha preso il sopravvento e lei promette di restare così per sempre, perché la solitudine è una coperta calda e rassicurante, il dolore una carezza, una garanzia contro l’incedere del mondo.

foto di Futura Tittaferrante

foto di Futura Tittaferrante

Terra di Siena – e Liane è fuori dalla sua catapecchia, nella realtà che deraglia e che lei cattura in scatti fotografici. Ha preso i suoi soldi da ragno – perché essere vedova vuol dire essere pagata per piangere – ed è partita a vedere se “là fuori” è meglio di “qua dentro”, se il dolore è più sopportabile. Non lo è. Torna all’ovile. Ma qualcosa è cambiato: il ponte che attraversa il fiume è disarcionato. Liane incontra un uomo che la aiuta a compiere gli ultimi passi del suo percorso. Lo odia e si odia perché «le sta ripulendo il cuore».
Bianco – e la fine è un inizio. Sono passati cinque anni da quel Blu di Prussia e, ora, nella trasparenza, si sommano tutte le sfumature di un dolore vissuto ed elaborato. C’è ancora indecisione nella parole della Amadori, eppure un senso di necessità. Volteggia, come su una giostra, per capire se andare o restare e, alla fine, si porta in mezzo al pubblico e realizza che «la vita è quello che ti succede mentre stai facendo altro».

Certo, la Cartiera aveva un potere significante che non si può replicare, come non può essere replicata la sensazione della prima volta in cui si vede uno spettacolo. Ma può subentrare una costruttiva razionalità che aiuta l’artista a ridefinire il proprio lavoro, rendendolo essenziale, e lo spettatore a comprendere i meccanismi di pensiero che lo hanno accompagnato nel viaggio della visione. E allora dal lavoro condotto dalla Amadori e dai suoi collaboratori emerge una coerenza estremamente onesta: rimanendo costante la maestria dell’attrice, quello che era il potere delle balle e dei praticabili di carta calpestati dalla Liane di giugno, viene ora replicato in bagni di luce di colori diversi (disegnati da Micaela Piccinini), uno per ogni quadro, a raddoppiare, ma non semplicemente, la sfumatura dei flacons.
Ci vogliono una certa sapienza e un certo coraggio a progettare e mettere in scena due versioni dello stesso spettacolo: stesso testo, stessa attrice, stesse musiche, stessi colori, stessi sapori; eppure, un’altra opera.

Visto al Teatro Pubblico di Casalecchio di Reno (Bo)

Nicoletta Lupia

La compostezza della Storia di “Leonilde”

Recensione a Leonilde – regia di Roberto Andò, con Michela Cescon

foto di Lia Pasqualino

foto di Lia Pasqualino

Sulla scena, immersi in una luce fredda, un tappeto di cappelli di varia foggia, una sedia impagliata, quattro gambe di un tavolo troppo grande e senza piano, una valigia, libri, una cappelliera e, brechtianamente appesi, un antico magnetofono e uno smisurato cappotto logoro. Sullo sfondo, in trasparenza, tre file di sedie sospese a mezz’aria, come in attesa di essere animate da chissà quale burattinaio aereo, tutte diverse, tutte vuote: seggi vacanti.
Appare una figurina minuta, una ragazza in abiti di campagna, scalza. La figurina è Michela Cescon che dà voce alla Nilde Iotti descritta da Sergio C. Perroni in Leonilde, monologo alla base dell’omonimo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Catania, per la regia di Roberto Andò – attualmente nei cinema con Viva la libertà.

È una ragazza, si diceva, e tale rimarrà per tutto il corso del breve spettacolo, lungo quanto un sospiro, in cui alla Nilde sulla scena risponde, in controcanto e sovrapposta, una Nilde-voce registrata. Non le somiglia, per un’esplicita volontà dell’attrice che, durante l’incontro della rassegna “In contemporanea”, con Laura Mariani ed Enrico Pitozzi, ha dichiarato di rifiutare l’imitazione, prediligendo l’interpretazione di “questa regina che era la Iotti” – come di Rachele Mussolini, in Vincere di Marco Bellocchio, o di Licia Pinelli, in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana.
«Sono cresciuta in fretta, io – dice la Iotti-Cescon –, neanche il tempo di essere ragazza, ed ero già donna». Eppure il tono, il timbro, il volume della sua voce dicono tutt’altro e parlano di una lucida ingenuità, di una rispettosa riservatezza, quelle di una giovane di formazione cattolica, tesserata del Partito Comunista durante la Resistenza, parlamentare a ventisei anni e membro della Commissione dei 75 di quel glorioso ’46 in cui nacque la nostra Costituzione, e anche (ma non soprattutto) compagna di Palmiro Togliatti, inizialmente sposato e con un figlio. Nel vivere lo scarto, alla ricerca del giusto equilibrio, tra la dottrina di dio e la fede comunista, la Iotti snocciola sulla scena alcuni degli avvenimenti chiave del nostro Novecento in uno spettacolo creato tre anni fa ma lungimirante – pensando a quanto sta avvenendo oggi nella politica italiana – e già nostalgico. Ci si smarrisce un po’ nelle curve del secolo breve tracciate sulla scena, perché le informazioni fornite sono tante, tutte fondamentali e velate di autobiografismo. Per cui vediamo svolgersi il doppio livello del racconto: il livello dell’esperienza del singolo e quello del mutamento di una nazione al quale lo stesso singolo ha preso parte. Da piccole cose vere – la valigia sempre pronta della donna che vive un amore precario; il cappotto rovesciato regalatole dal padre; un accenno a Romagna mia – si transita verso grandi avvenimenti storici: l’attentato a Togliatti, con la puntuale descrizione del suo crollare sulle ginocchia, la testa tra le mani di lei mentre, sullo sfondo, si concretizza il rischio della guerra civile; il leit motiv “Stalin voleva…”; le contraddizioni di un partito che si dice comunista e si rivela bigotto nell’Italia degli anni Sessanta. La Nilde della Cescon racconta, piange, danza, ma, soprattutto, si contiene e non scade mai nell’eccessiva paura dell’opinione del partito, nel pianto funebre per la perdita del suo uomo, nella forsennata corsa alla politica e si difende con violenza solo all’accusa di realpolitik che minaccia e travisa la fatica delle sue scelte.

La mancanza dell’eccesso, la misura, la compostezza sconvolgono e immalinconiscono lo spettatore contemporaneo che assiste alla miniatura di una grande esistenza. Leonilde non è un pigro inno al “com’eravamo”, non una chiamata alla armi, né una celebrazione dell’antico rigore della diplomazia, è solo la storia di una donna che, silenziosamente e destreggiandosi sul crinale tra il pubblico e il privato, insieme a tanti altri, fonda la cosa pubblica muovendo da un’inevitabile necessità.
Dopo un lamento di Bella ciao che ha il gusto dell’accessorio, mentre si affievoliscono le luci, la Cescon indossa una parrucca simile alla capigliatura della protagonista e sta in piedi, fiera ma ancora elegantemente modesta, al centro dei suoi oggetti inanimati, segni di una regia leggera e cinematografica. Intanto, scorre la melodia dello scrutinio che, con una schiacciante maggioranza – ancora straniante per lo spettatore contemporaneo –, elegge la Iotti Presidente della Camera. “Iotti – Iotti – Iotti”, l’iterazione del suo cognome si fa pioggia commovente, mentre la Cescon storce le labbra e, quasi al buio, si concede un momento di imitazione riconoscente.

Visto al Teatro Pubblico di Casalecchio di Reno (Bo)

Nicoletta Lupia

Francamente me ne infischio di Latella, o dell’euforia infelice

Recensione a Francamente me ne infischio (1. Twins, 2.Atlanta, 3.Black) – di Compagnia Stabile/Mobile Antonio Latella

"1.Twins" - foto di Brunella Giolivo

“1.Twins” – foto di Brunella Giolivo

1936, Margaret Mitchell pubblica il romanzo Via col vento, che diventa immediatamente un caso: 180.000 copie vendute in quattro settimane. 1939, Victor Fleming trasforma il romanzo nel film campione di incassi, tuttora imbattuto nella storia dei botteghini degli Stati Uniti e vincitore di dieci premi Oscar. Via col vento è una porzione della storia e della cultura americane e, in quanto tale, assorbe e rifrange, amplificandoli, i limiti, le aspettative, la crudeltà e le contraddizioni di una nazione. Dopo Un tram che si chiama desiderio – altro saggio teatrale sugli Stati Uniti e la loro decadenza (leggi la recensione) –, Antonio Latella torna sul soggetto: ancora l’America, ancora Vivien Leigh, ancora uno spettacolo ispirato a un film. In un impianto scenico semplice – che vede l’allitterazione di gabbie/casine bianche, in cui si accendono grappoli di lampadine, e di bandiere a stelle e strisce che diventano siparietti, vestiti, coperte –, Latella muove i suoi personaggi sovrascrivendoli a una drammaturgia ragionatissima.
Francamente me ne infischio si articola in cinque movimenti indipendenti ma coerenti e liberamente fruibili, ai Teatri di Vita di Bologna, nel modo che si ritiene più adeguato (uno di cinque, tre di cinque, l’intera maratona): Twins, Atlanta, Black, Match e Tara. Chi ne scrive ha optato per la seconda formula.

Tre Rosselle e tutte in una sola: l’America.
Il primo episodio, Twins, ricorda la filastrocca sospirata da una bambina. La giovane Rossella (Valentina Vacca), Alice nello spaesamento delle meraviglie, abito a pois e scarpette rosse, sogna. Sogna due Bart Simpson – mascherine di paillettes –, due Marilyn – vestite di bandiera, nelle pose delle sue foto più famose –, Neil Armstrong che gioca alla conquista degli Stati Uniti, lui così fiero di aver fatto sua la Luna, e perde. Imbronciata, Rossella cerca il suo Ashley, mentre i gemelli Tarleton, in rima, le raccontano il suo stesso fallimento. E l’America scorre languida, quasi ancora docile e divertita, ma già capricciosa e irragionevole nella sua aspirazione alla grandezza (alla maturità?).

"2.Atlanta" - foto di Brunella Giolivo

“2.Atlanta” – foto di Brunella Giolivo

Il secondo movimento, è un canto funebre stonato da una vedova allegra. Rossella (Candida Nieri) è una moglie sopravvissuta a un marito mai amato, mosca che si immagina farfalla, madre senza volerlo essere, ancora monella indisponente, eppure malinconica. Ad Atlanta c’è il ballo, si finge il benessere e lei vuole essere bella, con il suo vestito verde-dollaro e il cavaliere che invita, invadente, dal pubblico. E l’America diventa una donna che finge dietro grandi occhiali alla Audrey Hepburn. Avida, cinica, lugubre, tinge di nero il suo vestito bianco di bambina in un catino di bronzo.
Black è un grido terrorizzato abbaiato da un rifiuto, una belva umana ferita divenuta incendiaria. Rossella, una straordinaria Caterina Carpio, è reietto – come l’indiana e la “serva negra” che la accompagnano –, le è stata usata violenza, le è stato dato un movente per far esplodere la sua furia. Non più infantile, ma essere umano maturato nel peggiore dei modi, sceglie la vendetta e, finalmente, fa emergere la sua anima nero-petrolio che, intravista fino a questo punto, ora tracima. Aver perso l’ingenuità, però, non vuol dire aver acquisito lucidità, anzi: la belva Rossella non ha più criteri, né valori, né affetti; la guidano solo la ricerca del suo benessere, l’espiazione delle sue colpe, il superamento del suo dolore. E l’America brucia, è a pezzi, è vulnerabile, eppure fa la voce grossa, si impone, pistola alla mano, sulle minoranze della sua Storia e prevale.

"3.Black" - foto di Brunella Giolivo

“3.Black” – foto di Brunella Giolivo

Non è difficile riconoscere i segni disseminati sul palcoscenico di Francamente me ne infischio da Antonio Latella, non lo è leggerli: il ritratto degli Stati Uniti è fin troppo esplicito, a volte, volutamente puerile, spesso paradossale, eccessivo, come la nazione stessa. E il fatto che Rossella se ne faccia metafora è manifesto. Ma ciò che veramente sconvolge, l’asse portante sul quale si avvita l’intero spettacolo, dal delineamento dei personaggi a quello della protagonista – ancora una volta, l’America –, è la drammaturgia. L’opera compiuta da Federico Bellini, Linda Dalisi e dallo stesso Latella è estremamente sottile e consapevole e prevede, oltre alle evidenti citazioni del romanzo e del film – alcune delle quali materialmente lette come didascalie –, una serie di innesti originali, come il discorso di ringraziamento dell’attrice che interpreta Mummy, vincitrice di un Oscar speciale, o le massime di grandi intellettuali di colore, in un preciso dialogo con eterogenei e originali materiali testuali all’insegna della decostruzione. Il tessuto verbale, insieme ad alcune felici soluzioni sceniche – rimane memorabile, nel terzo episodio, il cumulo di bandiere americane imbevute di Jack Daniel’s intorno alle quali, come in un sabba pop, si dimena per un tempo indefinito Caterina Carpio – sottraggono lo spettacolo alla facile accusa di parossismo di chi si domanda: non sarà troppa, tutta questa America?

Visto ai Teatri di Vita, Bologna

Nicoletta Lupia