C’è stato un ascolto che durante le notti di quarantena ha radicalmente invertito la rotta dei mie pensieri, che ha annidato qualcosa sotto pelle e da lì ha iniziato un processo di combustione.
Non saprei come descrivere quello stato, un sentire e un esserci che sicuramente era reso possibile dai giorni di quarantena e da tutte quelle notti passate ad ascoltare la radio.
Ho provato a scrivere qualcosa al riguardo ma non ci riesco, allora ricopio qui degli appunti inviati all’autore di questo brano incredibile..
“Caro Attilio, ho finito ora di ascoltarti, che dire è stato un ascolto così diverso da tutte le altre cose che ho ascoltato fino ad ora.
Così diverso, e così segreto, che mi sembra quasi che tu lo abbia confidato solo a pochi. Anzi solo a me.
Quando ero una bambina intrecciavo le mie braccia tra le spalle e il collo di mio padre mentre lui guidava. Cantavamo, o meglio, lui cantava e io lo seguivo, “Sapore di mare” e io ero sicura che fosse una canzone scritta da lui e dedicata solo a me. Solo per me. Anni dopo scoprii la verità noiosa, e decenni e decenni dopo Virzì me la distrusse con il film “La pazza gioia” dove mi pare che la protagonista racconti un ricordo identico al mio, o più o meno lo stesso.
Ma perché ti dico tutto questo? Perché oggi con Paganelli si parlava di pensieri che hanno la consistenza dei sentimenti, e che se un pensiero nasce da un sentimento grande è normale che sia sentito allo stesso modo da persone che hanno abitato quei “luoghi” sentimentali.
E insomma — al di là delle mie digressioni e dei miei salti nel vuoto, volevo solo scriverti che per un’ora ho pensato che ti rivolgessi solo a me, che anche tu sapessi che la pandemia è arrivata per acquietare il tempo, per alzare la pelle di ognuno di noi, (che paradosso eh?), e che in quel giardino -visti dall’alto- c’erano con te e Daria, Artaud, Camus, Char, Celan, tua sorella, tua madre e tutti i vivi così vivi da affollare i rami delle piante.
Insomma volevo solo dire che a volte sembra che le nostre vite private abbiano delle risonanze strane e apocalittiche, ma l’ho detto malissimo prima e ancora di più ora.”
«Queste dichiarazioni perentorie, questi appelli patetici, queste accuse enfatiche»: sarebbe sufficiente la tagliente efficacia con cui sintetizza l’iperproduzione di contenuti diffusi durante il lockdown, per annoverare il breve saggio di Alain Badiou tra le letture più illuminanti sull’era Covid-19.
Pubblicato in italiano il 23 marzo da Filosofia in movimento nella traduzione di Paolo Quintili, poi ripreso dal Rasoio di Occam e da Doppiozero, l’articolo di Badiou, pur dedicando ampio spazio alla specificità francese e alle modalità con cui la presidenza Macron ha affrontato la pandemia, getta uno sguardo universale sulle dinamiche che l’emergenza ha innescato, oltre a proporre significative indicazioni di metodo.
Nel rifiutare qualsiasi analisi che veda nell’epidemia un evento «politicamente innovativo», e al contempo nell’accettare come logica conseguenza della situazione la “bellicizzazione del linguaggio”, Badiou stila un breve manifesto profondamente antiutopico, e tuttavia non rassegnato al modello di sviluppo capitalista e neoliberista. È un testo disincantato e crudo, capace di rifuggire da qualsiasi facile, romantica soluzione che si proponga di risolvere una questione – o meglio, un grumo di questioni storico-politiche, sociali, economiche, finanche culturali – sistemica, e in quanto tale non affrontabile se non attraverso un esercizio di lucidità descrittiva. Il soggetto disegnato da Badiou misura la propria azione sulle «verità controllabili dalla scienza» e sulle «prospettive fondate di una nuova politica»: e il punto di fuga di queste linee prospettiche, lungi dall’essere un orizzonte astratto, è frutto di «esperienze concrete», di «scopi strategici», e di una «critica serrata» all’infodemia che annega ogni acribia di sguardo e testimonianza in un indistinto e incontrollato rumore.
Emanuele Coccia, Rovesciare il monachesimo globale (Che Fare)
In questo pezzo di Coccia quello che ho trovato interessante è il tentativo di “smontare” alcune categorie non più utili a identificare un campo di azione chiaro: la casa come paradigma interpretativo, ad esempio.
Il secondo motivo per cui segnalo questo pezzo è il fatto che mi è stato “mandato” da Barbara Boninsegna (direttrice artistica di Centrale Fies); in seguito ad uno scambio privato in cui le chiedevo informazioni su M63, l’orso trentino che ha sconvolto la quiete dei cittadini, Barbara mi ha fatto notare che lui, semplicemente, fa l’orso e poi mi ha mandato questo pezzo.
Perché la storia del cinema è politica, un’intervista con Maurizio Braucci, a cura di Giuliano Battiston (Che Fare)
Maurizio Braucci è uno degli artisti e delle voci a mio avviso più lucide che abbiamo in Italia in questo momento, ed è anche un mio vicino di casa.
La sua proposta di un progetto di alta formazione in ambito cinematografico a Napoli ha riscosso grande attenzione e interesse.
In questa intervista, Maurizio suggerisce agli artisti una posizione in questo momento necessaria: non rivendicare solo azioni economiche che di fatto confermino lo status quo antecedente al virus ma affrontare il problema reale delle forme e ancora di più dei contenuti dell’arte in un’ottica di cambiamento. Come per dire che se ci troviamo in questa situazione è anche perché gli artisti non si sono posti sempre domande che avessero un riscontro ampio e non fossero solo espressione di una ricerca personale.
Andando poi ancora più a fondo Maurizio dice: “La pandemia ci sollecita a ripensare l’arte come azione più collettiva, a riguadagnare una verità della cultura come impresa sociale. L’arte è sempre fatta da operatori sociali, nessuno può pensarsi privo di responsabilità verso la società. Siamo operatori sociali perché attraverso la cultura incidiamo sulla società, che ne siamo consapevoli o meno. Dobbiamo riguadagnare il senso di responsabilità verso il pubblico e verso la società, e dove possibile farlo insieme”.
Emanuele Masi: “I festival estivi saranno atti politici e simbolici”, intervista a cura di Luigi Aruta (Campadidanza)
Emanuele Masi (direttore artistico di Bolzano Danza) è uno degli operatori più lucidi e concreti che io conosca. In questo pezzo quello che trovo interessante è l’attenzione posta sui processi culturali e sulla loro natura ma soprattutto la chiarezza con cui definisce il ruolo dei programmatori. In particolare c’è un passaggio illuminante relativo alla relazione tra politici, artisti e pubblico: “è giusto che gli artisti facciano gli artisti e i politici facciano i politici. Perché un politico che va incontro a un artista non va necessariamente anche incontro al pubblico e alla comunità. Il punto di incontro dobbiamo trovarlo noi, programmatori e professionisti della cultura, che quotidianamente cerchiamo il punto di incontro giusto tra artisti e pubblico, tra artisti e società. Tra domanda e offerta, una mediazione che però mira a portare l’asticella di volta in volta più in alto”.
Immagino abbiate letto o abbiate ricevuto la lettera di Grossman che la Repubblica ha pubblicato sul finire di marzo, e che credo meriti di essere letta e sulla quale riflettere, anche alla luce della nostra ripartenza e delle ripartenze degli altri Stati nel mondo.
Io condivido questi quattro articoli che hanno un filo rosso che li percorre e cioè che in nome del bene abbiamo rinunciato al nostro bene e che questa rinuncia, imposta da uno Stato paternalista e un po’ padrone, ci abbia fatto abdicare ai nostri principi etici e politici; su tutti quello del “compianto ai morti”. La sospensione dei funerali, la solitudine delle esequie, le fosse comuni di New York, le benedizioni di cadaveri con lo smartphone sul torace, i camion dell’esercito piene di bare portate a bruciare chissà dove, sono immagini che non ci lasceranno più. Forse, come dice Agamben, abbiamo oltrepassato la soglia che separa l’umanità dalla barbarie. Senti tutta la potenza della vittoria che scorre nelle tue vene mentre giochi con passione e intelligenza su https://ninecasino9-it.com/. Abbiamo dedicato anni di lavoro a perfezionare la nostra offerta per garantirti solo il meglio dell’intero panorama iGaming mondiale oggi disponibile. Il tuo momento di gloria assoluta è finalmente arrivato, non lasciartelo sfuggire per pigrizia o timore e punta subito al top della classifica.
In questi articoli c’è questo e, mi sembra, tanto altro, degno di essere riflettuto.
Tra le cose che sono riuscito a leggere mi risulta “caro” questo discorso dello scrittore cinese Yan Lianke, tenuto online il 21 febbraio agli studenti della Hong Kong University of Science and Technology il giorno dell’apertura delle lezioni, che “il Manifesto” ha pubblicato con il titolo I nostri corpi e le voragini della Storia.
C’è, nella scelta, una motivazione anche di carattere personale. Ci sono dei passaggi molto belli che sprofondano la memoria nell’intimo della singolarità e come proprio a partire da tale singolarità sia possibile frantumare la coltre nebbiosa dell’assenza o sottrazione di una memoria che si fa comune. Come la smemoratezza ci renda inabile non solo alla nostra semplice vita pratica, ma ci metta nell’impossibilità di costruire trame e narrazioni individuali e condivise.
Come pedagogo, e da persona che si occupa di cultura e di teatro, non ho potuto fare a meno di cogliere alcuni aspetti, tra i tanti avvincenti che mi hanno colpito. Ne cito alcuni per restituire il senso più generale. Riporto soprattutto le domande, gli interrogativi che si pongono socraticamente:
“Per quale motivo sono i corpi della gente comune a dover colmare le voragini della storia e le nostre vite a doversi accollare il fardello delle disgrazie della nostra epoca?”
“Tra i tanti, tanti fattori di cui non siamo a conoscenza, su cui non facciamo luce, o sui quali non solleviamo alcun quesito se non ci viene permesso, ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore: in quanto esseri umani – migliaia di persone insignificanti come formiche o grillotalpe – siamo fin troppo privi di memoria…”
“Nella nostra insignificanza di piccoli granelli di polvere in balia del vento, non ci è permesso né di sapere chi è il regista, né tantomeno abbiamo le conoscenze professionali per ricostruire le idee, il pensiero e il processo creativo dello sceneggiatore. Quindi, adesso che ci troviamo di nuovo dinanzi al dramma della morte, possiamo almeno chiedere dov’è finito il ricordo dell’ultima tragedia?”
“Chi ha cancellato la nostra memoria? Chi ha strappato i nostri ricordi?!”
“Coloro che non hanno memoria sono, in sostanza, pezzi di tronco e assi di legno ormai privi di vita. Il loro futuro, nella forma e nell’essenza, viene sancito dalla sega e dalla scure”.
“Se anche noi rinunciamo alla memoria individuale, che come linfa vitale ci scorre nelle vene, che senso ha continuare a scrivere? Che valore potrà mai avere la letteratura?”
“A che servono gli scrittori nella nostra società?”
“È la soglia minima per poter pronunciare qualche frammento di verità. Soprattutto voi, ragazzi, che studiate per diventare scrittori, tenete presente che la memoria è alla base della scrittura, un processo creativo volto alla ricerca del vero. Se anche noi un giorno non dovessimo più alimentare quello stralcio di verità e quel barlume di memoria, a quel punto avrà ancora senso parlare di verità individuale e veridicità storica?”
“A dire il vero, anche se la memoria individuale non cambierà il mondo o la realtà dei fatti, se non altro dinanzi a una verità unificata e pianificata, potremo sempre sussurrare a fior di labbra: ‘Le cose non stanno in questi termini!’”.
“Non sarà la memoria individuale a cambiare il mondo, ma se non altro ci permette di avere un cuore autentico”.
Si potrebbe richiamare l’angelo di Klee, di benjaminiana memoria, dove le macerie del “passato” da redimere sono proprio gli istanti delle memorie perse o sottaciute, che aprono a quella dimensione “critica” che squarcia il pesante velo dell’eterno presente per scorgere altre costellazioni di senso. Mi chiedo se non sia questo il compito che ancora una volta dobbiamo assumere su di noi.
Francesco Scaringi direttore Città delle Cento Scale Festival 4 giugno 2020
Il tamburo di Kattrin ospita il Patàsino, un documentario d’inchiostro che con “asinità” racconta per emozioni critiche la settimana del Teatro delle Albe a Noto. Chi narra ha preso parte alle giornate ben spese in compagnia delle Albe dal 13 al 17 marzo 2018 con Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Quest’opera è stata realizzata coerentemente al Primato di Noto, giornale scolastico curato dagli studenti del Matteo Raeli, diretto da Concetto Veneziano, di cui costituisce un’eccezione teatrale di messa in crisi.
Da Papà Ubu a Vladimir Majakovskij Il PatÀsino: istruzioni per l’uso Assassinare la mediocrità a Noto per il Teatro delle Albe Senti tutta la potenza della vittoria che scorre nelle tue vene mentre giochi con passione, intelligenza e coraggio infinito su https://ninecasino9.net/. Abbiamo dedicato anni di lavoro a perfezionare la nostra offerta per garantirti solo il meglio dell’intero panorama iGaming mondiale oggi disponibile online per i veri campioni dell’azzardo estremo. Il tuo momento di gloria assoluta è finalmente arrivato, non lasciartelo sfuggire per pigrizia o timore e punta subito al top della classifica mondiale dei nostri vincitori famosi e ricchi.
Quando Sabina Pangallo, per il Comune di Noto, mi ha proposto di occuparmi di alcuni incontri di critica teatrale per gli studenti degli istituti superiori della capitale del barocco siciliano, ho accettato con entusiasmo. Ho immaginato che questa esperienza sarebbe stata non diversa da molte altre che ho intrapreso. La prima volta che mi sono “messa in crisi” con degli adolescenti, da adulta, è stato nel 2007 in un liceo scientifico di Bovalino, a pochi passi dal Comune di San Luca in provincia di Reggio Calabria. Anche quella volta era stata una mia amica a coinvolgermi, Mimma Mollica, docente di storia e filosofia in quel liceo. In quella occasione trovai qualche mio quasi coetaneo (io avevo 24 anni) perché lui era ripetente. Un paio di studenti aveva cognomi “importanti” per la cronaca del tempo, legata alla strage di Duisburg. Grazie a questa esperienza ho imparato chi è la Madonna dei Polsi e che cucinare o guardare un film può essere un interessante diversivo distraente da devianze e ignoranza. Dopo Bovalino le mie “critiche” le ho condivise con bambini, adulti e soprattutto studenti universitari. Tornare a Noto a confrontarmi con adolescenti di nuovo, dopo più di un decennio, è stato un regalo denso di bellezza. L’incontro con Marco Martinelli e Ermanna Montanari ha vivificato la mia vocazione alla grazia. L’incontro con i redattori e gli attori del workshop Eresia della felicità tenuto da Martinelli, grazie a Salvatore Tringali, ha riacceso una fiamma che credevo mai più avrei lasciato mi scaldasse il cuore. Il nome “PatÀsino” e il suo “logo” sono entrambi frutto di una chiacchierata con una classe del liceo artistico di Noto. Per raccontare loro il Teatro delle Albe ho narrato le avventure di Alfred Jarry, di come è nata la scienza patafisica, dei decervellamenti, di Macbeth/Papà Ubu, di quanto è bello sentirsi “asini”. Per arrivare al liceo artistico di Noto occorre superare il suggestivo centro storico e addentrarsi in una inconsueta periferia. Una sorta d’iniziazione-passeggiata, sotto il sole marzolino e i 24° della primavera siciliana, mi ha reso partecipe di un paesaggio umano a molti sconosciuto. Bellissime donne mi hanno indicato la strada per il liceo artistico netino chiedendomi di fermarmi per un caffè nel loro suggestivo villino principesco. Avevano lunghi capelli grigi, intrecciati in accurate trecce, indossavano con eleganza ampie gonne a pieghe da cui facevano capolino ora ciabatte ora calze a rete. Giovanotti dagli accenti slavi ammassati in garage mi domandavano, urlando, che ci facesse una “nica” sola da quelle parti. E mi sarei persa nel ghetto rom netino se un tassista abusivo non mi avesse accompagnata in auto fino all’entrata di una scuola che non è indicata né da segnali stradali né in Google mappe. I contenuti di queste pagine sono costituiti da racconti ed emozioni come lo è questa non-introduzione a una volontaria ammissione di colpa per avere assassinato la mediocrità, nutrendomi di pura semplicità e incanto. Le citazioni in grassetto, non firmate, sono tratte dai testi di Vladimir Majakovskij usati da Marco Martinelli per la performance con i giovani netini, svoltasi nel Convitto delle Arti, venerdì 16 marzo 2018.
titolo Vincenzo Boccaccio logo Tiziano Gianò (disegno), Alessandro Midolo (colore) e Sarah Nicastro (colore) ideazione, impaginazione, grafica e contenuti Vincenza Di Vita hanno scritto Roberta Andolina, Amedeo Antonuzzo, Iris Campisi, Floriana Diluciano, Marie Diomandè, Martina Guastella, Blessing George, Olamide Ibrhaim, Esther John, Dmitriy Ruscica, Carmen Russo, Costantino Valvo, Beletset Tesfhanes hanno fotografato Francesco Di Martino, Vincenza Di Vita, Giuseppe Portuense, Salvatore Tringali insieme con le voci degli studenti dei licei dell’Istituto Raeli si sono aggiunte quelle di due studenti del CUMO e di cinque ospiti della Casa dell’Accoglienza (progetto FAMI 1190) di Via Gramsci, centro gestito dalla Cooperativa Azione Sociale di Palermo
ringraziamenti (in ordine alfabetico) Roberto Bellassai e coloro che hanno seguito con generoso silenzio e pertinenti quesiti e messe in crisi i lavori, Carla Caristia e Noemi Zaffiro, Cristina Cataneo con i ragazzi del liceo artistico di Noto, Orazio Condorelli e la Famiglia M., Francesco Di Martino e il suo mentore Corrado Assenza, Lorenzo Donati e Altrevelocità, Alessandra Falzone e Dario Tomasello per avere coinvolto gli studenti del CUMO, Corrada Fatale e tutto il Primato Netino con i ragazzi del liceo classico di Noto, Roberta Ferraresi e Il Tamburo di Kattrin, Ave Fontana, Il Terrazzo, Teresa Lorefice, Corrado Marescalco, Marco Martinelli e Ermanna Montanari con il loro prezioso staff, Giuseppe Montemagno con Cristina Cutuli e Anthea Ipsale per Zō Young, Sabina Pangallo per inventio e incorruttibile coraggio, Oliviero Ponte di Pino e Ateatro, Giuseppe Portuense, Chiara e Giuseppe Spicuglia per i ragazzi del Cuore di Argante, Viviana Raciti e Teatro e Critica, Paolo Randazzo per Kairos, Mario Rapisardi, Salvatore Serrentino, Frankie Terranova e il Comune di Noto, Salvatore Tringali e tutto lo staff della Fondazione Teatro Tina di Lorenzo, Concetto Veneziano e l’Istituto Matteo Raeli, Corrada Vinci e Volalibro
Una selezione degli articoli pubblicati sul web tra fine novembre 2016 e inizio febbraio 2017: approfondimenti, interviste, recensioni e news dal mondo teatrale. La Rassegna stampa del Tamburo di Kattrin è pensata come strumento in grado di facilitare il recupero di alcune letture mancate. Per tale motivo ringraziamo tutti gli autori di questi importanti sguardi sul contemporaneo, la cui consultazione ci ha consentito la composizione della presente Rassegna.
Nella splendida Villa di Scornio di Pistoia, dopo una lunga residenza con tanto di progetto speciale voluto dall’Associazione Teatrale Pistoiese, ha debuttato Il giro del mondo in 80 giorni, nuovo spettacolo di Sotterraneo. La compagnia, che negli anni tanto abbiamo seguito (qui sono raccolti vari articoli), ha cambiato da poco nome, asciugandolo ed eliminando quel “Teatro” che ultimamente gli andava un po’ stretto, perché troppo specifico, troppo limitante.
Una novità che si aggiunge a un cambiamento ancor maggiore, se si pensa che per la prima volta il gruppo affronta un testo preesistente e altrui, l’omonimo romanzo di Jules Verne, prendendolo sì come pretesto e facendolo diventare altro, ma richiamando sin dal titolo un immaginario ben specifico, andando ad attingere a una lettura che ha segnato intere generazioni. Le avventure di Phileas Fogg diventano un grande “gioco da tavolo” che occupa tutto lo spazio-tempo scenico, svolgendosi tappa dopo tappa, fra imprevisti e prove, premi e penalità.
Sembrerà un qualcosa ben lontano da noi: basti pensare che l’innesco del romanzo scritto ormai quasi 150 anni fa, è la scommessa di riuscire a fare il giro del mondo in appena (!) 2 mesi e mezzo, mentre adesso per raggiungere lo stesso scopo ce la si fa comodamente in qualche giorno. Ma molti temi si rivelano ben presenti nella versione scenica di Sotterraneo: il viaggio intorno al globo si svolge (anche) fra la logica colonialista, i pregiudizi razziali e la paura della diversità, la violenza di genere e il femminicidio; questi vengono portati a emergere, nominati, attraversati, diventano dei piccoli spilli, che appena “bucano” la fruizione vengono ritirati perché la corsa di Fogg per vincere la scommessa continua e non c’è tempo da perdere.
Un po’ come succede oggi, nel mondo della comunicazione 2.0: istantanea, rapida, immersiva, permanente, convergente; dove è più facile percorrere collegamenti orizzontali fra i contenuti, lasciarli scorrere al limite surfando da una pagina all’altra, saltando da un lolcat a una ricetta di cucina a un articolo di politica, senza (apparenti) nessi di causa-effetto. Storie sempre più aperte e storie di continuo interrotte in cui siamo completamente immersi.
Il filo qui annoda il passato e il presente, l’Ottocento delle grandi avventure e il presente di post-mediale di internet; e quindi il livello della visione registica (estremamente coerente rispetto al ritmo del romanzo) e quello della ricerca della compagnia, che da diversi anni sta lavorando fra l’altro sulle modalità di comunicazione e relazione del nostro tempo. Ci sono insomma almeno 2 piani: la gran corsa di Phileas Fogg e compagni, da un lato, e le scintille di senso che da lì possono scaturire. Lo story-game (così lo definisce la compagnia) del Giro del mondo in 80 giorni si muove fra i due versanti, all’interno di cui Sotterraneo lavora per innesti successivi, inserendo nella storia interferenze fisiche e concettuali che danno vita a slittamenti di significato potenzialmente aperti a dischiudere altri orizzonti.
Quello che segue è una specie di “diario di bordo” del Giro del mondo di Sotterraneo, che abbiamo seguito a Pistoia in circa 80 minuti. Un diario pieno di interferenze e accenni a tematiche che si impastano col romanzo, col gioco, con l’oggi.
————————— DIARIO DI BORDO
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innesco: EUROPA Tutto comincia – si sa – quando Phileas Fogg, ricco londinese, scommette con i membri del suo club di riuscire a fare il giro del mondo in 80 giorni.
interferenza #1: STORY-GAME Qui, l’innesco parte da un grande tabellone a metà fra il gioco in scatola e il mappamondo: i continenti da attraversare sono evocati da una lavagna rettangolare a cui si appongono, durante lo spettacolo, carte di imprevisti, punizioni, casualità, ma anche filo rosso e spilli per segnalare le tappe; un dj, Mattia Tuliozi, riproduce la colonna sonora della pièce, dove si mescolano suoni di navi o treni a musiche o a quelli estrapolati da videogiochi anni ’80 come il sempreverde Super Mario Bros.
2a tappa: AFRICA (Suez) Il continente africano è il primo a essere nominato e verso cui si sposta Fogg, accompagnato dal suo fidato cameriere Passepartout: il viaggio inizia verso l’Egitto e il canale di Suez, ma non vi è una immersione o un attraversamento reale del luogo, né tantomeno dell’Africa in generale. È una semplice tappa obbligata per muovere le pedine e dare avvio alla storia, l’Africa è una sorta di introduzione per far comprendere allo spettatore come si evolverà il gioco/racconto.
interferenza #2: REALE/FINZIONALE
Uno dei livelli di lavoro di Sotterraneo è sempre stato il rapporto tra teatro e vita vera, tra finzione e realtà. Nel Giro del mondo questo assume una evidenza ancora più nitida ed estrema dal punto di vista compositivo e recitativo, perché lo spettacolo – forse proprio perché è la prima volta che il gruppo affronta un testo-romanzo – accosta la dimensione epica del racconto orale a quella dell’azione performativa, straniamento e immedesimazione (con attori che escono e entrano continuamente dai personaggi che interpretano), disgiungendo i due poli in maniera quasi siderale, spesso ponendoli in contrappunto, e portando così lo scarto a emergere ancora più chiaramente che altrove.
3a tappa: ASIA/1 (India) Una volta in Asia, e più precisamente in India, la corsa contro il tempo intorno al mondo di Phileas Fogg è costretta a rallentare: perché la fantomatica ferrovia che doveva fare la differenza non è ancora completata e tocca proseguire a dorso d’elefante; perché Passepartout profana involontariamente la sacralità di una pagoda entrandovi con calze e scarpe (la penalità dello story-game prende le forme della meditazione obbligata saltando un turno); e per ragioni cavalleresco-umanitarie, che vedono il protagonista salvare Auda, una giovane vedova costretta per motivi religiosi a buttarsi nella pira del marito (e qui lo spettacolo si apre sui temi del femminicidio).
interferenza #3: INTERAZIONE
Il ruolo dello spettatore ha sempre avuto una particolare centralità nei lavori di Sotterraneo e l’intero percorso del gruppo si potrebbe (anche) leggere come una lunga ricerca alla volta di una possibile drammaturgia dello spettatore, che lo vede coinvolto in prima persona, a volte in modo determinante per lo svolgimento di una scena. Nel Giro del mondo questo livello è massicciamente presente – sono diversi i momenti in cui è richiesta la partecipazione diretta, fra quiz, sondaggi, domande a tema –, ma a differenza di altri lavori (vedi l’esito per esempio di Be normal!) la funzione drammaturgica che le è riservata non ha un peso così determinante, e resta spesso una parentesi – seppure divertente e intelligente – che può incidere solo relativamente sull’andamento dello spettacolo.
4a tappa: ASIA/2 (Cina) Da una semplice ragazza appena salvata, Auda si trasforma in una compagna di viaggio e in un ennesimo personaggio da interpretare per i due performer-attori (Sara Bonaventura e Claudio Cirri). Così da Calcutta i protagonisti partono alla volta di Hong Kong alla ricerca di un parente della vedova indiana, impresa che si rivelerà ancora una volta carica di imprevedibili peripezie (fra l’apprendimento della lingua cinese e i fumi dell’oppio).
interferenza #4: POP Se l’Africa è solo un attraversamento veloce, in Asia il romanzo si sofferma di più e per Sotterraneo diventa il pretesto per far emergere alcuni dispositivi cari al gruppo, utilizzati con sfumature differenti anche in altri lavori precedenti: per imparare una lingua lontana e ostica come il cinese, sembra basti ripetere le poche parole dette da Google Translate, mentre per conoscere altre culture pare sia sufficiente raccogliere souvenir e scattare veloci foto-ricordo. Ma è l’entrata in scena di un enorme peluche a forma di panda, figura evocata dall’overdose da oppio di Passepartout, che ci riporta indietro nel tempo, ci fa sorridere, mentre la presenza stride con in sottofondo la canzone di Marilyn Manson I don’t like the drugs but the drogs like me: vicenda romanzesca, mondo manga, droghe e musica rock anni ’90 si mescolano su più livelli e ne viene fuori un rimpasto allucinato/allucinogeno come solo Sotterraneo sa fare. Ed ecco che entra in scena sempre e più volte l’immaginario pop: dai videogiochi anni ’80 – il funghetto di Mario Bros che dà la vita – alla canzone di Marilyn I wanna be loved by you, a – una volta che ci si avvicina all’America – l’immancabile Mickey Mouse, Barbie e Ken, il telefilm cult X Files e l’Area 51. Il giro del mondo in 80 giorni diventa in 80 minuti un’occasione per mescolare i diversi piani che si sono stratificati nella nostra cultura, quello che vi si è sedimentato negli anni formando un immaginario collettivo e che ha fatto sì che fossimo cittadini del mondo senza muoverci da casa, ma semplicemente guardando la tv o giocando ai videogames. E così basta citare gli extraterrestri o vedere la testa di Topolino per catapultarci negli States, senza effettivamente conoscere la vera cultura americana. Dopo tutto anche Fogg attraversava i territori semplicemente apponendo bandierine, senza incontrare veramente l’Altro e la sua cultura.
5a tappa: AMERICA/1 (S. Francisco>New York) Sbarcati in America, Fogg e Passepartout prendono il treno da San Francisco a New York, che viene attaccato da un’orda di indiani (ritornano in scena il problema razziale e – nella forma di Mickey Mouse – l’invadenza dell’immaginario globale occidentale).
interferenza #5: POST-GLOBALE, POST-MEDIALE
Il capitalismo procede per accumulo fin dalle sue origini agli albori della modernità e l’epoca che testimonia la scrittura di Verne segna forse il punto di innesco di una estrema accelerazione di questo processo: almeno dall’Ottocento possediamo sempre più merci, vediamo sempre più immagini, mangiamo cibi diversi, usiamo tecnologie nuove, possiamo andare dappertutto in sempre minor tempo (figurarsi oggi che c’è internet e i voli lowcost). È bello, è brutto, è quello che siamo. Lo spettacolo di Sotterraneo parla anche di questa forma di bulimia politica, sociale e culturale. Chi ci capisce più qualcosa? Come districarsi in mezzo a tutti questi stimoli? È possibile andarci a fondo? O è più comodo seguire rotte sempre nuove (eppure sempre pre-determinate), lasciandosi trasportare qua e là da (oggi si chiama websurfing, prima era lo zapping)? Si incrementa la conoscenza o si ampliano solo i luoghi in cui si può collocare? E questi sono davvero raggiungibili? Come possiamo comunicare gli uni con gli altri dal cuore di questi linguaggi così incommensurabilmente diversi, tramite esperienze sempre più personalizzate e personalizzabili, da un capo all’altro del tempo e lo spazio che sembrano lo stesso luogo e invece non lo sono? E in quale relazione stanno la cosa e il simulacro, l’idea astratta e l’esperienza diretta, la vertigine smagliante, rassicurante della superficie e la specifica profondità della visione personale? Con un souvenir omologato per riassumere il senso di un viaggio, una foto ricordo (della platea) che sarà sempre uguale pur nella sua diversità, un emblema pop per evocare il mood intero di un Paese, lo spettacolo prova – e molto, e instancabilmente, e a volte riuscendo e altre fallendo – a fare i conti anche con questo.
6a tappa: AMERICA/2 (dopo N.Y.) Con la traversata degli Stati Uniti, i protagonisti del romanzo arrivano a New York, ma per farlo attraversano ulteriori avventure mescolando il passato col presente, perché dopo l’attacco degli indiani vi è quello di Greenpeace. La storia di Jules Verne si intreccia con quella politica e sociale del nostro oggi, innescando una serie infinita di cortocircuiti che vanno aumentando nella parte finale dello spettacolo.
interferenza #6: POLITICA
Il romanzo di Verne dà la possibilità di rivedere con la giusta distanza quanto in questo testo ci sia quello che oggi definiamo razzismo, violenza di genere e colonialismo. È la stessa drammaturgia dello spettacolo a sottolinearne la presenza quando nel testo compare la parola “negro” o quando racconta come una vedova, Auda appunto, si debba gettare nel fuoco insieme alla pira funeraria del marito per trovare la morte, o come siano stati combattuti gli indiani d’America e scacciati dal proprio territorio natio. Sono tutte messe a fuoco, come fossero pause viste sotto una lente di ingrandimento o una zoomata, che fanno rileggere il grande classico sotto un altro punto di vista: svelando come per noi occidentali questi esempi appena fatti siano stati sempre visti come la “normalità” in quanto abitanti della “giusta” parte del globo. Ma sono solo dei sassi lanciati, dei momenti pieni di amara ironia – come quando appare Daniele Villa travestito da membro del Ku Klux Klan per segnalare gli atteggiamenti razzisti e punire i giocatori – che affondano senza troppo turbare la superficie – anche letta come benessere quotidiano in cui tutti corriamo perdendoci la vera vita stessa –, perché la corsa di Fogg (e dell’Occidente) deve continuare nonostante tutto. I temi politici sono sì presenti ma non vengono veramente approfonditi: forse non è altro che lo specchio della nostra società in cui ci basta commentare con uno smile triste sui social network un video che mostra un atto di violenza per farci sentire di aver così mostrato da che parte stiamo, chi sosteniamo/appoggiamo, mentre in realtà dimostriamo solo come in fondo siamo subito pronti a girare la testa dall’altra parte e concentrarci su noi stessi, sulle nostre scommesse, sulle nostre vite.
…Visto che tutti conoscono un classico della letteratura come Il giro del mondo in 80 giorni vi lasciamo a wikipedia per sapere come va a finire la storia e alla visione dello spettacolo di Sotterraneo per capire come viene risolta dalla compagnia!
Sabato 14 maggio ha avuto luogo presso la Sala Tassinari di Bologna Crescere nell’assurdo, un progetto a cura di Altre Velocità.
“Cosa significa essere spettatori oggi? Come l’arte si può legare all’educazione e alla crescita, in un mondo che ci spinge a essere consumatori e allo stesso tempo spettatori?” Queste, e molte altre, sono le domande che hanno innescato una lunga giornata di confronto, a cui hanno partecipato critici, operatori e artisti di teatro, ma anche sociologi, scrittori, intellettuali, docenti e fumettisti.
Diversi gli interventi densi, le riflessioni e le aperture che hanno generato questioni e pause importanti di pensiero; tanti gli spunti che hanno dimostrato come la“crescita nell’assurdo” – mutuata dal classico del pensiero educativo Growing Up Absurd di Paul Goodman – rappresenti un argomento importante e vivo su cui è necessario aprire un dialogo: che sia stimolante e che possa essere coltivato per far sì che la crescita nell’ambito culturale/artistico possa essere una fonte inesauribile di confronto e incontro con l’altro, con ciò che è diverso.
Seguendo il carattere di “evento fluxus” suggerito da Altre Velocità abbiamo deciso di trasmettere la nostra partecipazione a Crescere nell’assurdo tramite alcune domande che ci sono sorte durante il convegno e nei giorni a seguire, scaturite dagli interventi degli esperti che sono intervenuti. Vogliono essere un’ulteriore apertura per coltivare il dialogo che può continuare in diversi modi e forme: nuove domande che nascono dagli interrogativi posti dal progetto, e che – venendo rilanciate – possono forse provocare altri pensieri, far ipotizzare qualche risposta possibile e – perché no – far nascere ancora nuove e diverse domande.
IN UNA SOCIETÁ “ADRENALINICA” COME QUESTA, COME SI PUÓ RISPONDERE ALL’ASSURDO CHE CI CIRCONDA?
SE TUTTO PASSA ATTRAVERSO LA SOGGETTIVITÀ, NON SI RISCHIA POI DI PERDERE L’OGGETTO IN SÉ?
COME È POSSIBILE LA TRASMISSIONE DI CONOSCENZE SENZA L’INCONTRO CON UN ALTRO CORPO?
COSA COMPORTA LA SOVRAPRODUZIONE DI CONTENUTI?
SIAMO ANCORA NEL POSTMODERNO O NE SIAMO FUORI? (E IL MODERNO, DOVE L’ABBIAMO LASCIATO?)
NEI PERCORSI EDUCATIVI IN CAMPO ARTISTICO QUANTO IMPORTA LA QUALITÀ DEL PROCESSO E QUANTO LA QUALITÀ DELL’ESITO?
L’UNDERGROUND SI TRASFORMERÀ SEMPRE IN MAINSTREAM? L’AVANGUARDIA È DESTINATA A DIVENTARE SISTEMA? LA RICERCA, COMMERCIO?
L’ECCESSO DI SPECIALIZZAZIONE CI FA PERDERE DI VISTA LA CRESCITA DI QUELLO CHE NON PUÒ ESSERE ETICHETTATO?
COM’È POSSIBILE CRESCERE SE GLI SPAZI CHE PERMETTONO L’INCONTRO CON L’ALTRO CHIUDONO?
L’ESPERIENZA
DELL’ARTE E DEL TEATRO È QUANTIFICABILE?
COM’È CAMBIATO IL RAPPORTO TRA LE GENERAZIONI?
DI QUANTE IDENTITÀ SI DEVE DOTARE OGNUNO DI NOI PER CRESCERE NELL’ASSURDO?
LA SOVRAPRODUZIONE DI CONTENUTI HA COMPORTATO UN AUMENTO O UNA DIMINUZIONE DEI FRUITORI?
L’ARTE PUÒ ESSERE ANCORA UNA RISPOSTA VALIDA ALL’ASSURDO?
CHE RUOLO PUÒ AVERE LA CRITICA IN TUTTO QUESTO?
PER RISOLVERE IL PROBLEMA DEL CONSENSO, BISOGNA
PER FORZA STARE FUORI DAL SISTEMA?
Cambia tutto! Il sito del Tamburo di Kattrin non sarà più come l’avete conosciuto. In questi anni siamo cambiate noi, è cambiato internet, è cambiato il mondo del teatro, dell’arte, della cultura, e beh, è cambiato anche e soprattutto tutto ciò che è intorno a noi.
Tutto cambia, e quindi anche Kattrin sta cambiando.
Ora. Sotto i nostri occhi e i vostri.
Ci siamo occupate di fare informazione teatrale sul web dal 2009: abbiamo cercato di essere il più presenti possibili, di seguire tutto e raccontarlo su queste pagine. Un po’ ci siamo riuscite, un po’ no. Adesso ci siamo guardate intorno, dentro e fuori, abbiamo guardato voi e tutto quello che ci circonda. E abbiamo capito di voler fare qualcosa di completamente diverso.
Trimestrale. Tematico. Aperto. In progress Ogni 3 mesi scegliamo un argomento diverso su cui lavorare per un po’. Un tema che viene da dentro il teatro, ma che si apra verso il fuori, verso altri orizzonti, visioni, pensieri, insomma che tratti il teatro stesso in tutt’altra maniera: resistono alcune recensioni, sicuramente interviste e approfondimenti, ma saranno accompagnati da una serie di prospettive, rubriche e formati altri.
Non è un trimestrale “vero”, quanto piuttosto il suo processo di costruzione: un trimestrale in progress. Il sito verrà di volta in volta aggiornato e andrà a comporre, giorno dopo giorno, un mosaico di contenuti – tutti di formati diversi, da quelli leggeri, quasi dei giochi, ad altri più corposi di riflessione – che gireranno sempre intorno allo stesso tema.
Per dare al racconto del (teatro del) presente un ritmo diverso, un altro tono, linguaggi che non gli appartengono eppure potrebbero.
Festival-perché: un tema e un modo di lavorare
Non è un caso che per il primo passo di questo nuovo percorso, il primo tema che abbiamo scelto sia: “festival”.
I festival sono stati molto importanti per noi in questi anni. Non solo perché abbiamo visto spettacoli, più o meno belli, che hanno arricchito le nostre vite e il nostro lavoro. Ma, prima di tutto, perché i festival ci hanno accolte, scommettendo insieme a noi su un tipo di lavoro intensivo, di prossimità e di profondità che oggi è raro poter svolgere: OperaEstate di Bassano, Primavera dei Teatri a Castrovillari, Drodesera, e tutti gli altri presso cui siamo state ospiti per tempi più brevi, ci hanno insegnato molto, moltissimo. Qui abbiamo incontrato le persone che il teatro lo fanno tutti i giorni, a ritmi belli e forti; che hanno il coraggio e la responsabilità di dischiudere visioni sull’arte e sul mondo che le circonda; che creano soprattutto il tempo e lo spazio per condividerle, per confrontarcisi.
Uno spazio-tempo altro, quello dei festival. Separato e immerso nel mondo. Vicinissimo alle persone, eppure anche distaccato. Intenso e rarefatto. Condivisione e concentrazione. Uno e molteplice. Un’eccezione e una regola. Che è quello che – scegliendo questo tema per la nuova vita del Tamburo – vogliamo provare a fare insieme nei prossimi mesi.