Redazione
Interviste agli artisti di Primavera Teatrale del Teatro Stabile del Veneto

Scopri come trasformare la tua passione in un tesoro colossale accedendo subito al portale https://bizzocasino-it.app/ stasera stessa. Ti offriamo una piattaforma moderna dove la fortuna si sposa con il divertimento puro per regalarti emozioni senza alcuna fine. Non aspettare che sia il caso a decidere il tuo destino, prendi l’iniziativa vincente e conquista il jackpot milionario subito.
Sono loro infatti i protagonisti della Primavera Teatrale, che si è distinta – come nelle linee guida della progettualità dello Stabile – per l’identificazione di 5 aree tematiche: Parole Contemporanee (Natalino Balasso con La Cativissima – Epopea di Toni Sartana), Progetto Giovani (Tiziano Scarpa e Giorgio Sangati con I maggiorenni), Officina Goldoni (Giorgio Sangati con Arlecchino – Il servitore di due padroni e Giuseppe Emiliani con I Rusteghi), Incubatore Produttivo (Babilonia Teatri con David è morto) e Teatro e Spiritualità (Michela Cescon con Il testamento di Maria).
In occasione della Primavera Teatrale, Il tamburo di Kattrin dedica uno spazio speciale al progetto: ha chiesto alcune anticipazioni agli artisti, in forma di intervista scritta, per scoprire qualcosa di più del loro teatro, di come lavorano e sulle nuove produzioni, su cosa si stanno concentrando in questo momento e come si svilupperanno i progetti.
Qui sotto le 3 domande, per leggere le risposte occorre cliccare sul nome del singolo artista o gruppo.
*****************
In tre parole: cos’è il suo/vostro teatro? E cosa non è?
> Babilonia Teatri >>>
> Natalino Balasso >>>
> Giuseppe Emiliani >>>
> Giorgio Sangati >>>
Rispetto al processo in corso con il Teatro Stabile del Veneto e all’appuntamento di “Primavera teatrale”, in questo periodo su cosa sta/state lavorando?
> Babilonia Teatri >>>
> Natalino Balasso >>>
> Giuseppe Emiliani >>>
> Giorgio Sangati >>>
Una “cartolina” dal processo creativo della nuova produzione: un’immagine e una frase al momento rappresentative del lavoro in via di creazione.
> Babilonia Teatri >>>
> Natalino Balasso >>>
> Giuseppe Emiliani >>>
> Giorgio Sangati >>>
![]() Babilonia Teatri |
![]() Natalino Balasso |
![]() Giuseppe Emiliani |
![]() Giorgio Sangati |
In tre parole: cos’è il suo/vostro teatro? E cosa non è?
Babilonia Teatri Il nostro teatro è pop, rock e punk.
Non è classico, non è interpretato, non è intrattenimento.
Natalino Balasso Il nostro è un teatro che non si definisce in tre parole. Ma sicuramente è un teatro nel quale gli attori e il pubblico stanno dalla stessa parte. Cosa non è? Non è noioso.
Giuseppe Emiliani Non so cosa caratterizzi il mio teatro da farlo apparire diverso da un altro.
Sono certo di una cosa: il mio teatro nasce da un affamato bisogno di conoscenza di una società che sta violentemente cambiando, anche nei meccanismi comunicativi e nei paradigmi estetici (per non parlar dell’etica).
Amo usare il teatro come strumento conoscitivo, sia nei confronti di un testo, sia nei confronti della realtà alla quale questo testo si riferisce.
Ogni testo, per me, è uno spiraglio che apre altri mondi.
Ogni testo lo affronto con grande curiosità.
L’arte del teatro è l’arte della curiosità, della irrequietezza e del rischio. Chi fa teatro non riesce a stare semplicemente con la terra sotto i piedi bensì ogni luogo invita all’oltrepassamento.
Ogni esperienza è la testimonianza del desiderio che porta oltre l’esperienza.
Fare teatro, per me, è una esperienza di navigazione avendo gli attori come compagni di viaggio. Non è solo interpretare, progettare, dirigere, coordinare. Fare regia, fare teatro, è una “attività” e una “ricerca”: abbandonare ogni volta ogni facile patria, lasciarsi alle spalle certezze, credenze, pregiudizi, per decidersi ad andare. Andare anzitutto dove il rischio è maggiore, dato che al suo aumentare aumenta anche la possibilità di conoscersi. Andare alla ricerca di una strada nel luogo dove per definizione non si può camminare: il mare.
Nel momento in cui si parte non si sa cosa ci aspetta ma non si può andare in viaggio con sregolatezza. Bisogna navigare nel solco delle precedenti esperienze di viaggio. Non bisogna dimenticare o, peggio, non ri-conoscere i grandi maestri della navigazione. Deve esserci un metodo nel procedere di chi naviga. Occorre essere consapevoli che un errore può portare al naufragio. Quando si naviga c’è bisogno di qualcuno che si assuma la responsabilità del viaggio. Qualcuno che indichi la rotta nel “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole. Credo che possono cambiare i luoghi della navigazione, possono cambiare le zattere, possono cambiare i venti… La bella speranza è che non cambi mai il mare, lo spazio metafisico dove gli amanti della ricerca cercheranno sempre, in ogni tempo, di andare avanti anche durante la bonaccia. Perché i teatranti, come le navi, non sono fatti per restare in porto, ma per attraversare il “mare della vita” nell’interrogazione.
Giorgio Sangati Il mio teatro è fatto di parole, spazio e attori. Parole come testo da sviscerare; spazio come microcosmo da inventare; e attori come corpi per dare vita al testo nello spazio. Di questi tre elementi l’ultimo, gli attori, è il più importante. Una volta andati in scena per me lo spettacolo è loro: uno spettacolo bello per me è uno spettacolo rischioso. Mi piace pensare agli attori come funamboli che ad ogni passo rischiano di cadere ma che, alla fine non cadono grazie alla loro bravura, al loro coraggio davanti agli occhi ammirati del pubblico.
*****************
Rispetto al processo in corso con il Teatro Stabile del Veneto e all’appuntamento di “Primavera Teatrale”, in questo periodo su cosa sta/state lavorando?
Babilonia Teatri Per la “Primavera Teatrale” abbiamo presentato al Teatro Verdi di Padova lo spettacolo a cui stiamo lavorando in questo periodo. David è morto, sarà prodotto da Teatro Stabile del Veneto ed Emilia Romagna Teatro Fondazione e debutterà a novembre. David è morto sarà uno spettacolo che, giocando sul filo del paradosso, porterà all’estremo le dinamiche della nostra società costruendo una vicenda al limite del verosimile per dipingere il ritratto di una generazione allo sbando.
David è morto è un progetto originale.
È la volontà di raccontare una storia.
È la volontà di lavorare con degli attori.
È la volontà di scardinare ancora una volta la nostra dinamica di lavoro e di messa in scena. Ci piace e ci affascina l’idea di sperimentare e mettere alla prova la nostra poetica e la nostra estetica in contesti e forme continuamente diversi.
Resta fermo il nostro bisogno di fare i conti con le nostre contraddizioni e con quelle del mondo in cui viviamo. Da qui la scelta di scrivere un testo e uno spettacolo che raccontino una vicenda surreale che spinga fino alle estreme conseguenze le storture del nostro tempo.
È il racconto di una provincia lasciata a se stessa dove si corre per non sapere quel che è stato lasciato alle spalle, per non vedere quel che ci circonda, per continuare a sognare un traguardo che non c’è.
È una narrazione scanzonata e leggera di una realtà profondamente drammatica.
La vicenda parte dalla realtà per costruire un’iperbole che per noi è l’unica possibilità per raccontare con efficacia un mondo in cui spesso il reale supera la fantasia.
Natalino Balasso Ad aprile abbiamo presentato la commedia La Cativìssima, l’epopea di una sorta di Ubu veneto che si chiama Toni Sartana, un personaggio crudele e infantile. La commedia è scritta da Natalino Balasso e recitata, oltre che da lui, da altri due attori e tre attrici. Fa parte di una trilogia della quale le altre due commedie dovrebbero andare in scena nei prossimi anni.
Giuseppe Emiliani Come regista resto ancorato a una “utopia umanistica”. Continuo ad amare lo studio ostinato del testo. E del sotto-testo che amo costruire lentamente, con precauzione. A volte con rabbia. Interrogando ogni frase, ogni parola. Ogni suono.
In questo periodo sto studiando e fantasticando su possibili letture registiche del testo. Mi sto attrezzando per dare tutte le informazioni all’attore quando, finalmente, inizieranno le prove.
A tutti quelli che mi chiedono perché io ami così tanto Goldoni rispondo che lo amo perché ogni volta che allestisco un suo testo ho l’impressione che Goldoni non sia stato ancora, fino in fondo, capito.
Sono convinto che Goldoni abbia ancora bisogno di essere riletto, interrogato, rappresentato.
Anche la commedia I Rusteghi, indubbiamente il suo capolavoro, offre continui nuovi spunti di riflessione. Quando la scrive, nel 1760, Goldoni è un intellettuale sempre più lucido, aperto alle esperienze e alla cultura europea (nel 1760 avverrà il famoso contatto epistolare con Voltaire), più filosofo insomma, nel senso settecentesco del termine.
I Rusteghi nascono anche da questa attenzione ai “lumi” che vengono dall’Europa, e permettono un giudizio più ampio sulla società veneziana.
Una commedia di rara felicità espressiva, di straordinaria abilità scenica, di grande sapienza linguistica.
Una esplosione gioiosa d’inventiva ad ogni gesto e battuta.
Una commedia in cui l’autore affonda il bisturi sulla città che lo circonda, utilizzando con consumata maestria tutte le risorse del suo laboratorio drammaturgico e della sua lingua straordinaria.
Goldoni costruisce il suo componimento con un rigore raramente eguagliato in altri testi, concentrando l’azione in un lasso di tempo minimo (una mezza giornata) che subisce una accelerazione impercettibile ma costante fino alla frenesia della gran scena finale.
L’azione si svolge tutta in interni, gli unici spazi possibili per i quattro rusteghi, quattro uomini alle prese con un eros inquieto e perturbante, con famiglie difficili da governare e con affari ancora prosperi ma già minacciati di crisi.
Ambiguità, insicurezza, irresolutezza, nevrosi caratterizzano questi despoti improbabili, arroccati nella difesa a oltranza del passato contro ogni minaccia di novità.
Netta è la polemica di Goldoni con il conservatorismo ormai rozzo della classe cui appartiene e in cui ha per molto tempo ciecamente creduto. Il mercante lucido e avveduto, che per lunghi anni, nei panni di Pantalone, aveva impersonato il prototipo di un individuo socialmente responsabile, consapevole dell’interesse proprio e altrui, aperto e illuminato, si è ormai svilito a una caricatura di se stesso. Chiuso nella propria casa, gelosamente attaccato al proprio meschino tornaconto, si rifiuta di concedere a chi gli è sottomesso (le donne e i figli) qualunque autonomia di comportamento.
Se i rusteghi tendono a chiudersi dentro le loro case come in una fortezza impenetrabile, le donne guardano alla vita, all’esterno, ai contatti sociali, ai doveri dell’amicizia e della parentela, ai diritti del sentimento. I rusteghi no. Si sentono minacciati dai grandi rivolgimenti che stanno per toccare Venezia e riescono a esistere soltanto nel chiuso delle loro mura domestiche, dove agiscono con prepotenza insopportabile vietando visite, divertimenti, sprechi e frivolezze e ogni minima forma di ozio, soprattutto il teatro.
Il teatro è aborrito e temuto dai rusteghi: lo considerano luogo di corruzione e di spreco, come il carnevale che c’è fuori e a cui è vietato partecipare. Il carnevale negato, tuttavia, alla fine irrompe lo stesso nelle stanze serrate e austere dei rusteghi, con tutta la sua carica di comicità trasgressiva.
Il conte Riccardo, un avventuriero onorato, accompagnerà nella casa-fortezza di Lunardo, il giovane promesso sposo Felippetto mascherato da donna, contento di verificare il gusto tutto veneziano di fondere gioco ed esistenza, felice di “godere della più bella commedia di questo mondo”.
I Rusteghi non sono soltanto uno spaccato di interno borghese, ma la messa in evidenza di un rapporto continuo tra questo interno e una città che penetra in esso nonostante l’ideale di claustrazione che domina i rusteghi.
Il teatro penetra nel chiuso mondo domestico, sommuovendolo dall’interno, smascherandone le contraddizioni: per affermare, insomma, il proprio potere demiurgico.
Goldoni riesce a costruire, nel modo insieme più naturale e raffinato, una struttura comica omogenea e pur fondata su sottili differenze (sociali, familiari, di sesso e di generazioni).
Lunardo si presenta con due donne giovani in casa (la figlia e la seconda moglie), fin troppo “desmesteghe” per lui.
Maurizio, vedovo, presenta, per opposizione, un mondo senza donne. È il rustego apparentemente più favorito, il più silenzioso, austero.
Simon costituisce con Marina una coppia solitaria, legata da una lunga consuetudine di reciproca aggressività.
Canciano, infine, costituisce con donna Felice la coppia più civile, proprio perché il rapporto tende a rovesciarsi, rendendo Canciano il rustego più velleitario e represso.
Il gioco mutevole dei personaggi e tra i personaggi è affidato soprattutto al linguaggio, alla grande energia verbale. Non c’è nei Rusteghi una sola battuta sbagliata.
Famosa è “la renga” finale di siora Felice, quasi portavoce dell’autore: bella, elegante, più ricca delle altre donne per retaggio famigliare, sa parlare con proprietà ed è abile a dominare il marito e i suoi temibili compari. La sua forza sta nel possesso pieno dello strumento della retorica.
È lei il personaggio che più strettamente si lega al grande motivo metaforico che percorre la commedia: quella del teatro.
È subito avvertibile, sin dalle prime battute, che alla base della commedia ci sia una sorta di allegra e sicura provocazione del Teatro – per usare i termini notissimi dell’autore – rispetto al Mondo che tende a esorcizzarlo come un rito pericoloso e inutile.
Il pubblico, sin dall’inizio, viene coinvolto in questa provocazione: «Debotto xe fenio el carneval – osserva Lucietta – gnanca una strazza de comedia no avemo visto […]».
La commedia si avvia quindi come discorso sul teatro.
Tra le improvvisazioni di siora Felice, simbolo esplicito dell’autore in quanto regista della “commedia”, e lo spasso di Riccardo, rappresentante pure esplicito del pubblico sulla scena, si muove l’invenzione sicura di Goldoni.
Nei Rusteghi traspare la sua maggiore fiducia nelle capacità del teatro di affermare la propria funzione sociale e civile.
Un teatro moderno. Perché in questo universo domestico di rancori e ossessioni, non ci sono alla fine né cordialità né riscatti: solo l’effimera tenerezza della scena nuziale conclusiva, che non reca un vero sollievo.
La commozione finale dei quattro rusteghi, occasionalmente sconfitti, non prelude a significativi cambiamenti. Ed è questa la sottile crudeltà sottesa alla commedia. E la sua straordinaria modernità.
Giorgio Sangati Per il momento siamo alla primissima lettura: si è formata la compagnia, il testo è stato adattato e abbiamo i bozzetti dello spazio in cui ci muoveremo: una specie di soffitta senza tempo e zeppa di bauli. Dentro questi bauli ci sono vestiti impolverati, attrezzeria ammaccata, vecchi strumenti musicali, quanto basta per far vivere il testo: è sufficiente aprirli e “dare un poco d’aria agli abiti” per dirla con le parole di Goldoni. Siamo a caccia di quest’aria, di questo respiro che da secoli permette il ripetersi del miracolo di Arlecchino.
*****************
Una “cartolina” dal processo creativo della nuova produzione: un’immagine e una frase al momento rappresentative del lavoro in via di creazione.
Babilonia Teatri
Farò un solo intervento in città. Uno solo. Unico, ma necessario.
Costruirò un teatro.
Un teatro enorme.
In grado di contenere tutto il paese sul palco. E tutte le migliaia di quotidiani visitatori in platea.
Il teatro tornerà ad essere agorà.
Tutte le sere di tutti i giorni di tutti gli anni a venire andrà in scena lo stesso spettacolo.
David è morto: il musical.

David è morto – Foto di Eleonora Cavallo
Natalino Balasso Il lavoro vero e proprio comincia questa estate, quindi non abbiamo immagini. Dal testo della commedia, vi riportiamo una battuta di Toni Sartana:
«Lo sai Benetti cosa vuol dire vivere nel’Onbra? No, tu non lo puoi sapere. Sei sempre stato ala luce. Avevi i schei di tuo padre, giravi in BMW a diciott’ani, avevi le fighe. E poi ti sei laureato che eri già padrone di una fabrica e in questi ani hai colesionàto una schiera di lecaculi pronti a eseguire i tuoi ordini. La diferenza tra te e me è che tu non conosci la sconfita».
Giuseppe Emiliani Abbiamo da pochi giorni costituito il cast di grande qualità (è davvero una “bella cartolina”):
Stefania Felicioli (che torna a recitare I Rusteghi, nella parte di siora Felice, dopo essere stata una indimenticabile Lucietta nello storico allestimento di Massimo Castri)
Giancarlo Previati, nella parte di Lunardo
Piergiorgio Fasolo, nella parte di Simon
Alessandro Albertin, nella parte di Cancian
Alberto Fasoli, nella parte di Maurizio
Cecilia La Monaca, nella parte di Margherita
Maria Grazia Mandruzzato, nella parte di Marina
Margherita Mannino, nella parte di Lucietta
Francesco Wolf, nella parte di Filippetto
Michele Maccagno, nella parte del conte Riccardo
Scenografia di Federico Cutero
Costumi di Stefano Nicolao
Musiche di Massimiliano Forza
Giorgio Sangati L’Arlecchino che immagino non è né attualizzato, né filologico è perso in qualche punto della storia in compagnia di un gruppo di attori, della loro umanità, della loro malinconia ma anche della loro voglia inesauribile di divertirsi.
«Ah, pur troppo egli è vero: in questa vita per lo più o si pena, o si spera, e poche volte si gode». Clarice da Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni.
a cura di Elena Conti e Roberta Ferraresi
Le ragioni di un mestiere / Intervista VQM
I Vico Quarto Mazzini insieme a Paola Aiello e Natalie Norma Fella sono in scena, da febbraio, con il loro Sei personaggi in cerca d’autore. Lo spettacolo ha debuttato al Teatro dell’Orologio di Roma, dove i VQM ci hanno concesso questa intervista, e l’11 aprile sarà al Teatro Kismet Opera di Bari (che lo ha coprodotto). Michele Altamura, Nicola Borghesi, Riccardo Lanzarone e Gabriele Paolocà si sono incontrati nel 2007 alla Civica Accademia d’Arte drammatica “Nico Pepe” di Udine e hanno intrapreso insieme un percorso di ricerca che li ha portati a produrrre Diss(è)nten (2010), Il sogno degli artigiani (2011), Boheme! (2013) e Amleto FX (2014). Dal 19 al 30 ottobre li abbiamo visti a Bologna, in veste di organizzatori del Festival 2030 (leggi l’approfondimento).
Nella loro messa in scena del testo pirandelliano interrogano l’autore e i suoi personaggi come fossero i protagonisti di un grande classico, attualizzando gli stati esistenziali dell’artista e ricercando tra le righe della pièce le ragioni di un mestiere e le spinte di una passione. Ad majora!
La prima domanda ne comprende due: che rapporto avete con il teatro di testo e perché avete scelto di mettere in scena un testo di Pirandello?
Gabriele Paolocà La sfida era affrontare un testo che non fosse nostro. È la prima volta che lavoriamo su qualcosa che non abbiamo scritto noi, anche se l’abbiamo resa nostra. La scelta di Pirandello nasce dalla volontà di lavorare su un classico italiano, un nostro autore, come si fa con Cechov e Shakespeare da quasi un secolo e trovando la libertà di prendere un testo, frantumarlo e renderlo strumento della nostra poetica. Pirandello è sempre un autore ostico, difficile, è impossibile riuscire a districarsi tra le sue trame.

Foto di Manuela Giusto
Michele Altamura L’idea è nata al Teatro dell’Orologio, durante le repliche di Boheme! a marzo 2014. Pensavamo allo spettacolo successivo, volevamo lavorare su un classico e Fabio Morgan, il direttore del teatro, ci ha suggerito di lavorare su un autore con cui avessimo un rapporto di amore e odio, che, fondamentalmente, non ci piacesse. Secondo lui, come poetica di compagnia, se avessimo lavorato su testi e autori di cui siamo appassionati avremmo rischiato di essere compiacenti; lavorando, invece, con degli autori scomodi, avremmo tirato fuori il meglio, saremmo diventati più “cattivi”, non avremmo concesso nessuno sconto. Da quel momento, ci siamo chiesti quale Pirandello fare e abbiamo scelto il suo testo più famoso: Sei personaggi in cerca d’autore.
Rispetto al rapporto con il teatro di testo, sia con i nostri precedenti lavori – Diss(è)nten e Boheme! si fondano comunque su una drammaturgia di parola –, che nei lavori con altri artisti, da soli o in gruppo, ci è spesso capitato di affrontare testi: Gabriele ha lavorato con Le Belle Bandiere, io e Riccardo, e poi anche Gabriele, con Michele Sinisi. Dall’altra parte, però, cerchiamo sempre una deriva verso l’immagine, anche per creare un conflitto tra questi due elementi che poi si sintetizzi sulla scena.
Gabriele Paolocà È un trand divertente che ci sta dando sempre più gusto. Ultimamente, ho fatto un lavoro in solitaria sull’Amleto. Era una cosa che volevo fare da tempo e che consisteva in una destrutturazione totale del testo per parlare di me accanto ad Amleto. Nel caso dei Sei personaggi, più leggevo il testo meno sentivo quella libertà che mi dava Shakespeare, ma, forte di questa esperienza del 2014, mi sono detto: perché no?!
Come avete lavorato per questo spettacolo?
Gabriele Paolocà Siamo stati spudorati nell’ignorare tutto il carico che porta Pirandello, anche forti della lettura di molte critiche che parlavano dei Sei personaggi come di un’opera che racchiudeva tutto il pensiero pirandelliano. I critici del tempo, che amavano molto l’autore, gli rinfacciavano il fatto che avesse messo un capolavoro in mano a una storia senza un forte appeal. Abbiamo deciso di affrontare Piradello mettendoci dentro quello che amavamo. Mi appassiona Uno, nessuno e centomila e, in generale, l’evoluzione che Pirandello fa fare ai suoi protagonisti. Quindi, abbiamo preso il capocomico e gli abbiamo fatto fare un processo che assomigliasse a quello di Vitangelo Moscarda, attraverso questo suo essere libero che lo fa diventare il primo prigioniero di se stesso. Da questo ragionamento è scaturita una riflessione profondissima, almeno per me, sul mio mestiere. Il viaggio è partito dalla frase che la figliastra dice del capocomico: “per tentarlo, tante volte, nella malinconia di quel suo scrittojo, all’ora del crepuscolo, quand’egli, abbandonato su una poltrona, non sapeva risolversi a girar la chiavetta della luce e lasciava che l’ombra gl’invadesse la stanza e che quell’ombra brulicasse di noi, che andavamo a tentarlo…”. Da questa battuta, sono apparsi tutti i concetti pirandelliani, soprattutto quello di un’illusione più vera della realtà. La domanda che mi sono fatto è: e se questa illusione che ti sta portando a compiere i passi che compi ogni giorno ti stia fregando? Da quel momento, è partito il gioco attraverso il quale abbiamo trovato le fila di questo spettacolo. Così, ad esempio, il fatto che non avessimo i due giovinetti per il ruolo dei bambini è diventata una forza e non un limite. Quest’uomo disperato che decide di smettere di fare teatro, ma che non riesce a smettere di pensare al teatro, che incontra questi personaggi che gli chiedono di continuare a farlo e gli fanno capire che la loro è una richiesta totale, procede, durante la storia, nel tentativo di riempire un vuoto. Nel finale, però, ritorniamo all’ambiguità che è propria del finale pirandelliano. La cosa bella è che la domanda non è se il giovinetto sia morto o meno, ma se l’autore si ammazzi o meno.

Foto di Manuela Giusto
Michele Altamura Nella creazione, in tanti momenti, abbiamo, secondo me, autorialmente, servito il testo. Ad esempio, tutta la parte in cui i personaggi si indicano segue alla lettera il testo pirandelliano.
Gabriele Paolocà Tutto lo spettacolo è costruito nell’ottica del processo creativo che vive l’autore. Ma era Pirandello ed è di una tenerezza infinita il fatto che lui sentisse profondamente di raccontare male la storia che lo ossessionava. Noi gli abbiamo solo dato retta.
Michele Atamura C’è una recensione di Artaud ai Sei personaggi in cui lui dà del genio a Pirandello e gli dice che chi non capisce questo testo, non capisce niente di teatro. Noi abbiamo assecondato l’autore fino alle conseguenze più estreme e, nostro malgrado, lui ha resistito, come sempre accade con i grandi testi. Mi è sempre piaciuto il fatto che “tradurre” e “tradire” siano due parole che hanno la stessa radice: per tradurre forse bisogna tradire. Secondo me, è una chiave di lettura importante per il teatro di tutti i tempi. Quello che per Pirandello era irrappresentabile, oggi è superato, quello che per lui era osceno, per noi è banale.
Nei vostri precedenti spettacoli, avete fatto anche delle regie collettive. Come funziona una regia collettiva e perché per i vostri Sei Personaggi avete scelto la regia individuale di Gabriele Paolocà?
Riccardo Lanzarone Non sappiamo come funziona una regia collettiva universalmente. La cosa interessante del nostro gruppo è che, all’inizio di un lavoro, ognuno di noi parte da un approccio diverso. Magari, uno partirebbe dall’immagine, uno dal testo, uno dal corpo. La prima cosa che abbiamo provato a fare, sia con Diss(è)nten che con Boheme!, è stata fare un passo indietro rispetto alla prima idea. Con Diss(è)nten il tema di partenza era la politica, la violazione della privacy – erano gli anni del berlusconismo –, l’esigenza di raccontare il nostro contesto. Trovato il macro-tema, ognuno di noi ha proposto una modalità di lavoro e il testo ci ha aiutato in corso d’opera. All’inizio volevamo fare una cosa particolare: Diss(è)nten doveva essere parte de La trilogia dell’apatia. Il primo studio era sulla politica, il secondo sulla religione, il terzo sulla società. Poi, Gabriele ha scritto il testo di Diss(è)nten e abbiamo cominciato a elaborarne più versioni, cambiandolo continuamente, finché non è arrivato, dopo almeno quattro repliche, il testo finale. In un caso, una proposta scenica suggeriva qualcosa a Gabriele, in un altro caso era la scrittura di Gabriele a suggerire qualcosa a noi.
Gabriele Paolocà La regia collettiva è un’autogestione condivisa e noi stiamo imparando attraverso questa autogestione anarchica e senza maestri. Quest’autogestione collettiva ha voluto che le nostre peculiarità diventassero i nostri punti di forza. Lavorando su questi punti di forza sono emerse alcune singolarità. Quindi, ad esempio, per i Sei personaggi io ho espresso la volontà di fare la regia. Pensavo stasera, mentre facevamo lo spettacolo, a quanto le parti più personali che fa Riccardo, che è il caratterista in questo caso, siano esattamente l’essenza di quello che Riccardo stesso ha portato a questa compagnia. Il lavoro che fa Michele sulla recitazione è quello che ha sempre voluto fare. Il lavoro che io adesso, per la prima volta, faccio da fuori è veramente quello che ho sempre voluto fare.

Foto di Manuela Giusto
Quindi, è un’autogestione che ricerca e mette a frutto le potenzialità individuali?
Riccardo Lanzarone Esattamente. Anche perché la piccola differenza è stata che anche negli spettacoli precedenti ognuno di noi poteva stare sulla scena ma esercitando, sempre, uno sguardo anche esterno. In questo modo, non andavamo mai veramente a fondo e ci mettevamo molto più tempo. Con i Sei personaggi, in un mese di prove, è stato, per certi versi, molto più semplice. Abbiamo discusso insieme molte delle scelte ma, poi, Gabriele, da fuori, ha avuto sempre l’ultima parola.
Gabriele Paolocà Il Teatro Kismet ci ha concesso questa possibilità. Io, ad esempio, ho sempre voluto essere un light designer e, con questo spettacolo, ho avuto la possibilità di giocare con la mia passione. Siamo figli della nostra generazione, sappiamo fare un po’ di tutto, anche se noi siamo attori…
Infatti, volevo capire questo: come vi muovete tra tutte le funzioni di cui mi parlate e che ricoprite?
Riccardo Lanzarone Noi siamo attori, tutto il resto è stato fatto per esigenza, ma cercando anche il piacere del fare le luci, del dirigere, eccetera.
Che tipo di formazione offre la “Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe” che avete frequentato e che, ultimamente, sta sfornando una serie di artisti che girano molto sulla scena nazionale?
Paola Aiello Durante il primo anno, ci si pone come obiettivo quello di destrutturare i clichés fisici, verbali, il modo di porre la parola e il corpo, e si lavora sull’improvvisazione a tema, oltre che sul gruppo e sull’ascolto. Il secondo anno è dedicato alla Commedia dell’Arte e ha come scopo sia quello di lavorare in gruppo – per questo, probabilmente, escono diversi gruppi dalla scuola – che di potenziare l’ascolto dell’energia comune. Il terzo anno si articola attraverso seminari più o meno lunghi. Il percorso triennale permette di abituarsi a reagire ad approcci molto diversi. È una preparazione un po’ schizofrenica, ma completa.
Riccardo Lanzarone Infatti, è una scuola che prepara artisti, fa lavorare molto in autonomia, lascia tanto tempo per provare. Inoltre, si fanno quelle che vengono chiamate Soireés, cioè delle serate in cui i singoli studenti, da soli o in gruppo, possono decidere cosa presentare al pubblico occupandosi della regia, della scelta del testo, eccetera.
Paola Aiello Sono anche occasioni per mettere a frutto tutti gli insegnamenti appresi durante il giorno e metterli al servizio di una ricerca personale, per sperimentarsi come autore o regista. È uno spazio prezioso che tante accademie non hanno ed è un modo per trovare delle affinità con altri colleghi. Un altro aspetto importante della “Nico Pepe” – e lo dico da pigra – è che è strutturata con un regime un po’ militare, per gli orari e per l’impostazione di alcuni rapporti, e questo riesce a stimolare l’anima disciplinata che c’è in ognuno di noi e insegna a riconoscere quello che si fa come un lavoro che ha bisogno di essere trattato con disciplina.
Michele Altamura Claudio (de Maglio, ndr) – il direttore –, vedendo gli studenti esausti, dice sempre che solo quando si tocca il fondo delle proprie energie si trova un’energia nuova, una qualità diversa.
Volevo chiedere a voi, ragazze, che non fate parte dei Vico Quarto Mazzini, come ha funzionato il vostro coinvolgimento nello spettacolo.
Natalie Norma Fella Abbiamo fatto tutti la stessa scuola, anche se loro tre, non Nicola (Borghesi, ndr), erano dello stesso anno. Ci siamo incrociati, ci siamo visti lavorare, abbiamo assistito a queste Soirées che erano delle occasioni per conoscersi, e ci siamo tenuti d’occhio, prima, e in contatto, poi. Il rapporto che c’è tra tutti noi, a livello personale, è molto forte. Il sostegno ai progetti di ciascuno di noi, anche al di fuori dell’accademia, è sempre stato molto attivo.

Foto di Manuela Giusto
Riccardo Lanzarone La cosa bella è incontrare le persone in un periodo di formazione. A ciascuno di noi è capitato di dire che gli sarebbe piaciuto fare un lavoro con gli altri. Per la prima volta, questo è stato possibile, il sostegno del Teatro Kismet ci ha permesso di coinvolgere delle persone con cui avevamo un feeling.
Michele Altamura A livello politico, non poetico, ci siamo spesso interrogati sulla possibilità di chiamare delle persone, ma, non potendo garantire niente a nessuno, alla fine, abbiamo sempre rinunciato. Paola e Natalie scommettono con noi, però a partire da una base che ci fornisce qualche garanzia.
Riccardo Lanzarone Per la prima volta, abbiamo lavorato in condizioni umane, in un teatro. Abbiamo provato Boheme! in un luogo in cui non potevamo entrare prima delle sei di pomeriggio, quindi provavamo fino alle tre di notte. Abbiamo provato Diss(è)nten in una soffitta impolverata, con i giubbotti e i cappelli di lana. Nel caso dei Sei personaggi abbiamo lavorato in delle condizioni normali.
Come siete arrivati al Teatro Kismet?
Michele Altamura Siamo arrivati in Puglia vincendo un bando regionale nel 2010. Stavamo producendo Diss(è)nten e abbiamo cominciato a interfacciarci con le realtà anche più grandi di noi che esistono nella regione. Da pugliese e barese, il Kismet è stato il luogo dove ho iniziato a vedere il teatro, dove ho visto per la prima volta Emma Dante, Castellucci e tanti altri. All’epoca, avevamo ventiquattro, venticinque anni, con la nostra umiltà siamo andati dalla direttrice artistica, Teresa Ludovico, e le abbiamo chiesto di guardare i risultati del nostro lavoro. Lei, dopo un po’ di tempo, li ha visti e ci ha detto che ci avrebbe dato una possibilità nella sala piccola, in seconda serata, a fine stagione. È andata molto bene, il pubblico è stato molto contento. L’anno dopo hanno ospitato il Boheme! Al Kismet siamo arrivati così: in punta di piedi, proponendo uno spettacolo, e poi, pian piano, costruendo dei rapporti, non solo professionali ma anche umani con Teresa, ma anche con il Presidente (Augusto Masiello, ndr) e con il Direttore amministrativo (Vincenzo Cipriano, ndr).
Riccardo Lanzarone È come se loro fossero i testimoni dei nostri passi. Quando siamo arrivati in Puglia eravamo un po’ spaesati, non sapevamo cosa fare, e poi, a poco a poco, loro hanno assistito a tutte le cose che abbiamo fatto.
Paola Aiello Quello che si vede molto chiaramente da fuori è che, da parte del Kismet, della direzione artistica, c’è una fiducia senza necessità di sorveglianza, una fiducia non solo dichiarata ma quotidiana. È una cosa da strillare a voce alta perché è una cosa che poi paga.
Chi sono i vostri maestri?
Michele Altamura Romeo Castellucci per noi è molto importante. Sappiamo che non arriveremo mai a fare il suo tipo di teatro, ma la sua poetica è molto presente.
Gabriele Paolocà Io vado da Shakespeare a Aphex Twin.
Michele Altamura De Berardinis – che ha preso i classici e li ha rivoltati completamente, centrandoli sull’attore – e Carmelo Bene.
Riccardo Lanzarone Per me: Castellucci e De Berardinis.
Natalie Norma Fella Per me, Nina Simone.
Paola Aiello Gianni Rodari.
A cura di Nicoletta Lupia
Intervista a Peter Stein
Il ritorno a casa di Harold Pinter con la regia di Peter Stein è stato prodotto dal Teatro Metastasio di Prato e da Spoleto56 Festival dei 2mondi, in occasione del quale ha debuttato nel luglio del 2013, prima di andare in tournée per i successivi due anni.
Abbiamo chiesto al regista di rispondere ad alcune domande, sullo spettacolo e non solo, per iscritto. Lui l’ha fatto aprendo finestre sulla drammaturgia di Pinter, sul processo creativo, sul ruolo dell’attore, sulla situazione del teatro europeo ed italiano contemporanei, sul pubblico.
Per fornire un quadro più completo dello spettacolo e del personaggio, abbiamo integrato l’intervista con alcuni brevi approfondimenti: si tratta di rimandi a video e a contributi d’archivio che, muovendo dalle parole del regista, hanno l’obiettivo di rilanciarle, allargando prospettive di comprensione e confronto.
L’INTERVISTA
ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA
UNA BREVE BIO- E TEATROGRAFIA DEL REGISTA

Foto di Pino Le Pera
Nelle note di regia racconta il suo rapporto con Il ritorno a casa di Pinter: la prima visione, cinquant’anni fa, a Londra, per la regia di Peter Hall; l’esperienza che l’ha profondamente segnata come aiuto-regista di Giesing. Come si è sviluppato, nel corso della sua carriera, il rapporto con questo drammaturgo?
Non ho mai fatto prima un testo di Pinter, anche se, nel mio teatro, mi è capitato spesso di produrre e ospitare i suoi testi. L’ho incontrato due volte e lui si è sempre dimostrato come uno a cui il mio lavoro piaceva.
Il mio punto di partenza era un altro autore inglese: Edward Bond, di cui ho messo in scena Saved nel 1967.
Quali caratteristiche deve possedere un testo perché lei lo metta in scena?
Il testo deve avere una drammaturgia riconoscibile e forte. E la lingua del testo deve suonare e dare all’attore la possibilità di costruire un personaggio umano sul palcoscenico.

Foto di Pino Le Pera
Come vive il rapporto con gli attori durante il processo di creazione?
L’attore riceve da me le informazioni necessarie sul carattere, la storia, il significato e la teatralità del testo. Dopodiché, comincia a lavorare. Io sono il suo primo spettatore e gli racconto ciò che ho visto. Tento di aiutarlo se ha dei problemi, gli dico che non ho capito e qualche volta faccio delle proposte di cambiamento per provare diverse possibilità. Alla fine, è lui che deve difendere il nostro lavoro, non io.
Passando a questioni di ordine più generale, come pensa sia cambiata oggi la funzione del teatro da quando, negli anni Settanta, ha fondato la Schaubühne am Halleschen di Berlino?
Il teatro tedesco è cambiato molto. L’arte dell’interpretazione delle intenzioni dell’autore è quasi sparita e ha dato spazio a un utilizzo arbitrario dei testi teatrali. In più, l’interesse della società al teatro si è molto ridotto, anche i fondi diminuiscono… è uno sviluppo che si osserva dappertutto in Europa.
[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=sOPoKSAyLS8[/youtube]
Oggi si riscontra spesso una grande attenzione per lo spettatore. Come è cambiato il pubblico e come, secondo lei, si possono creare dei percorsi di formazione su questo livello?
Il pubblico del teatro è stato sempre incline, in primo luogo, al basso intrattenimento e al cattivo gusto. Leggete quello che Amleto dice agli attori. Tutte le forze del teatro come Arte avevano quasi il compito di educare il pubblico. Ma se nelle scuole l’educazione non va verso l’arte e verso una certa spiritualità del pensiero e dei sentimenti quel compito è quasi impossibile da portare a termine.
|
Però non esser troppo in sottotono, / ma làsciati guidare dal mestiere / e dalla personale discrezione. / Il gesto sia accordato alla parola / e la parola al gesto, avendo cura / soprattutto di mai travalicare / i limiti della naturalezza; / ché l’esagerazione, in queste cose, / è contraria allo scopo del teatro; / il cui fine, da quando è nato ad oggi, / è di regger lo specchio alla natura, / di palesare alla virtù il suo volto, / al vizio la sua immagine, / ed al tempo e all’età la loro impronta. / Se tutto questo dall’azione scenica / riesce esagerato o rimpicciolito, / potrà far ridere l’incompetente, / ma non potrà che urtare il competente / il cui giudizio deve aver per voi, / che siete del mestiere, più importanza / di un’intera platea di tutti gli altri.
(Amleto, scena II, atto III) |

Foto di Pino Le Pera
Infine, una domanda sulla situazione del teatro italiano. Cosa pensa della riforma del mondo dello spettacolo in atto e come crede si modificheranno gli equilibri nazionali?
Vengo da una tradizione in cui le leggi del lavoro vengono fatte dai teatranti, non dai politici. Per questo, non capisco molto questa legge: non mi interessa che persone che non praticano il teatro e lo conoscono soltanto da fuori, si esprimano a riguardo, tentino di riordinarlo e normarlo.
ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA
Stein ha lavorato di cesello. Sul linguaggio sferzante, sulla drammatizzazione dei silenzi, sul pieno delle pause, sulle battute di prorompente e allarmante humour per le strambe uscite dei personaggi, sulla fisicità e il realismo degli ottimi attori tutti all’altezza dei loro ruoli. (Giuseppe Distefano, Il Sole24ore.com, 9 luglio 2013)
Peter Stein a Spoleto “È il mio Ritorno a casa” di Anna Bandettini (Repubblica.it, 8 maggio 2013)
Peter Stein nel Ritorno a casa di Pinter di Michele Ortore (Krapp’s Last Post, 11 luglio 2013)
Il ritorno a casa – regia Peter Stein di Sara Bonci (Sipario, 9 novembre 2013)
Un ritorno a casa più pinteriano che mai di Maria Grazia Gregori (Delteatro.it, 25 novembre 2013)
(…) lenta, naturale e minuziosa analisi delle brutalità domestiche. (…)
Questa messinscena mette allo scoperto una ricerca della verità dell’identità. (Rodolfo Di Giammarco, LA REPUBBLICA, 7 luglio 2013)
Il ritorno a casa di Serena Lietti (SaltinAria, 25 novembre 2013)
Il ritorno del ritorno. Pinter secondo Stein di Renzo Francabandera (PAC – Paneacquaculture.net, 29 novembre 2013)
Il ritorno a casa di Corrado Rovida (Stratagemmi, 5 dicembre 2013)
La scelta di Ruth (e di Stein) nel Ritorno a casa di Maddalena Peluso (Il tamburo di Kattrin, 7 gennaio 2014)
Lucidissima la regia di Stein, senza sconti come il testo di Pinter richiede.
Tutto è sospeso, rarefatto e insano, disumano e crudo. La risata è un ghigno,
il dramma un pugno allo stomaco. (Alessandra Agosti, IL GIORNALE DI VICENZA, 12 gennaio 2014)
Il ritorno a casa: la declinazione di Pinter secondo Peter Stein di Marianna Masselli (Teatro e Critica, 18 gennaio 2014)
Stein, Pinter e il culto del Padre di Andrea Porcheddu (L’onesto Jago – Linkiesta.it, 22 gennaio 2014)
“Il ritorno a casa” messo in scena magistralmente da Peter Stein di Diletta Capissi (Corrierespettacolo.it, 31 marzo 2015)
Il Pinter di Peter Stein di Alessandro Troppi (IlPickwick.it, 17 marzo 2015)
Ambiguità dei ruoli, sesso come ossessione, intreccio di sorprese, cupezza e lampi di umorismo:
è complessa la stratificazione del Ritorno a casa. Stein la tratta come fosse una partitura musicale (…) (Osvaldo Guerrieri, LA STAMPA, 17 novembre 2013)
Peter Stein, classe 1937, è uno dei registi più influenti del secondo Novecento. Nel 1964 è al Münchner Kammerspiele ed esordisce con sue regie a Brema e a Zurigo. Nel 1967, debutta al Werkraumtheater, ottenendo un grande consenso da parte della critica. Assistente alla regia del Kammerspiele di Monaco – città dove aveva studiato letteratura tedesca e storia dell’arte –, dal 1964 a 1967, nel 1970 fonda l’Ensemble della Schaubühne am Halleschen Ufer a Berlino della quale è direttore artistico fino al 1985. Dal 1992 al 1997 è direttore del settore teatrale di Salzburger Festspiele. Nel 1998 riceve il premio Goethe della città di Francoforte. Nel 2000 realizza una messinscena integrale delle due versioni del Faust di Goethe (guarda il trailer) e, nel 2008, mette in scena in Italia I Demoni da Dostoevskij (guarda il video del backstage), un kolossal di 12 ore che gli fa vincere il premio Ubu nel 2009.
1968 – Nella giungla della città di Bertolt Brecht
1969 – Discorso sul Vietnam di Peter Weiss; Torquato Tasso di Goethe; Early Morning di Edward Bond; The Changeling di Middleton/Rowley
1970 – La Madre di Bertolt Brecht
1972 – Peer Gynt di Ibsen
1973 – Tragedia ottimista di Vishnevski; Il Principe von Homburg di Kleist; Purgatorio a Ingolstadt di Marie-Luise Fleisser
1974 – I Villegggianti di Gorki
1975 – La Cagnotte di Labiche; Esercizi per attori (sulla tragedia greca)
1976 – Esseri irragionevoli in via di estinzione di Peter Handke; L’oro del Reno di Richard Wagner; Shakespaeres Memory
1977 – Come vi piace di Shakespeare
1978 – Trilogia del rivedersi di Botho Strauss
1979 – Grande e Piccolo di Botho Strauss
1980 – Orestea di Eschilo (ripresa a Mosca nel 1993)
1981 – Nemico di classe di Nigel Williams
1982 – La disputa di Marivaux
1983 – Le tre sorelle di Cechov,
1984 – I Negri di Jean Genet; Il Parco di Botho Strauss
1986 – Lo Scimmione di Eugene O’Neill; Otello di Verdi
1987 – Falstaff di Verdi (ripresa a Lione nel 2004)
1987 – Fedra di Racine
1989 – Il giardino dei ciliegi di Cechov (ripresa a Salisburgo nel 1996); Titus Andronicus di Shakespeare
1990 – Roberto Zucco di Bernard-Marie Koltès
1991 – Pelléas e Melisande di Debussy (ripresa a Lione nel 2004)
1992 – Giulio Cesare di Shakespeare; Mosè e Aronne di Arnold Schöneberg (ripresa ad Amsterdam e Salisburgo nel 1996)
1994 – Antonio e Cleopatra di Shakespeare; Woyzeck di Alban Berg
1995 – Der Alpenkönig und Menschenfeind di Ferdinand Raimund; Peter Grimes di Benjamin Britten
1997 – Libussa di Franz Grillparzer
1998 – Zio Vania di Cechov; Amleto di Shakespeare
1999 – Schönberg-Kabarett da Arnold Schönberg; Die Aehnlichen di Botho Strauss
2000 – Simone Boccanegra di Verdi; Faust I e II di Goethe; Tatiana di Azio Corghi
2001 – Pancomedia di Botho Strauss
2002 – Parsifal di Wagner; Pentesilea di Kleist
2003 – Il gabbiano di Cechov
2004 – Medea di Euripide; Don Giovanni di Mozart
2005 – Blackbird di David Harrower; Mazeppa di Tchaikovsky
2006 – Troilo e Cressida di Shakespeare; Evgenij Onegin di Tchaikovsky
2007 – La dama di picche di Tchaikovsky; Wallenstein di Friederich Schiller; Elettra di Sofocle
2008 – La brocca rotta di Kleist; Il prigioniero di Dallapiccola; Barba Blu di Bartok
2009 – I Demoni di Fedor Dostojevski; Lulu di Alban Berg
2010 – Edipo a Colono di Sofocle
2011 – Macbeth di Verdi; Nos di Shostakovic
2013 – L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett; Il premio Martin di Labiche; Il ritorno a casa di Harold Pinter; Don Carlo di Verdi; Re Lear di Shakespeare
2014 – Aida di Verdi; Fierrabras di Schubert
2015 – Boris Godunov di Pushkin
DIECISOTTOZERO / Festa per i 10 anni di Teatro Sotterraneo
Il Tamburo di Kattrin ha seguito negli anni il percorso artistico di Teatro Sotterraneo scrivendo recensioni, approfondimenti e intervistando il collettivo che incontrava durante i festival e nei diversi teatri di Italia. In occasione di questo importante traguardo ripercorriamo qui alcuni nostri scritti su Teatro Sotterraneo… auguri!
>>> Be Normal! O forse no? di Roberta Ferraresi (2014)
>>> Daimon Project: intervista a Teatro Sotterraneo a cura di Elena Conti e Carlotta Tringali (2013)
>>> Daimon Project 2013_ BE NORMAL! di redazione Dreamcatcher (2013)
>>> Intervista a Daniele Villa / Teatro Sotterraneo a cura di Camilla Toso (2010)
>>> Videointervista a Teatro Sotterraneo di Redazione (2010)
>>> La corsa di Teatro Sotterraneo di Carlotta Tringali (2010)
>>> Darwin e la visionarietà di Teatro Sotterraneo di Elena Conti (2010)
>>> Collegamenti “sotterranei” tra calcio e teatro di Carlotta Tringali (2010)
Segnaliamo inoltre
DIECISOTTOZERO / Festa per i 10 anni di Teatro Sotterraneo
Una due giorni di appuntamenti per festeggiare i primi 10 anni di lavoro di Teatro Sotterraneo. Una festa che parte dall’immaginario della compagnia per parlare di cultura e fine del mondo, rappresentazione del proprio tempo e punto di vista del superstite. Ne parliamo in un “Corso di sopravvivenza” attraverso un incontro con tre pensatori. Rappresentiamo la Catastrofe con due produzioni della compagnia distanti nel tempo. E infine balliamo sulle macerie con un dj-set conclusivo.

h 18 “Corso di sopravvivenza” con Enzo Ferrara, Goffredo Fofi e Stefano Laffi
h 21 Post-it (2007): primo spettacolo con cui Teatro Sotterraneo si avvicina al tema della Fine
28 marzo 2015
h 21 BE NORMAL! _ Daimon Project (2013): ultima produzione del gruppo, esito delle recenti ricerche sul tema della vocazione personale fra realizzazione e fallimento
h 23 Dj-set Marco Santambrogio / Leonardo Mazzi
Teatro Sotterraneo è un collettivo di ricerca teatrale che circuita nei più importanti teatri e festival nazionali e internazionali. Negli anni riceve diversi riconoscimenti tra cui il Premio Lo Straniero, Premio Ubu Speciale, Premio Hystrio-Castel dei Mondi. Fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies ed è compagnia residente presso l’Associazione Teatrale Pistoiese.
Si consiglia la prenotazione.
PROMOZIONE DUEGIORNI: chi verrà ad entrambi gli spettacoli, avrà il biglietto scontato del 50% sullo spettacolo della seconda sera (basterà presentare in biglietteria il biglietto di Post-it il secondo giorno per avere lo sconto su BE NORMAL!)
info:
Teatro Studio, via G. Donizetti, 58 – Scandicci (FI)
tel > 0557356443
email > biglietteria@teatrostudiokrypton.it
web > www.compagniakrypton.it/diecisottozero.html
www.teatrosotterraneo.it
evento FB >www.facebook.com/events/1422829944676591/
Rassegna stampa 2015 #2: speciale Luca Ronconi
|
|
| “Se siete viaggiatori nel tempo circolare, potrete ritornare all’Albergo Infinito, altrimenti, seguendo il tempo lineare, si ritorna a casa“. da Infinities, per la regia di Luca Ronconi |
*****
La redazione del Tamburo di Kattrin ha realizzato uno speciale della rassegna stampa del web per rendere un omaggio e un saluto a Luca Ronconi, maestro della regia e riferimento del teatro che se n’è andato il 21 febbraio 2015.
Gli articoli segnalati coinvolgono unicamente gli ultimi spettacoli prodotti, cioè quelli presenti nel nostro archivio della Rassegna stampa (online dal 2011). Ogni spettacolo è accompagnato da ulteriori materiali: rassegna stampa cartacea disponibile su web, interviste e approfondimenti, un video dell’allestimento e dal link alla rispettiva scheda al Database degli spettacoli italiani, sorta di “Patalogo web” disponibile su Ateatro.it (e curato nel 2014 dal Tamburo) che cataloga tutte le produzioni della stagione in occasione del Premio Ubu.
Per un approfondimento più articolato e complesso dell’intero percorso di Ronconi, rimandiamo volentieri al sito www.lucaronconi.it, progetto del Centro Teatrale Santacristina e di Ateatro.
| ARTICOLI DAL 21 FEBBRAIO 2015 | |
| L’eredità di Luca. Cosa lascia Ronconi al teatro di Oliviero Ponte Di Pino | Ateatro |
| Addio Luca Ronconi, maestro di utopia di Massimo Marino | Doppiozero |
| Luca Ronconi morto: ha rivoluzionato il teatro italiano. Ultimo spettacolo “Lehman Trilogy” di Camilla Tagliabue | Il Fatto Quotidiano |
| In morte di Luca Ronconi, l’uomo che ha inventato la regia teatrale di Andrea Porcheddu | Gli Stati Generali |
| Tutto quello che ci lascia Luca Ronconi di Graziano Graziani | Internazionale |
| Luca i’vorrei… Ronconi, ultimo grande di una stagione irripetibile. Cosa resta? di Renzo Francabdandera | PAC – Paneacquaculture |
| È morto Luca Ronconi, innovatore del Teatro amato in tutto il mondo di Anna Bandettini | Post Teatro – Repubblica.it |
| Luca Ronconi, il suo ricordo nelle Marche di Carlotta Tringali | Abracadamat |
|
Celestina laggiù vicino alle concerie in riva al fiume di Michel Garneau |
|
|
|
|
| Il “buon teatro”: su Celestina e I pilastri della società di Laura Bevione | Amandaviewontheatre |
| Maria Paiato, la Celestina di Laura Mariani | Ateatro |
| La commedia nera di Celestina di Massimo Marino | Controscene – CorrierediBologna.it |
| L’erotismo nero di Celestina di Maddalena Giovannelli | Doppiozero |
| La Celestina di Ronconi: sì e no. Due giudizi a confronto di Mario Bianchi | Krapp’s Last Post |
| Celestina, il Cinquecento si addice a Ronconi di Gianfranco Capitta | Il Manifesto |
| Celestina (di Michel Garneau), regia di Luca Ronconi di Mattia Palma | Potato Pie Bad Business |
| Celestina laggiù vicino alle concerie in riva al fiume – regia di Luca Ronconi di Nicola Arrigoni | Sipario |
| Celestina di Corrado Rovida | Stratagemmi |
| PER APPROFONDIRE dal sito Lucaronconi.it >>> L’intervista a Luca Ronconi dal programma di sala >>> La galleria fotografica dello spettacolo >>> La rassegna stampa |
|
| SANTA GIOVANNA DEI MACELLI di Bertolt Brecht debutto 28 febbraio 2012 – Piccolo Teatro di Milano |
|
|
|
|
| E se Brecht e Beckett si dessero la mano? Una intervista a Luca Ronconi, in anteprima dal programma di sala di “Santa Giovanna del Macelli” di Bertolt Brecht, in scena al Piccolo Teatro di Oliviero Ponte di Pino | Ateatro |
| “Santa Giovanna dei Macelli”. Il primo connubio Ronconi – Brecht funziona al meglio! di Stefano Duranti Poccetti | Corriere dello Spettacolo |
| Santa Giovanna dei segni di Massimo Marino | Doppiozero |
| Ronconi e la compattezza del cristallo di Renzo Francabandera | Paneacqua |
| Santa Giovanna dei Macelli: in scena gli allievi della scuola di teatro del Piccolo. Intervista a Gilberto Giuliani di Camilla Lietti | Stratagemmi |
| “Santa Giovanna dei macelli” ronconianamente brechtiana di Wanda Castelnuovo | Teatro.org |
| LA MODESTIA di Rafael Spregelburd debutto 24 giugno 2011 – Festival dei Due Mondi, Spoleto |
|
|
|
|
| Un imbroglione con un senso etico fortissimo. Un’intervista a Luca Ronconi sul teatro di Rafael Spregelburd dopo il debutto della Modestia di Oliviero Ponte di Pino | Ateatro |
| La Modestia di Valentina De Simone | Che teatro che fa – Repubblica.it |
| La complessa modestia di Spregelburd nello sguardo di Ronconi di Marco Menini | Krapp’s Last Post |
| La vita modesta di Ronconi-Spregelburd di Bruna Monaco | PAC – Paneacquaculture |
| La modestia di Mariacristina Bertacca | Persinsala |
| “La Modestia” secondo Spregelburd e Ronconi è la mediocrità che sacrifica il talento di Vera Santillo | Recensito |
| La modestia di Spregelburd: al Piccolo Ronconi non brilla per emozioni di Francesca Gambarini | Teatro e Critica |
| PER APPROFONDIRE dal sito Lucaronconi.it >>> La rassegna stampa |
|
Rassegna stampa 2015 #1
Rassegna stampa a cura di Elena Conti
*fine novembre 2014 – 19 gennaio 2015
Speciale Rassegna stampa: i vincitori dei Premi Ubu 2014
In occasione della trentasettesima edizione dei Premi Ubu realizzata dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, svoltasi il 15 dicembre al Piccolo Teatro “Paolo Grassi” di Milano, torna la Rassegna stampa a cura del Tamburo di Kattrin.
Uno speciale dedicato agli artisti e agli spettacoli vincitori del Premio nelle diverse categorie, un percorso di articoli, recensioni, approfondimenti e interviste pubblicati sul web nella scorsa stagione.
* gli articoli sono indicati in ordine cronologico, il periodo di riferimento è luglio 2013 > giugno 2014.
Le vostre segnalazioni, in caso di errori o mancanze, consentiranno di arricchire la raccolta dei materiali.
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
| SPETTACOLO DELL’ANNO | |
|
Le sorelle Macaluso |
|
| Le sorelle Macaluso di Emanuela Ferrauto (Dramma, gennaio) «Le sorelle Macaluso» all’Opera dei Pupi di Enrico Fiore (Controscena, 24 gennaio) La danza dei vivi e dei morti nel nuovo spettacolo di Emma Dante di Caterina Pontrandolfo (Teatrocult, 25 gennaio) Le sorelle Macaluso di Gigi Giacobbe (Sipario, 24 gennaio) Le sorelle Macaluso di Valentina De Simone (Che teatro fa – Repubblica.it, 29 gennaio) Morti a colori. Emma Dante e Le sorelle Macaluso di Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica, 31 gennaio) Lo struggente rito di morte creato da Emma Dante di Andrea Porcheddu (L’onesto Iago – Linkiesta.it, 6 febbraio) “Le sorelle” di Emma Dante sette morte (molto) viventi di Anna Bandettini (Post Teatro – Repubblica.it, 9 febbraio) Emma Dante e la fragile perfezione delle sorelle Macaluso di Michele Ortore (Krapp’s Last Post, 10 febbraio) Emma Dante, con «Le sorelle Macaluso», ritorna a parlare di vita e di morte di Giuseppe Distefano (Domenica – ilSole24ore.com, 13 febbraio) Le sorelle Macaluso di Giacomo Curti (SaltinAria, 13 febbraio) Emma Dante: i vivi, i morti di Massimo Marino (Controscene – ilCorrierediBologna.it, 13 febbraio) Le sorelle Macaluso di Emma Dante: la vita, la morte e la via di mezzo di Rossella Menna (Rumor(s)cena, 15 febbraio) Emma Dante tra i vivi e i morti di Ilenia Carrone (Doppiozero, 20 febbraio) La difficile arte dell’essere sempre diversi da se stessi: su Le sorelle Macaluso di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 30 aprile) La danza macabra delle Macaluso: mancanti e perdenti di Tommaso Chimenti (Rumor(s)cena, 3 maggio) Sorelle Macaluso, ovvero Emma Dante andata e ritorno di Maria Grazia Gregori (Del Teatro, 8 maggio) Il tragico balletto di vita e di morte di sette sorelle tra i fantasmi siculi di Emma Dante di Paolo Paganini (Lo Spettacoliere, maggio) |
| MIGLIOR PROGETTO ARTISTICO O ORGANIZZATIVO | |
|
e la volpe disse al corvo a cura di Piersandra Di Matteo
|
|
| E la volpe disse al corvo: il teatro di Romeo Castellucci di Carlotta Tringali (Il tamburo di Kattrin, 28 maggio) ***** SPECIALI | Lettere a Romeo Castellucci a cura di Scene – Doppiozero Io ricordo di Gianni Manzella Le visioni di Orfeo di Luca Del Pia Cinema di Gianluca Farinelli Giuseppe Bartolucci di Redazione L’infanzia del poeta – Franco Quadri di Redazione Castellucci: tra il sacro e la desacralizzazione di Attilio Scarpellini Incontro con Romeo Castellucci di Gerald Heidegger |
|
| Uso umano di esseri umani. Un esercizio in Lingua Generalissima | |
|
|
Uso umano di esseri umani di Rossella Porcheddu (Che teatro fa – Repubblica.it, 18 febbraio) |
| Parsifal | |
![]() |
Dopo 34 anni Parsifal torna a Bologna di Giuseppe Pennisi (Artribune, 15 gennaio) Lettere a Romeo Castellucci | Parsifal di Massimo Marino (Doppiozero, 16 gennaio) Il Parsifal incantato di Romeo Castellucci di Gianni Manzella (Il Manifesto, 17 gennaio) Parsifal di Valentina De Simone (Che teatro fa – Repubblica.it, 18 gennaio) Dimenticarsi di Parsifal di Valentina Valentini (Alfabeta2, 31 gennaio) ***** Per approfondire: Rassegna stampa del Teatro Comunale di Bologna |
| Bologna Updates: terrificante l’installazione di Romeo Castellucci al rifugio antiaereo di Viale Indipendenza. Pathos a mille per una cruda rappresentazione del presente, specchio fedele di una realtà deformata di Francesco Sala (Artribune, 25 gennaio) | |
| MIGLIOR REGIA | |
| Emma Dante (Le sorelle Macaluso) www.emmadante.it |
![]() |
| MIGLIOR ALLESTIMENTO SCENICO |
| Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni, Armando Punzo (Santo Genet Commediante e Martire) visualizza la scheda dello spettacolo |
| Viaggi teatrali d’estate: a Volterra, quando nel carcere svaniscono le sbarre di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 26 luglio) “Stabile” in carcere se non ora quando di Daniele Rizzo (Persinsala, 27 luglio) Dal vero verso il falso per il primo movimento di Santo Genet di Davide Raitano (Krapp’s Last Post, 28 luglio) Santo Genet commediante e martire di Rossella Porcheddu (Che teatro fa – Repubblica.it, 29 luglio) Santo Genet della Fortezza di Massimo Marino (Doppiozero, 1 agosto) Nostro Signore delle carceri di Igor Vazzaz (Giudizio Universale, 12 agosto) I “commedianti” e i “martiri” di Genet rivivono nella Fortezza di Volterra in cui Armando Punzo e i suoi attori creano un teatro dell’immaginario di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 17 agosto) |
| MIGLIOR PROGETTO SONORO O MUSICHE ORIGINALI |
|
G.u.p. Alcaro |
| Quartett: Malosti prova a incendiare Heiner Müller di Giulia Menegatti (Krapp’s Last Post, 28 gennaio) “Quartett”: Malosti e Marinoni per una metafisica del nulla di Giulia Muroni (PAC – Paneacquaculture.net, 31 gennaio) Quartett – Piccolo Teatro Grassi (Milano) di Raffaella Roversi (SaltinAria, 13 febbraio) QUARTETT di Heiner Müller. Nuova versione italiana di Agnese Grieco e Valter Malosti di Daria D. (Corriere dello Spettacolo, 14 febbraio) Quartett, ovvero autopsia dell’amore di Andrea Porcheddu (L’onesto Iago – Linkiesta.it, 23 febbraio) Tra seduzione e morte, nel Quartett di Malosti di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 25 febbraio) |
| MIGLIOR ATTORE O PERFORMER |
|
Roberto Latini |
| La menzogna di Arlecchino di Roberta Ferraresi (Doppiozero, 5 dicembre) Oltre l’ovvietà del consenso. Il Goldoni di Antonio Latella di Matteo Cavezzali (Krapp’s Last Post, 13 gennaio) Latella: un Servitore di due padroni senza maschere di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 16 gennaio) Morte e resurrezione di Arlecchino di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 19 gennaio) Il Servitore di due padroni – regia di Antonio Latella di Nicola Arrigoni (Sipario, 5 febbraio) Uno spettro s’aggira… etica, politica ed estetica del Servitore di Latella di Nicola Arrigoni (PAC – Paneacquaculture.net, 7 febbraio) Latella riforma il riformatore Goldoni con Il servitore di due padroni di Valentina Cirri (Rumor(s)cena, 18 febbraio) Finisce nell’incesto il Goldoni di Latella di Enrico Fiore (Controscena, 22 febbraio) Il rivoluzionario Arlecchino di Latella di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 5 marzo) Latella e il Servitore smascherato che non t’aspetti di Davide Sannia (Krapp’s Last Post, 6 marzo) Il servitore di due padroni di Arianna Bianchi (Stratagemmi, 21 marzo) Il servitore di due padroni di Raffaella Roversi (SaltinAria, 24 marzo) Antonio Latella, la commedia di Arlecchino smascherata in un hotel di Gianni Manzella (Il Manifesto, 31 gennaio) |
| MIGLIOR ATTRICE O PERFORMER |
| Arianna Scommegna (Il ritorno a casa regia di Peter Stein) visualizza la scheda dello spettacolo |
| Il ritorno a casa – regia Peter Stein di Sara Bonci (Sipario, 9 novembre) Il ritorno a casa di Valeria Palumbo (Persinsala, 22 novembre) Un ritorno a casa più pinteriano che mai di Maria Grazia Gregori (Delteatro.it, 25 novembre) Il ritorno a casa di Serena Lietti (SaltinAria, 25 novembre) Il ritorno del ritorno. Pinter secondo Stein di Renzo Francabandera (PAC – Paneacquaculture.net, 29 novembre) Il ritorno a casa di Corrado Rovida (Stratagemmi, 5 dicembre) La scelta di Ruth (e di Stein) nel Ritorno a casa di Maddalena Peluso (Il tamburo di Kattrin, 7 gennaio) Il ritorno a casa: la declinazione di Pinter secondo Peter Stein di Marianna Masselli (Teatro e Critica, 18 gennaio) Stein, Pinter e il culto del Padre di Andrea Porcheddu (L’onesto Jago – Linkiesta.it, 22 gennaio) |
| NUOVO ATTORE, ATTRICE O PERFORMER (UNDER 35) | |
| Licia Lanera www.fibreparallele.it |
![]() |
| Leggi alcune interviste: Dentro il teatro di Fibre Parallele. Intervista a Licia Lanera e Riccardo Spagnulo di Roberta Ferraresi e Carlotta Tringali (Il tamburo di Kattrin, 23 ottobre) Fibre Parallele: mai prendersi troppo sul serio, neppure di fronte a Ronconi! di Matteo Cavezzali (Krapp’s Last Post, 6 dicembre) Fibre Parallele, prima volta in Liguria con emorragia cerebrale di Laura Santini (Mentelocale, 11 marzo) Divertente e tragica, la maleducazione teatrale di Fibre Parallele. Una intervista a Licia Lanera sulla scrittura di scena di Oliviero Ponte Di Pino (Ateatro, 18 marzo) Dieci minuti con Licia Lanera: “Lo Splendore dei supplizi” di Rodolfo Sacchettini (Altre Velocità, marzo) ***** Per approfondire: Rassegna stampa Fibre Parallele |
|
| NUOVO TESTO ITALIANO O RICERCA DRAMMATURGICA |
| Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini visualizza la scheda dello spettacolo |
| L’impossibile “no” di Deflorian Tagliarini di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 8 novembre) Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (Deflorian Tagliarini) – Sguardi di quinta di Futura Tittaferrante (Teatro e Critica, 9 novembre) Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni – Teatro Palladium di Enrico Vulpiani (Saltinaria, 11 novembre) Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Rossella Porcheddu (Che teatro fa – Repubblica.it, 14 novembre) La crisi, il buio di Matteo Brighenti (Doppiozero, 14 novembre) Osservazioni intorno a Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Silvia Mei (Culture Teatrali, 15 novembre) La crisi che non si può tacere e non si può raccontare. L’ultimo lavoro di Deflorian – Tagliarini di Graziano Graziani (Stati d’Eccezione, 16 novembre) Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Anna Maria D’Urso (Persinsala, 19 novembre) Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Corrado Rovida (Stratagemmi, 20 novembre) Il teatro racconta la crisi: Deflorian/Tagliarini e Vioi Collectus di Maddalena Giovannelli (Stratagemmi, 22 novembre) Di crisi, pinguini e quotidianità. Deflorian e Tagliarini si raccontano di Katia Tamburello (Krapp’s Last Post, 11 febbraio) |
| NUOVO TESTO STRANIERO |
| Frost/Nixon di Peter Morgan visualizza la scheda dello spettacolo |
| Parola e Potere: ovvero del Frost/Nixon all’Elfo e non solo di Renzo Francabandera (PAC – Paneacquaculture.net, 5 novembre) Frost/Nixon di Maddalena Giovannelli (Stratagemmi, 6 novembre) Frost/Nixon: potere mediatico vs potere politico. Chi vince? di Francesca Audisio (Krapp’s Last Post, 7 novembre) Frost/Nixon – regia Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani di Nicola Arrigoni (Sipario, 10 novembre) Il re è nudo in diretta televisiva: Frost/Nixon al Teatro dell’Elfo di Maddalena Peluso (Il tamburo di Kattrin, 14 novembre) Giornalismo e politica: su Frost/Nixon del Teatro dell’Elfo di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 18 febbraio) Elio De Capitani e Ferdinando Bruni in Frost/Nixon alla Corte di Laura Santini (Mentelocale, 25 febbraio) |
| MIGLIOR SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA |
| Glaube Liebe Hoffnung di Ödön von Horváth regia Christoph Marthaler (Volksbühne am Rosa-Luxemburg-Platz, Wiener Festwochen, Schauspielhaus Zürich, Théâtre National de l’Odéon, Paris e Théâtres de la Ville de Luxembourg) ![]() |
| L’anatomia del corpo sociale: Marthaler e il pensiero autoptico sulla società omicida di Renzo Francabandera (PAC – Paneacquaculture, 10 aprile) Il concerto macabro di Marthaler al Piccolo di Mario Bianchi (Krapp’s Last Post, 12 aprile) La Storia presente di Christoph Marthaler di Gianni Manzella (Il Manifesto, 12 aprile) Glaube Liebe Hoffnung, regia di Marthaler di Mattia Palma (Potato Pie Bad Business, aprile) La marcia macabra di Marthaler di Massimo Marino (Doppiozero, 18 aprile) Tragedia deformata e doppia di Renato Palazzi (ilSole24ore.com, 20 aprile) |
| PREMIO SPECIALE UBU 2014 | |
| Compagnia Marionettistica Carlo Colla e figli www.marionettecolla.org www.fondazionecarlocolla.it Motivazione: “Per la sua lunga e prestigiosa storia, fedele ai valori della tradizione e capace di rigenerarsi e di incantare generazioni diverse con soluzioni sceniche sempre improntate ad alta qualità artistica”. |
![]() |
| Michele Sambin e Tam Teatromusica www.tamteatromusica.it Motivazione: “Per l’incessante attività di ricerca tesa a coniugare impegno di interazione sociale e intreccio delle arti in un reciproco scambio di valori ed esperienze”. |
![]() |
| PREMIO FRANCO QUADRI | |
| Frie Leysen
Motivazione: “Fondatrice e direttrice artistica di De Singel ad Anversa e poi del Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles, ha condotto anche il festival pan arabo Meeting Points, il tedesco Theater der Welt e il Wiener Festwochen arricchendo il proprio ruolo di una speciale qualità nella relazione con gli artisti, in cui si pone senza schermi o mediazioni, paladina del valore politico insito nella verticalità teatrale. Spericolata nel percorrere paesaggi inesplorati, è capace di intercettare le onde creative al di là delle barriere linguistiche o geopolitiche. Libertà e rigore attingono alla medesima fonte nel suo tracciare orizzonti trasversali che nutrono e irradiano la scena, che la interrogano e la offrono alla condivisione pubblica: cammino di ombra e luce in cui Frie Leysen indica e mantiene salda la ricerca di un fulcro vitale e perturbante, in una messa in gioco di sé totale. Il premio Franco Quadri coglie in questo suo operato “dietro le quinte” la grammatica di un vero e proprio atto d’arte”. |
![]() |
I candidati ai Premi Ubu 2014
Venerdì 14 novembre, al Teatro Argentina, sono state presentate le terne dei finalisti per i Premi Ubu 2014.

La premiazione si terrà lunedì 15 dicembre alle 18.30 al Piccolo Teatro “Paolo Grassi” di via Rovello 2, a Milano.
L’annuncio è stato dato in occasione della presentazione di “Panta Franco Quadri“, il volume monografico dedicato al grande critico e editore teatrale (Bompiani).
Pubblichiamo le terne dei finalisti ai Premi Ubu 2014, accompagnandole con un percorso di articoli, recensioni, approfondimenti e interviste realizzati nella scorsa stagione dai redattori del Tamburo di Kattrin, e con altri materiali creati dai critici del web.
SPETTACOLO DELL’ANNO
“Frost/Nixon” di Peter Morgan (regia di Ferdinando Bruni-Elio De Capitani, produzione Teatro dell’Elfo/Teatro Stabile dell’Umbria) [leggi la recensione di Maddalena Peluso]
“Pornografia” di Witold Gombrowicz (regia di Luca Ronconi, produzione Centro Teatrale Santacristina/Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa) [leggi l’approfondimento di Roberta Ferraresi]
“Le sorelle Macaluso” di Emma Dante (regia di Emma Dante, produzione Teatro Stabile di Napoli/Festival d’Avignon/Théâtre National di Bruxelles) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
PROGETTO ARTISTICO O ORGANIZZATIVO
Art you lost? (produzione lacasadargilla/Muta Imago/Santasangre/Matteo Angius) [leggi il racconto da “Perdutamente” di Rossella Porcheddu]
e la volpe disse al corvo Corso di Linguistica Generale. Il teatro di Romeo Castellucci nella città di Bologna (a cura di Piersandra Di Matteo, produzione Comune di Bologna/Socìetas Raffaello Sanzio) [leggi l’approfondimento di Carlotta Tringali]
Fabbrica Europa [leggi le interviste ai direttori – Maurizia Settembri, Roberto Bacci, Luca Dini – a cura di Roberta Ferraresi e Rossella Porcheddu]
REGIA
Ferdinando Bruni-Elio De Capitani per “Frost/Nixon” [leggi la recensione di Maddalena Peluso]
Emma Dante per “Le sorelle Macaluso“ [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
Luca Ronconi per “Pornografia“ [leggi l’approfondimento di Roberta Ferraresi]
ALLESTIMENTO SCENICO (scene, costumi, luci, video, multimedia)
Guido Buganza (Visita al padre) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
A. Marzetti, S. Bertoni, A. Punzo (Santo Genet Commediante e Martire) [leggi la recensione di Rossella Porcheddu]
Annelisa Zaccheria (Il servitore di due padroni) [leggi la recensione di Roberta Ferraresi su “Doppiozero”]
PROGETTO SONORO O MUSICHE ORIGINALI
Simone Cristicchi (Magazzino 18) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
G.u.p. Alcaro (Quartett) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
ATTORE O PERFORMER
Elio De Capitani (Frost/Nixon) [leggi la recensione di Maddalena Peluso]
Paolo Graziosi (Il ritorno a casa) [leggi la rassegna critica di Maddalena Peluso]
Roberto Latini (Il servitore di due padroni) [leggi la recensione di Roberta Ferraresi su “Doppiozero”]
Michele Sinisi (Il guaritore) [leggi l’approfondimento di Rossella Porcheddu]
ATTRICE O PERFORMER
Laura Marinoni (Quartett) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
Maria Paiato (Celestina – laggiù vicino alle concerie in riva al fiume) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
Arianna Scommegna (Il ritorno a casa) [leggi la rassegna critica di Maddalena Peluso]
tutte le attrici (Le sorelle Macaluso) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
NUOVO ATTORE O ATTRICE / PERFORMER (UNDER 35)
Fabrizio Falco
Licia Lanera
Marta Pizzigallo
MIGLIORE NOVITÀ ITALIANA (O RICERCA DRAMMATURGICA)
“Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni” di Daria Deflorian-Antonio Tagliarini [una ricognizione dello spettacolo attraverso “Esplorando B.Motion Teatro”, a cura di Elena Conti]
“Il guaritore” di Michele Santeramo [leggi l’approfondimento di Rossella Porcheddu]
“Namur (o della guerra e dell’amore)” di Antonio Tarantino [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
MIGLIORE NOVITÀ STRANIERA
“Frost/Nixon” di Peter Morgan [leggi la recensione di Maddalena Peluso]
“Furia avicola“ di Rafael Spregelburd [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
“Visita al padre” di Roland Schimmelpfennig [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
MIGLIOR SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA
Hedda Gabler di Henrik Ibsen (regia di Thomas Ostermeier, produzione Schaubühne Berlin, corealizzazione Romaeuropa Festival 2013, Teatro di Roma) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
Glaube Liebe Hoffnung di Ödön von Horváth (regia di Christoph Marthaler, produzione Volksbühne am Rosa Luxemburg Platz – Wiener Festwochen/Schauspielhaus Zürich/Théâtre National de l’Odéon-Paris e Théâtres de la Ville de Luxembourg) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
La ronde de nuit di Ariane Mnouchkine (regia di Hélène Cinque, produzione Théâtre du Soleil/Théâtre Nanterre-Amandiers) [articoli e interviste dalla “Rassegna stampa” del Tamburo di Kattrin, a cura di Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu]
SEGNALAZIONI PER PREMI SPECIALI
– alla Compagnia Marionettistica Carlo Colla e figli per la sua lunga e prestigiosa storia e per l’alta qualità artistica delle sue scene
– a Michele Sambin e il Tam Teatromusica per l’attività di ricerca fra esperienze di interazione sociale e interazione artistica reciprocamente intersecate
PER MAGGIORI APPROFONDIMENTI
Il sito dell’Associazione Ubu per FQ
Il sito di Ateatro, con il database del Premio Ubu 2014 creato con Il tamburo di Kattrin
La Rassegna Stampa del Tamburo di Kattrin: articoli, recensioni, approfondimenti, interviste pubblicate ogni settimana sul web






Go down, Moses
Natale in casa Cupiello
Festival Focus Jelinek
Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi
Natura Dèi Teatri 2014
Quai Ouest
Ritratto di una Capitale
Romeo e Giulietta. Ovvero la perdita dei Padri
Scende giù per Toledo
Animali senza favola
The Valley of Astonishment
Canti Orfici/Visioni
Hamlet Travestie / Il Convegno














