Redazione

Un mare di passione

Recensione de Il mare in tasca – scritto, diretto e interpretato da César Brie

© Fabbrica Europa 2009

© Fabbrica Europa 2009

Sono rari gli artisti che con sensibilità e tenacia vogliono provocare e smuovere lo spettatore e ancor meno sono quelli che riescono a farlo con abilità, cura e rispetto.

Uno di questi è l’argentino César Brie, che con Il mare in tasca apre mente e  anima sul palco, offrendo un’articolata riflessione sulla vita in teatro e non solo. Brie si presenta come un attore (se stesso) che in seguito ad un incubo – in cui vive da protagonista l’episodio del rinnegamento di San Pietro – si risveglia letteralmente nella veste di prete cattolico. Imprigionato nel nuovo ruolo comincia un dialogo con Dio (interpretato dall’attore stesso), uno scontro tra Brie e Brie, in cui viene interrogato il senso di ogni cosa: si mette in discussione l’identità dell’attore e quella del personaggio, il perché del ruolo che si svolge, l’importanza delle relazioni che si creano in scena (e come auto-ironizza César Brie rivolgendosi  a se stesso: “Hai sempre detto che il teatro è fatto di relazione. E sei qui da solo!”), e infine il cambiamento.

Quindi una riflessione sull’agire teatrale, ma anche e soprattutto una riflessione sulla vita. Vita che il teatro ha spesso la capacità di mostrare, a volte riflessa, altre volte distorta o amplificata, solitamente nell’intento di chiarire aspetti del nostro vivere. Nel caso de Il mare in tasca aspetti molto profondi, normalmente forse ignorati nella sempre più occupata e frenetica quotidianità in cui ci si immerge, dimenticando di lasciarsi il tempo per pensare. Solo un artista sensibile e acuto può far intuire e scorgere questi aspetti, sempre se però lo si ascolta con apertura. L’attore argentino si sdoppia abilmente e con grande ironia nel dialogo tra umano e divino, con provocazioni ed episodi dissacranti sulla religione cattolica, fino alla riflessione sull’aspetto sacrificale del ruolo dell’attore che con la sua professione sceglie di donarsi.

Assunto il ruolo di prete, Brie comincia ad assolvere i peccati degli spettatori: le ipocrisie, i tradimenti, le vigliaccherie e le stupidità, indicandoli, accusandoli e assolvendoli uno ad uno. Brie si investe di un ruolo nel quale esprime con ferocia  il proprio giudizio, esponendo chiaramente ed intelligentemente cosa pensa del desolante spessore umano e dell’incoerenza della nostra evoluta e civile società occidentale (e italiana in particolare).

Quando faticosamente riuscirà a togliersi la lunga tunica (una prigione fatta di bottoni) paleserà l’inutilità della snervante operazione, rivelando sotto alla veste una tunica uguale alla precedente: “Ma non è cambiato niente!” dice, forse perché umanamente tutti cerchiamo di toglierci ‘l’abito’ che ci identifica agli occhi degli altri, ma inutilmente, perché in fin dei conti siamo sempre noi stessi, sempre uguali a noi stessi.

L’interrogazione costante stimolata da Brie riguarda tutti gli ingranaggi dell’organismo teatrale: il ruolo della mente creatrice (regista-autore / Dio), la vita in scena dell’attore che sul palco nasce e poi muore ad ogni replica; fino al pubblico che l’artista argentino ricrea in scena con delle marionette sedute su una piccola panca posta di fronte a lui. I pupazzi schierati sono il pubblico, il quale, solo in quell’istante (nel vedersi rappresentato), realizza la relatività del proprio sguardo e la semplicità della propria natura composita, formata da singoli e piccoli individui che osservano. Ma Brie prende in spalla lo spettatore, vuol farsene carico, con cura, fino a rimboccargli le coperte.

César Brie in Il mare in tasca

César Brie in Il mare in tasca

L’artista con questo spettacolo affronta i fantasmi del proprio passato e dell’infanzia: così come con la religione, si imbatte nell’immagine della madre, la cui enorme veste bianca pende a destra sul palco, finché l’attore stesso  la indossa e ne interpreta così il ruolo. Lo spazio è organizzato con semplicità ed efficacia: vengono proposti pochi elementi duttili a creare  ambienti che vengono poi smontati e trasformati.  In particolare, in scena vengono utilizzate sostanze e simboli di valenza religiosa: il vino che viene versato, il grano disperso a terra, fino ad una splendida colomba bianca. Le atmosfere sono evocate attraverso la luce e soprattutto dalla bravura dell’attore.

Con un breve racconto poi, Brie riesce ad affrontare il delicato dibattito sull’accanimento terapeutico ed eutanasia:  destabilizza lo spettatore esprimendo l’assurdità del dover dare la morte a chi non è più in reale vita per permetterne la pace. Grande rabbia ed energia vengono sprigionate in una danza che è un vortice di disperazione. La performance è totalmente fusa al suo artefice che attraverso il canto, la voce e uno sguardo di fuoco, incanta.

“Cerco un porto, alla fine del mio viaggio e spero di trovarlo nei vostri sguardi.” César Brie conclude il suo racconto augurandosi di poter buttare l’àncora: così come ogni racconto e ogni viaggio hanno un inizio e una fine, così l’attore con la sua storia spera di trovare una meta negli occhi dello spettatore, di sostare temporaneamente nella loro mente attenta, magari entrare nel loro cuore e perché no, rimanere nella loro memoria.

Visto al Centro Culturale Candiani, Mestre

Agnese Bellato

Un dovuto ascolto

Balmorhea

Balmorhea

Recensione del concerto di Marco Mantovani – Antonio Rinaldi e dei Balmorhea

Riscoprire l’ascolto del corpo attraverso tutti e cinque i sensi era lo scopo di un pomeriggio, del primo maggio, passato al Teatro Dimora di Mondaino per l’evento Dimoralandscape#2. Partendo dal gusto, grazie a una succulenta merenda a base di cibi dei produttori del luogo, attraverso la vista del suggestivo spazio in cui si è svolto l’evento, l’Arboreto Sperimentale di Mondaino, si è arrivati all’ascolto delle melodie elettroniche di Marco Mantovani e del gruppo indie rock Balmorhea.

La sensazione di pace e quiete respirata all’esterno del Teatro Dimora è stata trasportata al suo interno dal pubblico che, con estrema serenità, ha atteso l’inizio dell’evento. A interrompere l’idillio è stata la cupa installazione visivo-sonora dal nome 24 ore in 24 minuti di Antonio Rinaldi, giovane performer, e Marco Mantovani, compositore di musica elettronica. Il progetto, costruito da Mantovani, consiste in 24 ore – un intero giorno – di registrazioni di suoni d’ambiente, che l’autore ha rielaborato facendo in modo che ogni ora di suono venisse condensata in 60 secondi. Questo lavoro d’unione dei minuti sonori, corrispondenti alle ore sonore, ha reso possibile la crezione di una melodia di 24 minuti che ripercorresse tutto l’arco di una giornata. I suoni d’ambiente esterno non erano puri ma sono stati assemblati con samplers e white noise, restituendo un’atmosfera inquieta, portatrice d’ansia, la quale è stata un’ottima base per le immagini visionarie create sulla scena da Antonio Rinaldi.

Quest’ultimo, portando avanti un lavoro profondo sull’illuminazione dello spazio scenico, è stato l’artefice di un poetico gioco di luci che ha accompagnato, dall’alba della melodia al tramonto della stessa, il passare della giornata sonora, componendo un quadro visivo capace di scuotere emozionalmente e intellettualmente. Il lavoro di Rinaldi mette in discussione ciò che si pensa un’ovvietà, ovvero la presenza di luce in un ambiente interno o esterno, ponendo l’accendo sul fatto che lo spazio, o il vuoto, esistono perché anche un solo flebile fascio di luce c’è per permettere che essi si manifestino o meno ai nostri occhi. Essendo talmente abituati alla possibilità di utilizzare la luce ovunque e quindi non più preparati a vivere in luoghi bui, abbiamo di conseguenza perso il contatto con essa, smettendo di provare stupore per la sua presenza.

Tornata l’illuminazione diffusa e riaperte le tende nere che avevano fino a quel momento coperto i grandi finestroni che circondavano il palcoscenico, tranne la ribalta, sono apparsi raggianti i Balmorhea. Il gruppo texano, con un fare ingenuo da tipico nerd americano, ha offerto all’audience l’ascolto del suo ultimo strepitoso disco All Is Wild, All Is Silent. L’immersione in paesaggi sonori al limite del mistico ha preso vita con Elegy, un duetto di chitarre eseguito dai fondatori del gruppo, Rob Lowe e Michael Muller, ed è proseguita poi con Baleen Morning, San Solomon, Coahuila, Settler e March 4 1831, pezzi in cui il pianoforte ha costruito la base sulla quale si sono incastrate le note degli archi e della batteria. Uno dopo l’altro, il geniale gruppo di Austin, ha suonato pezzi di sonorità acustiche e spunti cameristici, trasmettendo sensazioni d’intimità e dando la possibilità, a chi era in loro ascolto, di farsi trasportare in ideali luoghi lontani e solitari come il Texas, fonte di ispirazione del gruppo. I Balmorhea, vicini alle sonorità di band quali i Olafaur Arnalds, i Sigur Ros e degli Swod, sono gli artefici di composizioni che ricordano la musica pop, in quanto la struttura musicale delle canzoni è basata su un pianoforte e su una chitarra acustica. Ma loro sono anche autori, grazie all’ausilio di batteria, di violoncello e contrabbasso, portatori di atmosfere intense, sognanti, capaci di parlare ai luoghi nascosti dell’anima. Ciò che più affascina di questo sestetto americano è l’utilizzo che loro fanno degli hand clapping che, essendo intrisi di gioia, colorano le note di entusiasmo. Invece, lentamente, i giri di violino disarmanti dipanano la serenità acquisita in precenza, attimo dopo attimo. L’euforia iniziale che traspare dai gesti dei musicisti e dalle armonie create dagli strumenti delicatamente cede spazio alla malinconia.

Armati di umiltà e di costruttiva follia, gli artisti che hanno dato vita a Dimoralandscape#2hanno utilizzato il Teatro Dimora di Mondaino non solo come luogo in cui esibire la propria arte, ma anche come fonte d’ispirazione capace di dare sensazioni di profondo contatto materico con l’ambiente, in quanto è completamente immerso in un parco naturale.

visto al Teatro Dimora, Mondaino

Rossella Placuzzi

Teatri di Vetro. Seconda giornata

Recensione di Teatri di Vetro, Roma.

Pharmakos di Semivolanti

Pharmakos della compagnia Città di Elba

Il secondo giorno di fermenti artistici per il festival Teatri di Vetro vede protagonisti nuove realtà della scena contemporanea, a cominciare dalla compagnia Semivolanti che ha portato in Piazza Bartolomeo Romano il  Pulmino Fiat Theatre: un teatro in miniatura in cui vengono realizzate brevi scene, della durata massima di cinque minuti, per un gruppo molto ristretto di spettatori, che può variare a seconda dello spazio lasciato libero dalla performance all’interno dell’abitacolo. Il pubblico è incuriosito dalla novità, dal voler vivere unesperienza singolare e intima con gli attori che si alternano nel pulmino. Non so in quanti siano riusciti a soddisfare a pieno la propria curiosità, perché realizzare brevi scene spesso richiede una precisione e un’attenzione per i particolari maggiore rispetto a quella che si ha nella realizzazione di spettacoli di lunga durata.

Dal pulmino alla platea del Palladium la distanza è breve.  Stasera la compagnia Città di Elba mette in scena Pharmakos. Una struttura di plastica trasparente ingabbia una giovane donna sdraiata su un lettino ospedaliero, immobilizzata con tubi che ricordano quelli delle flebo. Uno spettacolo che parla per immagini forti, facendo del linguaggio del corpo il protagonista indiscusso. Un fisico esile di donna che vive in uno stato di malattia, di dipendenza da farmaco, di rapporto ossessivo con la propria immagine riflessa. Indossando un vestito bianco candido interpretauna giovane sposa, ma anche l’abito diventa una costrizione. Il ruolo di sposa e di madre vengono rifiutati. La donna si colpisce ripetutamente l’addome nel tentativo brutale e doloroso di provocarsi un aborto. Il suo vestito si colora di rosso sangue e il feto ha le sembianze di un volatile che viene violentemente spennato, accoltellato e bruciato dalla donna. Le scene si susseguono creando un’atmosfera rituale. Un rito solitario, incondivisibile le cui tracce vengono buttate via e il cerchio si chiude tornando alla scena iniziale. Uno spettacolo affidato interamente alla centralità del corpo e ai quadri che attorno a questo si compongono. Un uso della parola quasi del tutto assente, che quando interviene spezza e svalorizza ciò che il corpo da solo ha comunicato. Cosa resta di tutto ciò allo spettatore? Forse la sensazione di aver assistito a qualcosa di già visto, di già vissuto. Molto teatro degli Anni ’90 non ha fatto altro che mettere in scena il corpo e sviscerarlo, puntando all’aggressione del pubblico e allo shock. La cruda rappresentazione della malattia e della follia hanno riempito i palchi per troppo tempo,  non sarebbe forse oggi più innovativo tornare a riflettere sul senso e sul significato, sul messaggio?

beltrami_giaradei

Beltrai e Girardei in Cabaret Godot

Un lavoro diametralmente opposto al precedente lo portano in scena Ettore Giuradei e Michele Beltrami con Cabaret Godot. Una coppia, che ricorda quella di Didi e Gogo di Aspettando Godot, che vive nella perenne condizione di attesa, rappresentando l’insensatezza della vita dell’uomo, la sua incapacità di comunicare. Giuradei e Beltrami sanno bene cos’è la comunicazione e come usarla in presenza di un pubblico eterogeneo. Un umorismo che si costruisce attraverso lotte verbali, a suon di sillabe e parole. Vengono alla mente Petrolini che “ti burla in ton garbato” e anche  Troisi che sui fraintendimenti ha puntato spesso per il suo umorismo. Uno spettacolo piacevole, in cui i due attori risultano talmente padroni della situazione da riuscire a dare spazio all’improvvisazione.

Questa seconda serata si è conclusa con Interno Abbado della compagnia Itermini, interpretato da Giandomenico Cupaiolo. Siamo a Foggia, un organetto suona musiche popolari, un uomo vestito da donna racconta una storia coniugale dai risvolti misteriosi. Lei si chiama Rosa, rappresenta lo stereotipo della donna del sud, ossessionata dalla vita di provincia, da ciò che la gente può pensare di lei. Sente su di sé gli sguardi opprimenti dei parenti, anche di quelli morti.

I termini

Giandomenico Cupaiolo in Interno Abbado

Nella sua vita da casalinga i bei ricordi sono tutti legati ai momenti passati col marito Carlo, sparito da più di un anno e che scopre essere ancora vivo ma nascosto sotto mentite spoglie. La struttura del monologo ha come modello la scena finale di Psycho di A. Hitchcock in cui Norman Bates assume le sembianze dell’adorata madre. Alla fine si scopre che in realtà Rosa è morta, uccisa da Carlo che ha preso fisicamente il suo posto, indossando i suoi abiti e i suoi gioielli. Il delitto è il risultato di un matrimonio opprimente, in cui Carlo si sentiva in gabbia. Solo l’omicidio poteva cambiare la situazione. Uno spettacolo dalla regia ben costruita e con Cupaiolo in una eccelle

nte prova d’attore. Un ritmo serrato tenuto vivo  soprattutto dal corpo e dalla voce dell’attore capace di tenere sempre alto l’orizzonte d’attesa e di catalizzare lo sguardo del pubblico sulla sua figura.

Valentina Piscitelli

 

I primi frammenti di vetro

Recensione di Teatri di Vetro, Roma.

Effetto larsen di

TUO/OUT di Matteo Lanfranchi

Ad aprire il festival Teatri di Vetro è la performance di e con Matteo Lanfranchi, produzione Effetto Larsen, dal titolo TUO/OUT. Il piazzale antistante al teatro Palladium accoglie il piccolo mondo di un uomo senza nome, che ha sempre vissuto chiuso nella sua stanza, tra quattro pareti invisibili ma claustrofobiche e dal perimetro limitato, disegnato con gessetti colorati sul pavimento. Uno spazio che spinge l’uomo a vivere della sua immaginazione,  animata a contatto con i pochi oggetti che lo circondano, alcuni dei quali appartenenti al passato infantile: un piccolo orsetto di peluche, una sediolina di legno per bambini, un mantello da supereroe. Si avverte immediatamente il trauma che provoca nel protagonista il ritrovarsi all’improvviso in uno spazio aperto. Forte il contrasto tra l’ambiente intimo in cui è abituato a vivere e l’angolo di città caotico e straniante. Nel suo correre da una parte all’altra della piazza si avverte la volontà di voler riempire di sé l’ambiente circostante ampliando all’estremo i suoi movimenti. Attraverso il suo incontro con il pubblico si realizza la difficoltà di un uomo abituato a fare i conti solo con se stesso, per cui la comunicazione con gli altri diventa un ostacolo. L’esperienza di quest’uomo senza nome rappresenta la tragedia contemporanea della solitudine dilagante, il singolo messo a contatto con lo sguardo della folla perde l’orientamento, si sente perso.

Frattale di Psicopompo Teatro
FRATTALE  di Psicopompo Teatro

Spostandoci all’interno del teatro, nel foyer ci accolgono Graziano Lella e Manuela Cherubini, Psicopompo Teatro, con un concerto per parole alla prima esecuzione dal vivo dal titolo FRATTALE 1.0. Il frattale è una forma geometrica che si ritrova in natura e che si ripete sempre con la sua stessa struttura  su scale diverse. Ciò significa che anche nella più piccola parte di un frattale è possibile ritrovarvi l’unità di partenza. Questa sperimentazione musicale punta, attraverso l’uso di musica testo e voce, a creare un’esperienza unica, come se si volesse dar vita ad un solo essere coeso. Il risultato appare però confusionario e a tratti poco accattivante: le parole, riprese da un testo di Julio Cortazar, si ripetono in echi a volte deformanti; la musica prodotta elettronicamente procura all’orecchio dello spettatore suggestioni molto diverse tra loro, oscillando fra suoni morbidi e altri stridenti al punto da creare fastidio. Anche lo spazio scelto non ha aiutato la riuscita del concerto che avrebbe richiesto un ambiente più raccolto, anche più buio, lontano da altre forme di distrazione, in modo tale da permettere allo spettatore di concentrarsi esclusivamente sull’ascolto.

Bugimirò di Alessanro Pintus
Bugimirò di Alessanro Pintus

Lo spettacolo centrale della serata si svolge sul palco del teatro Palladium. Bugimirò, sogno segreto di un tarlo, ideazione e danza di Alessandro Pintus. Dal buio in sala l’attenzione si focalizza sull’unico elemento scenografico dello spettacolo: un armadio in legno composto da un’anta dipinta con stampa giapponese, un paio di cassetti, uno specchio. Semplice e immobile nasconde in realtà qualcosa di vivo. Un tarlo mangia-legno lo abita e lo consuma. Attraverso la sua danza, Pintus mette in scena due punti di vista differenti. Da un lato quello dell’uomo che cerca con ogni mezzo di combattere lo sporco e le forme di vita che da esso si generano. Come un vero detective alla ricerca del colpevole segue le tracce di sporco create dal piccolo tarlo; le sue armi letali sono la scopa e l’aspirapolvere, con la mascherina protettiva sul viso elimina piccoli cumuli di polvere e segatura creatisi sotto l’armadio ad opera dell’intruso. Il suo obiettivo è creare un ambiente asettico; pulire ogni interstizio diventa attività ossessiva: necessità impellente di disinfettare, sterilizzare. Dall’altro punto di vista è messa in scena  la storia del tarlo/bruco che vive, cresce e trova nutrimento all’interno dell’armadio. La danza descrive le fasi della sua crescita, dal bozzolo costrittivo al momento del dispiegarsi delle grandi ali di farfalla. Scene in cui l’uso della video-art (ad opera di Simone Palma) riesce a creare grande effetto spettacolare e ad essere un vero supporto alle suggestioni della danza. La vita dell’appena nata farfalla finisce tra un tappeto di rose e lo scontro con una gabbietta elettrica che frigge gli insetti fastidiosi per l’uomo. Una storia semplice in cui si rivela il forte contrasto tra l’evoluzione poetica del piccolo insetto e l’atteggiamento estremo, tanto da diventare ridicolo, dell’uomo/aspirapolvere.

La prima serata di Teatri di Vetro si conclude con un’ultima performance, Lavori in corso, che vede protagonista Luisa Merloni nei panni di una presentatrice dalla comicità clownesca e un pò surreale. Si comporta come un personaggio fuori contesto, come se fosse capitata sulla scena per puro caso, interagisce col pubblico che partecipa divertito. Levandosi la maschera legge un brano di Artaud, e da  personaggio femminile stereotipato arriva ad assumere quasi una valenza di denuncia politico-sociale.

Uscendo dal teatro e svoltando l’angolo ecco sulla parete di un palazzo l’installazione video-sonora di Fabrizio Crisafulli, Polidoro dialogo tra un danzatore e un cespuglio. Una performance videoproiettata in cui l’autore stesso esegue per un lungo periodo movimenti accellerati e continui. In bianco e nero, ricorda il Chaplin di Tempi moderni con i suoi gesti ripetitivi, i ritmi disumani e spersonalizzanti, ma Crisafulli non lavora in fabbrica e le sue azioni senza inizio e senza fine sembrano piuttosto una sperimentazione futurista.

Valentina Piscitelli

 

Bertolt Brecht

Bertolt Brecht

Bertolt Brecht

No, diciamo noi, gli scontenti seduti sulle panche, basta!Questo non basta! Proprio non avete udito la voce ormai diffusa che questa rete è tessuta e gettata da esseri umani?
Dovunque ormai, dalle città a cento piani, oltre i mari solcati da navi affollate, ai villaggi più lontani, è stato annunciato che il destino dell’ uomo è l’uomo! Per questo noi esigiamo ora da voi, gli attori, del nostro tempo, tempo di rivolgimento e del grande dominio su tutta la natura, anche sulla natura umana, che trasformiate voi stessi e ci mostriate il mondo degli uomini cosi com’è: fatto dagli uomini e mutabile.

“Le invisibili” storie di donne

Recensione di Le Invisibili – Teatro Stabile d’Abruzzo

"Le Invisibili" - di Emanuela Giordano e Lidia Ravera

Saira, Nasreen, Nassera, Tasneem, Mumtaz, Shanaz e Sabra sono sette giovanissime ragazze provenienti da paesi a noi lontani, sono cittadine indiane, pachistane e nepalesi. Ognuna di loro ha portato sul palco del Teatro Valle di Roma la propria storia. Si presentano al pubblico con tutta la leggerezza e la freschezza tipiche della loro età. Con abiti lunghi e morbidi, capelli raccolti in lunghe trecce, voci sottili e occhi vispi e intelligenti si raccolgono su una pedana di legno che diventa come un grande letto dove le ragazze si raccontano, si confidano: un luogo intimo su cui si proietta lo sguardo dello spettatore un po' voyeur. Una si sta per sposare e il suo unico pensiero è riuscire a non deludere il futuro marito;

la seconda è preoccupata perché la sua dote è troppo piccola; un’altra ancora racconta il suo desiderio di continuare a studiare; un’altra lavora tappeti e mentre tesse canta così che il tempo passi più in fretta. Tutte stanno andando incontro al matrimonio. All’improvviso vengono catapultate nelle nuove famiglie dove quel qualcuno che le avrebbe dovute accogliere e proteggere, lancia dell’acido corrosivo sul loro volto. Donne bruciate vive, picchiate, maltrattate, sfruttate, violentate. In molti paesi del mondo lo stesso destino le unisce da generazioni, convinte di essere meno di niente, di non avere diritti, di non poter cambiare il proprio destino ma di doverlo subire. “Tieni gli occhi bassi, sempre grata, timidamente. Al matrimonio, al marito ti abituerai”: questi i consigli di una madre a sua figlia che sta per diventare moglie, perché il pericolo è il maschio.

Le invisibili racconta queste storie senza volerne fare una semplice rappresentazione del dolore, che sarebbe stata troppo facile, troppo scontata. Le scelte registiche di Emanuela Giordano riescono a trasmettere in pieno l’atmosfera di quelle serate tra amiche, fatte di confidenze, rivelazioni e risate. Si ricrea in scena un’intimità tutta femminile. Le loro chiacchiere di adolescenti diventano poi fatti di cronaca che devono essere documentati, fermati nel tempo in una forma scritta affinché non si possano dimenticare. Questo il ruolo della narratrice esterna al gruppo delle giovani (interpretata da Maddalena Crippa) che in parallelo, in uno spazio laterale delimitato da un semplice gioco di luci, immagina le vicende delle ragazze. La Crippa svolge un ruolo di testimone: si documenta, scrive e cancella cercando di assemblare pensieri, considerazioni e poesie. Dimostra la difficoltà di raccontare le storie di una femminilità violata, di essere l’occhio esterno, l’elaboratrice occidentale di questi abusi venuti alla luce.

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Non è teatro del dolore, non di denuncia dell’ingiustizia ma vuole essere teatro della conoscenza. Informa il pubblico di una realtà che ancora persiste e che non può essere accettata. Il teatro che diventa luogo sacro dove si svolge il rito della condivisione e della preghiera. Pregare insieme “perché nulla valga come cosa immutabile” e affinché nessuna donna più sia costretta a stare zitta per tutta la vita ma possa rivendicare sempre la propria dignità e il proprio diritto all’emancipazione.

Visto al Teatro Valle, Roma

Valentina Piscitelli

 

 

 

 

Cosa resta di Questo buio feroce?

Recensione di Questo buio feroce – Compagnia Pippo Delbono
www.pippodelbono.it

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Solitamente dopo uno spettacolo, uscendo da teatro, abbiamo quasi tutti una sensazione abbastanza definita di ciò che ci ha comunicato. Forse è un messaggio dai contorni sfocati, a volte informe e poco definibile a parole (soprattutto a chi, seduto accanto a noi, ci chiede commenti a caldo), ma percepiamo se ci è piaciuto o meno.

Quando, invece, rimaniamo insolitamente colpiti da ciò che abbiamo visto e ne riconosciamo l’innegabile fascino, ma allo stesso tempo non riusciamo a toglierci di dosso una sensazione di distacco e incredulità, forse incomprensione, allora non è possibile – o forse sensato – fare un bilancio di ciò che si è visto. E ammetto che, forse, il sentirsi combattuti, ma misteriosamente toccati da uno spettacolo, è probabilmente la sensazione tra le più auspicabili che il teatro può lasciarci dentro.

Pippo Delbono con Questo buio feroce parla di morte, dell’attesa consapevole di una morte inarrestabile. È la malattia a rendere diretto e inevitabile lo sguardo verso il buio. Ma la scena presentata, invece, è piena di una luce e di un vuoto accecanti, è uno spazio bianco dall’atmosfera fredda e asettica, una dimensione – curata da Claude Santerre – dalla quale vengono sprigionate visioni: di corpi, spettri, incubi. È la voce registrata di Delbono a spiegare che lo spettacolo nasce dalla lettura di un libro trovato per caso: Questo buio feroce, testo autobiografico di Harold Brodkey del 1996, nel quale l’autore americano, malato di Aids, descrive il suo consapevole avvicinarsi alla morte.

Non è una storia quella che viene presentata, ma quadri, che ci parlano di sofferenza e attesa, di diversità e solitudini (sia nei malati che vivono isolati e relegati, sia di chi vive nell’incomprensione); ma ci parlano anche di semplicità e grazia rare da incontrare e riconoscere. Emerge la diversità, la singolarità delle stranezze umane: un ragazzo down (Gianluca Ballaré), un piccolo microcefalo sordomuto – il noto Bobò – , uomini altissimi o molto piccoli, magrissimi o grassi, travestiti, corpi nudi o mutilati. C’è un susseguirsi ricco e costante di immagini costruite ad arte: corpi sofferenti, creature inquietanti, identità mostruose; un valzer di personaggi e atmosfere fuse ad una musica che cattura e incanta.

www.pippodelbono.it

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Se i personaggi non cantano, si confessano al pubblico seduti su una poltrona che ricorda un confessionale, sempre utilizzando un microfono (che riporta ad una dimensione relazionale di esibizione mediatica), oppure rimangono silenziosi a lasciare che il proprio corpo, la propria identità e fisicità, comunichino senza bisogno di parole. Delbono lavora di contrasti, spiazzanti, aggressivi, che lasciano interdetti: come ad esempio un corpo misero e fragile, nudo e vulnerabile che sfodera una voce poderosa e calda cantando My way, con portamento da showman americano e accompagnato da un’elegante valletta che saluta ad ampi gesti e sorrisi il pubblico. Scene e corpi disperati sui quali ironizza. L’attore e regista punta all’emotività del pubblico. Arrivandoci. Teatro di qualità che affascina e turba, che non vuole forzatamente spiegarsi, lasciando al pubblico un ricordo suggestivo e misterioso.

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Pochi spettatori – evidentemente insofferenti – abbandonano precocemente la sala, ma l’intero pubblico volente o nolente rimane segnato, coinvolto. Molti si alzano in piedi nell’applaudire ed è un entusiasmo condiviso che dilaga nel ringraziare di cuore quell’insolita e bizzarra compagnia che tenendosi per mano si avvicina al proscenio a prendersi gli applausi. Ricordiamo, oltre allo stesso Delbono e i già citati Bobò e Ballarè, gli altri membri del cast: Dolly Albertin, Raffaela Banchelli, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante, Gustavo Giacosa, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Julia Morawietz, Gianni Parenti e Pepe Robledo.

È sorprendente notare che dopo le sofferenze esibite, le visionarie sfilate di personaggi ispirati ad una Venezia decadente, di umanità inquietanti e di spettri, ciò che rimane impresso nella memoria è un sorriso, dolce e innocente, che si affaccia da una quinta in costume da Arlecchino.

Visto al Teatro Toniolo, Mestre.

Agnese Bellato

Alle fronde dei salici

quasimodo_pupo_siciliano

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo ?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo, “Giorno dopo
giorno”, 1947

Quando sarà la “nostra ora”

Recensione di Tanti saluti. Un progetto di teatro civile clownesco di Giuliana Musso

Gianluigi Meggiorin, Beatrice Schiros, Giuliana Musso

Gianluigi Meggiorin, Beatrice Schiros, Giuliana Musso

Alla morte nessuno può sottrarsi. Può far paura, ci si può non pensare, ma è inevitabile: tutti per quanto ricchi, sani e importanti non possiamo procrastinare la “nostra ora”. La morte comunemente fa paura, perché è la fine di ogni cosa in questa vita, il termine ultimo entro il quale “quel che è fatto è fatto”. Anche se abituati ai lutti e fin troppo circondati da cronaca di morte, chi è davvero preparato all’idea di andarsene?

Quindi non ci si pensa, ma a volte è importante parlarne e spesso la risata diventa uno strumento efficace.

Tanti Saluti è uno spettacolo – diretto da Massimo Somaglino e frutto della ricerca e del lavoro drammaturgico di Giuliana Musso – incentrato sul tema della morte, che utilizza come principale linguaggio la comicità del clown.

In scena una semplice parete nera che funge da unica quinta, dalla quale escono gli oggetti di scena e attraverso la quale vengono creati numeri ritmati e ben costruiti di entrate e uscite continue. I tre attori, Beatrice Schiros, Gianluigi Meggiorin e la stessa Giuliana Musso, più che specifici clown, costituiscono involucri duttili pronti ad ospitare diversi personaggi stereotipati della nostra contemporaneità, che si imbattono – volenti o nolenti – con il proprio decesso: come ad esempio tre vecchietti che, durante il consueto passatempo della lettura dei necrologi sul giornale, muoiono tragi-comicamente uno ad uno senza accorgersene.

I tre bravi attori propongono – con padronanza nell’uso di voce e corpo – caricature dell’umanità di cui facciamo parte, personaggi che si ritrovano davanti all’“oscura signora” nel momento in cui li invita ad entrare nella propria bara, in un silenzioso, ma eloquente, messaggio. Si vede la casalinga che, interrotta nelle sue innumerevoli faccende da tuttofare di famiglia, si oppone all’invito della morte, perché impreparata all’idea di lasciare tante persone senza il suo aiuto. E incapace in particolar modo di lasciare tutto a metà, compresa la pizza che sta cuocendo in forno, suo ultimo pensiero prima che il coperchio della bara si chiuda sopra di sé, dopodiché, nel silenzio, si sentirà riprendere l’incessante sbattere della frusta nella terrina che la casalinga aveva sempre tenuto in mano.

Umanità che non vorrebbe, naturalmente, andarsene ma che poi inevitabilmente deve acconsentire: come il ben riconoscibile uomo politico che trova impossibile l’ipotesi che anche a lui tocchi morire; oppure come la donna che si ritrova a chiedere urlando alla morte perché dedicare la propria vita al fitness e investire infinite energie per il proprio corpo, se poi deve andarsene? Scene che provocando un sorriso, rivelano la strana convinzione che abbiamo di crederci immortali e ricordano al pubblico che viviamo ogni giorno dimentichi che il “nostro momento” può arrivare inaspettato in qualunque istante.

Altre volte, invece, la morte viene aspettata con impazienza, chiesta, pregata e supplicata perché non concessa. Il secondo linguaggio proposto, infatti, sono le testimonianze reali – raccolte dalla Musso – di chi ha visto e sofferto la morte o di chi, esasperato da lunghe malattie, la aspetta. Agli sketch comici si susseguono intermezzi dal carattere serio che capovolgono l’atmosfera parlando al pubblico molto direttamente attraverso confidenze di esperienze toccanti e forti. A segnare il cambio di registro è il semplice gesto di togliersi e poi rimettersi il naso rosso. Gli spettatori diventano testimoni delle storie di familiari di un paziente, di infermieri, di amici, di accompagnatori verso la morte; di storie di accanimenti infiniti, operazioni, rianimazioni, paure, dubbi, desideri di giungere a un morte serena.

Si crea così un’altalena di atmosfere contrastanti in cui il gruppo di attori dimostra la rara capacità di far ridere e poi commuovere in pochi minuti, sconvolgendo il pubblico che, divertito, ma toccato, si ritrova a riflettere in modo inusuale su temi delicati come l’accanimento terapeutico, la condivisione in famiglia di lutti e malattie, l’eutanasia.

Lo spettacolo riesce a mostrare l’assurdità per la quale la morte naturale oggi non esiste più, ma ogni decesso risulta causato da una responsabilità medica. Oggi, grazie all’avanzata tecnologia di cui disponiamo, si è creato un meccanismo paradossale per il quale il medico preferisce creare un limbo eterno di non-vita al proprio paziente pur di non incorrere in cause legali per averlo lasciato morire anche se consapevole che non c’erano speranze.

La medicina – come viene detto in Tanti saluti – è la capacità di costruire “ponti”: quando una persona si ritrova a dover affrontare un ostacolo (un incidente o malattia) offre le conoscenze per superarlo. Quando si costruisce un ponte, però, non sempre si sa se al di là ci sarà una sponda sulla quale il paziente potrà poi riprendere il proprio cammino. Ma il ponte si costruisce ugualmente, anche perché spesso solo in alto, salitici sopra, si ha una visione chiara di tutto. Però, una volta costruito, non si può più tornare indietro e il paziente che non trova sponde oltre il ponte rimane incastrato in un limbo, senza poter andare né avanti né indietro.

Visto al Teatro Toniolo, Mestre

Agnese Bellato

 

Pasolini in movimento

Recensione di Le Ceneri di Gramsci – Virgilio Sieni e Sandro Lombardi

foto di Marcello Noberth

Virgilio Sieni, foto di Marcello Noberth

Virgilio Sieni e Sandro Lombardi, un coreografo e un attore, soli in scena rappresentano Le Ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini. Una raccolta di poesie del 1957 in cui Pasolini si immagina davanti alla tomba di Gramsci nel cimitero inglese di Roma. Una lunga raccolta di versi che assume quasi la forma di un racconto in cui si inseriscono elementi autobiografici, riflessioni politiche e ideologiche. Parole che dipingono il paesaggio romano e in particolar modo la sua periferia, il mondo popolare sottoproletario che affascinava Pasolini, un mondo ancora fuori dalla corruzione del capitalismo e delle sue mode.

Su questo sfondo di parole in poesia si è realizzato l’incontro tra i due artisti. Il danzatore Sieni costruisce la sua coreogafia sulla musica delle parole recitate dall’attore Lombardi. In scena si crea una forte sinergia di corpi che si muovono liberi in uno spazio vuoto, illuminato da una luce lunare. La Roma di Pasolini è inondata dalla luna. Il corpo segue il ritmo delle parole, un dialogo tra muscoli in tensione, precisione, coordinamento di braccia e mani che spesso tendono verso l’alto, spesso toccano il suolo, si incrociano, si allontano. Un continuo alternare l’attenzione tra il cielo e la terra, luogo dove riposano i morti, dove giacciono le ceneri di Gramsci. Sono le mani dei due a guidare lo sguardo dello spettatore seguendo le parole o la musica in sottofondo. Una danza, quella di Sieni, fatta di movimenti rapidi, di equilibrio precario sui piedi nudi che sembra stiano per spezzarsi, continui cambi di direzione che riempiono lo spazio.

foto di Marcello Noberth

foto di Marcello Noberth

La parola e la danza si sviluppano parallelamente, l’una cerca di trarre energia dall’altra. Sul corpo si imprime il rigore del testo pasoliniano. Il risultato è uno spettacolo intenso, alla ricerca di un equilibrio tra le due arti (quella della recitazione e quella della danza) difficile da raggiungere.

Visto al Teatro India, Roma.

Valentina Piscitelli