La forza e la magia del gesto di Carolyn Carlson sono inconfondibili. Quando mette piede sulla scena tutti gli sguardi degli spettatori si focalizzano su quel corpo alto e ossuto, di una bellezza unica. Agile e intenso, nonostante oggi non appartenga più alla giovane ragazza che ha cambiato la storia della danza, è stato fulcro di Poetry Event, uno spettacolo unico che la coreografa e danzatrice americana, qui inoltre in veste di poetessa e calligrafa, ha creato appositamente per e nel luogo destinato ad ospitarlo. Venezia e nello specifico il Teatro Fondamenta Nuove fanno parte di quei luoghi che hanno avuto l’onore di essere stati scelti dalla Carlson come fonte di ispirazione poetica, essendo portatori di una malinconia assimilabile a quella di un poeta romantico, perché testimonianza architettonica del passato rigoglioso di una città ora “decadente”.
Martedì scorso sul palcoscenico del Teatro Fondamenta Nuove, grazie anche alla presenza del musicista e compositore Paki Zennaro e ai danzatori Simona Bucci e Luca Zampar, da anni collaboratori della Carlson, hanno preso vita i pensieri tradotti in poesia dell’artista americana, in un continuo gioco tra movimento, musica e voce.
La volontà di trasporre in gesto ciò che era stato prima di tutto pensato per essere scritto sulla carta e poi declamato, ha reso la coreografia eccessivamente didascalica, troppo legata al significato del significante, malamente espressione ridondante di corpo che solitamente agisce in modo asciutto e netto. La poesia letta e la poesia dei gesti non sono riuscite pienamente ad amalgamarsi, anzi, per la maggior parte del tempo si sono perse, sono sfuggite dalle mani dei tre danzatori che cercavano continuamente, imperterriti, di afferrarle. Di certo però non si è persa la magistrale bravura di Carolyn Carlson, capace ancora, dopo anni di esperienza, di scivolare in sviste ed errori espressivi: sintomo di una personalità che non si sente ancora arrivata, quindi umile, e continuamente alla ricerca dell’irraggiungibile forma perfetta.
Recensione di Ics.racconti crudeli della giovinezza – Motus
“Mi sto cercando. E tu?” Questo il testo del volantino che il gruppo riminense Motus ha distribuito nelle piazze, nei centri commerciali, nelle strade delle periferie dov’è nato e cresciuto Ics. racconti crudeli della giovinezza.l lavoro cerca l’anima di una giovinezza che non trova se stessa così comeil senso dello stare nel mondo che gli è stato tramandato: un mondo vuoto, piatto come la piazza di fronte al centro commerciale; monotono come i grattacieli che segnano il profilo delle periferie europee; desolante, come la solitudine delle panchine piantate sul cemento.
È dall’inchiesta sui territori, dagli incontri con una giovinezza bella e creativa, diversa dall’immaginario mediatico che la dipinge disinteressata e abulica, che nasce Ics: un interessante esperimento di lavoro territoriale e poetico, ma anche di interazione dei linguaggi. In scena, Silvia Calderoni, storica attrice dei Motus, è accompagnata da una formazione giovanissima, creata a partire dai casuali incontri di strada. Sergio, giovane argentino da poco residente in Italia, incontrato a Rimini con il suo basso; Mario, breaker e musicista, filippino, ha vissuto a Parigi ed ora è cittadino italiano: a loro si unisce in ogni movimento una persona diversa. Il terzo movimento vede in scena Ines Quosdorf, giovane musicista tedesca che, insieme ai due compagni, compone la splendida base musicale del lavoro. Lo spettacolo parla attraverso i loro corpi in scena, attraverso la musica ed infine attraverso il video: riprese in bianco e nero delle architetture, tanto desolate quanto potenti colossi della post modernità, e degli incontri con gruppi musicali, spazi prove nascosti in immensi palazzi vuoti; supermercati e scale mobili.
Silvia Calderoni, foto di Pierre Borasci
Un testo in voice off corona il lavoro, poetico e asciutto insieme, a raccontare la strada, la noia e il gioco continuo con la morte, che punteggia le bandane e le cinture in piccoli teschi. Attraversare saltando le auto è sfidare il destino, è l’onnipotenza della salvezza, è la possibilità adrenalinica di decidere qualcosa, nel mondo; la sensazione di impotenza pervade tutto il racconto di una fisicità violenta e potente, di una necessità di riconciliazione, che, come nelle belle storie, arriva alla fine.
Una vecchia partigiana si alza dalla platea, si siede sulla panchina al centro della scena ed inizia a raccontare: forse solo quella memoria può dare un senso, sembra dire Ics alla sua gioventù; o forse così ci piacerebbe quantomeno pensare.
Visto al Teatro Franco Parenti, Festival Danae, Milano
Ivanov – di Anton Cechov –è una storia sui pettegolezzi nei paesi di provincia, sull’influenza dell’opinione collettiva, sulla noia esistenziale della vita di campagna ed è una storia sulle relazioni: d’amore, d’amicizia, di comodo e di potere. Ma Ivanov è soprattutto la storia dell’amore scolorito e dimenticato, dell’enegia vitale precocemente esauritasi in un vuoto interiore che il protagonista – Ivanov appunto – porta dentro di sé.
Un vuoto che viene amplificato dall’apprendere che la malattia della moglie – Anna Petrovna – la porterà certamente alla morte. Ma nell’animo di Ivanov non c’è pietà per lei, ne amore o tenerezza: solo un pesante buio circondato da assordanti pensieri di frustrazione. Non lo salva nemmeno la vitalità di un nuovo potenziale amore: la giovane Sasha, che arriva come una chiara e fresca brezza nella grigia e ferma passività di Ivanov. È una relazione che aggiunge solamente un’ulteriore onta alla sua figura che – impotente – non riesce a non risultare insensibile nei confronti della moglie morente. La dimensione di fallimento esistenziale inchioda il protagonista all’apatia e infine lo porta alla morte.
La complessità del testo cechoviano rende difficile ogni ipotesi di riadattamento, ma l’attuazione che ne ha compiuto il Katona József Szinház è sorprendentemente efficace ed attuale. Diretto da Tamás Ascher, lo spettacolo è da quattro anni parte del repertorio della compagnia ungherese che, in seguito al successo riscosso con la tournée mondiale, riporta Ivanov in Italia, stavolta facendo tappa a Parma, ospitato dalla Fondazione Teatro Due.
Le scene di Zsolt Khell propongono lo squallore dell’Ungheria socialista degli anni ’70, ricreando – con accurato realismo – un unico ambiente duttile che evoca l’atmosfera di una grigia dimensione provinciale: piastrelle, finestre, luci neon e mobilia varia formano una scena molto concreta che viene modificata e vissuta con naturalezza. La musica di Márton Kovács, le luci di Tamás Bányai e i costumi di Györgyi Szakács contribuiscono a rendere la crudezza e lo squallore spesso anche comico della vicenda.
Lo spettacolo ha vitalità e naturalezza sorprendenti e lo dimostra la rapidità con la quale scorrono leggere per tutta la sua durata (tre ore). La forza dell’espressività della compagnia è data anche dall’alto grado di attenzione del pubblico che è totalmente catturato dagli avvenimenti della scena nonostante il potenziale ostacolo della lingua straniera: il testo è recitato in ungherese (la traduzione dal russo è di Antal Páál) e la drammaturgia è frutto del lavoro di Géza Fodor e Ildikó Gáspár. Naturalmente il pubblico è aiutato nella comprensione dai sopratitoli in italiano.
foto di Szilagyi Lenke
La proposta registica si appoggia ad una recitazione viva grazie alla quale ogni parola del testo nasce rinnovata, con una presa sulla realtà che non ha tempo e che rende denso di significato e concretezza ogni gesto e sguardo. Personaggi studiati e costruiti con cura, comici e al contempo capaci di una cupa e tremenda potenza. La recitazione è naturalistica, diretta e si accompagna ad una ricca gestualità che è risultato di una lunga esperienza e di una formazione completa. La compagnia dimostra un alto livello di preparazione con un cast compatto, la cui bravura emerge con energia, naturalezza, immediatezza e grande padronanza del corpo. In particolare si fanno notare: Ernö Fekete (Ivanov), Eszter Ónodi (Anna Petrovna), Adél Jordán (Sasha) e Ervin Nagy (Borkin) nei panni dei principali protagonisti.
Con Ivanov vediamo confermata la superiorità della concezione di teatro che si ha oltre i confini italiani: un’idea di teatro che nel resto d’Europa è vera vocazione artistica e condivisa volontà di proporre lavori di un elevato livello qualitativo. Lo spettacolo risulta quindi uno dei frutti più maturi della invidiabile preparazione del Katona József Szinház che, nata solo nel 1982 e cresciuta sotto le cure del sistema teatrale ungherese, è tra le maggiori compagnie teatrali europee contemporanee.
In una piccola stanza bianca c’è una donna dai capelli rossi con delle profonde occhiaie. E’ vestita di bianco e cammina su tacchi alti guardando negli occhi il pubblico. Questa donna comincia a raccontare la sua storia d’amore, “Un cocktail d’amore” come canta la canzone di Stefania Rotolo in apertura dello spettacolo. Un racconto scandito da silenzi, che fermano i ricordi emersi nel rievocare la storia con Luca. Come in un album fotografico, la loro vita insieme è immortalata, congelata. Lei rivede i suoi sorrisi, ricorda le mille telefonate a tutte le ore. Ora, però, qualcosa è cambiato. Lui ha sgretolato questo amore e come pollicino ne ha lasciato cadere le briciole alle sue spalle. Lui non la vuole più. Lui ha scelto di amare un altro uomo.
In lei cresce la rabbia e il violento impulso omicida. Lo spazio bianco in cui è immersa diventa il palcoscenico della sua follia. Il testo dal ritmo convulso scandisce le tappe del suo assassinio. La voce, resa elettronica dall’uso del microfono, favorisce un effetto di straniamento rappresentando a pieno la lucidità e la leggerezza con cui una mente malata progetta di uccidere. Ecco che il bianco si infetta di rosso, gocce di sangue cadono da sacchi pendenti dal soffitto e creano chiazze sul pavimento. Il sangue sporca anche le mani e il viso di lei in modo indelebile. Uccide Luca colpendolo ripetutamente al collo con un forchettone da cucina . <<Luca era attaccato alla vita, il collo gli pulsava, che fatica!>> : così la donna descrive il massacro che sta compiendo. Una pioggia di bolle di sapone la sovrasta. Lei balla, manda baci e saluta mostrando una felicità isterica, liberatoria, momentanea. <<Ora che l’amore non c’è più perché l’abbiamo distrutto, devastato, ho solo voglia di dormire, riposare, obliare….In questo campo di battaglia chi vince? chi ha vinto?>>: conclude il suo monologo la protagonista (Licia Lanera). Le luci si spengono, rimane illuminata solo una vasca colma d’acqua sul fondo della scena. Lo spettatore segue l’azione guardando ciò che accade attraverso l’immagine riflessa nel grande specchio che sovrasta la vasca. La donna si immerge nella vasca, l’acqua si colora di rosso, si lascia morire promettendo di rimanere per sempre fedele a Luca.
Foto di Fibre Parallele
Una sorta di incubo splatter, questo spettacolo proposto dalla compagnia Fibre Parallele Teatro dal titolo “2.(DUE)” (ideazione, progettazione, regia e testo di Licia Lanera e Riccardo Spagnulo). Costruito sui brutali racconti di noti assassini diventa un viaggio in una mente folle da cui lo spettatore è affascinato e sconcertato allo stesso tempo. Lo spettacolo si inserisce nella rassegna “Mekané, visioni sceniche e macchine teatrali” ospitata nel raccolto spazio scenico del Rialto Santambrogio di Roma.
Il Rialto da anni anima il cuore della capitale proponendo serate di musica, mostre d’arte e rappresentazioni teatrali, diventando spesso trampolino di lancio per gruppi contemporanei emergenti, come il caso di Fibre Parallele. Ora l’associazione culturale si trova menomata del 60% dei suoi spazi posti sotto sequestro dal Comune di Roma che ancora non riesce a riconoscerne e istituzionalizzarne l’attività.
Recensione di Blue Lady – Carolyn Carlson, Tero Saarinen
Carolyn Carlson, Tero Saarinen
Con il passato bisogna sempre fare i conti e, per quanto si cerchi di sfuggire alle sue braccia, arriva sempre un momento in cui riaffiora. Riappaiono ricordi, pensieri, immagini di un ieri ancora molto presente, toccante, da riprendere in mano e quindi da rigiocare, da amalgamare con un contemporaneo vivo e vissuto.
Con questo tipo di passato si è rapportata Carolyn Carlson, straordinaria danzatrice e coreografa americana, scegliendo di rivisitare il suo più importante assolo, Blue Lady (1984), adattandolo alle forme e all’espressione corporea di Tero Saarinen, favoloso ballerino, nonché suo ex allievo, con il quale condivide l’amore per la Finlandia, per il Giappone e per una danza che rende visibile l’energia invisibile.
Lo spettacolo, che ha debuttato a Civitanova Marche il 18 marzo scorso ed è poi approdato a San Marino al Teatro Nuovo di Dogana il 20 marzo, era l’espressione dell’interiorità di una donna appena diventata madre, era il frutto di un lungo lavoro su se stessi, sul proprio corpo, cercando di capirne i limiti e le possibilità. Tutto questo ha portato Carolyn Carlson ha fare un ulteriore lavoro sulla e della memoria per la rivisitazione di Blue Lady; il movimento e il corpo di Tero Saarinen costituiscono il mezzo per rievocare tale ricordo, lo strumento che permette il ritorno alla carne di un gesto affascinante. Insieme sono riusciti a rimettere in piedi questa “coreografia-mondo”, questo contenitore di gesti profondamente personali, che avendo una precisione adamantina, riesce ad arrivare a chi assiste alla performance.
Non si possono non mettere a confronto i due spettacoli, quello del 1984 e quello del 2009, poichè è nettamente visibile la differenza tecnica ed espressiva che sta alla base dei due danzatori interpreti: lei lavora sui nervi e sui muscoli trasmettendo attraverso la frantumazione del gesto un’intensità e una tensione potente ed esplosiva; lui invece rielabora la tensione del gesto attraverso la fluidità e la naturalezza del movimento. Queste diversità fanno sì che la coreografia non sia l’esatta riproposizione di qualcosa di passato, che non corrisponde più al sentire presente dell’interprete e della coreografa, ma creano qualcosa di nuovo, rielaborato sulla base dei ricordi di oggi.
La memoria e il ricordo sono inoltre riproposti dall’atmosfera visiva e sonora che viene ricreata in Blue Lady, completamente intrisa di malinconia veneziana, rievocata dalle enormi tende veneziane appese davanti al boccascena e dalla musica composta da René Aubry. Perché è proprio a Venezia che la coreografa americana aveva ideato lo spettacolo. Infatti, dal 1980 al 1984, era stata invitata dall’allora direttore del Teatro La Fenice, Italo Gomez, a creare e guidare, sul modello del GRTOP (Groupe de Recherches Théatrale de l’Opéra de Paris), un gruppo di giovani danzatori. Parte di questi in seguito ha costituito la compagnia Sosta Palmizi e offerto il primo esempio di Teatrodanza italiano.
A Venezia Carolyn Carlson è molto legata: dal 1999 al 2002 è stata direttrice del settore danza della Biennale, aprendovi l’Accademia Isola Danza, un’accademia di danza contemporanea con sede nell’isola di San Giorgio; nel 2006 ha ricevuto il Leone d’oro istituito ex novo dalla Biennale. Ed è nella città lagunare che riapproderà il 14 e 15 aprile prossimo, assieme a Simona Bucci e Paki Zennaro, con un nuovo progetto formativo: L’Oriente, visibile e invisibile, un corso intensivo di due giorni rivolto a danzatori professionisti che si terrà alla Fondazione Cini. Si esibirà inoltre il 14 aprile al Teatro Fondamenta Nuove in Poetry Event, sua performance inedita.
“Io vivo in una tomba/perché io sono un intellettuale.Io vivo in una tomba/e alla fine sono morto/perché m’avete tolto il gusto di lavorare coi miei morti/preferiti/perché fate vivere un embrione/e una donna in coma,/ma fate morire per sempre Amleto e Alcesti, Medea e/Pulcinella/Sonomorto per non essere più un contemporaneo vostro.”
Ascanio Celestini
lunedì 30 marzo, Piazza Farnese, Roma
Milano, quasi primavera. La città fiorisce di eventi e festival, tra cui brilla per freschezza e innovazione Danae (24/03-30/04), festival di danza, teatro e performance organizzato dal Teatro delle Moire, arrivato quest’anno alla decima edizione. La rassegna propone “un calendario straordinariamente ricco, nel quale si incrociano progetti che costruiscono veri e propri scenari: urbani, corporei, virtuali, in un continuo ‘trasloco’ della visione”.
Il festival si è aperto con l’irriverente spettacolo della coreografa Cristina Sagna, mentre la seconda proposta in programma, Das coisas nascem coisas, è l’ultima creazione della giovane danzatrice e performer portoghese Clàudia Dias, cui il festival dedica una personale, che affianca quest’ultimo lavoro a Visita guiada, progetto del 2005 in cui per la prima volta la giovane danzatrice si cimenta anche come autrice del testo.
In una scena nuda, neutra, l’autrice ed interprete entra in vesti quotidiane: jeans, maglietta e un sacchetto della spesa. Guarda il pubblico con intensità, senza negare la strana relazione che “si instaura tra chi guarda e chi sa d’essere guardato”. In silenzio, si spoglia con meticolosa asetticità, rivelando da subito l’intimità di questo lavoro, che ci parla di una città vissuta nel corpo, di una memoria che è geografia dei luoghi e delle emozioni. Inizia una strana visita guidata, un percorso tracciato con il filo interdentale. La performer vuota il sacchetto della spesa: assorbenti colorati, sigarette, pacchetti di fazzoletti, fiammiferi, una bottiglietta d’acqua, dentifricio; sono gli oggetti di una quotidianità collettiva, segni condivisi di una pubblica intimità. La danzatrice veste sul corpo questi oggetti, ne fa un abito marziano, con cui comporrà, poco dopo, le delicate miniature della città di Lisbona: con il dentifricio crea precise onde, ed ecco l’oceano; poi la sabbia di tabacco, il Cristo Rei evocato da due fiammiferi incrociati; un piccolo castello di carta è il promontorio dell’Alfama, in un continuo contaminarsi di storie personali e collettive, in un rimando ironico che vuole lo spettatore complice incantato di una città interiore e condivisa insieme.
Su un sottile tappeto sonoro di vento, si cuciono le storie di Clàudia: la prima notte d’amore in un albergo impolverato che affaccia sul mare; il terremoto di Lisbona del 1755, quando la città era una delle più importanti al mondo; i luoghi del turismo e dello spaccio, un uomo che getta rose alla foce del Tago e ancora un’amica violata e le leggende del Castelo Sao Jorge. Un gioco di continui rimandi tra personale e collettivo, storia e quotidianità, sottile ironia e cruda realtà.
Solo a fine percorso, a fine visita, si sente un accenno di fado zoppicante, che incespica sulle prime note: la danzatrice raccoglie il filo interdentale che ha delimitato la scena, il filo che ha cucito le storie segnandone lo spazio; e nella ripetizione di questo gesto, nella ricomposizione che questo gesto attua, si accenna un piccolo movimento di danza, come che fosse possibile solamente dopo quelle parole, dopo quel racconto in cui il corpo è stato sì manifesto nella sua nudità ma silente, quasi immobile.
Un lavoro delicato ed intenso, intelligente, denso di livelli di lettura e di linguaggi: uno sguardo che fa sentire Lisbona nell’aria, e la voglia di “tornare, per sapere di essere partiti”.
foto di Marcello Norberth (www.lebellebandiere.it)
Recensione di Santa Giovanna dei Macelli, ovvero, quando il desiderio è più forte della paura, ovvero, dell’arte del dubbio, progetto di Elena Bucci e Marco Sgrosso
Vedo chiaro il sistema (…) Qui c’è gente seduta. Pochi in alto e molti in basso. E quelli in alto gridano a quelli in basso: « Venite su, così saremo tutti in alto». (…) tutto il sistema è un’altalena a due capi, l’uno dipendendo dall’altro, e quelli in alto sono lassù perché gli altri son bassi e soltanto finché restano in basso: ché se quelli venissero su in alto, gli toccherebbe scendere. Così debbon volere che gli altri rimangano eternamente in basso e che mai salgano.
La giovane e idealista Giovanna Dark – protagonista di Santa Giovanna dei Macelli, di Bertolt Brecht – scopre con la disarmante tangibilità dell’esperienza diretta lo squilibrio ingiusto che governa la società, condensato nell’immagine dell’altalena.
A Chicago, alle porte della crisi del ’29, Giovanna fa parte dell’organizzazione dei Cappelli Neri che aiutano poveri e operai con canti e minestre calde, ispirati dalla parola del Signore. Vana missione però, se il nemico da combattere è l’invincibile potere del denaro che guida il sistema produttivo industriale. A personificare il male-che-sempre-vince, è il crudele Pierpont Mauler: il re della carne, colui che è a capo della maggiore industria di macellazione della città. Personaggio spietato e ambiguo, fintamente in balìa di regole economiche che – anche grazie agli amici di Wall Street – riesce sempre a far sfruttare a suo vantaggio. È un imprenditore inflessibile con alleati e avversari, ma che sembra intenerito da Giovanna, l’unica a cui presti ascolto. Nonostante, però, a tratti riveli un animo sensibile, nel dramma di Brecht, Mauler mantiene immutata una costante vigliaccheria che gli impedisce di incontrare i suoi dipendenti e i poveri della città, per il timore di esser sopraffatto dalla pietà.
Antagonista odioso quanto però necessario al sistema di cui è il vertice: nonostante sia per l’intero dramma l’artefice delle sofferenze di tutti, a seguito del fallimento dell’intero sistema produttivo, è lo stesso meccanismo dei macelli a richiedere il suo intervento e ad invocarlo come unico possibile salvatore. Alla fine del dramma trionfa con asprezza e irrisione la sconfitta delle buone intenzioni di Giovanna – incapace di agire nel momento dell’azione – e viene riconfermata la condanna all’eterna sofferenza e sfruttamento della miserabile classe operaia. Tutto torna come prima: pochi al potere e tutti gli altri a patire fame e freddo, sfruttati per uno stipendio ulteriormente diminuito. Ma almeno – per ora – la crisi è passata. Cinismo, realismo, parole crudeli e provocatorie, ma innegabilmente emerge la vita ingiusta e spietata che l’umanità troppo spesso si costringe a vivere.
Anche questa èla forza del testo – concepito da Brecht durante e dopo la crisi del ’29 – che mostra un’umanità cruda e un destino spietato quanto le regole del mercato e propone una tematica oggi assolutamente attuale.
Un testo portato in scena nei giorni scorsi da Elena Bucci al Teatro Aurora di Marghera. Santa Giovanna dei Macelli, ovvero, quando il desiderio è più forte della paura, ovvero, dell’arte del dubbio, è un progetto nato in collaborazione con Marco Sgrosso – il quale affianca la Bucci sul palco e alla regia – e coprodotto da Le Belle Bandiere e dal Teatro Metastasio Stabile della Toscana.
La regista, assieme a Sgrosso, spiega che il testo “offre l’occasione per articolare le parole che non si riescono più a nominare: le illusioni cadute e quelle rimaste, alto e basso, potere, denaro, mercato, Dio, poveri, ricchi, crudeltà, ideale”.
Le parole di Brecht ci introducono ferocemente nel mondo dello sfruttamento operaio, dell’umile e pericoloso ambiente dei macelli di Chicago, città che storicamente, grazie alla macellazione meccanizzata, diviene il più grande marcato di bestiame del mondo, capace di macellare fino a duecentomila maiali al giorno. Nell’allestimento della Bucci, la sanguinosa città è evocata con una scenografia essenziale quanto efficace ed elegante, che funziona forse proprio perchè è una dimensione pulita e chiara ad ospitare luoghi fangosi e insanguinati, contrasto apparente che lascia spazio all’immaginazione dello spettatore.
La regia propone un coro mutevole e sfaccettato che racchiude in un’unica entità le voci della collettività: i cronisti, il popolo, i fabbricanti, gli azionisti e grossisti, i Cappelli Neri e gli operai. Corpo corale che, attraverso una coreografia di gesti ripetitivi, suoni, grugniti e muggiti, è capace di rievocare la complessa e precisa fabbrica di distruzione e morte organizzata che è il macello.
Ritmi incalzanti e travolgenti, ben orchestrati dalla regia, ricreano alla perfezione la frenesia dei cronisti quanto l’apprensione di chi vive nell’imprevedibile dinamica della borsa, riuscendo con fluidità a variare l’atmosfera da scene di strada animate da canzonette, a crudeli scenari di povertà e disperazione.
I personaggi sono ben caratterizzati e acquistano completezza anche grazie ai costumi di Ursula Patzak nati– come spiega la regista – dall’assemblaggio di “riciclati abiti da grandi occasioni, tutti lustrini e paillettes, perché sia netta e dichiarata l’odierna impossibilità di coincidere con le parole di Brecht”.
Un cast compatto e di ottimo livello: assieme ad Elena Bucci e Marco Sgrosso– rispettivamente nei panni di Giovanna Dark e Pierpont Mauler – sono Maurizio Cardillo, Gaetano Colella, Renato Avallone, Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri e Roberto Marinelli a dar vita all’opera.
Spettacolo efficace ed evocativo in ogni aspetto: dalle luci di Maurizio Viani, alle musiche composte da Andrea Agostini ed eseguite dal vivo da Dimitri Sillato.
Teatro che riesce ad essere chiaro e bello, esplicito e politico.
Un teatro che cattura il pubblico, il quale, una volta ogni tanto, esce davvero toccato da ciò a cui ha assistito.
foto di Marcello Norberth (www.lebellebandiere.it)
Recensione di Il Tao di Bruce Lee di Andrea Pennacchi
Andrea Pennacchi
Andrea Pennacchi porta nuovamente Il Tao di Bruce Lee nell’intimo ambiente dei Carichi Sospesi di Padova. Lospettacolo – presentato lo scorso 20 giugno in prima nazionale al Festival Teatri delle Mura di Padova – rinnova ad ogni replica una rara atmosfera confidenziale con gli spettatori. Questa volta, forse, anche di più, per l’intimità forzata a cui costringono le dimensioni particolarmente ridotte del teatrino padovano, che permettono però all’attore di arrivare al suo pubblico senza barriere.
Il Tao è il sentiero, la via, e infatti lo spettacolo tratta della vita, delle scelte che indirizzano e segnano il cammino della formazione di ognuno. Pennacchi rievoca in particolare quelle delicate fasi di crescita in cui si sceglie – o lo si prova a fare – chi voler diventare. Un racconto, quindi, della scoperta dei modelli da seguire durante i periodi della scuola, degli scontri tra bulli, del mettersi alla prova e perciò le prime occasioni in cui si viene chiamati a dimostrare il proprio coraggio: esporsi per difendere un amico, oppure scegliere di essere battuti al suo fianco. Nuove sfide, rivincite, in una ricerca della propria identità che forse non ha mai fine.
La narrazione si rivolge particolarmente a coloro che sono cresciuti negli anni ’70 e ’80 e va perciò a toccare i tasti più o meno sensibili che accomunano quella generazione: rievocando modi di dire, abbigliamento, gruppi musicali, film, telefilm. Tra i molteplici miti all’ombra dei quali si cresceva in quegli anni, Pennacchi mette in luce quel personaggio immortalato dal cinema e consacrato dalle arti marziali – anche in virtù della sua misteriosa morte – che è Bruce Lee. L’attore statunitense, di origini cinesi, non è semplicemente il protagonista di film d’azione hollywoodiani: con un’eccezionale padronanza delle arti marziali rivoluziona il kung fu e viene riconosciuto come filosofo e imitato come modello di vita. Combattente buono, sempre in difesa dei deboli, oltre che essere bello, atletico e agilissimo, Lee è un ideale cui ispirarsi con dedizione.
Lo spettacolo rievoca tutto questo con brevi episodi, frammenti di memoria, attraverso i quali viene ripercorso il delicato passaggio al mondo degli adulti, nell’ illusione che trovare modelli a cui ispirarsi sia la risposta ad ogni insicurezza.
Quest’ultimo lavoro appartiene in tutti i sensi a Pennacchi, che rinnova in esso il desiderio di ideare, scrivere e interpretare personalmente i propri spettacoli. Stavolta l’autore-attore volge l’attenzione a varie narrazioni, come dichiara: “Questa è una storia di storie. Ed è una storia sulla lotta tra le storie, su come abbiano bisogno di noi umani, per vivere, riprodursi, crescere.”
Spettacolo semplice e diretto. Tenero e sincero.
Visto al Circolo Culturale Carichi Sospesi, Padova.
Come l’acqua giocosa, quella schizzata in faccia agli amici scherzando d’estate; come l’acqua inquietante e pericolosa, quella capace di travolgere case, vite e terre; come l’acqua rilassante, quella in cui, calda, ci si immerge per perdere il contatto con la realtà, con la quotidianità: è Comeacqua della compagnia Muta Imago. Acque, queste, che conosciamo bene, essendo parte di noi, del nostro vissuto, del racconto di storie lontane ma comunque eterne. Perché si, di acqua siamo fatti e senza di lei non potremmo vivere.
Ed è da questa considerazione basilare sulla vita dell’uomo che il gruppo capitolino ha creato uno spettacolo, andato in scena al teatro Fondamenta Nuove lo scorso mercoledì sera, che ripercorre le più importanti fasi della vita dell’uomo, collegate tra loro dalla presenza costante di acqua.
L’impatto con questo liquido vitale è immediatamente percepibile già dai primi gesti dei due attori, i fratelli Glen e Simon Blackhall, che, legati da una corda “cordone ombelicale” alle caviglie, si muovono nello spazio come se lo stessero esplorando, alla ricerca di qualcosa di conosciuto. In modo giocoso, a tratti violento, utilizzano diversi sacchetti di plastica appesi sopra il palcoscenico, contenenti acqua e oggetti, che ricordano a grandi linee le installazioni dell’artista brasiliano Ernesto Neto o anche le opere dell’artista giapponese Sadamasa Motonaga, di cui una, Sakuhin (Mizu), fa parte della collezione permanente di Palazzo Fortuny e quindi facilmente visitabile per chi circuita nel territorio veneziano.
La continua ricerca del contatto con la sostanza protagonista e il continuo subirne la sua presenza, porta i due giovani performers e la rappresentazione stessa, ideata registicamente da Claudia Sorace, verso una amalgama totale che vede l’unione perfetta e inscindibile della materia umana con la materia acquosa. Quest’unione prende corpo scivolando via in uno scorrere di immagini molto suggestive, esaminando da molteplici punti di vista il rapporto ancestrale tra uomo e acqua. Dalla rottura delle acque di una madre, passando per una tempesta furiosa che devasta navi e passeggeri, fino ad arrivare al ballo malinconico di un uomo sotto la pioggia, la messa in scena compie un percorso in crescendo, trasportandosi dentro lo stesso spettatore, in un susseguirsi di suggestioni ed evocazioni acquatiche.