Camilla Toso

Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d'adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l'organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.

Dieci declinazioni della Fine

Recensione a This Is the End My Only Friend the EndBabilonia Teatri

foto di Valentina Bianchi

Si aspettava il ritorno in scena di Babilonia Teatri dall’ultimo sconcertante Pornobboy, che con la sua staticità aveva diviso le platee, portando la ricerca del gruppo veronese ad un estremo che sembrava difficile poter superare o sviluppare. Lo stile della compagnia si è, infatti, andato definendo sempre più verso l’uso predominante di una parola urlata e monocorde per testi mixati in un blob apocalittico di fatti di cronaca, desideri, istinti assemblati in liste brutalmente elencate da performer sempre più spinti verso l’immobilità totale. Babilonia Teatri arriva a Santarcangelo 40 l’anno in cui il festival si volge allo spettatore – chiamandolo in gioco e provocandolo – e apre il proprio lavoro al pubblico, appunto. La poetica caustica del gruppo si concretizza in azione, sfruttando il web Enrico e Valeria lanciano un bando su YouTube: cercano dieci performer che lavorino insieme a loro intorno al tema della morte. Un centinaio i video di risposta inviati alla compagnia, solo dieci quelli selezionati. Dieci persone con una loro visione della vita e della morte.

This Is the End My Only Friend the End è il risultato dell’incontro di Babilonia Teatri con dieci individui: Chiara, Fabio, Anna, Maria Teresa, Adriano, Eleonora, Anna, Lucia, Alessio, Giuseppe. Lo spazio è ampio, rispetto i piccoli palcoscenici ai quali siamo abituati, le Corderie offrono cemento bianco, mura e colonne sulle quali sudare. La morte è uno stato di purificazione ed esaurimento, sfinimento e sfogo. Tutti in scena, uguali e diversi agiscono all’unisono e in faccia al pubblico, urlano in faccia quale sarebbe la morte perfetta. Alcuni dei testi sono nati proprio negli ultimi giorni di prove, si ripetono come un circuito rotto, fino a crescere ed esaurirsi in un climax di ululati, grida e pianto. Alla fine tutti si muore, come animali. La morte di cui parla Babilonia Teatri, la morte che tutti temiamo, quella di cui si sente tanto parlare negli ultimi mesi, è la morte lenta, quella che ti consuma su un letto d’ospedale. L’unica soluzione è comprarsi un boia, qualcuno che prema il grilletto a ritmo dei The Doors.

In This Is the End My Only Friend the End non c’è nulla che non conoscessimo già della compagnia veneta, ma al contempo non sono i Babilonia Teatri. L’apertura del gruppo verso l’esterno, ha fatto sì che la loro poetica diventasse una necessità comune. Quelli in scena non sembrano semplici performer che “recitano come i Babilonia Teatri” ma piuttosto dieci compagni di viaggio con lo stesso bisogno di urlare contro il mondo.

Visto a Santarcangelo dei Teatri, Santarcangelo di Romagna

Camilla Toso


Il pubblico di Bernat

Recensione a Domini Públic – Roger Bernat

Il pubblico è da sempre soggetto dell’interazione teatrale, destinatario del portato intellettuale e artistico dell’opera, chiamato a interpretare e leggere la scena. Non ci sarebbe teatro senza pubblico, si sostiene – nonostante alcune posizioni estreme – poiché lo spettacolo esiste in quanto osservato, in quanto oggetto di interpretazione da parte dello spettatore. Negli ultimi decenni la relazione con lo spettatore è andata progressivamente mutando, aderendo a confini sempre più labili e instabili fino a superarli portando lo spettatore al centro della scena. Roger Bernat, regista ispanico, da anni lavora su questo crinale, sviluppando ricerche sul coinvolgimento della platea all’interno dello spettacolo teatrale.

 

A Santarcangelo 40 Bernat porta Domini Públic, difficile definirlo spettacolo più che altro sembra essere un’azione sociale.  In uno spazio pubblico, una piazza, si riunisce un insieme eterogeneo di persone – potrebbe sembrare un’assemblea. Sono gli spettatori a cui vengono date delle cuffie attraverso le quali riceveranno una serie di informazioni e ascolteranno alcune domande: una lunghissima sequenza di quesiti più o meno personali, su dati anagrafici, opinioni, fatti, esperienze lavorative ed emotive, ricordi o casualità, ai quali il pubblico è chiamato a rispondere con semplici azioni, che vengono descritte dalla voce narrante («se sei nato in Emilia spostati a destra»). È o sembra essere un gioco-test di carattere socio-antropologico: saranno tutti sinceri? Quanti risponderanno in base alle risposte degli altri? Lo spettatore è costantemente preso a guardarsi intorno, la curiosità è forte e conoscere l’altro attraverso un quiz a risposta multipla sembra davvero divertente. Tutti partecipano, e questo gioco si trasforma ben presto in una messinscena. Le domande diventano ordini e la pura casualità della vita entra drammaticamente in ballo, trasformando il gruppo eterogeneo in tre gruppi di una rivolta sotto una dittatura immaginaria: poliziotti, prigionieri e crocerossini. Il meccanismo resta lo stesso, domande e risposte alle quali corrisponde un’azione; questa volta però si tratta di un’azione scenica che implica un contesto narrativo all’interno del quale la risposta del singolo comporta una variazione dell’intero racconto. Esattamente come avviene in un gioco di ruolo: si lancia il dado e in base al numero che esce si dovrà affrontare il drago o entrare nel castello.
L’effetto è decisamente straniante, si sta al gioco, consapevoli che l’essere “attore”, l’interpretare quel personaggio, non è che frutto del caso. Più sottile e raccapricciante è scoprirsi a pensare che in fondo poteva essere stato così anche negli anni del nazismo. Lo
spettacolo segue un principio di messa in atto della casualità di un sistema probabilistico, trovando però nel modo e non nel risultato il suo scopo ultimo. La partecipazione, fare qualcosa in comunità senza doversi necessariamente scoprire come individui è il fulcro del lavoro di Bernat. Lo spettatore non è più parte della rappresentazione ma piuttosto di un’azione che riunisce e produce pensiero condiviso. È proprio su questa linea che è nato il progetto DOMINI PUBLIC – (CONTROL REMOT) un sistema attraverso il quale lo spettacolo può essere messo in scena ovunque, senza la presenza fisica della compagnia in collegamento diretto da Barcellona. Un metodo che abbatte i costi dell’allestimento e lo rende esportabile, favorendone una fruizione democratica e assolutamente in linea con i principi di condivisione e partecipazione del regista spagnolo.

Visto a Santarcangelo dei Teatri, Santarcangelo di Romagna

Camilla Toso

All’ombra degli alberi

Recensione a Albero senza ombraCésar Brie

Dopo un lavoro di indagine durato quasi due anni, dopo essere stato cacciato dalla sua città lo stesso giorno in cui veniva dichiarato cittadino boliviano, César Brie giunge in Italia al Festival Scene di Paglia, per raccontare gli episodi di una tragedia di cui si è fatto testimone e portatore di memoria. L’11 settembre 2008 nella profonda giungla boliviana, nella regione del Pando, decine di campesiños che andavano a manifestare per poter avere le terre che gli spettavano, vennero uccisi in un massacro che fu fatto passare totalmente inosservato. Arrivato sul luogo del disastro il regista argentino si rese conto che nessuno aveva veramente idea di che cosa fosse successo, i famigliari delle vittime chiedevano indietro i corpi degli scomparsi; delle centinaia di persone coinvolte pochissime tornarono a casa e solo undici furono dichiarati ufficialmente morti. Dalla minuziosa e pericolosa indagine iniziata due anni fa César Brie è riuscito a ricostruire, in un documentario di tre ore, gran parte dei fatti di quel terribile giorno, portando alla luce verità inespresse e scomode per entrambe le parti e lasciandosi dentro un enorme vuoto. Lo spettacolo portato in scena a Piove di Sacco non è un’inchiesta ma piuttosto quel che resta della pietas di César Brie, un atto d’umanità nei confronti di una vicenda inumana.

Albero senza ombra come fa notare Fernando Marchiori – che segue ormai da anni l’artista – è l’ennesimo monologo attraverso il quale Brie cerca di superare la crisi: durante gli anni di lavoro con il Teatro de Los Andes i ritorni al monologo sono sempre stati segno di un periodo di riflessione e riscoperta di sé. Con questo lavoro Brie – da sempre impegnato nella difesa dei valori degli indigeni boliviani – riporta in scena le vite-attraverso-la-morte di quelli che non sono personaggi di un mito, ma eroi del quotidiano. E lo fa con il suo linguaggio fatto di racconti, di colori e panni stesi, di miglio e foglie. Una scena circolare vede un Brie ancora capace di stupire con le sue performance attoriali, i fatti si avvicendano avvolgendo attore e pubblico in una spirale sempre più stretta. Brie usa linguaggio conosciuto e strutturato su metafore e allegorie, immagini frequenti e che un pubblico appassionato riconosce come stilemi della poetica dell’artista. Oggetti-pendolo, sacchi di miglio, bacinelle d’acqua, stracci e abiti, tutto diviene qualcos’altro: uomini, armi, strade, fiumi, case, bambini. La relazione attore-oggetto è sempre chiara e definita, è l’azione dell’attore che definisce l’oggetto agito e in un gesto lo violenta, lo uccide, lo salva, lo muta di significato. Brie parla e fa parlare i suoi personaggi facendosi portavoce delle loro verità con una cronaca dal respiro brechtiano, prende parola il campesiño in fuga, il boia, il soldato e il medico, tutti con la propria ragione, tutti con la loro versione della storia. Ecco allora il grande sforzo di Brie sta nel ricomporre il puzzle raccogliendo i frammenti, lo spettacolo non è dunque un’inchiesta, ma il riflesso della luce puntata su quei frammenti.

All’incontro con il pubblico condotto da Marchiori, Brie si dice non ancora soddisfatto dello spettacolo «Forse avrei dovuto parlare della ricerca, dell’indagine, di come siamo arrivati a ricostruire tutti i fatti attraverso le autopsie e le interviste». Si prospetta una possibile svolta dello spettacolo, raccontare come è stata scoperta la verità a volte può essere ancora più agghiacciante e toccante della verità stessa.

Visto a Scene di Paglia, Piove di Sacco

Camilla Toso

HERE: memorie contemporanee

Teatro contemporaneo in forma di festival è il progetto che la compagnia teatrale Anagoor porta avanti dal 2003 con lo scopo di contaminare “per contagio” la realtà circostante, spesso lontana dalle forme del teatro contemporaneo. Isolato nella pace della campagna veneta, vicino a Castelminio di Resana, nel cuore della provincia trevigiana, è stato allestito da due anni e mezzo nel magnifico spazio della Conigliera un luogo che per la sua conformazione e struttura si presta alle pratiche performative, al ritiro e allo studio; ma al contempo è profondamente calato in quella realtà rurale che caratterizza il Veneto.

Un progetto che pone quest’anno al centro del discorso le trasformazioni della memoria: come sono trasfigurate nei secoli le modalità di archiviazione della memoria? Che cosa è cambiato dalla pergamena al dvd, dal dipinto al video? Quali sono i “materiali” che scegliamo di ricordare e quali quelli che invece tralasciamo? La società contemporanea è fatta al contempo di ciò che ricorda e di ciò che sceglie di dimenticare. In questo frangente si inserisce la breve rassegna messa a punto da Anagoor: una piccola raccolta di cinque compagnie contemporanee, cinque modi diversi di affrontare la realtà, di registrare e percepire il presente. La rassegna ha ospitato tre gruppi ormai affermati del panorama nazionale: i Babilonia Teatri con l’ultimo intransigente lavoro Pornobboy; Muta Imago con Lev, secondo episodio di una trilogia sulla memoria; Teatro Sotterraneo con Dies Irae, cinque impronte archeologiche sull’esistenza umana. A queste compagnie, che stanno letteralmente spopolando, sono stati affiancati due gruppi altrettanto validi ma ancora in cerca di affermazione: Fagarazzi & Zuffellato e Plumes dans la tête. Il primo con Io Lusso ha proposto una riflessione sulla società contemporanea e sulla “democratizzazione del lusso”.

A chiudere la rassegna il lavoro di Silvia Costa che, con la sua compagnia Plumes dans la tête, mette in scena FORMAZIONE PAGANA fase uno. Insorta distesa. Un’opera dal forte impatto iniziale, che attraversa diversi linguaggi, dal sonoro al visivo, per soffermarsi nella ricerca archeologica e minuziosa misurazione di una società ormai scomparsa e seppellita nella polvere. I cui resti si perdono – bianchi su fondo bianco – in uno spazio asettico e incolore suggestivamente illuminato, spazio a-temporale e a-formale per eccellenza, dove ogni strumento di misurazione sembra restare inutilmente in attesa d’essere usato. Un lavoro forse al primo impatto di difficile comprensione, che rimane sospeso nelle mente del pubblico ancora per svariati secondi prima dell’applauso finale.
All’uscita dalla sala, l’organizzazione offre un rinfresco, un’occasione conviviale per stimolare la conversazione e il confronto, due punti fondamentali per far sedimentare il pensiero e la memoria, invogliare gli spettatori meno assidui a tornare, creare un contesto leggero in cui arte e piacere si mescolino e si influenzino a vicenda. Un progetto valido in uno spazio fuori dal comune,  che ha raggiunto il suo obiettivo di diffusione e contaminazione, sicuramente da ripetere e non dimenticare.

Visto a La Conigliera, Castelminio di Resana

Camilla Toso

Superstizioni danzate

Recensione a AmmaliataCompagnia Divano Occidentale Orientale

Ammaliata

Ammaliata

Alcune credenze arcaiche e lontane persistono e ancora percorrono la società contemporanea. Superstizione e tradizione trovano spazio nella quotidianità della gente comune: quando un gatto nero attraversa la strada i più superstiziosi aspettano ancora che passi qualcun altro e quando fanno cadere il sale ne gettano tre pizzichi dietro le spalle. Tutti piccoli accorgimenti che si prendono quasi inconsapevolmente senza sapere veramente chi ce li ha insegnati, senza conoscerne la provenienza. A volte non sappiamo nemmeno perché questi accadimenti “portino male” o quale sia il motivo di tale supposizione. Una volta ci volevano sette anni di lavoro da cameriera per pagare uno specchio rotto al padrone: gli scongiuri non servivano a molto.

Tre donne, un canto, una danza. Elementi fondamentali del rito. Proprio intorno al rituale dello scongiuro ruota Ammaliata messo in scena da Giuseppe Bonifati insieme alla Compagnia Divano Occidentale Orientale. «Ammaliata è l’appellativo col quale viene designata una persona che è stata colta dal fascino a motivo della sua avvenenza o semplicemente per invidia». La giovane compagnia locale propone uno spettacolo concerto per tre voci, un vero e proprio campionario di dialetti e rituali meridionali si mescolano al camdoblé e alle assonanze della musica brasiliana.

Ammaliata

Tre attori recitano nei panni di tre vecchie, due comari e una magara che danzando e cantando al ritmo della tammurriata scongiurano il malocchio e benedicono l’amore di due giovani del paese. Il lavoro di Bonifati è divertente quanto accurato, la contaminazione di generi musicali, riti e danze diverse rende lo spettacolo omogeneo e caratteristico al contempo. Samba e taranta si alternano ai balli dei dervisci nordafricani. I canti tradizionali accompagnati dal bravissimo percussionista Antonio Merola, si alternano a un testo quasi completamente in versi.  Intonato al ritmo, il testo si muove tra nenia, lamento e un rap supportato dalla rima baciata – divertente ma a lungo cacofonica. Buona la performance degli attori, soprattutto Luigi Tabita nell’interpretazione della magara dallo sguardo penetrante.  La scelta di dare a tre uomini personaggi femminili accentua la parodia di una pièce che nasconde una profonda ricerca antropologica. Una compagnia giovane che merita sicuramente di crescere e approfondire il proprio lavoro.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Camilla Toso

Un Trattato per il contemporaneo

Recensione a Trattato dei manichini — Compagnia TeatroPersona

Davanti a un quadro la prima tentazione sarebbe quella di fermarsi e descriverlo: nelle luci, le forme, l’accuratezza del tratto e i colori. Strappare un po’ di poesia all’immagine e dargli forma nelle parole, significherebbe raccontare la propria poesia e proiettare in essa il proprio immaginario. Questo è esattamente il meccanismo che vuole stimolare Alessandro Serra, regista del Trattato dei manichini, con uno spettacolo che non è solamente pura visione, ma anzi è un continuo vuoto teso al coinvolgimento emotivo e immaginativo del pubblico. Un’ora di spettacolo, un rincorrersi di immagini senza alcuna parola; solo musica, suono e silenzio. Un immaginario onirico, un baratro aperto, una visione dell’infanzia profondamente inquietante. Una rilettura per immagini e atmosfere del racconto il Trattato dei Manichini tratto da Le Botteghe color cannella di Bruno Schulz: la visione di un’infanzia immersa in un sogno-incubo trasformato dagli occhi di un bambino ormai adulto. Un silenzio assordante percorre la scena attraversata da alte figure vestite di abiti dei primi del Novecento; un realismo che dona quell’alone bianco e nero del ricordo. Un susseguirsi di quadri scenici, costruiti con rigore  – lo stesso che permette al regista di mettere in scena un attore di schiena per un tempo lunghissimo senza far cadere il ritmo. Una non-storia tracciata ad olio, solo accennata da simboli di riferimento chiari: il gioco, la paura, la madre. Bastano pochi appigli per costruire mille e una infanzie in cui perdersi. Unico punto di riferimento, perno intorno al quale ruota l’immaginazione dello spettatore, è una bambina, la piccola Silvia Malandra, che vive e ri-vive ogni sera in scena una storia-infanzia diversa. Ad accompagnarla tre straordinarie performer: Valentina Salerno, Chiara Cascinai, Alessandra Cristiani. Sono loro a creare e sconvolgere un impianto scenico profondamente codificato, sia nella partitura drammaturgica che nella scelte cromatiche. Il rosso, il nero, il bianco: tre colori che per la loro forza espressiva non rappresentano, ma sono vita morte e passione.

La stessa attenzione, la stessa cura è impressa nel lavoro sull’attore. Incredibile la presenza scenica, la potenza sprigionata dalle attrici – tutte di formazioni molto varie, dal Butoh alla Biomeccanica. Non a caso tra i riferimenti fondamentali della compagnia spiccano Mejerchol’d, Grotowski e il lavoro sul mimo con Yves Le Breton, allievo di Decroux. A partire da questi ideali Alessandro Serra costruisce una sua visione dell’attore come “attore-talismano” che egli stesso definisce come «l’attore che è semplicemente ciò che esprime e non rap-presenta». Una concezione secondo cui la recitazione si trasforma in emanazione, affidata alla presenza scenica costruita sulla tecnica e sul montaggio dell’azione. «L’uomo muove e se ne va, come il regista, è in sua assenza che si crea il movimento»: facendo riferimento alla tecnica dello stop-motion Serra racconta il suo lavoro di regista, un processo per accumulo, che dura spesso molto tempo.

La compagnia TeatroPersona lavora a Civitavecchia, dove ha una sala grazie alla quale può spendere la maggior parte del tempo nella ricerca teatrale, senza dover stare al passo con i tempi produttivi folli delle residenze e dei festival, ma dando all’arte il giusto tempo per maturare. Una compagnia giovane e insolita che vediamo poco girare nelle sale italiane, ma che – in qualche modo – dà un respiro diverso a quello che oggi chiamiamo “teatro di ricerca”.

Visto a Teatro Astra, Schio

Camilla Toso

Intervista a Gipi e Giovanni Guerrieri

Intervista a Gipi (Gianni Pacinotti) e Giovanni Guerrieri de I Sacchi di Sabbia a cura di Camilla Toso

Un connubio decisamente riuscito quello tra Gipi e I Sacchi di Sabbia. Quando è scattata la scintilla per lavorare insieme e fare ESSEDICE?

Giovanni: Io e Gipi abbiamo ricominciato a frequentarci l’anno scorso quando lui faceva La mia vita disegnata male e l’abbiamo fatto nel nostro piccolo teatrino… Gipi aveva ripreso gusto nello stare in scena per sentire l’ebrezza del palco. S. ci piaceva perché Gianni non lo aveva ancora eseguito sulla pagina, ci sembrava un lavoro interessante, che avremmo potuto affrontare insieme.

Gipi: Alcune cose che stanno nel finale dello spettacolo per esempio, nel libro non ero riuscito a disegnarle, erano rimaste solo testo sulla pagina bianca. L’idea di farle diventare immagine era forte, poi mi interessava vedere come sarebbe diventato una volta preso in mano da altre persone. Lui ha interpretato mio padre, che non è una cosa semplice. Io non gli ho mai detto niente di com’era mio padre. È stato un piccolo miracolo.

Durante lo spettacolo Gipi è il narratore, pur non essendo un attore la sua presenza scenica è fortissima. La complicità che avete sulla scena è incredibile, quanto di tutto ciò è improvvisato e quanto invece scritto?

Giovanni: Sì, gran parte dello spettacolo è improvvisazione. Gipi ha un percorso entro il quale muoversi e noi con lui. In generale abbiamo dei punti fissi che dobbiamo rispettare ma il contenuto è mobile.

Gipi,trattandosi delle tua vita, possiamo dire che è un’improvvisazione sui ricordi quella che fai?

Gipi: Sì, in alcune scene sì. Le parole sono improvvisate. È facile improvvisare su un sentimento che è molto radicato, una cosa che fa parte della tua esistenza e della tua crescita. Non credo di conoscere niente di meglio che l’amore della mia famiglia. Quindi posso parlarne prendendo vie diverse però so dove devo andare, dove devo portare il racconto.

Come è stato il passaggio dalla dimensione del fumetto a quella del teatro? Quest’ultima sembra essere più libera, ma può essere anche molto vincolante avendo a che fare con delle persone in carne ed ossa…

Gipi: Sono due mezzi chiaramente diversissimi, ma c’è una cosa che li accomuna: entrambi sono nati improvvisando pagina dopo pagina e quindi, nel caso di ESSEDICE, momento per momento. Per me questo è fondamentale, per mantenere una freschezza e non appesantire una tematica che potrebbe essere pesante. Quindi, se c’è una vicinanza tra i due lavori è questa: entrambi si sono svolti man mano, senza sapere dove saremmo andati a finire.

Le maschere di Ferdinando Falossi riportano in scena il fumetto e donano vita a “personaggi-ricordo”. Quando avete deciso di utilizzare questo mezzo espressivo?

Gipi: L’idea dei tableau vivantes nacque da Giovanni, fin dall’inizio. All’inizio era molto confusa, ma l’idea era quella di vedere dei disegni che si muovevano.

Giovanni: Conoscevo Ferdinando Falossi e sapevo che era l’unica persona che poteva aiutarci, non solo tecnicamente, ma anche dal punto di vista del processo. Non si trattava solamente di una maschera da indossare, ma era necessario fare tutto un processo attoriale per portarla in scena, e lui ci ha aiutato incredibilmente.

La struttura dello spettacolo è la stessa del fumetto: una voce narrante con le immagini da sfondo… L’intimità è la stessa o cambia qualcosa dalla pagina alla parola?

Gipi: La mia voce, è la voce fuori campo che racconta, equivale alla parte scritta dei miei fumetti. Il grado di intimità che si raggiunge con la scrittura non è minore di quello che si raggiunge con la parola.

Raccontare la vita di tuo padre significa raccontare anche episodi della seconda guerra mondiale…

Gipi: Certo, ma non è stata una scusa per raccontare la guerra. La cosa più importante, quando ho scritto il testo originario era sentire mio padre accanto. E il modo più presente in cui mi è stato vicino sono stati i racconti, non la vicinanza padre-figlio. I momenti più belli della mia famiglia, erano quando mio padre, a casa, raccontava le sue storie. Siccome le cose che raccontava erano sempre quelle, quando ho iniziato a scrivere il libro, mi è venuto spontaneo scriverle. E soprattutto non dire “Esse diceva”, ma di scrivere al presente. Per me era la chiave fondamentale, non fare un racconto dove ci fosse nascita, vita e morte di una persona, ma dove ci fosse una sottolineatura della mia convinzione che le cose non muoiono mai. Era per me una cura: io dico che mio padre non è passato, ma sono io che non riesco a vederlo, perché soffro di quel male che hanno gli esseri umani di subire il tempo invece che vederlo in una dimensione fisica. In quel modo mio padre non era nato e morto, mio padre “è”. E quindi il dolore che io provavo per la sua perdita diventava un’altra cosa, diventava una nostalgia come si può avere di un amico che è lontano e non di qualcuno la cui vita perde senso in quanto finita. Quindi ho iniziato a scrivere al presente perché per me era quella la battaglia contro il tempo e contro l’idea della morte. Speriamo di averla riportata in questo spettacolo.

Italia di ieri e di oggi

Recensione a Sapore di sale Centro Internazionale Arti Contemporanee e l‘Italia s’è desta Teatro delle donne

Sapore di sale, del Centro Internazionale Arti Contemporanee, voleva essere uno spaccato sull’Italia degli anni Sessanta. Voleva parlare di una tematica difficile, quella del boom economico e di tutte quelle storie di uomini che dal Sud Italia salgono al Nord per lavoro, e voleva farlo in modo leggero.

Poche battute pronunciate in un materano quasi incomprensibile raccontano la storia di Roberto, un pastore, che dopo aver perso il suo gregge va a Torino per lavorare alla Grande Fabbrica. Una scena vuota su fondale bianco fa da scatola agli elementi – sedie, tavolo, macchinine, pecore che di volta in volta popolano il palco. Gli attori si muovono nello spazio comunicando con brevi scambi di battute, il vero dialogo è quello dei corpi che si spostano in scena precisi disegnando un immaginario del Sud contadino in cui fanno irruzione intermezzi danzati vicini al musical. Un contrasto continuo tra la realtà popolare e la modernità che avanza. L’immagine è curata, fin nei minimi particolari: i costumi di stampo naturalistico trasportano lo spettatore in pieni anni Sessanta. La scrittura scenica è minimale e a volte prevedibile: qualche battuta, coreografie anni Quaranta su musiche evergreen e poi buio, e così via. Nella sua semplicità lo spettacolo scorre lentamente, ottanta minuti ad un ritmo costante e scandito dai cambi di scena che risulta essere ripetitivo. Nonostante tutto c’è da riconoscere che parte del pubblico è rimasta affascinata dalle atmosfere, divertita dalle coreografie hollywoodiane, forse colpita da una tematica che la tocca nel profondo.

Di tutt’altro stampo L’Italia s’è desta. Scritto da Stefano Massini e interpretato dal Teatro delle Donne, il testo-indagine tratto direttamente dalla cronaca italiana, è un catalogo sull’Italia del 2010. Se sfogliassimo le pagine dei giornali ritroveremmo, uno per uno, tutti i fatti di cui testimonia questo intensissimo spettacolo che, diviso in 21 capitoli — uno per regione — ripercorre i più crudi, cruenti, sconcertanti e assolutamente veri fatti di cronaca locale. Dai cinesi in affitto nelle fogne di Milano, agli effetti delle onde di radio vaticana, agli operai tritati nei mattatoi tecnologici.

Il testo, pronunciato con ritmo serrato dai tre attori seduti al tavolo in stile telegiornale, arriva alle orecchie del pubblico diretto e implacabile; impossibile soffermarsi sui particolari, l’importante è la notizia trasmessa con ironico sarcasmo che non lascia via di scampo. Bravi gli attori nel sostenere un testo così concentrato, forse un po’ lungo per un pubblico che arriva alla fine decisamente provato ma contento e soddisfatto. Un lavoro importante che getta la coscienza dello spettatore in pasto alle contraddizioni del proprio Paese. Fin dove ci si può e vuole riconoscere come italiani, e quanto si può amare il proprio Paese a queste condizioni? Domande che sorgono spontanee ogni volta che tra un capitolo e l’altro viene mandato l’inno d’Italia nelle sue mille versioni. Un quadro, quello dipinto da Massini che non ha pietà per nessuno ma, come recitano le note di regia «il pozzo è autentico», è tutto vero. Se solitamente si è abituati a cambiare canale quando si ascolta l’infinita lista della cronaca nera, quest’opera costringe lo spettatore di fronte alla cruda e tragicomica realtà. Dopo un fiume di parole l’Italia trova la sua estrema rappresentazione in tre maiali con la maglietta della nazionale.

Visto al Festival Primavera dei Teatri, Castrovillari

Camilla Toso

E se ESSE avesse detto

Recensione a ESSEDICE – I Sacchi di Sabbia

Se mio padre morisse. Non è un interrogativo. Tutte le vite finiscono, e l’unica cosa che resta è il nostro modo di ricordare qualcuno, di sentirlo ancora vicino.

ESSEDICE è questo. Lo spettacolo è stato tratto da S. di Gipi (Gianni Pacinotti), fumetto ispirato alla figura del padre – Sergio appunto – e proprio come il fumetto è un modo per ricordare, un modo per guarire da quella «malattia da cui sono affetti gli esseri umani che è subire lo scorrere del tempo».
Un uomo e una scatola. Gipi e quello che resta delle ceneri di suo padre. È da qui che parte la narrazione; narrazione, ma in realtà non è la storia della vita di ESSE, ma sono le sue storie: ricordi che ESSE raccontava in continuazione, mille volte a tavola, in macchina, tra amici e parenti. Episodi che cambiano col tempo, dai contorni sfocati come un acquarello. Il racconto non inizia con “c’era una volta”. Non è una storia al passato ma bensì al presente. «Esse dice che la guerra… Esse dice come si pesca… Esse dice che che si è rotto le palle di stare al mondo». In scena Gipi con una scatola di cartone tra le mani, un feticcio che non smette di torturare. Seduto con un sorriso incerto tra l’imbarazzato e l’ironico, parla di ESSE. Dietro di lui si materializzano personaggi stilizzati – la famiglia di Gipi e Gianni stesso quand’era bambino – rivivono in scena, grazie alle maschere di Ferdinando Falossi: un passaggio quello dal fumetto alla scena, che grazie all’arte della maschera, risulta semplice ed efficace. La maschera riporta in vita i morti che, come nell’antica Grecia, parlano ai vivi. Un incontro commovente e sincero.

L’ora di spettacolo scorre veloce, la struttura è semplice, la presenza scenica del narratore è forte e carismatica, gli attori reggono un ritmo scenico scandito. Il tratto incerto e stilizzato del fumetto si trasforma in movimento, l’immagine acquarellata della carta prende forma e si sfuma in scena dietro tulle che ricordano le pagine bianche dell’illustrazione. La regia de I Sacchi di Sabbia è leggera e perspicace nel lasciare libero spazio al narratore. Gianni Pacinotti non interpreta un personaggio. Non è un attore, è la parte della storia che ancora persiste. Ecco allora che il suo stare in scena è una continua improvvisazione sui ricordi o piuttosto sui sentimenti. Questa libertà in scena dona freschezza ad uno spettacolo che ogni sera è diverso, che diverte il pubblico e lo commuove.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Camilla Toso

La Violenza

Recensione a La violenzaCarro di Tespi

Secondo spettacolo della serata del 30 maggio La violenza della compagnia Carro di Tespi, un testo importante ispirato alla figura di Giuseppe Fava, giornalista e scrittore siciliano ucciso dalla mafia ventisei anni fa. Uno spettacolo per non dimenticare, per non lasciarsi andare all’oblio.

La compagnia calabrese porta in scena un’attenta ricostruzione di un processo per l’uccisione di un sindacalista, uomo giovane che lottava per la libertà della sua gente, un personaggio (immaginario ma emblematico per tutti quei Pasolini, Impastato, Fava) scomodo per la mafia locale. In scena la madre del sindacalista interpretata da una toccante e tragica Maria Marino, Giuseppe Cucco nei panni dell’avvocato – vero mandatario dell’omicidio – e Valerio Strati: il killer.

Tratto da un testo teatrale ricco di personaggi, La violenza di Giuseppe Fava è stato riadattato dal regista Luciano Pensabene per soli cinque attori: un’azione sicuramente complessa e forse rischiosa. L’impianto registico si sviluppa principalmente sulla volontà di rappresentare una giustizia lontana e distante. Ecco allora che i personaggi in carne ed ossa sulla scena sono uomini comuni con i loro difetti e le loro ragioni, mentre la giustizia e il potere stanno al di sopra di tutto, distanti. Dei due valori, opposti e complementari, appare solo l’immagine virtuale nella forma bidimensionale della proiezione. Una scelta comprensibile se sviluppata e curata minuziosamente.

L’accusa e la difesa si scontrano in un dibattito impari e la chiusura del processo porta sempre alla stessa conclusione. Era il 1983: nulla è cambiato. «Cosa siete disposti a sacrificare?» il silenzio della sala sembra rispondersi da solo, lo sguardo attonito degli attori colpisce implacabile. «La mafia è in Parlamento»: le parole di Fava irrompono in scena a risvegliare il pubblico. Questo spettacolo è la triste sineddoche di una realtà ben più dolorosa: alla compagnia il difficile compito di riportare alla memoria, ricordare per resistere.

Camilla Toso