Camilla Toso

Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d'adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l'organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.

Facciamone una Tragedia

Recensione a Non facciamone una tragedia -Progetto Brockenhaus
Il misantropo -Moliere di Mario Perrotta

Non facciamone una tragedia

Non facciamone una tragedia

Ultime serate dell’Armunia Festival 2009, piccola rassegna toscana, che vede in scena compagnie locali, alternatesi durante l’anno in residenze creative presso la sede del castello Pasquini di Castiglioncello. Ancora una volta la manifestazione si propone come officina creativa, capace di dare uno spazio di lavoro ma anche di confronto e formazione. A chiudere, tra sabato e domenica, due compagnie con lavori assai diversi: Non facciamone una tragedia del Progetto Brockenhaus e Il misantropo da Molière di Mario Perrotta.
La prima è una giovane compagnia formatasi in ambiti diversi: danza, teatro, circo; propone uno spettacolo complesso e ricco di immagini. L’intenzione, infatti, è quella di riportare in vita figure stilizzate e grottesche protagoniste di una tragedia del passato, fargli prendere vita attraverso la danza in una vecchia sala da ballo abbandonata. Sulla scena semivuota, delimitata sul fondo da due drappi di velluto rosso, si alternano figure clownesche, coppie di ballerini, amanti: figure tragiche che raccontano l’ironia della morte. L’operazione è interessante, fonte di immagini e rimandi. Qualcosa però sembra non funzionare: ciò che dovrebbe far ridere, risulta invece triste e mal riuscito, c’è un completo scollamento tra intento espressivo e risultato scenico. Allo spettatore arrivano una serie di quadri sconnessi, slegati, alcuni di una certa poesia, altri completamente fuori luogo. La compagnia lavora sul “Teatro in movimento” : una tipologia di teatro che riduce al minimo l’espressività della parola per affidarla completamente al corpo e al suo movimento, appunto. C’è una coreografia, ma non è una coreografia, tutti danzano ma non tutti sono ballerini.
Troppi i linguaggi scelti, nessuno usato in modo appropriato, e quello che poteva essere un lavoro organico ed espressivo si trasforma in un triste pastiche. Forse rinunciare ad una regia di gruppo in favore di un unico punto di vista avrebbe aiutato a dare una chiave di lettura più chiara.
Di più forte impronta classica invece Il misantropo di Mario Perrotta. Prima tappa di un progetto dal titolo accattivante – Trilogia dell’individuo sociale – la pièce si apre con una proiezione su schermo: disegni animati che descrivono l’individuo e la società contemporanea, illudono il pubblico – solo per un attimo – di stare per assistere a qualcosa di nuovo.

Marco Tolone, Foto di Umbreto Costamagna

Marco Tolone, Foto di Umbreto Costamagna

Ma quel che segue è ancora peggio: un coro da operetta che si muove con gesti forbiti apre il testo di Molière. Scena e fuori scena sono separati da un fascio di luce, gli attori entrano ed escono in questo gioco di parti, gli altri seduti ai lati restano in posa. Cento minuti di recitazione tra coreografie scontate, oggetti di scena e costumi di fattura imbarazzante, una regia che si guarda allo specchio nel vero senso della parola. Perrotta sembra infatti puntare tutto sulla trovata dello specchietto – del quale sono stati forniti tutti i personaggi tranne Alceste – un parallelo con il nostro cellulare, unico oggetto a cui rivolgersi in momenti di imbarazzo, fin troppo frequenti in questa pièce dove i personaggi sembrano giocare come bambini a “Specchio riflesso!”. Gli attori, seppur dotati di grande talento, annaspano in questa gabbia registica, Marco Toloni tiene alto il ritmo con un Alceste più che dignitoso, e Maria Grazia Solano strappa grandi risate al pubblico. A sopravvivere in tutto ciò è il testo e la recitazione: se c’è qualcosa che arriva al pubblico sono le poche note ironiche di Molière. Ma cos’è che fa tanto accapponare la pelle in questo progetto? Forse proprio le premesse del regista, che intende analizzare la società contemporanea e rispecchiarla in Molière, e che trova come unici mezzi per farlo qualche battuta su D’Alema, inserita tanto per risvegliare il pubblico, dei costumi che sembrano tirati fuori dal mercato di Porta Portese (giacche in pelle di taglio contemporaneo con cucite maniche a sbuffo, fronzoli, colori sgargianti e fiori finti) , e una trovata già vista nelle Intellettuali di Cirillo e negli spettacoli del più lontano Kantor, dove gli attori si guardavano in frammenti di specchio.
A fine serata applausi per entrambi gli spettacoli, ma non mancano le perplessità che restano chiuse nel silenzio di molte braccia conserte.

Camilla Toso

Visto all’Armunia Festival, Castiglioncello

Aldilà del dolore

Recensione a Iago, Desdemona e Otello di Roberto Latini
e Le2Stanze di Alfonso Postiglione

Roberto Latini

Roberto Latini

E’ un gioco di coppie, un perdersi e lasciarsi per trovarsi ancora, un incontro-scontro, un crocicchio di vite inestricabile, un gomitolo di rapporti spesso malati e incurabili il filo che lega Le2stanze di Alfonso Postiglione e Iago, Desdemona e Otello di Roberto Latini, due spettacoli sulla coppia e sulla morte, sul dolore e sulla redenzione.

Iago, Desdemona e Otello è un insieme di due riletture del dramma shakespeariano, visto attraverso gli occhi di personaggi diversi. Due frammenti di vite, che si intrecciano e interloquiscono. Roberto Latini veste i panni di Iago e Otello, ma  anche di Brabanzio – il padre di Desdemona – e del Doge che li sposa. Due tempi quindi, il primo incentrato sulla trama intessuta da Iago per vendicarsi di Otello, e l’altro concentrato sulla morte di Desdemona e il dolore dello sposo. Un lavoro visivamente semplice, un unico attore in scena, qualche gioco di luce, un microfono. Tutto lasciato nelle mani dell’autore, mani sapienti che puntano su una forte presenza scenica, un trasformismo fisico e vocale capace di gestire più personaggi contemporaneamente distinguendoli con precisione e maestria. Un corpo presente quello di Latini, energia pura dalla pianta dei piedi fino al capo, che coinvolge tutto il corpo  donandogli un espressività unica nel suo genere. L’Otello di Latini è un personaggio in caduta libera, un corpo scosso da un moto perpetuo, un dolore compresso che si trasmette nella voce rotta, nel silenzio mai fermo, nello sguardo truce.

Roberto Latini e Elena De Carolis

Roberto Latini e Elena De Carolis

Desdemona compare in un secondo tempo, è interpretata da Elena de Carolis, eterea e fresca al suo debutto assoluto, perfetta per leggerezza, ingenuità e candore. Un lavoro toccante, forse ancora in via di sviluppo, che merita un risultato finale organico, magari unendo primo e secondo tempo, usando ancora il montaggio come mezzo espressivo.

Le2stanze di Postiglione è ancora uno studio e viene presentato per la maggior parte in lettura scenica. I protagonisti sono due personaggi, forse Medea e Giasone, forse marito e moglie, finiti nell’aldilà in due stanze separate, nelle quali dovranno scontare la loro pena, redimersi dai peccati fatti per poter ricongiungersi. Un dialogo incrociato ai confini del purgatorio. Entrambi sono assistiti nel loro cammino da un angelo che non è altro che l’altro mascherato, che li aiuterà a perdonare per essere perdonato. Il testo non risulta molto brillante, oltre al gioco di scambio e di rilettura dei miti, non presenta idee particolari. Così è anche per la messa in scena della prima parte: un piccolo cubo all’interno del quale agiscono i personaggi, osservati dal pubblico e da una piccola video camera, certamente uno studio che ha ancora bisogno di essere approfondito, lavorato, agito.

Visto all’Armunia Festival, Castiglioncello

Camilla Toso

Il riscatto dell’arte

Recensione a Nascita di una NazioneAccademia degli Artefatti

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

«La vostra città è in rovina.» Esordisce così lo spettacolo Nascita di una nazione, scritto da Mark Ravenhill e portato in scena dall’Accademia degli Artefatti. Luci accese in platea, nessuna scenografia, gli attori entrano in scena come appena sbarcati dall’aeroporto. È un gruppo d’artisti occidentali appena arrivati in una città distrutta dalla guerra. Il dialogo è aperto con il pubblico, domande che non trovano risposta: si parla di responsabilità, chi ha ridotto così la città, come fare a risollevarla. La risposta è semplice: gli artisti si propongono di ricominciare dalla cultura, dall’arte, far rinascere un sentimento comune, iniziare ad esprimere per ritrovare la libertà.
Incredibilmente attuale il testo del drammaturgo inglese e intelligente la scelta di metterlo in scena da parte di Fabrizio Arcuri, regista di Accademia degli Artefatti. Nascita di una nazione fa parte di una serie di 17 frammenti teatrali basati sulla tematica della seconda Guerra del Golfo, ed ispirati ad altrettanti poemi o film famosi (tra cui La guerra dei mondi, Odissea, Le troiane, Orgoglio e pregiudizio). Nonostante il riferimento all’oriente sia chiaro, non si può non pensare all’Italia ed alla situazione culturale attuale: tagli, censure e limitazioni. Una riflessione sicuramente valida, ed un operazione drammaturgica e registica di valore.
La compagnia, ormai famosa per la ricerca di drammaturgie ipercontemporanee o post moderne che dir si voglia, compie l’ennesima azione spiazzante. La ricerca e lo studio su personaggi non personaggi coinvolge il pubblico, lasciandolo a volte disorientato, provocando reazioni diverse tra riso e perplessità. Il risultato però è garantito: la giusta sensazione di impotenza di fronte a disastri che toccano da lontano, si ripercuote sulla platea, coinvolgendola in un gioco di Voi/Noi, un rapporto attore spettatore che non lascia scampo.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Ancora una volta il confronto con le nuove drammaturgie provoca un sansazione destabilizzante: testi brevi, battute sintetiche, un grosso lavoro di interpretazione delle stesse parole declinate in mille sfumature diverse. Semplicità ed efficacia, rendono la regia quasi invisibile, lasciando l’opera proprio nel momento in cui sembra prendere il via. La chiusura è infatti un inizio, un’apertura concettuale verso tutto quello che potrebbe succedere se ‘la città’ iniziasse ad esprimersi attraverso l’arte. Lo spettacolo basato sull’impossibilità d’esprimersi, una stimolazione ed invito all’espressione, si chiude proprio nel momento in cui l’arte inizia a manifestarsi: «Sta succedendo». Sta succedendo?

Visto al Bastione Alicorno, Padova

Camilla Toso

Quando Ti ho visto

Recensione a La notte poco pirma della Foresta – Claudio Longhi

Lino Guanciale, foto di Andrea Cravotta

Lino Guanciale, foto di Andrea Cravotta

Piove. La situazione è quella dell’attesa, qualche chiacchiera, le sedie sparse qua e là: certamente questo spettacolo inizia in modo inusuale. Niente palco, niente spazio scenico, se non qualche vuoto tra le sedie del pubblico. La regia di Claudio Longhi inizia attraverso un’azione sullo spettatore, prima che sull’attore o sul testo. Una riflessione sullo spazio e sul contesto, indotta dal copione: La notte poco prima della Foresta, di B.Marie Koltès nasce come monologo ma ha la struttura di un dialogo, un lungo dialogo con un interlocutore che non risponde. A parlare è quello che si potrebbe definire uno straniero, un reietto – a dargli voce da Lino Guanciale. Abiti lisi, fradicio dalla testa ai piedi, questo altro, di cui non sappiamo nemmeno il nome, cerca di stabilire subito un rapporto. Si avvicina, guarda dritto negli occhi, chiede d’accendere, sfiora alcuni spettatori in un contatto diretto e spiazzate. Coinvolge e racconta il suo mondo fatto di camere d’albergo, puttane tristi, amori notturni su ponti di città, bulli “infighettati” attaccati alla gonna della mamma. Racconta quello che non è più il suo mondo: una città divisa in zone di lavoro settimanale, zone per il divertimento, la tristezza, per il sesso e per le chiacchiere, zone del venerdì sera. Il racconto disperato si trasforma in propaganda ideologica e teorizza la formazione di un Sindacato Internazionale di Difesa.

Un avvertimento ed una preghiera, tutto vomitato addosso in una prosa vertiginosa, priva di punteggiatura ferma, un discorso fluente e senza fiato. Un testo improntato sulla necessità di comunicare, rivolto ad un interlocutore che è sempre un Tu, singolo e collettivo, a cui denunciare e chiedere aiuto. Uno specchio agghiacciante della società contemporanea, che esprime l’intimo bisogno di trovare qualcuno a cui affidare quel che si ha di più segreto.

Il linguaggio, contemporaneo e tagliente, coinvolge e colpisce immediatamente. La regia è leggera, semplice ed efficace. Lavora sul testo dall’esterno, inizialmente, agendo sulla situazione e sullo spettatore, mettendolo nella condizione di spaesamento: questo avvicinamento diventa, così, inaspettato. In un secondo momento, il lavoro si sposta all’interno del testo, mettendo in scena la pioggia di cui tanto parla il protagonista: una pioggia che è più una doccia fredda, paradigma di ciò che spetta a chi contesta ed inveisce contro il sistema: «le colombe si alzano e volano sopra il fogliame, e i soldati sparano».

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Toccante performance di Lino Guanciale, la cui energia arriva dritta allo stomaco, colpisce e affonda per la verità e la credibilità del personaggio. A ricordare che stiamo assistendo ad uno spettacolo sono solo i piccoli inserti musicali che accompagnano la scena, accuratamente scelti ma forse inutili. Spettacolo semplice e ben riuscito, grazie ad un testo che riflette il rapporto tra attore e spettatore, un’ulteriore riflessione sulla necessità dell’uno verso l’altro, sulla necessità e importanza delle parole nella società odierna.

«…vedi compagno, io vorrei tanto  una stanza, perché qui quello che voglio dirti, non te lo posso dire..»

Camilla Toso

Tutto in una notte

Recensione a Una notte in Tunisia – Vitaliano Trevisan

foto di Claudia Fabris

Tiziano Scarpa, foto di Claudia Fabris

La malattia, il rancore, la rabbia verso la società, il rifiuto. La fine di un uomo, la caduta, la perdita del potere. Vitaliano Trevisan racconta gli ultimi giorni di vita di un uomo politico, rifugiatosi in Tunisia, per sfuggire alla legge italiana. Difficile non pensare a Bettino Craxi, ma il riferimento resta celato, mai dichiarato dall’autore. Il protagonista, il signor X, è interpretato dallo stesso Trevisan, affiancato da Tiziano Scarpa, Cec­chin, Carla Chiarelli, la moglie e Fabrizio Parenti, il fra­tello del signor X.

Una semplice mise en espace, che vede un testo complesso, un mélange tra storia e fantasia, scagliare frecciate alla politica italiana di oggi e d’allora. Di fronte a noi la caduta di un uomo, il rapporto con la malattia e con un potere ormai perso, esercitato sull’unico amico rimasto, il fedele Cecchin. L’analisi cinica e sarcastica della vita politica, una visione dissacrante e cruda espresse in battute dette tra i denti, portano il pubblico a sorridere di un riso amaro: una riflessione che scuote e allo stesso tempo diverte. La fantasia di Trevisan arricchisce la storia di un elemento spiazzante, un fattore di disturbo, che porta a rompere l’equilibrio: la presenza del fratello del Signor X trasforma le carte in tavola, e si manifesta come ultimo esercizio di potere, ultima manipolazione e strategia volta a riscattare la libertà del Signor X. Se, infatti, fino a quel momento, sembrava che la moglie volesse, tramite il fratello, convincere il Signor X a tornare in Italia e consegnarsi alla giustizia, il piano assume dei risvolti molto più tragici e macabri del previsto. Uno strano scambio di battute e sottintesi, tra moglie e marito, porta all’omicidio/incidente  del fratello. Una parrucca ed uno scambio di nomi e il Signor X si dà per  morto: ora può riprendersi la sua vita, la sua libertà.
Una drammaturgia, quella di Trevisan, ricca di riferimenti al passato e al presente; la nota vicenda viene rivista sotto un altro punto di vista: la latitanza diviene esilio, la malattia contamina il corpo dello Stato, di allora e di oggi. Un’accusa ed un giudizio, una ripresa e rivalutazione del concetto di responsabilità personale rispetto a quella politica: non viene messo in scena il personaggio in quanto politico ma in quanto uomo, malato ed alla fine della sua vita.

foto di Claudia Fabris
foto di Claudia Fabris

Una lettura critica dunque, portata in scena da due bravi attori e due spiazzanti scrittori. Divertente il rapporto tra Trevisan e Scarpa, che ricorda quello tra Hamm e Clov, padrone menomato uno e servo fedele l’altro, creati da Beckett per Finale di partita. I pezzi sulla scacchiera sono ormai pochi, restano poche mosse per vincere o perdere; i giochi di potere sembrano sempre aperti fino all’ultimo, inaspettato colpo di scena.

Camilla Toso

Ricerca Centrifuga

Approfondimento a Electric Party– Mario Biagini

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Si conclude ieri il ciclo di performance proposto dal Work Center Grotowski and Thomas Richards. Electric Party, è lo studio condotto  su materiali sonori di canti e poetiche sviluppatosi tra Nord e Sud America, una ricerca in corso da due anni, che porterà allo sviluppo di una drammaturgia e di un opera completa  per l’autunno prossimo. Nell’ambito del progetto di ricerca OPEN PROGRAM, condotto da Mario Biagini,  il gruppo d’attori  lavora  sullo sviluppo di una forte coesione sociale tra i singoli individui e tra essi ed il pubblico. I principi fondanti del Teatro Povero di Grotowski, la relazione tra attore e spettatore, l’idea che il teatro si possa fare semplicemente con il rapporto umano, sono alla base di questo centro di lavoro.
All’apice della sua carriera, Grotowski si ritira dalla scena: non gli basta più il concetto di Teatro dell’incontro, vuole più verità, non accetta più il principio di finzione che sta alla base di qualunque spettacolo. Inizia così un intensa fase di ricerca -diffusa attraverso conferenze e laboratori. Gli attori non si esibiscono più per un pubblico ma piuttosto sviluppano la spiritualità della scena, che diventa un vero e proprio spazio sacro atto ad ospitare più un rituale che uno spettacolo. Le rare rappresentazioni pubbliche degli ultimi anni sono isolate ed “aperte” ad un pubblico selezionato, che si trova ad essere testimone di una cerimonia e non più spettatore. Da questa forza centripeta, volta ad una ricerca richiusa su se stessa, al contempo esclusiva ed escludente, si sviluppa l’opera del Work Center Grotowski. Dopo anni di chiusura e studio il moto della ricerca si inverte, la forza diventa centrifuga, con l’OPEN PROGRAM i materiali iniziano ad essere mostrati pubblicamente. Si apre il dialogo a lavori ancora in corso, si cerca un confronto con il pubblico, un incontro.

foto di Claudia Fabris
foto di Claudia Fabris

Da qui nasce la festa/spettacolo Electric Party: gli attori sono carichi di un’energia mai vista, e diventa immediatamente lampante tutto il lavoro sulla vocalità, l’intonazione, l’uso del corpo in funzione della voce; tutto è presente e perfetto in questi giovani attori. Testi poetici e canti risuonano per più di due ore in uno spazio circolare, lo sguardo è rivolto al pubblico, che forse per problemi di lingua e comprensioni, non si sente pienamente coinvolto. Eppure la festa è lì, a portata di mano.

Camilla Toso

Quad al cubo

Recensione a deFORMA_09, di TAM Teatromusica

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Atmosfera fortemente concettuale per lo spettacolo deFORMA_09 della compagnia TAM Teatromusica. La performance ideata da Michele Sambin riporta alla mente un immaginario fantascientifico. Quattro personaggi si muovono sul piano orizzontale, spinti o trascinati, da una fune; li sovrasta in aria, lo scheletro elastico di un parallelepipedo, la cui forma si trasforma continuamente. L’ambientazione è surreale, geometrica e rigida. È una danza meccanica che porta l’eco lontano di un altro mondo. Le quattro figure si muovono su rotte prestabilite, collegate indissolubilmente agli angoli della figura: marionette in balia di una geometria  intelligente, o forse sapienti geometri?
La danza compiuta dai quattro ballerini richiama gli studi di Beckett su Quad – una coreografia studiata su funzioni matematiche che stabiliscono le entrate e uscite degli attori, i loro spostamenti sugli assi di un quadrato, senza mai farli passare per il centro; quest’ultimo è, infatti, il punto focale della performance, lo zero generatore. In questo caso gli attori  tendono ad esso, lo sfiorano, si avvicinano, perché al centro risiede il punto generatore del suono. Quattro microfoni catturano i rumori prodotti dal movimento e dal fiato dei performer, i suoni distorti e modificati (dalla poesia di Kole Leca), vengono riprodotti a creare una partitura vocale intensa e ritmata. Il movimento scandisce e viene scandito dai ritmi che produce. Un lavoro sullo spazio, uno studio sulle tre dimensioni, sul suono, sull’immagine digitale (con le rielaborazioni video e pittura digitale di Michele Sambin).

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foto di Claudia Fabris

In scena il passare del tempo, un lento divenire, un mutamento di forma e, di conseguenza, di concetto. «Forma è il limite che consente di poter definire un qualunque oggetto, idea, concetto, sensazione. Deformare è alterare la forma, darle un significato diverso dal reale» scrive Pierangela Allegro, unica donna in scena.
Visivamente un’opera interessante e stimolante; forse la presenza del testo risuona superflua e straniante. Restare sul piano concettuale avrebbe portato il pubblico ad immaginare oltre le parole.

Camilla Toso

Amarti m’affatica

Recensione a Tragedia tutta esteriorequotidiana.com

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foto di Claudia Fabris

Ho sentito qualcuno del pubblico dire che questo era lo spettacolo più assurdo visto negli ultimi dieci anni; dove assurdo sta per astratto, ironico e senza senso.
Due persone si guardano negli occhi per un’ora: potremmo descrivere così questo spettacolo. Questa affermazione potrebbe trasmettere un forte dubbio sulla riuscita teatrale dell’opera; ma è così, e funziona. Un uomo, una donna, vestiti di bianco, racchette da ping pong alla mano. Uno spazio – impossibile dire vuoto – bianco e asettico, un cubo di luce. Silenzio. Il primo impatto visivo è forte. È blu, è bianco, è nero: non si sa. Totale incapacità di definire l’immagine: è straniamento. Qualcosa di simile a quello che si prova davanti a Quadrato bianco su fondo bianco di Malevich, ma che assorbe e attira dentro, come il blu monocromo di Klein. Un dialogo, serrato e impersonale, racconta il triste consumarsi di due vite, legate, forse, ma certamente esauste, l’una dell’altra. Un ossimoro, che allontana e al contempo coinvolge; il pubblico ride al cinismo di alcune battute, e ne viene toccato proprio dall’apatia ricercata con cui si esprime questo lento sgretolarsi. La sensazione è quella d’uno stillicidio, violenza compressa, veleno, tacita esasperazione, un amore nato morto, un amore che affatica, che svuota dentro.
Prosegue questo gioco di ruoli, i due personaggi, racchette alla mano si passano “la palla” in attesa della prossima mossa, pronti al massacro: “colpiscimi ed io ti colpirò”. Tutto nella completa assenza, un bianco non bianco, non un inizio né una fine; forse senza senso. Tragedia tutta esteriore, invece, nasce dalla necessità di trovare un senso, di creare una forma che colpisca ancor prima del significato delle parole. Roberto Scappin e Paola Vannoni si dichiarano completamente senza radici «I nostri spettacoli erano politici e pieni di significato, risultavano pesanti. Abbiamo voluto togliere tutto, è stato un atto di rabbia, anche nei confronti del Teatro. Abbiamo pensato di fare una cosa totalmente inutile, priva di riferimenti. Il testo è nato cosi, da solo, stavamo anche venti minuti seduti in silenzio con davanti una telecamera». Inevitabile non pensare a Beckett, in particolare a Finale di partita, nella versione offerta da Franco Branciaroli: stessa luce, stesso bianco asettico. Certo, due esperienze diverse, forse assolutamente sconnesse. L’immaginario beckettiano è forte, nonostante gli artisti neghino ogni influenza esterna. “Senza radici”, ormai, è un concetto troppo astratto, per il teatro contemporaneo ormai lontano da qualunque tipo di derivazione, ma pur sempre ancorato ad un substrato dell’immaginario passato. Quotidiana.com ha dimostrato di saper stupire, di entusiasmare e trasmettere, proponendo il contrario, giocando perversamente sull’attrazione per il vuoto, che muove ogni essere umano, l’assenza, la crisi, l’apatia.

Camilla Toso

 

L’enigma o l’azzardo?

Recensione a Il Mercante di Venezia – regia di Massimiliano Civica

foto Teatri delle Mura

foto di Andrea Cravotta

Parlando de Il Mercante di Venezia, il regista, Massimiliano Civica, lo paragona ad un enigma, e si domanda il perché si sia sempre convinti di dover trovare una risposta, perché è implicito che vi sia una soluzione. «L’enigma non è una domanda, ma una certificazione della realtà». Parte da qui l’interpretazione fedele del testo, nessuna riduzione o rilettura troppo drastica, se non la scelta di lasciare in scena solo quattro attori. Uno spazio vuoto, quattro sedie per quattro maschere. Inizia e finisce così, in totale semplicità, l’intenso intreccio della trama del Mercante. Quello a cui assiste lo spettatore è lo srotolarsi calmo di una spirale, lentamente si sciolgono i nodi e la storia procede. Le scelte dei pretendenti di Porzia (Elena Borgogni), a far punti d’ancoraggio e svolta, la ricerca della giustizia e la punizione finale a chiudere il cerchio. La lettura che ci propone Civica non lascia spazio al gioco dell’attore, ma lo scava fino al midollo, per renderlo completo servo del testo: mai visto un monologo di Shylock, (un impeccabile Oscar de Summa) recitato tutto d’un fiato, mai visto un attore non cedere alla tentazione della scenata. Ma è qui la chiave, dichiaratamente svelata, una recitazione che è una semplice constatazione della realtà, del testo questa volta. A primo impatto lascia a bocca asciutta, un po’ di stupore, forse uno strano senso di disorientamento. Ma poi si riflette ancora, perché in fondo questa essenzialità disarma. «Chi scrive semplice pensa complesso» ci ricorda Italo Calvino, non senza ragione. Forse avremmo voluto passione e rabbia, forse si era pronti a congiungersi a Shylock nel suo urlo di protesta, ma è arrivato altro; qualcosa di meno coinvolgente, ma di valore. Un’analisi minuziosa e pacata di meccanismi complessi, uno svelamento dei fatti lavato da ogni passione; ma la passione si insinua tra le parole più sussurrate, scivola tra le frasi dette così impersonalmente, mostrando la potenza di un testo magnifico e la maestria di William Shakespeare.

 

Cosmologie Teatrali

Presentazione del Festival Teatri delle Mura

« È un Festival dedicato alla ricerca, al popolo degli scontenti, a coloro che non si accontentano mai di reinventare nuove forme e nuovi linguaggi, sempre pronti a sorprendere e a lasciarsi destabilizzare ».

Bastione Santa Croce

Bastione Santa Croce

Queste le parole del Direttore artistico Andrea Porcheddu pronto a rivendicare una coerenza interna per il programma del festival che andrà in scena a Padova dal 14 al 24 Giugno. Numerose chiavi di lettura per questo evento in completa controtendenza rispetto all’ orientamento nazionale, caratterizzato da una sempre crescente corsa-ossessione verso la novità giovane. Teatri delle Mura guarda ai punti fermi, gli astri che da anni illuminano la via del teatro di ricerca e non solo. Nato da un iniziativa regionale e maturato negli anni, giunto alla sua quinta edizione quest’anno il festival si apre ad orizzonti Internazionali, ospitando alcuni tra i più importanti gruppi di ricerca teatrale europei.

Percorsi diversi, quindi: la ricerca con l’Odin Teatret di Eugenio Barba, il Workcenter di Jerzy Grotowski e Thomas Richards, la Societas Raffaello Sanzio e Yoshi Oida. Conferenze, dimostrazioni di lavoro e laboratori trasformeranno la manifestazione in un vero e proprio osseravatorio, dove sarà possibile osservare ma anche essere osservati.

Ad inaugurare la rassegna saranno due interessanti riletture di Shakespeare, Il Mercante di Venezia di Massimiliano Civica (Premio Ubu 2009) e l’Amleto di Denis Fasolo, poi sarà la volta di Otello di Pantakin. Si guarda anche alle nuove drammaturgie, i giovani Babilonia Teatri, attivi da circa due anni ma già famosi a livello nazionale, la compagnia romana Accademia degli artefatti rivolta verso drammaturghi stranieri e i Quotidiana.com realtà emiliana emergente e interessante. Non ci si dimentica però del fervido sottosuolo veneto, delle compagnie che lo popolano e che rappresentano una realtà sveglia e attiva: i Carichi Sospesi compagnia di casa in continua crescita e TamTeatroMusica sempre attivo nel padovano con la sperimentazione tra linguaggi visivi e musicali. Non mancheranno sorprese e discussioni, arriva infatti a Padova lo stravolgente lavoro su De Sade di Enrico Frattaroli, ultima tappa di un viaggio tra le città visitate dal Marchese. A far da teatri naturali saranno i bastioni Alicorno e Santa Croce, ma oltre a questi due spazi caratteristici ci saranno anche altri spazi tradizionali quali il Teatro alle Maddalene, il Teatro Studio, il Teatro San Clemente e il Centro Culturale Altinate.

Edizione 2008

Edizione 2008

In dieci giorni piu di venti spettacoli e personaggi tra cui ancora il gruppo Motus, Claudio Longhi, Vitaliano Trevisan, Roberto Citran, tre laboratori, due dimostrazioni di lavoro, che renderanno Padova ancora più viva e attiva. A chiudere la manifestazione sarà un concerto di Giuliano Scabia e Mario Brunello.

Un programma ricco e stimolante, per l’anno di fine mandato del Direttore artistico Andrea Porcheddu, il quale chiude la conferenza stampa con una riflessione: «Abbiamo voluto dare un segno alla città, non limitarci a portare il teatro ai padovani, ma portare i padovani a teatro, perchè “fare teatro” ha ancora un senso, nonostante molti vogliano negarlo: è il senso profondo dell’incontro, dello scambio, dell’ascolto. Della parola che si fa arte ».

Camilla Toso