Carlotta Tringali

Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org

Gli arlecchini di Sieni alla Biennale di Venezia

Recensione a De anima – regia, scenografia di Virgilio Sieni

foto di Akiko Miyake

Trae ispirazione dal De Anima di Aristotele il nuovo lavoro che Virgilio Sieni ha messo in scena alla Biennale della danza di Venezia. Un titolo impegnativo, dedicato a quella parte dell’essere umano che è origine del movimento perché sempre in tensione verso qualcosa. Cosa sarebbero i corpi senza anima? Burattini mossi da fili, vuoti non comunicanti emozioni.

Qui le anime di sei splendidi ballerini incontrano quella del regista Sieni che torna a creare una coreografia per una compagnia eccezionale, dopo le ultime esperienze dedicate all’Accademia del Gesto e al coinvolgimento in toccanti spettacoli fatti da non danzatori (rimandiamo per esempio a Cinque nonne).

Ha i toni delicati dei Tiepolo il fondale, una tenda che assume sfumature dal sapore antico e da cui escono Arlecchini che richiamano i quadri picassiani: personaggi privi di maschere o completamente oscurati da veli neri, parti complementari di esseri fatti di corpo e spirito, di razionalità e grovigli istintivi. Corrono e scherzano, si fermano e osservano, si prendono in giro e si innalzano; creano vortici emozionanti che alternano disequilibri e giocosità, malinconie e ironia.

Le musiche di Bach, che accompagnano tutto il “pittoresco tragico con ombra” – appellativo che il critico Stefano Tomassini ha utilizzato per descrivere lo spettacolo nel foglio di sala – addolciscono le coreografie sublimi che partono da pose di quadri secenteschi per poi affrontare varie sfaccettature del lato umano. Anche le sue stesse ombre. Ne mostrano la fragilità, il disequilibrio, il bisogno di sostegno: i corpi fanno fatica a sorreggersi, si aggrappano e cadono, per poi correre in una disarticolazione data da gesti di quotidianità ed eccezionalità. De anima è saturo di un concettualismo filosofico che cerca la sua trasposizione nella danza, la trova e allo stesso tempo la carica di una malinconica leggerezza data da corpi che non riescono a portare a termine il loro dialogo, né con gli altri né con se stessi. Si interrompono, escono di scena attraverso la tenda-soglia, per poi tornare e di nuovo tentare di dar forma ad altro. Nella loro solitudine gli Arlecchini sono seguiti da figure nere dal volto velato che ne copiano i movimenti, raddoppiandoli. Ma anche questi esseri scuri abbandonano ciò che gli stessi ballerini abortiscono sulla scena. L’ombra si ricongiunge all’uomo in un abbraccio, creando un momento di magica sospensione, proprio come nei momenti in cui le note di Bach lasciano posto a un cupo silenzio e gli occhi di un danzatore fissano la platea raggelandola. E tutto ricomincia, ma partendo da un’altra emozione, sensazione del corpo e dell’anima, da un’altra sfumatura.

foto di Akiko Miyake

Una volta entrati dentro il meccanismo dei quadri che si avvicendano, non vi è più lo stupore iniziale che corre sulla sottile soglia tra ironia e malinconia; ma Sieni è abile a interrompere la reiterazione con composizioni che non ci si aspetterebbe, come i canti sardi e il divertimento provocato dai balli – ovviamente rielaborati – che ricordano i colori di quella terra. Un altro straniamento è messo in scena alla fine quando a Bach subentrano i Rolling Stones, completamente decontestualizzati ma forse proprio per questo dotati di un fascino particolare; gli uomini si trasformano in manichini da posizionare, privi di quell’anima che prima sono andati ad indagare.

Tra quadri che si susseguono e si alternano in un gioco di dialoghi che si ripetono, tra entrate e uscite frettolose dalla tenda-soglia, ciò che riempie il cuore in primis è l’aver visto danzare, in una coreografia densa e impeccabile, una compagnia composta da sei ballerini magnifici, tutti da nominare: Ramona Caia, Giulia Mureddu, Jari Boldrini, Nicola Cisternino, Andrea Rampazzo e Davide Valrosso.

Visto al Teatro Piccolo Arsenale, Venezia

Carlotta Tringali

Riflettendo su VIE, festival in piedi nonostante il terremoto

Giorni di terremoto, giorni infelici. L’Emilia Romagna è stata messa in ginocchio dal terribile sisma che l’ha colpita e che continua ad angosciarla con scosse continue. Giorni di devastazione, ma anche giorni di VIE Festival di Modena, a cui abbiamo preso parte nel primo finesettimana, quando la città e i paesi attorno stavano tentando di ricominciare dopo il terremoto del 20 maggio, pensando che il peggio fosse passato.

foto di Marc Domage

Mentre il grande regista lituano Nekrosius delude le aspettative con la sua Divina Commedia (rimandiamo alle recensioni di Simone Nebbia per Teatro e Critica e Massimo Marino per Doppiozero), il francese Pascal Rambert dà prova della sua intensità con il bello Clôture de l’amour andato in scena in prima nazionale. Due attori splendidi uno di fronte all’altro monologano e non dialogano, ognuno tira dritto per la propria strada, correndo come un treno senza mai voltarsi, senza confrontarsi. La loro storia d’amore è finita, irrimediabilmente chiusa. Inizia lui, Stanislas Nordey a sputar sentenze, ad addossare odio e rancore a lei, immobile dall’altra parte, tesa e concentrata a reggersi in piedi e a non fiatare davanti alle accuse e alle frasi assurde che l’attore sciorina senza sosta. Come se avesse paura di una replica che potrebbe metterlo in difficoltà, fargli cambiare idea o contrastare le sue folli teorie come il fatto che «la vita non è un cestino di fragole». Nelle sue parole più volte si sente pronunciare che «non c’è soluzione e tutto diventerà orrore e sarà pieno di orrore», proprio come diceva Conrad nel suo Heart of darkness; in fondo, il nocciolo di ogni cosa è sempre quello, l’orrore. Geniale l’idea di interrompere il monologo con dei bambini che entrano in scena, con vestiti colorati iniziando a cantare: straniante e allucinante, una soluzione che fa sorridere e prendere una boccata d’aria, donando gioia in un ambiente freddo e dilaniante, come quello creato dalle parole pronunciate da Nordey. I cinque minuti del coro finiscono presto per lasciar spazio al dolore di lei, una gracile ma tenace Audrey Bonnet, che non svuota la storia come ha fatto lui, guidato dal rancore, ma ne tesse le fila più significative e intense. La forza della Bonnet è toccante e coinvolgente, il suo monologo regala dolore e bellezza, scendendo nei dettagli di una passione perduta. Piegato in due lui l’ascolta, ma non riesce neanche più a guardarla. Non si ha un’altra possibilità, l’amore sarà ancora nel ricordo; vivrà in un passato che non può tornare ma che non può essere rinnegato.

Ma torniamo a oggi per aprire una riflessione. Rambert si è visto a Modena quando c’era un disperato bisogno di ricostruire, prima che quel 29 maggio, fatale per molte vite, riaprisse una ferita ancora dolorosa, rendendola più profonda e difficile da rimarginare. Mentre il nord Italia piange i suoi troppi morti, il numero degli sfollati aumenta e le polemiche contro la Parata del 2 giugno impazzano, VIE Scena Contemporanea Festival, solitamente posto a epilogo delle stagioni teatrali e anticipato quest’anno a maggio, continua imperterrito il suo corso. Ovviamente modificandolo. È del 30 maggio infatti la decisione di Pietro Valenti, direttore di ERT di non fermare completamente la rassegna iniziata il 24 maggio e che si concluderà il 2 giugno: «Il sisma ha colpito Modena molto duramente ma fermare il festival sarebbe come levare alla città un pezzo della sua vita. Il teatro delle Passioni vuole proporsi come luogo di ritrovo dove trovarsi per uscire di casa, incontrarsi, parlare, per ricreare quella comunità che solo il teatro permette».

Tanti spettacoli sono stati annullati – come le performance/pièce di Lisbeth Gruwez, Orthographe / Presto!?, i debutti di Barokthegreat, Danio Manfredini e Antonio Latella – e altri spostati di orario data l’inagibilità di alcuni luoghi. E nonostante tutto nessuna sospensione del Festival, ma la volontà di restituire al teatro la sua natura comunitaria, proprio come successe a Sarajevo negli anni ’90, mentre la guerra impazzava. E atterrava palazzi, ponti, strade, persone. Il teatro era protesta, riscatto e resistenza. Diversamente da quei posti, qui non c’è l’uomo a manovrare l’orrore, ma la natura: di fronte all’impotenza ci si domanda dunque come gli artisti riescano a continuare il proprio lavoro – perché in fondo di lavoro si tratta – o dividere l’ospitalità e le stanze di albergo con chi ha perso la propria casa e si è ritrovato in pochi secondi senza nulla più. Ed è difficile immaginare e pensare con una ferita appena aperta e così dolorosa che il teatro possa ora come ora creare una comunità quando si cercano di ricostruire pezzi del singolo, frammentato e ridotto anche esso a macerie. Il Festival VIE abbraccia infatti un territorio più ampio che, oltre la città di Modena, comprende luoghi come Carpi e Castelfranco Emilia, fortemente colpiti dal sisma. Lì VIE si ferma per trasferirsi completamente a Modena, ma può esserci “festa” nel Festival? Opinioni differenti si scontrano tra il coraggio di andare avanti e la necessità di rivedere delle priorità, forse sollevando ancora più polvere in un luogo già devastato dove la calce ha coperto tutto, ma senza lasciare ancora un grande silenzio.

Da VIE Scena Contemporanea Festival, Modena

Carlotta Tringali

Il malessere di Porco Mondo

Recensione a Porco Mondo – di Compagnia Biancofango

foto di Marco Davolio

Un ambiente aperto, non delimitato da scenografie, ma contemporaneamente vuoto come i corpi che lo abitano, chiuso, malato e asfittico; l’aria è irrespirabile, le parole escono a fatica, balbettate, morsicate da due corpi che fanno gesti convulsi, nevrotici, reiterati, toccano un bestiale recondito, danno alito a impulsi viscerali che sono lì, innegabili nella loro crudezza. Da animali passano a esseri umani di bianco vestiti, puri come la neve sparata dai cannoni, artificiale, sostituta di una realtà che non esiste più.

La Compagnia Biancofango ha presentato al Festival Teatri di Vetro di Roma il nuovo intenso spettacolo Porco Mondo, una storia tra un uomo e una donna senza nome e senza tempo, senza un luogo di appartenenza e privi di un senso che li tenga legati l’uno all’altra. Lui, un bravissimo Andrea Trapani che firma anche la drammaturgia insieme a Francesca Macrì, è un frustrato che si eccita a parlare in chat con una ragazzina di 13 anni; lei, una superlativa Aida Talliente una donna nevrotica con la voglia disperata di sentirsi ancora attraente, pronta a travestirsi da Marilyn Monroe per essere bionda, per apparire bella almeno una notte, quella di Natale. Unici oggetti a far compagnia ai corpi sono due sedie, una radio, un panettone e uno spumante, feticci di una felicità ormai lontana e dimenticata.

foto di Matteo Ippolito

I desideri della donna si disattendono, o forse non erano mai realmente esistiti neanche nella sua intimità, e il risultato è diventare ancora più ridicola agli occhi di chi non la ama più, trasformando la serata in una vuota desolazione, disperatamente divertente nei gesti di lei, estremamente conturbante nelle parole di lui. I loro corpi, muscoli e volti compiono continuamente piccoli movimenti, gesti quasi automatici e autistici, sintomo di impulsi fisici reconditi e bestiali: in Porco Mondo i corpi abitano le parole che a poco a poco escono come impazzite, in un flusso di crudeltà e rancore celato dietro una storia finita con «la neve che tutto ricopre e tutto cancella». Le parole si bloccano e vengono restituite frammentate e sputate attraverso gesti impercettibilmente asserviti a un malessere che cova dentro le loro anime. Ma che non sa ribellarsi fino in fondo.

La regista Francesca Macrì e gli attori in scena realizzano un lavoro curato fino all’ultimo dettaglio, pieno di sfumature che rendono Porco Mondo uno scrigno di una manifattura preziosa, che inchioda alla sedia, fa ridere, stupisce e disturba per un logoramento lascivo, non portando a soluzioni ma a una morte interiore, lenta che si chiude con un immagine dolorosa, struggente, di una sconfitta che assorbe l’uomo.

Visto al Teatro Palladium, Festival Teatri di Vetro 6, Roma

Carlotta Tringali

A scuola con Bruni e De Capitani

Recensione a The History Boys – testo di Alan Bennett, regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

foto di Lara Peviani

È accostabile a quello che potrebbe essere uno spettacolo cinematografico The History Boys, andato in scena come ultimo appuntamento della stagione al Teatro Sperimentale di Ancona. La regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani è una grandiosa macchina programmata e pensata alla perfezione, con cambi di scena e attori tutti sempre a vista: si canta, si recita e si riflette sul testo scritto da Alan Bennett, vincitore di numerosi premi tra cui anche il prestigioso Tony Awards for Best Play nel 2006.

Ambientato a Sheffield negli anni ’80, il testo ricorda per alcuni aspetti The dead poet society – meglio conosciuto in Italia come L’attimo fuggente – dato che i protagonisti sono un gruppo di giovani ragazzi, il preside e i tre professori Hector, Irwin e Mrs Lintott; questi ultimi tre possiedono un proprio e specifico metodo di insegnamento, volto alla crescita e alla maturazione dei giovani, non solo professionalmente, ma soprattutto umanamente. In attesa di entrare nei prestigiosi college di Oxford e Cambridge, la classe, tutta rigorosamente al maschile, sperimenta i diversi approcci alla materia storica, alla grammatica, alla letteratura e all’economia, citando versi poetici, musiche e film. Il magnifico Elio De Capitani – che veste i panni dell’eccentrico professore di inglese Hector – accompagna i propri studenti all’interno delle vaste arti culturali, tra gare fatte di citazioni, impersonificazioni in protagonisti di romanzi o sceneggiature; il tutto in un’ilarità, un entusiasmo e un amore incondizionato dei ragazzi nei suoi confronti e per le discipline che si trasformano in esperienza di vita. Il suo è un tentativo non nozionistico, ma spassionata volontà di emozionare, dare libertà e capacità di giudizio di fronte all’ostacolo più difficile che non è dato dagli esami di ammissione ma da tutti gli episodi che compongono la stessa vita. Ed ecco che il cast di giovani e bravissimi attori – di recente insigniti del premio Ubu come migliori attori under 30 – si destreggia fantasticamente in un’atmosfera di grande coesione e giocosità, dando anche prova delle proprie doti canore e coreografiche, modificando una scena che ben si adatta a una classe, a una palestra e a un ufficio di presidenza.

Un metodo di insegnamento, quello di Hector, molto particolare a cui si affianca l’altro, non meno ortodosso, del giovane professor Irwin, un pacato Marco Cacciola, che spinge i ragazzi a utilizzare le nozioni letterarie apprese fino a quel momento quasi come “citazioni da cioccolatino”, per mostrare la propria cultura e accostarle a materie che si occupano di tutt’altro. Tra Irwin e Hector c’è un iniziale scontro che si risolve in una collaborazione dettata dal bisogno di approcciare la realtà e le questioni «entrando dal lato e non dalla porta principale», mettendo tutto in discussione, trovando nuove strade di analisi della storia.

In questo testo pluripremiato e ben diretto turba però l’insistenza delle molestie, seppur leggere, di Hector nei confronti dei ragazzi: mentre i giovani ci scherzano su, una volta scoperti gli episodi dal preside, il professore è costretto alla pensione anticipata; ma in fondo gli viene perdonato tutto subito, come se toccare le parti intime degli studenti fosse una leggera marachella, che inizialmente desta stupore e fastidio ma poi viene subito dimenticata. Non sembra insomma così importante da mettere in discussione il grande nutrimento che Hector ha apportato allo spirito dei ragazzi con il proprio tipo di insegnamento. Accarezzare i genitali dei giovani, mentre si guida la moto a tutta velocità, è molto diverso sì dai tanti episodi che si sentono oggi di molestie (soprattutto vengono in mente quelli in sedi religiose) e non paragonabile per la gravità, ma pone una pesante ombra sul testo: come la religione anche la letteratura nutre lo spirito, ma sembra che a quest’ultima disciplina possano essere perdonati certi fatti. Perché? Inoltre se il primo tempo dello spettacolo ha un testo tutto in ascesa, dove i ragazzi brillano per intelligenza e la scuola ritrova l’importanza perduta (ossia quel ruolo di formatore di anime e di coscienze principe della società), nella seconda parte si scivola in simulazioni di interrogazioni dove gli studenti sembrano tornare indietro e non aver appreso nulla; cosa ancor più fastidiosa è che si gira, a parte alcune lezioni-perle splendide, forse un po’ eccessivamente intorno alle marachelle sessuali. Gli insegnamenti di Irwin e la loro bellezza decadono di fronte alle insistenti attenzioni di uno studente che tenta di trascinarlo dentro una storia amorosa, troppo insistita e un po’ ripetuta, rendendo così meno interessante lo svolgimento della pièce.

Nonostante l’accelerazione e la reiterazione che subisce la storia nella seconda metà, resta il fatto che The Hystory Boys è sicuramente un grande spettacolo in cui meritano di essere citati tutti i giovani e bravissimi “scolari”: Giuseppe Amato, Marco Bonadei, Angelo Di Genio, Loris Fabiani, Andrea Germani, Andrea Macchi, Alessandro Rugnone e Vincenzo Zampa, l’unica ma imponente donna in scena (Ida Marinelli) e lo stralunato preside Gabriele Calindri; dotato di una regia splendida e impeccabile, contrariamente al testo che lascia aperti e irrisolti alcuni interogativi – e ben vengano! – non di secondaria importanza.

Visto al Teatro Sperimentale, Ancona

Carlotta Tringali

Lo show dei sogni di Scarpa, Marlene Kuntz e Arcuri

Recensione a Lo show dei tuoi sogni – testo di Tiziano Scarpa, regia di Fabrizio Arcuri

«Perché sono venuto al mondo se non lascerò niente? Se non invento qualcosa di mio?», domanda legittima e che può risuonare spesso dentro la testa di una persona. L’essere ricordati, l’essere nati per diventare necessari aiuta l’uomo ad affrontare meglio la sua esistenza, la giustifica, la esalta.
È questa la domanda che si fa ogni giorno Fabrizio, un semplice spazzino a cui dà voce
Tiziano Scarpa, che ha già lasciato il segno nella nostra Italia scrivendo tanti bei libri e vincendo anche l’ambitissimo Premio Strega nel 2009. Ma non ci sono veri personaggi in questo spettacolo: non c’è rappresentazione, molto è lasciato all’immaginazione in un reading dove il rock incrocia la scrittura, la scrittura incontra la regia e i tre si prendono a braccetto ed entrano in un teatro.

Lo show dei tuoi sogni nasce infatti da due componenti del gruppo italiano Marlene Kuntz, il polistrumentista Davide Arneodo e il batterista Luca Bergia, il già nominato Scarpa e il regista di Accademia degli Artefatti, Fabrizio Arcuri. Un quartetto non convenzionale e curioso che mostra sin dall’inizio dello spettacolo una bella coesione, dando vita a una lettura a tempo di musica e con ambientazioni e ritmi teatrali.
Non c’è nessuna prevaricazione sul palco: gli elementi non si accompagnano, piuttosto si compenetrano, rendendosi necessari e fondamentali per la riuscita dello
Show. Si chiede sin dall’inizio al pubblico di dare ampio spazio alla propria immaginazione, dato che loro stessi hanno deciso di rompere lo schermo che doveva esserci – e che doveva proiettare particolari di una città non ben riconoscibile: si spinge così lo spettatore a immergersi nella propria fantasia, dando forma ai pensieri e a ciò che si ascolta. Scarpa legge un racconto che trova nei contrappunti musicali e nei controluce blu verdi e rossi un qualcosa di allucinato, di inusuale, in cui una semplice storia diventa motivo di riflessione sull’assurdità di quella ricerca disperata del “fare un’azione che renda una vita speciale”. In fondo, è proprio quando meno te l’aspetti che le cose accadono. L’innocuo Fabrizio cerca in tutti modi di lasciare un segno, dalle scritte sui muri agli annunci sui giornali: saranno proprio questi ultimi a dare una svolta inaspettata a un altro personaggio, quel Gaudenzio Perfetti che si ritroverà famoso e manipolatore dei sogni degli italiani. Lui sì, che avrà fatto qualcosa per cui sarà ricordato: ma non si è mai impegnato per farlo; anzi si ritrova intrappolato in un meccanismo malato e più grande di sé da cui non riesce a uscire.
Scarpa è un abilissimo e geniale narratore: come altri suoi racconti anche
Lo show dei tuoi sogni prende una piega imprevista. Le sue parole risuonano e agiscono direttamente nella testa dello spettatore grazie alle sonorità di Davide e Luca che, ai lati del palco, fanno esplodere batteria, tastiere, suoni campionati, loop station, chitarre e violini elettrici in un’atmosfera rarefatta e affascinante creata anche dal fumo, sparato sulla scena, che acquista forme immaginifiche insieme al gioco di luci e alla fantasia dello spettatore, fondamentale per rendere Lo show dei tuoi sogni un accadimento reale. Una sonorità perfetta a cui si unisce non solo la lettura di Scarpa, ma anche un suo cantato-parlato che quasi lancia slogan, frasi che diventano refrain puntuali di note che fanno sognare.

Visto al Teatro Sperimentale, Ancona

Carlotta Tringali

Il Furioso Orlando di Baliani

Recensione a Furioso Orlando. Ballata in ariostesche rime per un cavalier narrante – regia di Marco Baliani

Si fa fatica a entrare dentro lo spettacolo Furioso Orlando, dove le rime e le strofe cinquecentesche sembrano allontanare qualsiasi sguardo di quotidianità e di reale presente, erroneamente. La guerra tra cristiani e saraceni intrecciata alle battaglie mosse dall’alto sentimento amoroso dei vari personaggi, protagonisti del poema epico di Ludovico Ariosto, fanno ripiombare lo spettatore in un luogo dove il tempo si è fermato, o forse, si è riavvolto e mostra un passato dimenticato, riflesso non lontano del nostro oggi.

Le gesta di Orlando, Ruggero, Astolfo, Angelica, Bradamante, Ferraù e dei tanti altri che affollano la versione originale di Orlando Furioso, sono qui rimaneggiate e sapientemente intrecciate a versi che son propri di Dante, Shakespeare, Omero. Si creano continui cortocircuiti, spostamenti e aperture verso differenti possibilità di lettura tanto che le vicende narrate non sembrano appartenere a un’unica storia, ma vanno a comporre un quadro più ampio ben complesso, un patch work che acquista senso grazie allo sguardo distaccato che nel nostro presente rivolgiamo a una materia sedimentata dentro noi stessi. Il sapiente drammaturgo Marco Baliani, che firma anche la regia di questa pièce liberamente tratta dalla ballata ariostesca, ben soppesa i tempi e non li rende mai noiosi, anzi li alterna a momenti di raffinata ironia. Ed è proprio qui il valore aggiunto: il passato è visto sotto una lente che ingrandisce non solo i bellissimi versi, ma anche gli stereotipi, i modi e i costumi del tempo; c’è un sottile passaggio che trasla le vicende cantate da Ariosto nel quotidiano grazie a interventi che pungolano il maschilismo cinquecentesco o riflettono sulla facilità con cui la morte si impossessa della vita.

Non è solo la drammaturgia a rendere intrigante questo Furioso Orlando: inizialmente forse troppo meccanico e distaccato nel recitar versi, Stefano Accorsi si fa interprete poi appassionato servendosi di una mimica gestuale mai troppo caricata; il suo narratore è disorientato dalle tante vicende che confluiscono dentro la ballata e porta con sé il carico della letteratura che ha preceduto Ariosto e che molto lo ha ispirato. Accompagnato in scena da una pungente Nina Savary, l’attore narra le vicende dei vari personaggi con una giocosità e una propensione alla messa in discussione, puntualmente interrogato e ripreso dalla compagna con cui divide una scena fatta di pochi elementi poveri ed essenziali, costruiti da Bruno Buonincontri. Loro stessi, utilizzando gli strumenti sul palco, danno vita a canti e musiche semplici, fatti di armoniose melodie vocali o rumori di zoccoli di cavalli, soffiare del vento e scorrere dell’acqua. Parlano di un mondo perduto, di avventure immaginifiche dove l’amore non era cortese, ma motivo di morte, battaglie e follia. Dove la donna non è mai perdonata, ma sempre colpevole – come ribatte puntigliosamente la Savary.

Con enfasi Accorsi chiama il pubblico a credere a queste storie, dove i canti si confondono e si accavallano e a cui ci si abbandona grazie a una musicalità che ben rapisce l’attenzione e a un testo che coinvolge e incuriosisce, fa sorridere e rimanere sospesi.
Ecco che si riscopre un mondo che sembrava lontano dai nostri giorni, ma che in fondo narra di fatti che anche oggi per gelosie o follie umane accadono; in fondo l’umanità è stata sempre la stessa. Si riscopre sotto una diversa lente un Ariosto che in molti hanno abbandonato sui banchi di scuola e che grazie all’intelligente operazione di Baliani si è quasi spinti a rileggere, proprio come gli stessi attori si augurano alla fine della loro performance.

Visto al Teatro Persiani, Recanati

Carlotta Tringali

Intervista a Mattia Berto di mpg.cultura

Teatrino Groggia, esterno

Il 16 marzo è tornato a rivivere a Venezia uno spazio teatrale abbandonato da tempo e ora restaurato: il Teatrino Groggia, collocato nella zona di Cannaregio presso la chiesa di Sant’Alvise, ora non è più un semplice magazzino, ma un luogo di incontro. L’associazione culturale mpg.cultura, nata nel 2011 dai tre giovani operatori veneziani – Mattia Berto (responsabile artistico), Giacinta Maria Dalla Pietà (organizzazione) e Piero Ivancich Toniolo (comunicazione/promozione) – cura la programmazione dello spazio e ha ideato da marzo a giugno la rassegna Costellazioni. Tracciati anticrisi dove teatro, danza e musica si intrecciano in un percorso che vede al centro la vitalità artistica e il bisogno di trovare un posto in cui esprimersi. Abbiamo intervistato il responsabile Mattia Berto, con cui abbiamo approfondito alcuni aspetti di questa operazione.

Con il Teatrino Groggia si apre un nuovo spazio culturale a Venezia: una bella sfida per i tempi bui che corrono e una azione grazie alla quale un luogo abbandonato ora torna a vivere. Da dove parte questa volontà di recupero?
La volontà di recupero parte dal bisogno di fare qualcosa per la mia città. All’inizio mi sono posto come un semplice cittadino che assiste ai profondi cambiamenti di Venezia, luogo meraviglioso che si sta svuotando, in cui vanno spegnendosi le attività dedicate

ai suoi abitanti. È bello che invece dell’ennesimo albergo si riapra un teatro! Sono innamorato di Venezia perché ha un grande potenziale con una sua vitalità sotterranea; l’apertura del Teatrino Groggia rappresenta un piccolo passo che si muove proprio in quella direzione, alla scoperta di quella vitalità.

Mattia Berto - foto di Alvise Nicoletti

Quali sono le risorse economiche che aiutano questo spazio a esistere?
Nonostante i forti tagli degli ultimi tempi, la Municipalità di Venezia, Murano e Burano ha deciso di investire una somma di denaro per il rilancio di questa struttura. Ci tengo a sottolineare che c’è stato un investimento da parte delle istituzioni che supportano questa attività, ma anche un gruppo di persone, me compreso, che ha deciso di investire il suo tempo e la sua professionalità in questa avventura.

Il 16 marzo 2012 si è inaugurata ufficialmente la prima stagione del Teatrino Groggia con Costellazioni. Tracciati anticrisi, undici appuntamenti che vedono non solo teatro ma anche danza e musica abitare lo spazio veneziano. Come è nato questo cartellone, quali erano le prerogative di mpg.cultura?
L’obiettivo di mpg.cultura era quello di creare una stagione che valorizzasse le realtà del territorio e i professionisti veneti, ma allo stesso tempo anche di gettare uno sguardo verso le esperienze che vengono da più lontano. Inoltre, abbiamo avvertito il bisogno di creare dei filoni dedicati ai giovanissimi e agli abitanti di Venezia: uno che coinvolgesse le realtà cittadine come il Conservatorio, le scuole di musica e le giovani compagnie, e un altro dedicato alla formazione con laboratori di teatro e lettura di racconti. Quindi Costellazioni cerca l’aggregazione di nuovi linguaggi dentro e fuori Venezia.

Date le collaborazioni con le Università IAUV, Ca’ Foscari e il Conservatorio Benedetto Marcello si evince anche una volontà di dare spazio – letteralmente – alle giovani realtà veneziane che spesso faticano a trovare un luogo dove poter mettersi alla prova appena uscite dal mondo della formazione. Una possibilità per i giovanissimi e un modo per mostrare ai veneziani e non il fermento del territorio?
Il bisogno di esprimersi è stato sempre radicato nell’uomo, che ha bisogno di raccontarsi. Venezia è fatta nella maggior parte dalla sua popolazione giovane di studenti che vivono qui. L’idea di dare loro spazio deriva non soltanto dalla volontà di vedere cosa offre il territorio dal punto di vista della creazione artistica, ma è anche una sfida nel voler cercare di far permanere in città i giovani, siano essi veneziani siano essi fuori sede.

mpg.cultura - foto di Alvise Nicoletti

Come si pone il Teatrino Groggia nei confronti delle altre realtà culturali veneziane? C’è una volontà di collaborazione o di fare rete?
Il Cantiere Groggia, e quindi la rassegna Costellazioni, sono mossi da una volontà di condivisione e auspicano una possibile relazione con le varie realtà cittadine, da quelle più strettamente legate alla sfera teatrale alle istituzioni culturali in generale, fino ad arrivare a quelle con una vocazione più sociale. È proprio in questi tempi di crisi che bisogna fare rete, cercare connessioni.

Quale è la strada che la direzione artistica vuole perseguire? Progetti futuri?
A partire da ottobre partirà un’altra stagione che avrà sempre come caratteristica l’alternarsi di spettacoli, performance e concerti. Verrà rafforzata la parte laboratoriale e cercheremo di continuare le collaborazioni con i giovani gruppi della città, mantenendo sempre questa linea umana di condivisione, che parte da Venezia e che però cerca sempre stimoli fuori da sé per crescere.

Intervista a cura di Carlotta Tringali

Ubu roi secondo Roberto Latini

Recensione a Ubu roi – regia di Roberto Latini/ Fortebraccio Teatro

foto di Simone Cecchetti

Sembra di stare a una gran festa, con palloncini, colori sgargianti, piume che svolazzano e ambienti chiari; ma c’è un’artificialità di fondo, un eccesso che mette a disagio, rivela o nasconde, se si preferisce, risvolti agghiaccianti e malinconici. L’Ubu roi messo in scena da Roberto Latini è ricco di elementi, citazioni e rimandi; ma soprattutto è uno spettacolo fuorviante, a tratti ostile, dove nel complesso la sensazione è di malessere, di inadeguatezza in un luogo in cui l’ilarità sfocia in isterismo e una grande solitudine combatte contro un mondo fatto di crudele arrivismo e apatiche esistenze. Densa e impegnativa, ironica e grottesca, la regia di Latini abbraccia un percorso che inizia da lontano: non parte da Jarry, ma ancor prima da Shakespeare per poi penetrare il padre della patafisica e urtare contro Carmelo Bene e Leo De Berardinis, chiamandoli dentro un calderone dove i personaggi non sono che marionette, esserini rappresentativi di un mondo marcio da cui vorremmo prendere le distanze. Eccoli infatti i protagonisti: un Padre Ubu, interpretato da Savino Paparella, che provoca morte e sofferenza per sostituire la figura del re e un eccellente Ciro Masella nei panni di una donna isterica e feroce, una Madre Ubu priva di ogni morale, che spinge il suo uomo a compiere ogni aberrazione, proprio come fece Lady Macbeth intenta a guardare le sue mani sporche di un sangue che non la lasciava più.

Latini crea immagini sceniche che sembrano uscire da libri pop-up, cartoni animati dove i personaggi prendono vita da bizzarre vignette, coi loro volti pitturati e con parrucche increspate: sicuramente ben si presta il testo di Jarry alle soluzioni brillanti e fantasiose dove il re Venceslao, un inquietante Lorenzo Berti, non è che un pupazzo trascinato a fatica sopra una carriola, intento a ridere per nulla; la moglie Rosmunda, Sebastian Barbalan, un manichino scattoso completamente disinteressato al figlio, il principe Bugrelao dal volto colorato ma triste, un Simone Perinelli che trova il suo senso solo dietro una cornice – concreta e non metaforica – impostagli, senza alcuna possibilità di fuga. Non c’è spazio per le donne in questo mondo dove gli uomini – o meglio ominicchi, manichini, mezze figurine o addirittura strani incroci tra uomo e gallo (come il Capitano Bordure interpretato dall’irresistibile Marco Jackson Vergani) – ne prendono il posto da prime attrici; tanto meglio poi se l’unica presenza femminile di Fabiana Gabanini risulta sottotono, catena debole purtroppo di un gruppo di attori ben rodati.

Ubu roi non è solamente una frenesia di immagini e ritmati isterismi dati dal testo di Jarry. Con la regia di Latini tutto si svolge in un’atmosfera rarefatta e un po’ orientaleggiante, in uno spaesamento dove ad accoglierti sono omuncoli da vesti lunghe e bianche, con indosso maschere identiche tra loro e prive di alcun tipo di espressione. Sono esseri pacati, anonimi e silenziosi: vivono eseguendo ordini o se ne stanno astrattamente in attesa; ma non di qualcosa che debba avvenire, semplicemente vivono, privi di ogni impulso a essere.

Ecco che tra spaesamenti e isterismi si inseriscono le solitudini care a Latini, onnipresente in scena con indosso i panni di Pinocchio, figura giocosa e distaccata, triste ed emarginata. La musica di Gianluca Misiti scandisce i differenti momenti, dalle scene frenetiche e di rimandi collodiani a quelle di solitudine dove il regista-attore dà voce – e quasi sembra intonare stupendi canti-preghiera – a monologhi dove protagonista è «il destino che governa su questo mondo». Dove il fato è un drappo rosso che elegantemente esce di scena dopo aver inghiottito quel che poteva: in fondo «non c’è altro rimedio che il dolore del cuore in avvenire».

Ed è proprio questa presenza di Roberto Latini in scena a far percepire un distacco e ad attrarre allo stesso tempo, per il suo essere fuori posto e per la sua forza evocatrice: sembra combattere da solo contro il volume troppo alto che contraddistingue le nostre vite, contro i discorsi che gridano aberranti frasi di arrivismo politico e di egoismo. Latini vive in contrappunto, è quella figura che Don DeLillo definiva come «una sagoma in sbiadita lontananza»: qui i contorni sono ben definiti, c’è una vicinanza alla sofferenza e nonostante tutto il chiasso presente sul palco, la solitudine pervade ogni singola scena di questo Ubu roi.

Visto al Teatro Rasi, Ravenna

Carlotta Tringali

Se l’amicizia diventa un gioco al massacro con Art

Gigio Alberti, Alessandro Haber e Alessio Boni

Recensione a Art – di Yasmina Reza, regia di Giampiero Solari

Che cosa rimane di tre uomini, legati da una quasi ventennale amicizia, che si ritrovano di fronte a un quadro bianco? Uno strano senso di malessere, falsità, cattiveria, arroganza e spocchiosa superiorità. Ma tutto superabile, pur di non restar soli. Si potrebbe riassumere così la brillante commedia scritta dalla francese Yasmina Reza nel 1994 e ripresa nella traduzione di Alessandra Serra per l’allestimento di Giampiero Solari. E tutto questo è Art, opera che ha consacrato al successo la Reza – autrice anche de Il Dio della carneficina, recentemente apparso sui grandi schermi grazie al riadattamento che ne ha fatto Roman Polanski con Carnage –.

Marc, un superbo ingegnere aeronautico tradizionalista interpretato da Gigio Alberti, definisce “una merda” il dipinto appena acquistato dall’amico dermatologo Serge, l’esuberante Alessio Boni, che ha pagato una cifra esorbitante un quadro del tutto bianco. Ma fa tendenza, secondo le leggi dettate dai guru che si occupano di arte: ecco che il contemporaneo, spesso comprensibile solamente a chi è del settore, è continuamente messo sotto accusa da battute al veleno e diventa la scintilla che fa scattare isterismi, crudeltà e cattiverie varie che i due si scambiano.
Situazione che peggiora e degenera soprattutto se poi il quadro risulta privo di emozioni per Marc ma non per Yvan, l’amico che completa il terzetto innescando momenti nella commedia tremendamente divertenti. Vicino al matrimonio, dipendente dallo zio di lei per una carriera dentro una cartoleria, il nevrotico e sconquassato personaggio di Alessandro Haber pur di non far torto a nessuno, accontenta prima Marc e poi Serge, risultando così il punching ball di turno e immagazzinando offese su offese: in fondo «nell’amicizia la tolleranza è il miglior difetto». Straordinari i tre attori che fanno della drammaturgia della Reza un gioco al massacro: dall’acquisto del quadro si scava un malessere innescato da meccanismi contorti di un’amicizia nutrita da arroganza e superbia, nascoste dietro maschere di perbenismo per sopportarsi l’un l’altro, ma anche di gelosie e di una solitudine che spaventa.

Da un quadro bianco – riflesso nella stessa scena di Gianni Carluccio che ricrea un ambiente interno asettico su cui ben si riflettono le belle sfumature colorate delle luci di Marcello Iazzetti – si arriva ad analizzare cinicamente dei rapporti al contrario troppo “imbrattati” da falsità e isterismi: bisognerebbe azzerare tutto e tornare a tracciare le fila di un’amicizia che vuole sopravvivere. Ma d’altra parte, come afferma Yvan-Haber durante la commedia «Tutto ciò che c’è di bello a questo mondo non nasce mai da discorsi razionali». Come pretendere che una bella amicizia sia razionale?

Visto al Teatro Persiani, Recanati

Carlotta Tringali

Un Pirandello “bestiale e virtuoso”

Recensione a L’uomo, la bestia e la virtù Compagnia Vocitinte

Che Pirandello fosse un genio lo si sapeva. Ma che potesse risultare oggi non un semplice classico ingessato non lo si dà così per scontato. Con L’uomo, la bestia e la virtù, messo in scena da Compagnia Vocitinte – un gruppo di enorme freschezza oltre che bravura composto da attori provenienti dalla Scuola del Piccolo Teatro di Milano e dalla Scuola Paolo Grassi e diretto da Antonio Mingarelli – uno dei più grandi autori del nostro Novecento diventa divertente, leggero e intelligente. Non si tratta di superficialità, ovviamente, ma di un approccio alla commedia che si contraddistingue grazie al suo piglio giovanile, alla capacità di voler mostrare le pulsioni umane schiacciate da un meccanismo più grande dello stesso uomo, senza andare a chiamare tutte le sovrastrutture care a Pirandello.

Le tre maschere protagoniste della commedia non sembrano nascondere la loro vera natura, sono piuttosto esseri imperfetti, dediti sì a una morale da rispettare, ma soprattutto a una vita da salvare: l’Uomo, il professor Paolino, perde le staffe di fronte alla gravidanza inaspettata della signora Perella, la donna virtuosa con cui ha una tresca all’insaputa del marito, un capitano di marina sempre lontano da casa e dai modi burberi, bestiali e aggressivi. Unico modo per salvare la sorte del piccolo inatteso, ma anche quella dei protagonisti stessi, è di far passare il bambino come figlio della Bestia. Lino Musella, nei panni di Paolino, dà un’eccezionale prova attoriale, passando dal rigido professore che insegna ai propri allievi come si possa essere «ipocriti nella vita per tornaconto ma anche per civiltà» a uno stralunato uomo che si copre di ridicolo pur di riuscire a nascondere che in fondo è lui il vero padre di quel bambino. Statuario e molto più ingessato è invece il personaggio della bella Virtù – la signora Perella – una Alice Torriani ridotta quasi a soprammobile, donna pirandelliana priva di iniziativa che solo a scopo raggiunto riesce a liberarsi del pesante macigno della paura. La Bestia, più volte invocata nel testo ma in scena solo alla fine della pièce, è interpretata da un bravissimo Paolo Mazzarelli, il capitano del terrore con cui prende vita, insieme agli altri due attori, il momento più atteso dello spettacolo: i tre si incontrano ma di tutto l’intreccio chi ne esca come vero vincitore non si sa.

Il giovanissimo Mingarelli realizza una regia senza fronzoli, piacevole e ritmata dove gli attori (e vale la pena citare anche tutti gli altri: Camilla Semino Favro, Gabriele Falsetta, Fabrizio Martorelli e Marcella Favilla) contribuiscono con la loro energia a rendere lo spettacolo uno squisito prodotto pronto alla circuitazione. La Compagnia Vocitinte fa infatti parte della piattaforma “Matilde”, un progetto di Regione Marche e Amat che sostiene i giovani artisti: ancora in tournée in questo centro Italia tutelato, chissà che il gruppo non riesca anche a continuare a mostrare le sue qualità su altri palcoscenici del Belpaese che invocano sempre Pirandello, ma spesso si ritrovano con un impolverato risultato lontano da questa versione de L’uomo, la bestia e la virtù.

Visto al Teatro Lauro Rossi, Macerata

Carlotta Tringali