Redazione

Secondo giorno di occupazione Teatro Valle

In questo secondo giorno di occupazione del Teatro Valle, durante l’assemblea (che si ripeterà oggi dalle 16) le diverse anime cercano una conciliazione molto difficile: teatranti, cineasti, artisti visivi, scrittori, musicisti, ognuno racconta il suo e quasi nessuno compone una proposta di ordinamento oggettivo, ognuno il suo particolare, tutti si affannano a dichiarare il sovvertimento della categoria generalista, riaffermando invece subito dopo l’orgoglio di categoria. La propria. Intanto arriva in diretta la notizia che il Comune di Roma (che lo darà al Teatro di Roma) gestirà per un anno il Valle in attesa di un bando (rivolto al pubblico o al privato? Questa è la domanda). Continua a leggere su Teatro e Critica

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Il Valle in festa ma cerca subito proposte concrete

Piove. Piove dentro il Teatro Valle.
O è questa la sensazione a sentire lo scroscio dell’applauso che saluta l’avvio della conferenza stampa delle ore 14: un gruppo che non si identifica, che non cerca rappresentanze e ne fugge un dialogo che reputa interrotto, denominato soltanto Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, dopo aver occupato lo storico stabile romano, ha dato vita all’iniziativa che ancora adesso, mentre sto scrivendo, è viva e sta per organizzare la sua prima serata occupata. (Continua su Teatro e Critica)

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Occupato il Teatro Valle di Roma

Era nell’aria da giorni, questa mattina alle 10 in punto un gruppo auto-organizzato di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo ha occupato lo stabile del Teatro Valle. Il gruppo non si firma per testimoniare la mancanza di un organo che rappresenti i tanti lavoratori attorno allo spettacolo, sia in ambito artistico che tecnico, e chiede la partecipazione dell’intero movimento delle arti di questa città alle discussioni sulla destinazione dello stesso teatro (che, conclusa la sua ultima stagione assieme alla grande avventura del soppresso ETI, andrà presumibilmente in quota al Teatro di Roma del nuovo direttore Gabriele Lavia), attraverso una commissione che ne difenda il suo carattere storico e la sua vocazione al teatro d’arte.

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10 Domande a… Flavio Ambrosini

Flavio Ambrosini

Incontriamo i registi presenti al festival Primavera dei Teatri per rivolgere le nostre “10 Domande a…”. Uno scambio di battute brevi ma prettamente significative per conoscerli meglio. Risponde Flavio Ambrosini, presente a Primavera dei Teatri con Goethe schiatta.

1. Come definirebbe il suo teatro?
Storicamente è un teatro post-brechtiano. Il mio cominciare a fare teatro è stato all’insegna della rivisitazione critica del brechtismo, cioè di un teatro razionale capace di spiegare le cose, non legato strettamente alla forza evocativa delle immagini ma piuttosto al ragionamento.

2. Che cos’è il teatro di ricerca?
Da un certo punto di vista è il teatro stesso. Basti ricordare Vittorio Gassman che è stato uno degli attori più irrequieti, più bisognosi di cambiare, più bisognoso di cercare strade diverse; poi l’ombra del successo ha coperto la sua ricerca, e ha fatto spettacoli che corrispondevano a ciò che la gente si aspettava e questo capita a tutti i grandi divi. La ricerca è strutturalmente connaturata al teatro, il teatro non può non essere “di ricerca” perché si adatta e anticipa le tensioni e i desideri, la percezione estetica del mondo delle persone.

3. Come lo spiegherebbe ad un profano?
Gli direi le stesse cose. Gli direi che il teatro cambia ogni giorno, deve cambiare perché le persone vogliono, desiderano qualche cosa di nuovo che aderisca e che le spinga a riflettere sul nuovo. Il teatro di ricerca viene spesso identificato con l’incomprensibile, con il criptico, con il non popolare, ma dipende. Il Bread and Puppet era un teatro di ricerca popolarissimo tra i giovani, era un modo di fare festa per le strade; credo che il Living Theatre non si potesse non definire come teatro di ricerca ma era un teatro di una semplicità assoluta. Quasi tutti i grandi fatti di ricerca sono facili, comprensibili, sono belli perché qualche volta c’è la bellezza che non ha bisogno di essere spiegata. Se invece per teatro di ricerca intendiamo il laboratorio in quella fase in cui non ha ancora costruito tutti i suoi protocolli, per cui ti fa vedere cose che non hanno senso e che significano qualcosa solo per coloro che lo stanno praticando allora sì, il teatro di ricerca è difficile.

4. Goethe schiatta in una frase.
Per me, per te, per il pubblico, per chi? Per me è la vera scoperta di un grande autore. Io capisco solo le cose che faccio. Quando avevo vent’anni era molto popolare nella mia generazione un detto di Mao Tse-tung che diceva: «Per conoscere la mela bisogna mangiarla». Io penso di conoscere bene solo gli spettacoli che ho fatto. Quindi per me è l’incontro con Bernhard, ma è anche l’incontro con Renato che conosco da 30 anni. Sentivo che lui aveva davvero voglia di recitare ed è stato importante vincere la sfida di farlo recitare perché il vero pubblico è meno prevenuto, il pubblico si diverte, gode, anche laddove non capisce. Portare Renato a recitare è convincerlo prima di tutto che ha i mezzi, aiutarlo tecnicamente a imparare i fondamentali, cioè come si respira, perché parlare per un’ora con quel ritmo, con quella tensione, è faticoso. E poi aiutarlo anche a scegliere la quantità di idee che lui aveva, che è poi quello che si fa con l’attore. Tu chiedi all’attore una cosa e lui te ne propone un’altra; dopodiché la mediazione tra il progetto e la soggettività, produce il risultato. Quindi tornando alla domanda: per me, conoscere Bernhard; per noi fare un’esperienza unica a questo punto della nostra vita, della nostra professionalità; per il pubblico, divertirsi.

5. Che cos’è per lei Primavera dei Teatri?
Fino a ieri nulla, sapevo vagamente che c’era questa cosa perché me ne aveva parlato Renato, poi ho conosciuto a Milano Saverio e Dario; poi loro sono venuti a vedere il mio spettacolo. Non mi hanno neanche riconosciuto, parlavano solo con Renato; io mi sono offeso ma in maniera sportiva, diciamo.Adesso mi hanno detto che sono molto contenti di avermi conosciuto (sorride, ndr). Il festival è una situazione che mi appartiene. Penso che Primavera dei Teatri sia un’iniziativa degna, importante, ancora più importante perché nasce qui a Castrovillari, che non è Napoli, non è Palermo, non è Milano. Si scopre una dimensione che io tendo a privilegiare fortemente. L’idea che mi ha sempre affascinato, e che mi ha imposto anche delle scelte di un certo tipo, è che il teatro debba avere una realtà; io non riesco a sopportare il teatro recitato, non riesco a sopportare l’idea che il teatro sia un luogo in cui si adoperano soltanto le tecniche; allo stesso tempo non riesco a sopportare un teatro in cui c’è una focalizzazione eccessiva sul contenutismo. Il teatro può essere fatto da non-attori, può essere fatto da attori ma questi devono essere altrettanto reali dei non-attori. Il Bernhard (Il Presidente di Carlo Cerciello, ndr) è molto bello, Imma Villa è un’attrice straordinaria perché produce questo senso di realtà e tu l’ascolti e senti che sta succedendo, lei sta dicendo delle cose vere.

6. Se la sua vita fosse uno spettacolo teatrale chi sarebbe il regista?
Io

7. Lo spettacolo che le ha cambiato la vita?
Dovrei dire sicuramente il primo spettacolo che ho fatto (La grande paura-Torino 1921, ndr), però non è così perché il primo spettacolo che ho fatto, che era uno spettacolo politico di cui posso dire che la responsabilità della regia era mia, è stato fatto nel momento di nascita del Collettivo in forma anonima (Compagnia del Collettivo di Parma, fondata nel 1969, ndr). Usava questa brutta abitudine di scrivere i nomi in ordine alfabetico; a noi sembrava una cosa di avanzatissima visione democratica… Era una grandissima stupidata, era un sottrarsi alle responsabilità. Direi che lo spettacolo che mi ha cambiato veramente la vita è stato Don Giovanni di Mozar che ho fatto però cinque anni dopo il mio primo spettacolo; mi ha cambiato la vita perché mi ha fatto percepire la dimensione musicale del teatro come reale.

8. Uno scrittore che metterebbe in scena o a cui chiederebbe di scrivere una drammaturgia per lei?
Shakespeare. Mi piacerebbe molto dirgli: «Senti, perché non mi scrivi una cosa sul potere, oggi?» e lui mi risponderebbe: «ma no, l’ho già scritta, pigliati un Enrico IV, un Enrico V …».

9. Potendo scegliere: teatro come sede della compagnia o nomadismo?
Ho vissuto intensamente tutte e due le esperienze. Mi sono battuto sempre per avere la sede, mi sono battuto perché quando abbiamo fatto la Compagnia del Collettivo la prima idea è stata quella di avere un teatro. Per anni abbiamo recitato dove capitava però, progressivamente, abbiamo voluto conquistare uno spazio esclusivo. La Piccola Commenda di Milano nella quale ho lavorato per 10 anni, dove ho potuto mettere in scena Müller e altri autori di oggi, era piccola e difficile da far vivere, però era una casa. I dieci anni più sereni dal punto di vista proprio della progettualità sono stati quelli del Teatro Stabile di Torino. Io sono stato a Torino dal ’73 all’ 83… C’erano tutti i problemi che ci sono in una struttura nella quale devi convincere persone, devi chiedere, non dipende tutto da te; ho fatto una serie di spettacoli più piccoli legati al territorio, spettacoli che sono serviti a entrare in contatto con le realtà territoriali, con la periferia. La stabilità consente tante cose; ad esempio, Primavera dei Teatri se non ci fosse Scena Verticale, che ha un radicamento forte qui, forse non avrebbe la vitalità che ha, ci sarebbe, ma sarebbe una cosa diversa.

10. Quali sono le possibilità che il teatro possiede e che lo fa essere un’arte fondamentale?
Una volta si diceva che il teatro è l’unica performing art che si fonda sul principio del tempo reale, della compresenza dell’attore e dello spettatore; questa è la ragione della sua vita. Oggi la tecnologia è in grado di fare delle cose che il teatro non si immagina neanche; tra poco riusciremo a fare il teatro virtuale, a creare attraverso sistemi di tipo elettronico una intercomunicazione, un’interrelazione tra le persone, basata sulla tecnologia. Tuttavia quello che stiamo facendo noi è difficile da sostituire ma l’idea propria dei network che la compresenza si possa simulare arriverà alla perfezione ma sarà pur sempre simulata, è una necessità della comunicazione. Non è pensabile che questa non travalichi tutto fino a diventare parte della nostra esistenza. Il teatro continuerà a conservare del principio di realtà lo scarto, l’inatteso, quello che tu non puoi prevedere, il black-out.

Biografia di Flavio Ambrosini
È nato a Padova nel 1946. Vive a Milano. Si è laureato a Parma in Storia del Teatro con Cesare Molinari. Ha fondato con G. Novara il “Teatro Studio” di Torino e successivamente la Cooperativa Nuove Parole che metterà in scena, alla Piccola Commenda di Milano, Müller, Bataille, Tennesy Williams, Duras. È regista d’opera del Teatro di Treviso, del Regio di Torino, del Comunale di Bologna, del Regio di Parma, del Teatro Nazionale di Sofia e del Gran Teatro del Liceu di Barcellona. (Biografia gentilmente concessa dal sito primaveradeiteatri.it)


10 Domande a… Renato Nicolini


Renato Nicolini

Incontriamo i registi presenti al festival Primavera dei Teatri per rivolgere le nostre “10 Domande a…”. Uno scambio di battute brevi ma prettamente significative per conoscerli meglio. Risponde Renato Nicolini, co-regista insieme a Francesco Suriano di La Brocca rotta a Ferramonti presente a Primavera dei Teatri.

 

 

 

1. Come definirebbe il suo/vostro teatro?
Quello mio e di Francesco Suriano è un teatro fatto di curiosità e di memoria

2. Che cos’è il teatro di ricerca?
Cambia sempre, la caratteristica del teatro di ricerca è proteiforme. Negli Anni ’70 la conquista del teatro di ricerca è stato il teatro immagine; oggi il teatro di ricerca va sia nella direzione di gruppi come Ricci/Forte (e può interessare anche chi non è mai stato a teatro) o, come è il caso del nostro spettacolo, verso quella di introdurre nel teatro di parola dei forti momenti di teatro immagine (come ad esempio ne La Brocca rotta a Ferramonti ci sono momenti in cui l’ispirazione visiva sembra Raffaello, Caravaggio). Si cambia sempre, credo sia la natura del teatro: quando il teatro pensa di avere uno statuto definito significa che il teatro va via

3. Come lo spiegherebbe ad un profano?
In questo stesso modo. Posso raccontare una mia esperienza: per anni ho amato molto poco il teatro, poi ho visto una volta Remondi e Capirossi che mettevano in scena Cottimisti e ho capito che c’era un altro modo di fare teatro dove la cosa importante non è il testo, che interessa il lettore, ma è il modo di abitare la scena. Il teatro di ricerca ha la sua dimensione sulla scena, la scrittura non esiste in realtà prima della messinscena

4. La Brocca rotta a Ferramonti in una frase.
Un gruppo di internati mette in scena Kleist. Il testo di Kleist ha una caratteristica: è la rappresentazione di un mondo che fa dell’assenza di verità il proprio fondamento proprio come il nazismo

5. Che cos’è per lei Primavera dei Teatri?
Un piacevole appuntamento sul finire della Primavera, quando già arriva l’estate e quindi è una promessa di sviluppi… Per la verità si promettono sempre questi sviluppi ma gli assessori di turno non colgono mai queste possibilità, sono molto deludenti. Diciamo che è un palcoscenico mancato per gli assessori alla cultura della Regione Calabria e un luogo molto piacevole per chi ama il teatro

6. Se la sua vita fosse uno spettacolo teatrale chi sarebbe il regista?
Io

7. Lo spettacolo che le ha cambiato la vita?
Cottimisti di Remondi e Capirossi

8. Uno scrittore che metterebbe in scena o a cui chiederebbe di scrivere una drammaturgia per lei?
Francesco Suriano l’ho già preso (ride, ndr) e glielo richiederei un’altra volta

9. Potendo scegliere: teatro come sede della compagnia o nomadismo?
Sono due belle opzioni ma credo il teatro come sede della compagnia, perché avendo una sede uno può anche andarsene

10. Quali sono le possibilità che il teatro possiede e che lo fa essere un’arte fondamentale?
Il teatro possiede tutte le possibilità. In fondo il mito del teatro è Eschilo: a parte la storia della tartaruga, Eschilo era regista e attore dei suoi spettacoli ed era una persona che aveva molta influenza nell’Atene di Pericle perché allora il teatro era anche una forma politica, era perfetto; poi da allora siamo andati sempre peggio

 

Biografia di Renato Nicolini
Conosciuto per l’Estate Romana, Renato Nicolini esordisce in teatro con Leo De Berardinis in Udunda Indina (1981). Tra i suoi testi rappresentati Addio D’Artagnan (L’Aquila, 1987, regia di Mario Missiroli) e Tre Veleni Rimesta e l’Antidoto Avrai (Villa Medici, 4 luglio 1989). Patria e Mito sarà rappresentato il 29 giugno al Festival di Spoleto, per la regia di Ugo Gregoretti. Ha diretto Volterrateatro dopo Vittorio Gassman nel 1987 e 1988; è stato Commissario dello Stabile dell’Aquila dal 1997 al 2000. Dal 2002 dirige assieme a Marilù Prati il Laboratorio Teatrale “Le Nozze” dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. (Biografia gentilmente concessa da primaveradeiteatri.it)

10 Domande a… Roberto Bonaventura


Roberto Bonaventura

Incontriamo i registi presenti al festival Primavera dei Teatri per rivolgere le nostre “10 Domande a…”. Uno scambio di battute brevi ma prettamente significative per conoscerli meglio. Risponde Roberto Bonaventura presente a Primavera dei Teatri con Patri I’ famigghia.

 

 

 

 

 

1. Come definirebbe il suo teatro?
In continuo movimento, in continua ricerca per essere il più popolare e il più coinvolgente possibile, cercando di coinvolgere tutti ma mantenendo un lavoro di un certo tipo con l’attore, anche di crescita, che parallelamente deve riguardare noi che facciamo teatro, l’attore che sta in scena e il pubblico. Il più possibile in movimento cercando di arrivare sempre più avanti

2. Che cos’è il teatro di ricerca?
Non mi piace parlare di “teatro di ricerca” perché sembra che sia una categoria precisa quando in realtà è una varietà talmente ampia… Però per me il teatro di ricerca è cercare di unire il più possibile l’attore e la compagnia con lo spettatore; cercare di fare arrivare il messaggio a più gente possibile. Quindi per fare questo bisognerebbe tornare quasi sulle strade per parlare con la gente. Il teatro dovrebbe essere una strada, una piazza in cui poter coinvolgere tutti. Non mi piace creare barriere e differenziazioni, mi piacerebbe rendere protagonista la gente in modo che si riconosca e che segua bene. Il teatro di ricerca per me è cercare sempre di più di avvicinare la gente

3. Come lo spiegherebbe ad un profano?
Non c’è un palcoscenico, ma c’è una piazza e dobbiamo quindi cercare di coinvolgere la gente, di non farla scappare. Dobbiamo fare in modo di creare l’attenzione. Il teatro dovrebbe essere una piazza, dovrebbe aprirsi un po’ di più, mantenendo comunque situazioni belle che ci sono in teatro, come le luci. Ma le immagini servono comunque a far sì che lo spettatore si senta coinvolto

4. Patri I’ famigghia in una frase.
C’è una frase del testo che può riassumere lo spettacolo: Non avemu patri, non semu patri! Sulu figghi sapemu essiri. L’impossibilità di essere veramente padri ma restare sempre figli. Non riuscire ad emergere da una situazione di confusione che si crea per la mancanza di un grande capo, il padre di uno dei tre cugini

5. Che cos’è per lei Primavera dei Teatri?
È
uno di quei pochi festival rimasti in cui vai veramente per fare teatro perché oramai ci sono intorno al teatro tante cose che un po’ confondono rispetto al vero motivo per cui lo si fa. Il teatro dovrebbe essere fatto in posti come questo dove vengono comunque gli addetti ai lavori ma anche la gente del paese; dove si crea un’attenzione attorno al teatro di un certo tipo che risveglia le coscienze

6. Se la sua vita fosse uno spettacolo teatrale chi sarebbe il regista?
Io faccio il regista, ma il regista deve essere uno che stimola gli attori e fa nascere le cose da loro. Quindi nella mia vita non ci sarebbe un regista a parte un’entità superiore a noi che magari ci muove ma sarebbe più una regia collettiva

7. Lo spettacolo che le ha cambiato la vita?
L’Ubu Re di Beppe Randazzo che ho visto quando avevo sei anni. Era giocato tutto sulle improvvisazioni, loro recitavano abbassati sulle ginocchia, sembravano tante palle che camminavano. Poi quando sono diventato grande, gli spettacoli di Leo de Berardinis mi hanno spostato la visione del teatro

8. Uno scrittore che metterebbe in scena o a cui chiederebbe di scrivere una drammaturgia per lei?
Beniamino Joppolo, che è un autore di Patti, in provincia di Messina che è morto a Parigi negli Anni ’60; è poco conosciuto in Italia ma ha scritto una cinquantina di atti unici mai rappresentati tranne qualcuno. Mi sarebbe piaciuto lavorarci, però… Io comunque continuo a lavorarci. È attualissimo e sposa bene la mia visione del teatro

9. Potendo scegliere: teatro come sede della compagnia o nomadismo?
Avendo coraggio fino in fondo nomadismo

10. Quali sono le possibilità che il teatro possiede e che lo fa essere un’arte fondamentale?
Quella che ha il contatto con la gente; quella che puoi sempre cambiare, puoi sempre cambiare un’intenzione, puoi sempre essere diverso. E poi ha la caratteristica che ti fa sentire vivo. Il teatro ti dà la possibilità di guardare negli occhi e quando guardi negli occhi puoi fare veramente magie

 

Biografia di Roberto Bonaventura
Inizia a lavorare in teatro nel 1996 come aiuto regista di Ninni Bruschetta con il quale collabora fino al 2002. Collabora stabilmente con la compagnia Scimone Sframeli (La Busta e Pali). A novembre del 2002 debutta nella regia al Teatro S. Leonardo di Bologna con il monologo Oratorio. Nel 2003 fonda l’associazione culturale Il Castello di Sancio Panza, della quale è direttore artistico. Dal 1999 al 2007 lavora nell’organizzazione del Festival Santarcangelo dei Teatri. Dal 2007 dirige una serie di laboratori con Universiteatrali e il progetto Officina Performativa del Teatro di Messina. Dopo lo spettacolo Oratorio, con la sua regia ricordiamo: La leggenda di Colapesce, Il testamento di Don Chisciotte tratto da Cervantes, Metamorphoseon libri XI da Apuleio, Mamma. Piccole tragedie minimali di Annibale Ruccello, I Microzoi di Beniamino Joppolo. Realizza con la sua compagnia anche spettacoli di Teatro ragazzi tratti dalle tradizioni popolari, da Ende, Cervantes e altri autori. (Biografia tratta da Patri I’ famigghia di Dario Tomasello, edito da E.A.R. “Teatro di Messina”)

10 Domande a… Leonardo Gambardella


Incontriamo i registi presenti al festival Primavera dei Teatri per rivolgere le nostre “10 Domande a…”. Uno scambio di battute brevi ma prettamente significative per conoscerli meglio. Risponde Leonardo Gambardella presente a Primavera dei Teatri con Un italiano a Macondo.

 

 

 

 

1. Come definirebbe il suo teatro?
Un teatro di ricerca intesa anche a ritrovare le radici della storia. Un teatro a servizio del racconto

2. Che cos’è il teatro di ricerca?
È un’avventura in cui bisogna avere il coraggio di partire senza sapere dove si va a parare. Bisogna avere il coraggio di liberarsi da tutte le convenzioni, le sovrastrutture.

3. Come lo spiegherebbe ad un profano?
È un teatro molto interessante, molto curioso, a cui bisogna approcciarsi con una grande disponibilità

4. Un Italiano a Macondo in una frase.
La ricerca di questo luogo dell’anima che è dentro ognuno di noi

5. Che cos’è per lei Primavera dei Teatri?
È una festa bellissima dove ritrovare tanti amici. Ormai sono 4 anni che vengo qui e ne sono contentissimo

6. Se la sua vita fosse uno spettacolo teatrale chi sarebbe il regista?
Sarei io il mio regista

7. Lo spettacolo che le ha cambiato la vita?
I giganti della montagna di Strehler

8. Uno scrittore che metterebbe in scena o a cui chiederebbe di scrivere una drammaturgia per lei?
Luigi Malerba

9. Potendo scegliere: teatro come sede della compagnia o nomadismo?
Teatro come sede della compagnia

10. Quali sono le possibilità che il teatro possiede e che lo fa essere un’arte fondamentale?
La libertà di poter far vedere qualsiasi cosa, di poter raccontare qualsiasi storia; è una libertà infinita che coltiviamo e che va coltivata, che lo rende affascinante

 

Biografia di Leonardo Gambardella
Dopo essersi diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, ha completato la formazione studiando a Londra (Actor’s Centre) e a New York (The Linklater Center for Voice and Language). Lavora come attore di prosa alternando esperienze di teatro classico e spettacoli di ricerca nei “teatri off” romani dove ha lavorato con i registi: Fortunato Cerlino, Alessandro Fabrizi, Massimiliano Civica. Nel 2004 ha vinto il premio “originalità ed efficacia” con il monologo Fotografia assoluta. Dal 2006 presenta Duke Duet, prodotto dal Peperoncino Jazz Festival, incontro tra teatro e musica jazz, per raccontare il genio di Duke Ellington dal punto di vista di un italo-americano che torna al suo paese in Calabria. (Biografia gentilmente concessa da primaveradeiteatri.it)

Commenti su La brocca rotta a Ferramonti di Nicolini e Suriano

05/06/2011 Castrovillari, Festival Primavera dei Teatri. I commenti a caldo del pubblico su La brocca rotta a Ferramonti di Nicolini e Suriano.

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