Giulia Tirelli si forma come videomaker all'interno dell'Università degli Studi di Padova, dove tuttora è iscritta al corso di laurea Dams. Negli anni ha realizzato cortometraggi, documentari e documentazioni di eventi in ambito artistico-culturale. In seguito alla partecipazione a diversi workshop di critica teatrale, si unisce alla redazione nel 2009
Ambra Senatore, Lucia Calamaro, Andrea Mitri e Maria Cristina Ghelli rispondono al nostro sondaggio sulla critica di oggi.
Ricordiamo che TIMEOUT nasce in occasione del Premio Nico Garrone ai critici più sensibili al teatro che muta e a Maestri che sanno donare esperienza e saperi. TIMEOUTè un cronometro, una corsa alla risposta nel tentativo di sciogliere nodi e questioni del teatro di oggi e (ri)scoprire i punti di riferimento che dal passato ci muovono verso il futuro. Agli artisti che passano da Estate a Radicondoli chiediamo quindi: qual è/quale dovrebbe essere il ruolo della critica oggi? Quali sono stati/sono i tuoi/vostri Maestri? Il tutto in massimo 2 minuti a risposta!
Ecco i Maestri che ci hanno indicato Ambra Senatore, Lucia Calamaro, Andrea Mitri e Maria Cristina Ghelli.
Ricordiamo che TIMEOUT nasce in occasione del Premio Nico Garrone ai critici più sensibili al teatro che muta e a Maestri che sanno donare esperienza e saperi. TIMEOUTè un cronometro, una corsa alla risposta nel tentativo di sciogliere nodi e questioni del teatro di oggi e (ri)scoprire i punti di riferimento che dal passato ci muovono verso il futuro. Agli artisti che passano da Estate a Radicondoli chiediamo quindi: qual è/quale dovrebbe essere il ruolo della critica oggi? Quali sono stati/sono i tuoi/vostri Maestri? Il tutto in massimo 2 minuti a risposta!
Per la seconda puntata di TIMEOUT – I Maestri, ecco cosa ci hanno detto Tommaso Taddei, Simone Nebbia, Alessandro Benvenuti, Fabio Biondi, Valentina Grazzini, Claudia Gelmi, Marianna Sassano, Michele di Mauro e Salvatore Tramacere.
Se vi siete persi la prima puntata, ricordiamo che TIMEOUT nasce in occasione del Premio Nico Garrone ai critici più sensibili al teatro che muta e a maestri che sanno donare esperienza e saperi. TIMEOUTè un cronometro, una corsa alla risposta nel tentativo di sciogliere nodi e questioni del teatro di oggi e (ri)scoprire i punti di riferimento che dal passato ci muovono verso il futuro. Agli artisti che passano da Estate a Radicondoli chiediamo quindi: qual è/quale dovrebbe essere il ruolo della critica oggi? Quali sono stati/sono i tuoi/vostri Maestri? Il tutto in massimo 2 minuti a risposta!
Viviamo in tempi difficili. E questo si sa. Ma soprattutto ce lo diciamo da anni, forse da sempre. La lotta per un mondo più giusto non ha mai fine, non può trovare una soluzione conclusiva in una realtà che cambia e muta sempre più velocemente. Gli scenari non solo si modificano, ma trasmutano gli uni negli altri, ibridandosi senza mai congelarsi in un’immagine precisa. «La rivoluzione è permanente» — lo dicevano lo stesso Marx e Engels, e ancor prima di loro Trockij — non come millantano i contestatori di questi tempi che per darsi un’importanza e un tono si rifanno alle care vecchie rivoluzioni, “quelle che hanno cambiato la storia”. Definire una buona prassi rivoluzionaria costituisce forse un paradosso storico degno di riflessione. Simone Nebbiacon il suo Gesuino porta sul palco questo scenario confuso, parte — purtroppo — di una generazione che la rivolta se la deve reinventare, ritagliandola tra gli attuali mezzi di comunicazione e le nuove strategie di strumentalizzazione delle masse, di qualunque estrazione sociale esse siano. Il palcoscenico si trasforma in un uno spazio apparentemente fuori dal tempo, complici le note della chitarra di Marco Lima e i testi dei brani cantati dallo stesso Nebbia. La storia di Gesuino è una storia che nasce dalla povertà, dalla mancanza di strumenti per sopravvivere in un mondo che non si sofferma ad osservare chi veramente non possiede nulla, se non ricordi attorno ai quali non si possono costruire pareti. Eppure Gesuino ama: ama camminare, ama gli oggetti che lo riconducono alla sua infanzia, soprattutto la musica. Una musica che è assenza di note nelle sue memorie, che è una statuina di un carillon rimasto senza involucro. Libero come quell’oggetto, Gesuino cammina, cammina, cammina sino a raggiungere un mondo fantastico, fatto di uomini con la testa di insetto e un castello di boriosi personaggi, raccolti attorno ad un re e ad una regina che ricordano i nostri più cari politici. Sì, proprio quelli che grazie a giornali e televisioni vogliono “starcivicini” anche se lontani dai nostri bisogni. Un mondo troppo reale, più reale di quello in cui viviamo. Ed è qui che Gesuino diviene parte della rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Quella delle masse, il cui disordine presuppone comunque un personaggio che la controlli? O forse quella degli umili, che aspettano il momento più opportuno per far esplodere la rivolta? Gesuino cammina pazientemente, raggiunge l’Amore, dimensione fondamentale per guardare alla vita dalla giusta prospettiva. Ed è la sua pausa, sulle rive di un lago che sembra un mare, dialogando con quella stessa statuina che gli teneva compagnia nella sua solitudine, che gli consente di osservare con distacco i fatti che si snodano di fronte a lui, costellati di sangue e prevaricazioni. La storia di Gesuino non si conclude con una rivolta vinta, ma con un nuovo inizio. Perché la rivoluzione «ti scoppia in faccia», improvvisamente.
Simone Nebbia solo apparentemente si spoglia dai suoi panni di critico teatrale per portare sulla scena la sua voce, divisa tra la narrazione e la canzone: una voce di protesta, un atto politico estremoche guarda al presente con straordinaria lucidità, lasciando lo spettatore in una sospensione, in attesa che tutti i televisori si spengano liberandoci da ipocrite e false parole.
La morte e la solitudine: temi cari, forse ossessivi nella scrittura di Bernard-Marie Koltès, giovane autore morto nel 1989, a 41 anni. La sua opera è stata riscoperta, esplorata e portata sulle scene in Italia, come simbolo di un macabro incastro tra arte e vita, biografia e creazione. E, in un gioco inquietante di coincidenze, è proprio della morte che parla il testo ritrovato in una tasca dei suoi vestiti, incompiuto come la vita dell’autore. Coco descrive gli ultimi istanti di vita, non ancora infranta ma già sottratta, del personaggio che ha fatto delle sue spigolosità e della sua durezza una leggenda. Gabrielle Bonheur Chanel in arte Coco, sul letto di morte è sola, nella sua casa, incapace di godere di tutti i piaceri della vita di cui si era circondata. Solo Consuelo, la sua serva, le è accanto. Questo il punto da cui partono Alessio Pizzech e Dario Marconcini dell’Associazione Teatro Buti, per dialogare, servendosi della scena, sul senso della morte, della solitudine e delle gerarchie. I due registi portano sul palco due differenti letture del testo, a cui hanno lavorato separatamente, con musiche e scenografie distinte. Punto di contatto tra le due messe in scena Elena Croce e Giovanna Daddi, le due attrici che, in uno scambio schizofrenico di identità, interpretano alternativamente entrambi i ruoli, mostrandosi nella duplice veste di schiava e padrona. Un artificio che rispecchia perfettamente il gioco drammaturgico su cui Koltès costruisce il testo: laddove la vita aveva consacrato Coco come “regina”, ora la morte la relega in una condizione di umana sofferenza, difficile da accettare, ma della quale non può liberarsi, mentre Consuelo la osserva e le parla incurante delle critiche che la padrona le rivolge e del dolore che la sta divorando. Un sottile capovolgimento che i due registi portano sulla scena secondo visioni differenti. Se Pizzech vede in Consuelo un’umanità che le permette a tratti di avvicinarsi alla sua padrona, fino a farle coincidere nella stessa figura, entrambe sdraiate, entrambe con lo sguardo rivolto al pubblico, mantenendo però quella gerarchia che vede Coco sopraelevata, sul letto di morte, rispetto alla serva ancora ai suoi piedi; Marconcini relega Coco in una posizione immobile, a tratti statuaria nella sua veste bianca, mentre la sua schiava si muove libera sul palcoscenico sovrastandola e guardandola da quell’alto in basso di cui è forte chi sovrasta e prevarica.
Elena Croce nella parte di Consuelo per la regia di Dario Marconcini
Scenografie di impianti opposti rispecchiano esattamente queste discordanti visioni. Per la Coco di Pizzech un letto bianco, immacolato, dietro il quale si innalza una parete che la celebra, incorniciandola come in un grottesco fotoritratto, mentre Consuelo siede ad un tavolino, immerso nel nulla, dall’altro lato del palco. Più monumentale, seppur nella sua essenzialità, l’allestimento di Marconcini, che vede due blocchi bianchi convergere in un unico punto, lo stesso dal quale Consuelo osserverà con compiaciuta freddezza la sua padrona, lasciando trapelare la sua natura di sciacallo, mentre Coco muore lentamente, sulle note e sulla ancor più straziante voce di Barbara, cantautrice francese che affianca nella storia della musica il nome di Edith Piaf.
Grazie alla bravura delle due attrici e la semplicità delle messinscene, Pizzech e Marconcini rivelano con questa doppia regia la duplice natura umana e crudele della morte, in un confronto dialettico la cui sintesi è affidata all’esperienza personale dello spettatore.
«Giocando sulle parentele d’assonanza fra messaggio e massaggio, mi feci prestare da Cordelli i suoi eterni occhiali neri e m’esibii, imbarazzatissimo, a palpeggiare il corpo nudo di Marion d’Amburgo stesa su di un lettino. In quell’immagine, còlta anche dall’obiettivo di Piero Marsili e pubblicata sul catalogo di quella manifestazione, mi riconosco ancora, riconosco un mio possibile ritratto».[1]
Arboreto Teatro Dimora
Nico Garrone, giornalista, sceneggiatore, conduttore di programmi televisivi e critico teatrale, non abbandona mai la scena a lui contemporanea, osservando l’evolversi del linguaggio teatrale in tutte le sue sfumature. Della sua parola Massimo Bacigalupo, ricordandolo, dice che «era per lui qualcosa di agito, un fare continuo eppure calmo». Nico non ha raccolto le sue innumerevoli recensioni in un volume, ma ha vissuto accanto al teatro di ricerca, coltivandolo e osservandolo con un’intelligenza e una genuinità di sguardo ormai distanti da tanta critica teatrale contemporanea. Lo dimostra l’importanza che Estate a Radicondoli, di cui è stato direttore artistico per molti anni, ha acquisito nella rosa italiana dei festival. Il Premio Nico Garrone ai critici più sensibili al teatro che muta e il Premio Nico Garrone a maestri che sanno donare esperienza e saperi nascono per volontà del Sindaco del Comune di Radicondoli, del Presidente dell’Associazione Radicondoli Arte e della giuria composta da Anna Giannelli e dai critici teatrali Sandro Avanzo, Rossella Battisti, Enrico Marcotti e Valeria Ottolenghi per commemorare l’intelligenza di un uomo che ha sempre guardato con grande attenzione al presente per proteggere il futuro del teatro, per lasciare che i linguaggi non si riducessero a mere espressioni di un punto di vista dominante. Ed è dal suo modo di osservare il teatro, dal suo genuino interesse per i nuovi linguaggi come strumento per abbattere le barriere del passato immaginando un futuro prossimo, che la critica italiana potrebbe prendere spunto, alla ricerca di una contemporaneità che per definizione non dovrebbe rifuggire dai palcoscenici italiani e di giovani compagnie e giovani artisti che muovono i loro passi sui palcoscenici senza guide e senza punti di riferimento. È forse per uscire da questa logica autoreferenziale in cui si sono chiuse la critica e il teatro italiani che si è deciso di interpellare i veri protagonisti della scena. Ci sono stati/ci sono maestri di teatro lungo il vostro percorso che vi hanno aiutato a crescere, figure particolarmente disponibili, capaci di ascoltare, di mettersi a confronto con generosità? Ci sono stati/ci sono critici che hanno scritto di voi – magari anche su riviste, giornali periferici – che hanno contribuito al vostro percorso attraverso il loro sguardo, le loro analisi? Questa la domanda presente nella lettera inviata dalla giuria e che invitava le compagnie e i giovani artisti a far pervenire le loro segnalazioni.
Alessandro Benvenuti (cabarettista, regista, autore teatrale e televisivo, cantautore nonché personaggio chiave per l’evoluzione del linguaggio comico italiano a partire dagli anni ’70) e L’Arboreto-Teatro Dimora Mondaino (spazio interamente costruito con materiali eco-sostenibili che si presenta come «un paesaggio, naturale e artificiale allo stesso tempo, fondamentale per proteggere un sogno: un luogo di residenza dove perdersi nella lentezza e nella bellezza della ricerca») si aggiudicano il titolo di maestri che sanno donare esperienza e saperi soprattutto per la loro «capacità di ascoltare», come appuntato da Gabriele Rizza durante la presentazione del festival del 28 luglio. Claudia Gelmi de Il Corriere del Trentino, Valentina Grazzini de L’Unità di Firenze e Marianna Sassano di NonSoloCinema.com vengono invece riconosciuti come critici più sensibili al teatro che muta.
I vincitori verranno premiati dalla giuria il 31 luglio presso Palazzo Bizzarrini durante Aperitivo critico, in un momento di incontro e di riflessione suMaestri e critici come compagni di viaggio: nessun tema avrebbe potuto rappresentare meglio il lavoro di Nico Garrone, riponendo al centro del dibattito i giovani artisti e il ruolo della critica, due luoghi da liberare da falsi istituzionalismi e ipocriti elitarismi culturali.
Giulia Tirelli
[1] Da un’intervista a Nico Garrone, http://www.adolgiso.it/
In occasione del Premio Nico Garrone ai critici più sensibili al teatro che muta e a maestri che sanno donare esperienza e saperi, TIMEOUT è un cronometro, una corsa alla risposta nel tentativo di sciogliere nodi e questioni del teatro di oggi e (ri)scoprire i punti di riferimento che dal passato ci muovono verso il futuro. Agli artisti che passano da Estate a Radicondoli chiediamo quindi: qual è/quale dovrebbe essere il ruolo della critica oggi? Quali sono stati/sono i tuoi/vostri Maestri? Il tutto in massimo 2 minuti a risposta!
Ecco i Maestri indicati da Alessio Pizzech, Dario Marconcini, Gabriele Di Luca e Roberto Abbiati.
In occasione del Premio Nico Garrone ai critici più sensibili al teatro che muta e a maestri che sanno donare esperienza e saperi, TIMEOUT è un cronometro, una corsa alla risposta nel tentativo di sciogliere nodi e questioni del teatro di oggi e (ri)scoprire i punti di riferimento che dal passato ci muovono verso il futuro. Agli artisti che passano da Estate a Radicondoli chiediamo quindi: qual è/quale dovrebbe essere il ruolo della critica oggi? Quali sono stati/sono i tuoi/vostri Maestri? Il tutto in massimo 2 minuti a risposta!
Ecco cosa ci hanno detto della critica Alessio Pizzech, Dario Marconcini, Gabriele Di Luca e Roberto Abbiati.
Si è conclusa il 6 giugno la mostra dedicata alla trentennale attività della compagnia Tam Teatromusica, per un mese ospite delle sale espositive del Centro Culturale S. Gaetano/Altinate di Padova. Non sono mancati, nel periodo di apertura al pubblico, momenti di riflessione con critici, studiosi ed esperti di teatro per indagare e cogliere la particolarità del lavoro di una realtà che anima l’ambiente teatrale patavino dal 1980. Un percorso articolato, tradotto nello spazio dell’esposizione in disegni, video, schizzi e oggetti di scena; un viaggio il cui momento finale apparentemente coincide con quello iniziale, in un loop che sembra non avere fine. Eppure, sono molte le “variazioni sul tema” che costellano il percorso di Michele Sambin: videoarte, pittura e musica si sono prestati nel corso del tempo come strumenti privilegiati per indagare un universo visivo sempre suggestivo, rivolto a pubblici eterogenei (basti ricordare i percorsi di Teatro Infanzia e Teatro e Carcere). Tuttavia, come ripetuto più volte nel corso degli eventi aperti al pubblico, la vera sfida è stata quella di restituire attraverso un mezzo inusuale per il teatro, la mostra espositiva, il senso e il dinamismo di una ricerca formale assai complessa, in grado di coinvolgere arti visive, scultura e musica, di cui il punto d’incontro è costituito dalla scena. Da questo ostacolo nascono le Azioni sceniche, ospitate nelle sale della mostra il 14, il 21 e il 28 maggio. Lo spazio espositivo, agito come un palcoscenico, si è trasformato così in un luogo dove tutto è vivo, dove è la “vivacità” dei performer a trasmettere un flusso vitale a quegli oggetti che una volta hanno occupato uno spazio scenico e che già hanno hanno parlato in passato. In perfetta consonanza con il senso di Megaloop, le Azioni sceniche costituiscono un momento di ritorno su esperienze passate, nel tentativo di ricreare una relazione nuova con un oggetto (o un passato?) già esperito e rielaborato, regalando a coloro che erano assenti la possibilità di farne esperienza e conservarne la memoria. Lo spettatore si trova così a percorrere lo spazio espositivo accompagnato da suggestioni rievocate di otto opere passate, che, solo per il pubblico, riprendono vita. Si passa così dalle armonie delle armoniche a bocca e dalle geometrie di luce di Armoniche (1980), dalle basse frequenze prodotte dal contatto tra molle e lastre metalliche di Repertoire (1981), dalle forme aeree di Era nell’aria (1984), allo straziante strappo di Squarcione (2004), seguito dalle superfici esperibili di Macchine sensibili (1987), dalla coreografia per oggetti e un agnello di peluche di Children’s corner (1986) fino allo “shakespeariano” Ages (1990) e al quadro finale di deForma (2008/09). Un percorso, quindi, che non si muove secondo direttrici cronologiche, che non si presenta come un viaggio retrospettivo teso alla memoria storica degli eventi. È un viaggio sensoriale in un mondo fatto di rigore geometrico e formale, ma che riesce a mantenere quel carattere suggestivo tipico di una dimensione mentale lontana dalla percezione quotidiana. Si direbbe un viaggio nell’estetica quello in cui viene condotto lo spettatore di quadro in quadro: quadri vivi, la cui anima è in grado di travalicare i limiti della scena per la quale erano stati pensati, ripresentandosi come opere autosufficienti e concluse in se stesse. Il tutto nel tempo di un’epifania, che a tratti assume il carattere di un’allucinazione collettiva, impossibile da trattenere se non nella propria memoria emotiva e sensoriale.
Visto al Centro Culturale S.Gaetano/Altinate, Padova
Recensione a Annibale non l’ha mai fatto – TAM Teatromusica
Durante la stagione 2009/2010, diversi appuntamenti hanno trasformato il palcoscenico del Teatro delle Maddalene in un luogo dove la diversità potesse cercare un contatto con l’Altro, con ciò che le è estraneo. Partendo da In cammino (TAM Teatromusica)e passando per Kish Kush (Teatrodistinto) si è giunti ad Annibale non l’ha mai fatto, nato dal progetto TAM Teatrocarcere, condotto da Andrea Pennacchi e M.Cinzia Zanellato. Il progetto, che quest’anno festeggia il 15^ anno di attività, parte dal presupposto che “il teatro in carcere sia necessario a chi è dentro, ma anche a chi sta fuori” (Michele Sambin, direttore del TAM). Protagonisti, due performer: Andrea Pennacchi e Kessaci Farid, attualmente detenuto presso il carcere Due Palazzi di Padova.
Essere consapevoli della reclusione che Farid sta scontando permette allo spettatore di esplorare nuovi schemi interpretativi e accedere a chiavi di lettura inedite. La scena si carica di significati che, nella nostra quotidianità, nella nostra normalità, ha perso molto tempo fa. Il palco improvvisamente si ritrasforma in un luogo di libertà: Farid e Andrea ci ricordano con la loro presenza come le quinte, il pavimento, il soffitto rappresentino uno spazio mentale che, nonostante la concretezza dei confini, è in grado di espandersi raggiungendo luoghi, punti di vista e prospettive lontani. Uno spazio in cui il tempo può essere percorso come un labirinto, per salti e sospensioni, in ogni direzione: partendo dal percorso di Annibale e della sua storica traversata delle Alpi, Andrea e Farid, nel ruolo l’uno di Arba, elefantessa matriarca, e l’altro del proprio nonno, 37 nonni fa, ricostruiscono le vicende di un’affinità, di un’unione che sa di integrazione e comprensione. Due diversi mondi sono chiamati non solo a comunicare, ma anche a cooperare per poter superare difficoltà apparentemente insormontabili: l’attraversamento del fiume, la discesa delle Alpi innevate e la battaglia rappresentano quindi momenti chiave per la comprensione di un processo di integrazione che investe la società in cui viviamo e che si concretizzano sulla scena attraverso il rapporto tra l’animale e l’essere umano.
Dal palco trasuda un bisogno di osservare la nostra realtà quotidiana da un punto sopraelevato per poter risolvere le incomprensioni legate all’incapacità di comunicare, ritrovando un senso d’umanità ormai dimenticato. È infatti un viaggio che si muove per direttrici verticali quello che compiono Arba/Andrea e il nonno di Farid/Farid. Una verticalità suggerita, e all’occorrenza enfatizzata, dalla scenografia, costituita da pochi elementi estremamente funzionali: coni di telo bianco si trasformano, grazie ai video realizzati da Raffaella Rivi, in fiumi, cieli, pagine di libri, zampe di elefante, scenari in grado di completare e dare un senso al racconto dei due performer, le cui parole, elemento centrale della narrazione orale, acquistano un maggior senso di verità attraverso le azioni sceniche che li mettono alla prova. Non a caso, sono due scale gli oggetti attraverso cui vengono suggeriti gli spostamenti e le condizioni di viaggio dei due protagonisti: esplorandone le componenti e sperimentandone le posizioni, i due performer suggeriscono allo spettatore quelle montagne, quei fiumi e quelle pianure che tappezzano il viaggio di Annibale e dei suoi uomini. Questo moto verticale trova compimento solo sul finire dello spettacolo, quando Arba cede alla battaglia perdendo la propria vita. In questo momento di morte trova però spazio la descrizione di una fraternità rinata: il radunarsi degli animali attorno alla loro simile non può che ricordare a noi esseri umani quanto sia necessario essere presenti nel momento della sofferenza, chiunque essa colpisca. È quindi il concretizzarsi dell’anima di Arba sulla scena, personificata da Claudia Fabris, che costringe lo spettatore a fare i conti con una tensione ascensionale travolgente, trasformando lo spettacolo in un’esperienza che realmente può contribuire alla crescita personale di chi partecipa a questo rito collettivo.
Servendosi di immagini semplici e immediate, ancora una volta TAM Teatromusica riesce quindi a scavalcare i limiti fisici del teatro per parlarci di cose concrete e che costellano la nostra vita quotidiana. Grazie al progetto Teatrocarcere la scena si carica di nuovi significati, in grado di creare un punto di contatto tra il pubblico e il palcoscenico, rompendo quella barriera che troppo spesso poniamo tra la realtà e la finzione, tra l’arte e la vita.