Carlotta Tringali, laureata in Lingue moderne, arti e cultura presso l'Università di Urbino con una tesi sulla danzatrice Sasha Waltz, prosegue gli studi a Venezia con la Specialistica in Scienze e tecniche del teatro presso lo Iuav. È nella città lagunare che fonda la redazione de “Il Tamburo di Kattrin". Collabora con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali dal 2012 occupandosi di progetti di formazione e curando il sito www.abracadamat.org
Recensione a Morte di un commesso viaggiatore – regia di Elio De Capitani
foto di Laila Pozzo
A Milano l’anno si è inaugurato con alcuni titoli di testi americani che, pur essendo stati scritti nella prima metà del ‘900, sembrano oggi più che mai attuali. Perché parlano di sogni irrealizzati, di delusioni avvilenti e di futuri negati. E per sopportare il peso di un’esistenza altrimenti insopportabile, ci si rifugia nel passato. Come per lo Zoo di vetro di Tennessee Williams – andato in scena al Teatro Tieffe Menotti di Milano per la regia di Arturo Cirillo (leggi la recensione) – anche per Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller diretto da Elio De Capitani si vive moltissimo nel ricordo. Nel ricordo di un passato che è esattamente identico al presente, in continua sovrapposizione: protagonista di questo dramma familiare è Willy Loman, commesso viaggiatore licenziato e avvilito che passa le sue ultime ore sognando ad occhi aperti frammenti della vita che fu, intrecciandoli con la quotidianità della sua esistenza. Ma chi è Loman in realtà se non un uomo tradito da un sogno, quello americano, spinto a costruire nella menzogna il proprio Io perché la vita non gli ha dato quello che si aspettava? In cerca di un successo che non è mai riuscito ad ottenere, Willy spera ancora di potersi riscattare attraverso uno dei due figli, il suo caro – nonché preferito – Biff, giovane promessa dello sport, che per un gran senso di colpa e per un trauma legato a un tradimento del padre non accetta il compito di vivere e si ritrova ormai cresciuto senza alcuna prospettiva di futuro.
Se il fratello Happy non è altro che un bugiardo e un volgare donnaiolo – non troppo lontano da come era da giovane suo padre – Linda, la madre di questi due ragazzotti, è una donna che sceglie incondizionatamente di appoggiare il marito in tutte le sue menzogne e anzi fa di più: spinta dal grande amore preferisce il marito ai figli, allontanando questi ultimi dalla loro stessa casa perché visti come un pericolo per la salute – mentale e psicofisica – del padre.
foto di Laila Pozzo
De Capitani – che veste i panni del protagonista e dirige magistralmente tutta la compagnia in scena – rispolvera dalla libreria questo testo, scritto sì nel 1949 ma che presenta una grande attualità: il licenziamento e la disoccupazione, l’assenza della speranza in un futuro migliore, l’incapacità di creare dei figli perfetti e quindi uomini di successo, il grande dolore di sentirsi inutili nei confronti della società e un peso nei confronti dei cari; il suicidio come unica soluzione per poter lasciare una piccola eredità a quei figli sbandati senza lavoro, senza direzione; ma su tutto il tentativo di non perdere la dignità, trattenuta fino in fondo, a costo appunto di morire pur di non svendere la propria persona.
Una scenografia mobile e funzionale e un buon cast su cui spiccano lo stesso De Capitani – un Loman a cui si fatica a perdonare il tradimento “generazionale” e il giovane Angelo Di Genio che veste i panni di Biff, ma che presenta delle ombre, come quella di Cristina Crippa, nello spettacolo la moglie Linda Loman, che non convince, anzi indebolisce alcuni momenti del lavoro; o come alcune scene che si dilungano un po’ troppo sullo stesso concetto allontanando il totale coinvolgimento nella pièce. Si deve però dar atto all’Elfo di aver centrato un altro titolo tutto americano (di cui potrebbe essere un esempio anche il recente Frost/Nixon che ha riscosso un grande successo) che, per affinità al nostro periodo storico, potrebbe diventare, limando delle sfumature e rodando, uno dei lavori più presenti nelle prossime stagioni teatrali italiane.
Recensione a Lo zoo di vetro – regia di Arturo Cirillo
E «lontano lontano nel tempo» cantava Luigi Tenco, con quella sua voce malinconica narrava un dolore altrimenti inesprimibile e un malessere di vita che lo accompagnava nei giorni. E quella nostalgia dolorosa – in cui presente, passato e futuro si mescolano insieme – torna continuamente, come tornano le canzoni di Tenco, nel nuovo spettacolo che il regista campano Arturo Cirillo ha presentato al Teatro Menotti di Milano, in replica fino a domenica 26 gennaio.
foto di Laila Pozzo
Lo zoo di vetro di Tennessee Williams proposto da Cirillo trova nelle distanze – temporali e fisiche, amare e insormontabili – una chiave di accesso che lo rende attuale, vivo e, paradossalmente, molto vicino a noi oggi, con dei personaggi distanti da qualsiasi situazione risolutiva, fermi, bloccati in un passato che non diventerà mai futuro. L’America degli anni ’40 (l’autore scrive quest’opera nel ’44) è del tutto assente, annullata nella lettura che ne fa il regista per concentrarsi nei rapporti umani, nell’intreccio messo in moto dai tre protagonisti che abitano la scena. Sono personaggi irrisolti, intrappolati e tormentati quelli di questo dramma: Tom, il figlio-narratore, uomo rancoroso e irrealizzato, costretto a rifugiarsi ogni sera, per vivere almeno un’avventura nella sua triste vita, al cinema e nell’alcol; Laura, sua sorella, donna fragile e spaventata dall’esistenza, che trova sicurezza e soddisfazione solo nell’accudire la sua delicata e aleatoria collezione di animaletti di vetro e nei vecchi dischi; Amanda, la madre di questi due ragazzi senza età, una patetica sognatrice, infantile e impicciona, che cerca di controllare i figli tentando di guidare ogni loro piccolo comportamento, cadendo nel grottesco, nel disperato e ridicolo tentativo di rendere felici i suoi “piccolini” con delle proposte irreali. Solo il quarto personaggio del dramma, Jim, l’amico di Tom, porta all’interno di questo asfissiante terzetto un po’ d’aria e la possibilità di cambiamento: per alcuni istanti sembrerà realizzare un futuro tanto atteso che poi, come tutto il resto, si tramuterà nell’ennesima delusione.
foto di Laila Pozzo
Una situazione stantia, creata dalla fuga di un padre innamorato delle distanze, e riproposta in un presente bloccato nel ricordo e all’interno della scena – essenziale di Dario Gessati – da cui i personaggi non escono mai, tuttalpiù ne rimangono ai margini. Come se andare in scena, essere illuminati dalla luce del proiettore – che sono loro stessi a volte a manovrare, come anche ad attivare le tracce musicali dello spettacolo – fosse l’unica possibilità di vivere, vivere qualsiasi vita, sperando ogni volta che il tempo del ricordo e il tempo dell’esistenza non coincidano.
Il regista Arturo Cirillo – che veste anche i panni di Tom, figlio-narratore, alter ego di Tennessee Williams – affida il testo alle intime sfumature dell’animo umano, mettendo in luce il nodo esistenziale di ogni personaggio, interpretato da attori meravigliosi, che coinvolgono con le loro emozioni sbagliate, con una pungente e amara ironia; con i loro dialoghi nervosi che racchiudono sentimenti indicibili, di amori non corrisposti, lontani fisicamente, temporalmente. Monica Piseddu nei panni di Laura e Milvia Mirigliano in quelli di Amanda, insieme a Edoardo Ribatto che interpreta Jim, e Cirillo stesso, regalano tanto agli spettatori seduti in platea, soprattutto ricordano che il teatro è il luogo in cui il tempo si annulla, si può sognare una possibilità diversa, ci si può emozionare e respirare insieme ai personaggi, perché parlano di noi, del nostro mondo.
Qualche giorno fa ci è arrivata una mail inaspettata. Da una delle compagnie che il Tamburo di Kattrin, sin dai primi passi della webzine, ha sempre seguito e stimato: Pathosformel. Sono passati sette anni da quando il gruppo di Daniel Blanga-Gubbay e Paola Villani si è formato, «sette anni bellissimi, e dovendo tornare indietro ricominceremmo tutto da capo» come scrivono i due artisti in apertura della mail. Con poche e dense righe, scritte con il cuore, hanno affermato che a luglio Pathosformel sarà per l’ultima volta in scena. Poi una grande festa a Centrale Fies di Dro – primo a sostenere la crescita umana e creativa della compagnia –, un’intera giornata in cui verranno ripercorsi tutti i lavori nati durante questi sette anni. Un percorso, quello di Pathosformel, che è pronto a trasformarsi in altro, in qualcosa che ora non è dato sapere e che oggi ci scuote; ma non bisogna dimenticare che come ci insegnavano da bambini a scuola “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Questo è il nostro augurio nei confronti di due artisti dotati di una grande intelligenza, e di una sensibilità rara e delicata.
Una scelta coraggiosa, di grande eleganza – come del resto tutti i loro lavori – che ci ha spinto a ricercare nella nostra webzine alcuni articoli apparsi negli anni, approfondimenti dedicati “ai Pathos”; perché ne abbiamo seguito i battiti, i respiri e le pulsazioni. Ne abbiamo apprezzato il lirismo, la ritualità e oggi vogliamo ripercorrere questo sentiero di emozioni e riflessioni.
Su “La timidezza delle ossa” L’astrattismo entra a teatro con Pathosformel di Carlotta Tringali […] timidamente si assiste al contatto tra due mani, all’abbraccio rapsodico di due toraci, a una spina dorsale che percorre tutto lo spazio, nelle diverse direzioni. Sta allo spettatore trovare gli incastri, immaginare cosa possa spingere quei corpi a cercarsi o a respingersi. La storia da ricostruire spetta a chi osserva seduto in platea, diventando così soggettiva. Continua a leggere l’articolo
Sul laboratorio tenuto da Pathosformel a Teatro Fondamenta Nuove di Venezia – 2009 → Collezionando insieme ai Pathosformel di Camilla Toso
Il laboratorio ha esplorato le diverse possibilità del gesto anatomico, più precisamente la possibilità di “collezionare gesti” analizzandoli e studiandoli fino a creare un vero e proprio manuale tecnico, anzi una collezione.Continua… →Video intervista a Pathosformeldi Redazione
Abbiamo incontrato Daniel Blanga Gubbay e Paola Villani dopo il laboratorio tenuto al Teatro Fondamenta Nuove. Continua…
Su “La prima periferia” Azioni che interrogano lo sguardo di Roberta Ferraresi
In un silenzio dai tratti rituali, all’interno di un quadrilatero chiaro, tre figure sono impegnate a far muovere altrettante creature, che vanno a costruire, successivamente, immagini e (più di rado) azioni. Continua a leggere l’articolo
Su “An Afternoon love” Conflitti su sfondi urbani nelle danze di Pathosformel di Giulia Tirelli
Nello studio di An afternoon love un giocatore di basket si muove agile sulla scena, danzando in un assolo di scartaggi, e accompagnato dal solo pallone. Ciò che si palesa sin dall’inizio è il senso di uno sforzo e di una lotta contro qualcosa che abita la scena con il performer, ma invisibile. Continua a leggere l’articolo
Su “T.E.R.R.Y.” → #appuntidiunfestival pt.9: Pathosformel di Redazione
Tre esperimenti e una performance. Luci, piante, esseri umani, nello specifico bambini. Sopravvivenza, competizione, aggressività. Evoluzione, sconfitta, morte. Immaginare un altro mondo? Rinunciare a questo? Continua… → T.E.R.R.Y. di Redazione Dreamcatcher – Il Tamburo di Kattrin
T.E.R.R.Y. di Pathosformel è un progetto articolato in più movimenti e studia i sistemi di competitività su cui si basano relazioni, esistenze e #sopravvivenze, non solo umane, ma anche animali, vegetali e tecnologiche-inanimate. Continua…
Recensione a Untitled_I will be there when you die – coreografia di Alessandro Sciarroni
foto di Andrea Pizzalis per Centrale Fies
Occhi chiusi alla ricerca della concentrazione. Verso una strada intima, privata. Prendendosi il tempo necessario per attraversarla; semplicemente per esserci. Intorno tutto bianco e asettico. Quattro performer sono fissi e immobili, in attesa di iniziare a intraprendere la propria pratica, allontanandola dal quotidiano e trasportandola in un luogo sospeso, in una stanza interiore.
Inizia come il precedente Folk-s l’atto secondo del progetto di Alessandro Sciarroni, lo spettacolo Untitled_I will be there when you die: con i performer a occhi chiusi. Il coreografo e regista marchigiano ha intrapreso un viaggio che indaga le pratiche performative col tentativo di interrogarsi sul concetto di sforzo, costanza, resistenza. Dopo il bellissimo Folk-s (leggi l’articolo di Rossella Porcheddu), in cui 6 danzatori davano vita al ballo tipico bavarese dello Schuhplattler chiedendosi “fino a quando esisterà la tradizione?”, ora è la volta di Untitled in cui i 4 performer sono giocolieri professionisti alle prese con le clavette: non sono attori, non sono danzatori; sono semplicemente performer.
Lorenzo Crivellari, Edoardo Demontis, Victor Garmendia Torija e Pietro Selva Bonino sono veri giocolieri, abituati a numeri che divertono, tengono col fiato sospeso, rendono l’atmosfera vivace e colorata. Con questo lavoro Alessandro Sciarroni raggiunge un vero e proprio ready-made della performance: il coreografo/regista priva la giocoleria dei suoi stereotipi, o meglio, decontestualizza il lancio delle clavette – non siamo al circo, non siamo per strada, siamo in teatro. Così la pratica acquista una dimensione altra, si fa atemporale.
Una volta aperti gli occhi, i performer rivolgono lo sguardo verso l’alto iniziando poi a lanciare un attrezzo. Battono il ritmo con ogni presa, nelle diverse modalità di afferrare la clavetta: rintocco nella mano, rumore sordo o felpato, leggero. È una ripetizione sonora e visiva; è qui che si nasconde l’atemporalità.
foto di Ilaria Scarpa per Santarcangelo Festival
Questo battito viene registrato da Pablo Esbert Lilienfield, posto al lato della scena e impegnato a creare il meraviglioso suono, musica e note che accompagnano i quattro nella pratica, nel lancio, nel divertimento, nella fatica. Il rumore diventa dapprima meccanico, e si ripete, si mescola poi al pianoforte, ricorda le lezioni di Barber.
Schematicità nel suono, schematicità nei movimenti. Lo sguardo va dal basso verso l’alto, segue il tracciato delle clavette, fino a quando si entra in un loop mentale per cui gli attrezzi sembrano viaggiare da soli, non più lanciati da braccia attente e veloci, ma tirati da fili invisibili. La reiterazione visiva spinge la mente ad annullare il corpo e a concentrarsi sulla clavetta; quando cade è come se si spezzasse qualcosa, una magia; come se si rompesse una relazione affettiva, un amore.
Viene da chiedersi: che cos’è il tempo? Untitled diventa un viaggio, una metafora di un tempo bloccato, sottovuoto, in cui solo quando arriva l’errore riprende a scorrere. I performer sembrano lanciare gli oggetti nel tentativo di salvarli dall’impatto col terreno. A cosa pensano quando lanciano la clavetta? C’è qualcosa di commovente nel loro lancio, nel loro giocare insieme mentre la musica accompagna questo viaggio che cresce in un’esplosione di sfumature – sfumature che hanno il loro corrispettivo visivo anche nei colori dati dalle belle luci di Rocco Giansante, che creano ombre proiettate sul fondale.
Alessandro Sciarroni diventa un artista visivo del movimento, del tempo, dello spazio.
E questa sua opera è un resistere a tutti i costi, con la clavetta sulla fronte; significa esserci, fino alla morte. Oltre il tempo, oltre la definizione di una parola. È rimanere indefinito, come lo stesso titolo dello spettacolo che non riesce a contenere la meravigliosa magia che accade in scena.
Visto a Santarcangelo 13 – Festival Internazionale del teatro in piazza, Drodesera XXXIII – Mein Herz e B.Motion Festival
Uno spettacolo di tre ore in tedesco, – ovviamente con sovratitoli in italiano – senza intervallo, che inchioda alla poltrona; un impianto semplice, una scenografia disegnata sui muri con dei gessetti che ricreano l’interno di una casa – ricordando per alcuni aspetti i film di Lars Von Trier; attori splendidi, drammaturgia intelligente, colta e comunicativa, un regista raffinato e sapiente, un Maestro come ce ne sono pochi, pochissimi. Dove siamo? Alla 42esima edizione della Biennale Teatro di Venezia, spettatori dell’ultima pièce in programmazione del festival lagunare.
Ein Volksfeind diretto da Thomas Ostermeier e prodotto dalla Schaubühne di Berlino – di cui Ostermeier è anche direttore –, stupisce per la sua completezza e bellezza, per il suo impianto di teatro classico rivolto a spettatori del 2013; colpisce per la sua forza comunicativa e accuratezza in cui tutto, ogni singolo aspetto, contribuisce a farne un grande spettacolo. L’autore di Un nemico del popolo, Henrik Ibsen – a cui Ostermeier spesso negli ultimi anni si è rivolto portando in scena altre sue pièce – non è più fermo nell’800: grazie alle scelte registiche soppesate insieme all’adattamento drammaturgico di Florian Borchmeyer il testo ci parla di oggi, racconta di noi, della crisi e della nostra società, delle contraddizioni che ci guidano nel quotidiano a cominciare da quella che chiamiamo democrazia.
Se solitamente Ibsen scandaglia l’io più intimo dei suoi personaggi, questo testo verte più su un’analisi politica e sociale, attaccando l’ipocrisia borghese; con Ostermeier e la sua compagnia, la forza delle parole dell’autore norvegese dilaga, andando a scavare gli aspetti e i meccanismi che regolano la nostra società civile, influenzata da un sistema politico contorto, corrotto e marcio.
foto di Arno Declair
La trama è semplice: Stockmann, il medico della stazione termale di una tranquilla cittadina, scopre che le acque della struttura in cui lavora sono inquinate e hanno portato disturbi ad alcuni pazienti. Vorrebbe informare la città, ma la stampa e i funzionari – tra cui suo fratello, il borgomastro – cercano di impedirglielo in tutti i modi, quando capiscono che il risanamento della stazione comporterebbe un impiego economico troppo elevato per le casse del Comune, la chiusura per due anni delle terme, la disoccupazione dei cittadini che vi lavorano e l’interruzione del rilancio turistico del paese. La sua scoperta, invece di salvare la vita agli ipotetici pazienti, si trasforma in un incubo per la città e i suoi abitanti: Stockmann diventa, così, il nemico del popolo.
Se la sua lettera di denuncia non viene pubblicata dal giornale, il protagonista – un eroe-antieroe disposto a giocarsi tutto, lavoro, casa e famiglia in cambio della libertà di espressione e della verità – decide di convocare un’assemblea pubblica che diventa un monologo intenso e attuale, in cui al testo di Ibsen vengono mescolati alcuni estratti dal saggio Insurrection qui vient, pubblicato in Francia nel 2007 dal Comitato Invisibile (qui il link per leggere il saggio). L’attore Stefan Stern si fa carico di una denuncia accorata in cui si chiede “Come possiamo fare a mettere la ragione piuttosto che il profitto al centro delle nostre esistenze?” / “l’economia non è in crisi, l’economia è la crisi; non è la crisi che ci deprime, è la crescita”. E le parole di Ibsen diventano coltelli spinti nelle nostre piaghe per cui “Il più pericoloso nemico della verità e della libertà è la maledetta maggioranza democratica. (…) La maggioranza non ha mai ragione, mai! Ecco una di quelle menzogne sociali contro le quali un uomo libero – libero nei suoi pensieri, nel suo agire, in tutta la sua persona – deve ribellarsi. Ma ditemi, chi è che forma in un paese la maggioranza, gli intelligenti o gli imbecilli?”
Ostermeier accoglie Ibsen e il Comitato Invisibile e il monologo di Stockmann/Stern si rivolge direttamente a noi, pubblico in sala, chiamati dagli altri attori ad intervenire proprio come ci trovassimo a una vera e propria assemblea pubblica. “Chi è d’accordo con quanto dice Stockmann?”, viene chiesto dagli altri attori. In tanti, tantissimi alzano la mano. Ma qui il pubblico chi rappresenta?
Un meccanismo che scardina il concetto stesso di maggioranza – che secondo Ibsen/Stockmann/Stern è fatta di imbecilli – e ironizza sulle contraddizioni stesse delle contestazioni attuali, che riempiono piazze e luoghi occupati nel tentativo di risolvere i tanti problemi della nostra società con il dialogo ma senza fatti, in cui per lo più ci si riempie la bocca di buoni propositi, senza arrivare a una vera soluzione, perché gli equilibri politici e sociali si decidono da un’altra parte, non democraticamente, non qui. E perché, come afferma Ostermeier in un’intervista “la generazione dei 30enni e 40enni delle grandi città europee ha il cuore di sinistra e il portafogli di destra, vuole cambiare il mondo senza sporcarsi le mani e senza confrontarsi con il potere”.
E allora eccoli i bravissimi attori diretti da Ostermeier: non interpretano vecchi borghesi, ma uomini d’affari in cravatta o con pastore tedesco al fianco, giovani musicisti indie vestiti tutti uguali che ascoltano a tutto volume Changes di David Bowie, fingendosi difensori della verità per poi isolarsi con grandi cuffie alle orecchie, chiudendo gli occhi e portando avanti il proprio scopo alla ricerca del benessere personale (e poco importa se vanno contro ai principi che in teoria sostengono).
Dal pubblico del Teatro Goldoni di Venezia – che partecipa attivamente alle provocazioni dell’attore tedesco antagonista di Stockmann – arriva nervosismo, malessere per le bugie che affliggono la società, voglia di verità e uno scioccante parallelismo: la storia che sta andando in scena sembra ricalcare quella dell’Ilva di Taranto. Parole e opinioni si accavallano, senza ovviamente portare a una soluzione.
Nella versione tedesca di Ein Volksfeind non si salva nessuno, né i contestatori che danno vita a dialoghi sterili infiniti, né il protagonista che attacca la maggioranza, né lo stesso pubblico. Tutti perdono, tutti sbagliano. Il nocciolo sta infatti in una domanda che risuona subito una volta usciti da teatro: che cosa siamo disposti a sacrificare per risanare la nostra società? Ci lamentiamo tutti, ma rimaniamo a guardare, anzi ad ascoltare esaltandoci David Bowie che invoca il cambiamento…
Con Ostermeier e la sua compagnia almeno il teatro ha riacquistato la sua caratteristica principe, la sua urgenza politica. Da Ein Volksfeind si esce combattuti, dilaniati, tormentati, soddisfatti, pieni, con voglia di parlare, discutere, fare, reagire… e continuare a vedere teatro così ad alto livello, comunicativo, necessario. Che purtroppo nel nostro Paese sembra quasi non esserci.
Alla comunità rimane però il compito più arduo, cercare la risposta a come reagire al marcio della nostra società.
Da 35 anni nel piccolo comune marchigiano di Polverigi, nella splendida sede di Villa Nappi, il Festival Inteatro lavora, abita, crea. Dopo le difficoltà quasi senza fine degli ultimi anni – nel 2011 è completamente saltato l’appuntamento, nel 2012 è ripartito in sordina – quest’anno sembra accaduto un piccolissimo miracolo: per tre giorni spettacoli, installazioni e esiti di laboratorio hanno animato gli ambienti della Villa stessa, il cinema del Paese, il Teatro della Luna.
Non si possono sottovalutare gli aiuti giunti al Festival affinché potesse essere: una buona pratica del fare rete, del sostenersi che ha portato diversi enti e progetti a convogliare le forze nella direzione della resistenza, dell’aiuto e diciamo anche del successo. Successo che si è verificato con la grande affluenza di pubblico e registrando anche il tutto esaurito per alcuni spettacoli. Diamante di Inteatro è anche il sistema di residenze di cui si avvale l’ente durante tutto l’arco dell’anno: la Villa è un importante punto di riferimento per coloro che ricercano e creano e possono avere anche un momento di incontro che avviene durante lo stesso festival. E così è stato per Marco D’Agostin che ha presentato Per non svegliare i draghi addormentati, per Iacopo Braca, Filippo Paolasini e Alessio Martinoli che hanno debuttato con Fight_Prologo al Faust, Muta Imago, che ha proseguito il proprio percorso iniziato un anno e mezzo fa con Romaeuropa Festival e dopo 10 giorni di residenza ha presentato al pubblico lo studio In Tahrir. Studio sulle tracce di Gihan; e poi i danzatori Claudia Catarzo, Matteo Tontini e Giulia Ferrato.
Spettacoli ancora in fase di ricerca, ma che presentano chiare direzioni poetiche e tracce di un presente che si affaccia, in alcuni casi, prepotentemente ma in maniera frammentata, spezzata.
foto di Ludovica Galeazzi
È un frullatore di idee, parole, canzoni, pensieri, Fight_Prologo al Faust: frammenti di una quotidianità che cerca l’immortalità dell’esistenza, attraverso il ricordo di idoli del passato; che tenta di sopravvivere combattendo la Paura, la Morte, l’Amore, ma perdendo di fronte alla Speranza di un domani, di un futuro (leggi l’intervista)
La realtà domina anche il nuovo studio di Muta Imago: In Tahrir. Studio sulle tracce di Gihan, è un racconto istintivo e polifonico che ripropone e insegue le foto, i video, i suoni, i messaggi e i tweet che una blogger egiziana, Gihan Ibrahim, ha lasciato in rete durante lo scoppio della Primavera Araba al Cairo. In scena Chiara Caimmi e Riccardo Fazi – ideatori del percorso insieme a Claudia Sorace, che cura anche la regia – ricostruiscono le giornate concitate di quel gennaio 2011, svelando tutti i meccanismi di riproduzione utilizzati per amplificare i passi, i rumori della piazza, di una quotidianità (lampo di una borsa che si chiude, chiavi di casa) esasperata e che ha portato tantissimi giovani in piazza a manifestare per i propri diritti. Un ribaltamento del modo di lavorare – che rimane sempre impeccabile e di altissima qualità tecnica, anche grazie alla collaborazione con Luca Brinchi della compagnia Santasangre, che ha realizzato un video di quei giorni concitati, attraverso tracce filmiche online, proiettato alle spalle dei due attori – che tende a mostrare piuttosto che nascondere, tanto che in scena si possono vedere i modi con cui i suoni vengono prodotti live da Chiara e Riccardo. Se Muta Imago ci ha sempre abituato al mistero, proponendo suoni e immagini che arrivavano da lontano e da un mondo perduto – quello dei ricordi, della memoria fallace e umana – qui la materia è così incandescente e così reale (la storia di Gihan è data da fatti di cronaca) che sembra impossibile trattarla con l’immaterialità poetica a cui la compagnia romana si è sempre rivolta. Lo studio è arrivato a raccogliere i materiali fino a febbraio 2011: le rivoluzioni che a oggi sono riprese costringeranno la compagnia a seguire una nuova piega, a raccogliere ulteriori tweet, foto, video se di quella realtà così cruda e svelata si vogliono nutrire. E ci chiediamo se continueranno a lanciare – fino ad ora persa nel vuoto, ma carica di un’aura romantica – una richiesta di incontro a questa blogger così intraprendente che non fornisce loro alcuna risposta per un possibile contatto. I fatti di Gihan sono reali, la sua presenza fallace; non ci resta che aspettare a ottobre il debutto a Romaeuropa Festival.
Per non svegliare i draghi addormentati – foto di Ludovica Galeazzi
Richiama invece un mondo fiabesco e immateriale, fatto di creature che popolano l’immaginazione dello spettatore il nuovo lavoro di Marco D’Agostin,Per non svegliare i draghi addormentati: in scena due danzatori, lo stesso D’Agostin e Francesca Foscarini, danno vita a trasformazioni fisiche che mostrano la loro forza e la bellezza di movimenti fatti di particolari, risvegliano figure della mente – dai draghi ai cavalieri, da creature alate a cavalli dai duri zoccoli – e aprono a un tempo e a uno spazio indefinito. Un’operazione che si avvale anche dell’aiuto di Floor Robert che, come un mastro di fiabe, apre e chiude non un libro, ma un origami da cui forse queste figure sono uscite: allo spettatore il compito di creare la sua storia.
Lo spettacolo di D’Agostin, oltre rientrare nel sistema di residenze di Inteatro, fa parte anche della rete Teatri del Tempo Presente: un progetto interregionale di promozione dello spettacolo dal vivo a cura del MIBAC – Direzione Generale per lo spettacolo dal vivo e delle Regioni: Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto. Ogni regione produce, sostiene e promuove una creazione artistica che poi circuita nelle altre regioni che aderiscono a questo progetto. A Inteatro, Teatri del Tempo Presente ha visto Marco D’Agostin per il Veneto, la compagnia Fibre Parallele per la Puglia, e il dittico performativo di Mara Cassiani e 7-8 Chili per le Marche. Se lo spettacolo di Fibre ParalleleLo splendore dei supplizi propone, un po’ sul filone dei vecchi film da commedia all’italiana, quattro episodi per quattro supplizi in maniera magistrale, grottesca, ironica e terribile al tempo stesso, appellandosi a un teatro di parola ottimamente scritto e interpretato da Licia Lanera e Riccardo Spagnulo (leggi l’articolo di Emilio Nigro), da tutt’altra parte vanno i lavori di Cassiani e 7-8 chili, entrambi connotati da un connubio tra realtà, ricerca estetica e interazione con i mezzi tecnologici.
Mara Cassiani
Si ispira al cortometraggio danese di Jorgen Leth, Det perfekte Menneske, il lavoro di Mara CassianiL’uomo perfetto: in scena uomini in camicia bianca e cravatta ammiccano, donne sensuali in abiti fucsia si mettono in mostra, sfilano, posano. Una camera riprende alcuni dettagli dei loro movimenti proiettandoli sullo schermo alle loro spalle: corpi, visi, mani si toccano. Solo nel mondo virtuale e nell’installazione video avviene il contatto: questi esseri così perfetti non sono in grado di comunicare, ma piuttosto restituiscono un’alienazione delle possibilità di contatto, troppo presi a curare loro stessi e i propri movimenti.
Neanche in Hand Play della compagnia 7-8 Chili c’è contatto fisico tra chi è in scena: Davide Calvaresi e Giulia Capriotti interagiscono senza mai toccarsi, rimandando l’unione dei loro movimenti esclusivamente al video alle loro spalle.
7-8 chili
Tappa finale di un percorso visivo iniziato con Replay e proseguito con Display, questo nuovo lavoro continua a utilizzare il mezzo del video e dello schermo in maniera ironica e divertente, mostrando le infinite possibilità di interazione con il mondo esterno e soprattutto di relazione tra l’uomo e la donna. Seguendo un gioco di prospettive, le dita di Calvaresi diventano il corpo dell’uomo con cui Capriotti, posta a distanza dalla webcam in scena, interagisce. La realtà di oggi, il nostro presente, sta andando proprio nella stessa direzione: l’interazione virtuale sta scavalcando di gran lunga quella fisica, i rapporti si consumano più in chat, su webcam, su schermi, che non semplicemente nel contatto corpo a corpo. In 3 intensi giorni questo presente frammentato e tecnologico ha fatto capolino anche a Inteatro.
Il 29 giugno ha debuttato al Festival Inteatro di Polverigi lo spettacolo Fight: un progetto particolare ideato e diretto da Iacopo Braca, tra i fondatori di Teatro Sotterraneo, scritto e interpretato da Filippo Paolasini e Alessio Martinoli – insieme con Claudia Domenici che si divide tra palco e aiuto regia. Li abbiamo incontrati e intrapreso un’intervista frammentata, iniziata durante il post-spettacolo nel parco di Villa Nappi – antica sede che ospita il Festival marchigiano – proseguita poi con una chiacchierata skype con Filippo Paolasini e terminata in uno scambio email con Iacopo Braca. Una frammentazione che forse segue e ricalca la struttura stessa dello spettacolo Fight..
foto di Futura Tittaferrante
Raccontatemi come nasce il progetto Fight, che ha debuttato al Festival di Inteatro dopo una residenza di due settimane. Sicuramente ha origine da un nuovo incontro… Filippo Paolasini: A settembre 2012, dopo aver preso parte allo spettacolo Il Signor Bruschino diretto da Teatro Sotterraneo per il ROF di Pesaro, Iacopo Braca mi ha proposto di partecipare alla webseries The Scape: io ho accettato subito, pensavo potesse essere un modo per avvicinarmi ancora di più al lavoro di Iacopo e dei Sotterraneo che mi interessava molto.
Durante il primo giorno di lavoro di The Scape ho incontrato Alessio Martinoli: personaggio ombroso di giorno e splendido di notte con cui è partita una chiacchierata durata tre giorni, tra canzoni e racconti di storie passate. Nel frattempo Iacopo stava iniziando un percorso nuovo, lontano dal mondo del teatro.
Alla fine di The Scape abbiamo deciso di partecipare al Premio Scenario: una prima esca lanciata a Iacopo – che dapprima non voleva parteciparvi – ma che poi ha proposto di realizzare un suo sogno. Nel sogno portava una grande palla sulla schiena mentre un’altra persona cercava di fermarlo con il lancio di farina, caffé…Iacopo è un visionario, riesce a filtrare tutto e a renderlo aulico!
Io e Alessio siamo andati a Scenario, abbiamo presentato la scena-chiave del sogno di Iacopo (che è anche la prima scena dello spettacolo Fight, ndr), ma abbiamo puntualizzato sin da subito che la nostra partecipazione aveva il solo scopo di porre tre domande alla giuria: «che rapporto c’è tra pubblico e attore?», «che importanza deve avere il pubblico per l’attore?», «vi siete mai chiesti che funzione avete?». L’ultima ha avuto questa risposta «è la domanda delle domande. Voi ve lo siete mai chiesti?» e noi abbiamo risposto «sì altrimenti non saremmo stati qui».
Il progetto vero e proprio si è consolidato tra febbraio e marzo 2013 quando Iacopo ha deciso di scrivere una scheda di presentazione per la produzione dello spettacolo. Una scheda di otto pagine, tante, troppe, perché tante erano le idee e la voglia di lavorare insieme. Pensavamo a una brandizzazione del progetto e per questo abbiamo avviato delle partnership: Residenza per anziani RSA Il Giglio di Firenze, l’Associazione Treedom – ente che si occupa della riforestazione e per il quale abbiamo creato il nostro Bosco Fight – e PokerStars (investiamo 50 euro nel poker… non si sa mai!).
Il primo tentativo di messa in scena di Fight dopo l’esperienza con Scenario è stato Fight_Un omaggio a Lenny Bruce: una performance da poter fare nei locali in stile Lenny Bruce, comico americano degli Anni ’50 e ’60, passato alla storia per aver piegato i rigidi sistemi del proibizionismo linguistico dell’America di quel periodo. Un’ora di spettacolo in cui parliamo di tematiche legate alla sessualità, alle questioni che ci appartengono in una dimensione di one man show per due attori. Ad Arezzo è venuta a vedere questo spettacolo Claudia Domenici che si è aggiunta al progetto, la cui tappa successiva è stata la 12 ore al Teatro Occupato di Pisa…
foto di Futura Tittaferrante
Come mai avete pensato di fare uno spettacolo di 12 ore? E come è andato questo passaggio? F.P. Volevamo uscire dalla logica di “primo studio, secondo studio”…ecc ecc. La voglia era quella di testare del materiale, creando una struttura ampia che potesse permettere di vedere la tenuta scenica e mettersi alla prova, come attori e come uomini. Da qui è natoFight_12 ore a Pisa.
Il materiale di improvvisazione aveva bisogno di una linea guida e Iacopo si è lasciato affascinare dalla biosofia, la filosofia che studia il ciclo della vita degli esseri umani. Rudolf Steiner definisce dei cicli della durata di 7 anni in cui le cellule tendono a rinnovarsi e noi siamo partiti da qui: abbiamo diviso le 12 ore in cicli di 7 anni, creando, ogni tre ore di spettacolo, un momento di condivisione col pubblico. Le scene dello spettacolo si mescolano a lezioni impartite da un Maestro Shaolin, a un concerto con musica dal vivo, alla vendita di chupiti, a una festa di compleanno, a un convegno sul tema dell’amore con l’intervento di un vero e proprio esperto chiamato appositamente. La 12 ore è stata filmata e i momenti migliori sono stati proiettati proprio come finale. I materiali dello spettacolo Fight. Prologo al Faust sono presi da qui.
foto di Futura Tittaferrante
Come si lega la vicenda del Faust a Fight? E Fight è una lotta contro che cosa? F.P. Fight nasce come tentativo di sopravvivenza dell’uomo oggi: come sopravvive l’uomo e come sopravvive l’attore stando in scena? Dando il tutto per tutto, trovando un modo per non risparmiarsi. Vogliamo far suonare in modo fresco la scena: la qualità è onesta, le emozioni sono le nostre; tutto quello che è in scena è frutto della nostra scrittura. Non c’è tempo di cambiarsi: non c’è tempo di velare; noi amiamo mettere a nudo gli attori, non spogliarli, e facciamo sì che le immagini siano sempre interpretate. L’idea è di lasciare degli spazi aperti perché qualcuno si sorprenda… è quasi un gioco per tornar bambini. Prologo al Faust è un primo movimento, un tentativo di Iacopo di tornare a lavorare sul testo, far risuonare delle parole potenti e antiche dentro un teatro. Il tentativo di sorprendersi e di farsi suggestionare da un territorio oscuro, un modo di rompere e uscire dal nostro passato; un’esigenza di buttarsi e di fare un salto nel vuoto.
La drammaturgia è molto particolare, direi quasi frantumata con al suo interno generi diversi, sketch che portano il pubblico continuamente dentro e fuori lo spettacolo… F.P. Tutto quello che stavamo creando erano i presupposti di mettere in scena il Faust, un Faust che sognasse: un po’ come il film Eternal Sunshine of the Spotless Mind diMichel Gondry con Jim Carrey e Kate Winslet, in cui le cose che a volte perdi vengono amplificate o diminuite dai sogni, diventano dei ricordi.
La drammaturgia utilizzata è il sogno di Faust, è il sogno dell’immortalità – un uomo che cerca e ricerca attraverso la mente ma che non riesce a risuonare attraverso il cuore.
Fight più che una lotta, sembra un tentativo di sopravvivenza… È un tentativo di rendersi immortale? Iacopo Braca: Siamo già immortali… Siamo nati da una stella esplosa che vagava nell’universo. Fight è il tentativo di far scontrare due visioni teatrali, mettere in risonanza Faust attraverso una visione, un sogno. L’illusione che ci accompagna quotidianamente, il velo di maya.
Da quello che mi raccontate, sembra che Fight sia legato indissolubilmente alla vostra vita, alla vostra realtà… Quali sono i prossimi passi? Sembra quasi abbia la struttura a episodi… Filippo Paolasini: Il prossimo step è il matrimonio di Iacopo! Iacopo Braca: Il fidanzamento di Filippo. La laurea di Claudia. Lo spettacolo di Alessio. Il progetto Fight deve adesso aggiustare dei pezzi e stringere dei bulloni. Lavorare sulla comunicazione e coinvolgere altre persone che hanno voglia ed entusiasmo per promuoverlo e venderlo. C’è ancora tanto da fare e da dire, alle volte bisogna osservare, fermarsi e capire come aggiustare il tiro per fare esplodere il gesto. Se non sai che cosa devi fare con una sedia in scena, rompila!
Si è chiusa la 56edizione del Festival dei 2Mondi di Spoleto e anche l’esperienza di E20umbria, l’aggregatore di blogger turistici e teatrali arrivati dalle diverse città italiane per restituire, attraverso la scrittura, gli spettacoli, i luoghi, gli artisti e l’atmosfera di un festival storico.
Perché Spoleto, perché i due Mondi? Come ha ben scritto in un altro approfondimento Roberta Ferraresi i due Mondi a cui si faceva un tempo riferimento, quello Italiano e quello d’oltreoceano, si sono ad oggi moltiplicati, aprendo ad altre possibilità, non solo territoriali (leggi l’articolo). Con E20umbria si è cercato di collegare ancora altri due mondi: quello reale e quello del web, quello tangibile e quello virtuale; un modo per arrivare a chi non vive il festival fisicamente, ma di riflesso ne legge; un modo altro di attraversare un mondo fondato sulla performance live; un modo per avere e lasciare una traccia che rimanga nel tempo, oltre che nella memoria di chi l’ha vissuto in prima persona.
Chiesa di San Salvatore
Si è cercato di bloccare schegge di tempo, emozioni, esperienze provando a tradurre in parole le escursioni nel territorio umbro, le passeggiate per i condotti spoletini, le mostre alla Rocca Albornoziana – edificio posto nel punto più alto della città, suggestivo e affrescato con dipinti del 1440 – o a Palazzo Collicola (ne abbiamo parlato in un parallelo tra Mark Morris e Gianfranco Chiavacci e nel Viaggio tra le mostre di Spoleto56), la bellezza eterea delle chiese longobarde, le note dei concerti che si sono susseguiti giorno dopo giorno (dal talentuoso Raphael Gualazzi all’orchestra della Scala diretta da James Conlon che ha chiuso il Festival con il concerto in piazza Duomo); ma soprattutto, mentre compito dei blogger turistici è stato quello di prendere avidamente tutto quello che veniva proposto a livello escursionistico, i blogger di teatro cercavano di incastrare il proprio calendario personale per vedere gli spettacoli dei grandi artisti attesi e passati per la 56edizione di Spoleto. Non stiamo a ripeterli tutti, qui trovate tutti gli articoli che Il Tamburo di Kattrin ha prodotto durante questa esperienza (link).
Parte interessante di questo progetto pilota è stato poter mescolare passeggiate per boschi a visioni di spettacoli teatrali e danzati, mostre a concerti, turismo culinario a scoperte dei beni storico-artistici di Spoleto, dove può capitare, per esempio, di entrare dentro una chiesa del 1700 e poi trovare un cripta risalente al 1200. Sugli spettacoli si sono riversate sensazioni e emozioni acquisite durante l’arco della giornata: impossibile scindere performance e territorio; le location mozzafiato hanno un’incredibile potenziale di suggestione che ricade su un pubblico storico che torna al Festival anno dopo anno, prendendosi ferie e vacanze.
Un progetto pilota che ha visto impegnata una grande quantità di energia, tra coloro che hanno ideato e20umbria e coloro che sono stati chiamati a partecipare. Kattrin ringrazia e saluta con affetto tutti i compagni di viaggio incontrati durante il Festival dei 2Mondi e coloro che hanno reso possibile questa esperienza!
Nato nel 1958 da un’idea del compositore Gian Carlo Menotti, il Festival dei 2Mondi si è da subito distinto per la sua particolarità nell’accostare discipline artistiche differenti durante una stessa manifestazione e in uno stesso luogo. Il Maestro aveva intuito che una città come Spoleto – collocata in centro Italia, non dispersiva e molto ricca culturalmente per il suo patrimonio storico-artistico – poteva accogliere un festival poliedrico, unendo tradizione e classicità, nuovo e contemporaneo. Grazie alle sue strutture e architetture – che vanno dalle chiese longobarde ai chiostri rinascimentali, dall’anfiteatro romano alla piazza mozzafiato del Duomo, dalla rocca albornoziana al ponte romano, dai palazzi signorili ai teatri restaurati, scrigni di piccoli gioielli – il Festival può ospitare in luoghi inusuali spettacoli di teatro o danza, concerti, convegni, istallazioni, film, mostre. E ognuna delle proposte “festivaliere” acquista un valore aggiunto proprio grazie alla location: scenografie naturali e antiche che si vanno a intrecciare con la natura viva e effimera del teatro. Uno spazio può raccontare molto più di quanto si pensa: è testimone unico di tutto quello che al suo interno è accaduto durante i vari anni, trasuda storie che si possono respirare, intuire o immaginare solo osservando le mura; basta varcare un portone, un cancello, scendere le scale ed entrare, mettersi in ascolto e sognare.
Proprio il tema del sogno si lega indissolubilmente a La trilogie des Iles, un progetto ideato, adattato e diretto da Irina Brook che, con il suo DreamTheatre, arriva alla 56edizione del Festival di Spoleto. Si rievocano mondi magici e lontani, luoghi fantastici e verosimili; sembra quasi che il titolo della rassegna umbra si rivolga non tanto all’Europa e all’America – come vuole la storia – ma alla realtà e al sogno, 2 mondi che si incontrano in pochissimi luoghi; il teatro è uno di questi.
All’interno della chiesa longobarda di San Simone, un’incredibile struttura ampia completamente vuota, fatiscente e affascinante, con mura scrostate e martoriate, prendono vita le tre storie di vendetta, perdono, amore e libertà che la figlia del grande Peter Brook propone con la sua compagnia. Una trilogia che attraversa le isole della letteratura chiamando in causa, per farlo, la fantasia dello spettatore e dei bravissimi attori che trascinano il pubblico, per un paio d’ore, con loro su quei posti dimenticati, in cui le vicende drammatiche, amorose e avventurose si susseguono. Non ci soffermiamo sul primo atto di questo progetto, L’Ile des Esclaves, su cui ha già riflettuto la nostra Rossella Porcheddu (leggi qui l’articolo), ma sui due successivi: Tempête! eUne Odyssée.
A colpire sin da subito del lavoro della Brook è che questa regista dà importanza a tutto quello che precede e segue lo spettacolo. Varcare la soglia di San Simone è come scostare la tenda di un circo francese d’altri tempi: al suo interno sono contenute storie, personaggi e oggetti sospesi in un tempo indefinito, che aspettano il loro turno per potersi animare e raccontare così la propria storia. Ai lati della passerella posta nella navata centrale ci sono infatti le scenografie proprie del capitolo successivo o precedente della trilogia: un modo per dare continuità a un progetto che ogni sera a Spoleto56 mette in scena una delle tre storie.
Circe – foto di Maria Laura Antonelli
Prova attoriale, rielaborazione drammaturgica, artigianalità, stupore e poesia potrebbero essere le parole chiave attorno cui ruota tutto il DreamTheatre: l’incredibile compagnia multietinica commuove, diverte, stupisce e fa riscoprire un lato interiore spesso dimenticato, facendo apprezzare i gesti e la magia delle piccole cose.
E allora Une Odyssée – tratto da Omero e particolarmente consigliato alle famiglie e ai ragazzi – può diventare la storia raccontata in stile rap da degli alunni che vivono le avventure di Ulisse e compagni sulla propria pelle, utilizzando una panca come nave e un telo azzurro come mare; rivisitando completamente in uno stile fiabesco, ironico e intelligente gli incontri dell’eroe che sconfigge Polifemo con delle pecore in peluche o i pretendenti di Penelope con una sfida di danza; dove una Circe hawaiana fa cocktail fatali, Hermes è un messaggero pasticcione e la regina dei Lotofagi è un’insegnante di yoga. Uno spettacolo chetermina con un pubblico entusiasta che scende le gradinate con foga per andare a complimentarsi direttamente con gli attori.
Tempesta – foto di Maria Laura Antonelli
Più elaborato e raffinato è Tempête!, rielaborazione originale e divertente tratta da Tempesta di Shakespeare: un vero e proprio gioiello in cui il teatro rapisce lo spettatore trasportandolo in un mondo che non c’è, dove Prospero è uno chef napoletano espropriato dal proprio ristorante dal fratello Alonso, Miranda è una dolcissima e semplice fanciulla a cui piace recitare in inglese i versi di poesie di Shakespeare e Byron, il suo innamorato Ferdinando un impacciato e allo stesso tempo ottimo cuoco, Ariel un trasformista, burattinaio e mago, Calibano un mostro dal cuore tenero e i marinai Trinculo e Stefano dei gran ballerini di musica hardcore. Il tutto inserito in una scenografia fatta con materiale di recupero e pentolame vario che offre la possibilità agli attori di dar vita, di volta in volta, a una tempesta fatta con carta stagnola accartocciata, a un racconto dove i personaggi sono ortaggi e verdure e a dei numeri di prestigio che creano continui momenti di stupore. Un teatro fatto dagli attori, ottimi e appassionati interpreti che si muovono altresì tra tecniche comiche, mimiche e circensi; un gruppo corale affiatato diretto da una grande donna, che ci fa credere che a volte, il teatro delle piccole cose è quello che più può suggestionare esperti del settore e non.
Una grammatica corporea precisa, puntuale, schematica e ritmata quella che la compagnia di Mark Morris ha presentato all’anfiteatro romano di Spoleto. Due ore in cui la danza ha trasmesso divertimento e ironia attraverso diversi pezzi coreografici riproposti qui per il Festival dei 2Mondi: 5 compositori per cinque coreografie debuttate rispettivamente a Boston (1999), Berkeley (2005), Lenox (2008), Becket (1999) e New York (1992). Per Spoleto56 Morris ha assemblato momenti e movimenti di spettacoli che hanno già ricevuto apprezzamenti dall’altra parte del globo e che ritrovano anche nello splendido anfiteatro spoletino calore ed entusiasmo.
Non esiste sudore né fatica – almeno all’apparenza – per i danzatori della Mark Morris Dance Group: sono instancabili e pieni di energia, i loro volti distesi e sorridenti mentre saltano e corrono, si sollevano e si colpiscono, cadono e si rialzano. 14 i ballerini si alternano sul palco accompagnati da tre musicisti, Colin Fowler al pianoforte, Owen Dalby al violino e Andrew Janss al violoncello, che eseguono partiture al metronomo in cui le note si trasformano in appendici corporee e diventano visibili proprio grazie ai movimenti dei danzatori.
Candleflowerdance – foto di Maria Laura Antonelli
Quattro coppie di ballerini, elegantissimi nel portamento e negli abiti, velluto nero per le donne e camicia e pantaloni per gli uomini, danno avvio alla serata con The argument su musiche di Robert Schumann. Nel dialogo tra uomo e donna il corpo delle ballerine sembra prendere allo stesso tempo due direzioni opposte: le braccia sono protese in avanti mentre il corpo retrocede, come a volersi discostare da quello che sta accadendo; cercano di difendersi e affermarsi battendo piedi o colpendosi l’una contro l’altro, ma in fondo si lasciano semplicemente trasportare dall’uomo senza voluttà, in un continuo retrocedere e abbandonarsi.
È dedicato alla grande studiosa Susan Sontag Candleflowerdance: su musiche di Igor Stravinsky i sei ballerini in scena – questa volta coloratissimi – eseguono passi all’interno di un quadrato segnato a terra. Una danza schematica e perfetta, un’esplorazione dello spazio che va ad offrire tutte le diverse possibilità legate a quella forma geometrica che diventa luogo altro. I corpi sembrano spostarsi seguendo una forza magnetica invisibile, attratti con il loro peso verso uno stesso angolo; cadono e si rialzano espandendosi e occupando poco alla volta tutta la superficie. Anche Excursions su musica di Samuel Barber segue degli schemi rigorosi, fino a quando prende campo il gioco e il divertimento, quasi infantile; il rigore si trasforma e dà vita a forme nuove, a un intreccio corporeo dalle numerosissime possibilità.
Un’opera di Gianfranco Chiavacci
In questa occasione la coreografia di Morris, il suo schematismo presente e proteso verso la creazione di altro e i colori accesi dei vestiti dei ballerini riportano in mente, per un’associazione del tutto soggettiva, i quadri astratti di Gianfranco Chiavacci, a cui è dedicata una retrospettiva a Palazzo Collicola di Spoleto. Il pittore pistoiese – presente nel bel spazio espositivo insieme a una temporanea di Schifano, Bucchi e Marras – ha dedicato la sua ricerca artistica al sistema binario, poi trasformando la sua ossessione per la bidimensionalità in tridimensionalità. Come affermava Chiavacci stesso egli aspirava a “un lavoro in cui ci fosse il massimo delle modificazioni possibili con una sintassi rigida, precalcolata”. Proprio quello che ritroviamo nelle coreografie di Mark Morris, dove la sintassi corporea è rigida ma apre a tantissime possibilità coreografiche.
Si abbandona “l’astrattismo alla Chiavacci” e si entra a pieno titolo nella modern dance americana con Silhouttes su musica di Richard Cumming, in cui due danzatori, dai corpi marmorei, protendono continuamente verso l’alto, con salti e giravolte in mezzepunte.
Ciò che più rimane impresso di questa serata è però l’ultimo pezzo presentato: il pubblico esplode in un fortissimo applauso di fronte al dirompente e accattivante Polka sulla musica di Lou Harrison. Sono tutti i danzatori in scena: in 14 girano in cerchio tra gesti animaleschi e feroci, come se volessero invocare degli dei; si colpiscono violentemente ventre e cosce con le mani, battendo i piedi a terra e sollevando poi le braccia in aria, inarcando il corpo e distendendosi, in un ballo che è quasi un rito sciamanico. Polka chiama, metaforicamente, dentro il cerchio lo spettatore, trasportandolo con forza in un immaginario mistico e misterioso.