Margherita Gallo si laurea in Tecniche Artistiche dello Spettacolo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi su IETM (International Network for Contemporary Perfoming Arts) e il funzionamento delle reti culturali europee. Attualmente frequenta il corso di perfezionamento CRPC di Fondazione Fitzcarraldo Torino e collabora con “Il Tamburo di Kattrin” dal 2011.
IETM è una rete internazionale e principalmente europea che lega tra loro circa 500 organizzazioni operanti nel campo delle arti performative contemporanee. Compagnie, teatri, festival, centri di produzione e diffusione di danza e teatro si danno appuntamento due volte l’anno in città e paesi sempre diversi (leggi l’intervista a Nan Van Houte, direttrice di IETM).
Questa volta, a distanza di dieci anni dall’ultimo incontro di Milano, è toccato nuovamente all’Italia ospitare lo Spring Plenary Meeting IETM 2015 e più precisamente a Bergamo Alta, che dal 23 al 26 aprile ha prestato i suoi spazi all’incontro di circa 650 operatori provenienti da tutto il mondo. Un’occasione ghiotta per molti professionisti italiani del settore per poter incontrare colleghi stranieri (leggi le interviste agli operatori). Associazione Etre è il partner locale con cui il network ha ideato e realizzato l’appuntamento lombardo che, non a caso, si è svolto in contemporanea al Festival Luoghi Comuni, annuale occasione di ritrovo per le compagnie di Associazione Etre.
Non solo working sessions e gruppi di lavoro, dunque, ma anche spettacoli della scena italiana contemporanea. Regeneration, questo il titolo dell’incontro promosso anche dal MiBACT, dal Comune di Bergamo e da Regione Lombardia: quattro giorni di riflessione per approfondire temi quali la sostenibilità, l’audience development, le politiche culturali e la valutazione.
Gli organizzatori hanno proposto questo tema a partire dalla riflessione sulla crisi economica che ha colpito duramente le organizzazioni culturali italiane e che può essere interpretata come una profonda depressione o come un’occasione per un nuovo Rinascimento. Imparare dal passato e creare un futuro sostenibile sono quindi le parole chiave di questo meeting che si è sviluppato in circa quaranta occasioni d’incontro tra assemblee, working groups, talks and listen, speak up, sessioni di approfondimento, mentor room.
Sul fronte degli spettacoli, poi, il festival si è articolato secondo due binari: un cartellone serale di spettacoli in città e quattro maratone teatrali in altrettante residenze lombarde.
REALITY – Compagnia Deflorian/Tagliarini. Foto di Silvia Gelli
HOW LONG IS NOW – Teatro delle Briciole. Foto di Marco Caselli Nirmal
Gli spettacoli sono cominciati il 24 con All Ways di Teatro delle Briciole, Reality della Compagnia Deflorian/Tagliarini, Alcesti di Zerogrammi, proseguendo il 25 con Konya di Santasangre,Peli di Quattroquinte e How long in now di Balletto Civile. L’ultimo giorno si è aperto con Lo splendore dei supplizi di Fibre Parallele, seguito da Hand Play di 7/8 Chili e Untitled di Alessandro Sciarroni.
Nelle serate in residenza invece, sono andate in scena le compagnie di Associazione Etre: Campsirago Residenza con Scarlattine Teatro, Nudoecrudo Teatro, Riserva Canini, Sanpapié, Qui e Ora, Collettivo Pirate Jenny; Residenza Idra con Teatro delle Moire, Reidenza Idra/InBalia, delleAli, Teatro Magro; Torre dell’Acquedotto con Aia Taumastica, ilinx, Atir Teatro Ringhiera; Teatro IN-stabile con Teatro Periferico e Teatro IN-Stabile. Difficile dire quali saranno i frutti di questa quattro giorni bergamasca, anche perché i contatti che si raccolgono durante i meeting IETM vanno poi coltivati con costanza e dedizione. Certo è che l’occasione non è stata né scontata né da sottovalutare: quanto costerebbe a un singolo operatore provare a incontrare anche solo dieci suoi colleghi in Italia o in Europa? Molto ovviamente, in termini di denaro, tempo e spostamenti. Poter dialogare in modo informale nell’arco di qualche giorno con una gran quantità di operatori permette, nei casi più fortunati, di trovare partner per progetti europei o scambi di spettacoli e residenze, ma soprattutto consente di cogliere prospettive nuove, provenienti da Paesi in cui la crisi ha colpito più o meno rispetto al territorio nazionale. Lo scambio con realtà diverse è sempre un’occasione di crescita, di apertura, di più profonda comprensione e forse innesca quella creatività che permette di trovare soluzioni migliori a problemi sempre più complessi.
Dal 23 al 26 aprile si è tenuto a Bergamo il Festival Luoghi Comuni nella speciale edizione dello Spring Plenary Meeting IETM 2015, una delle due riunioni annuali del network europeo dedicato alle performing arts. Abbiamo sfruttato la tre giorni bergamasca per incontrare numerosi operatori di danza e teatro sia italiani che stranieri a cui abbiamo potuto rivolgere una semplice domanda:
«Come questi giorni d’incontro possono essere utili al vostro lavoro?»
Ecco come ci hanno risposto!
IETM Spring Plenary Meeting, Bergamo
Per incontrare nuove persone ma soprattutto per capire come possono funzionare progetti in rete al di là dei progetti europei. Marina Petrillo Teatro della Tosse Segreteria Direzione Artistica Italia
Sono utili per incontrare una comunità che si occupa di danza. Stiamo infatti condividendo un progetto con potenziali partner. Inoltre partecipiamo a discussioni che travalicano i confini nazionali e scopriamo la vera realtà dell’Europa. Kamma Siegumfeldt Dansehallerne Project leader, info/communications officer Danimarca
È la settima volta che partecipo ad un meeting IETM. Li trovo molto interessanti e utili perché ci si incontra con persone che operano in modo affine ma in contesti diversi. Ricevo molti input per trovare soluzioni diverse e prendere decisioni migliori che posso proporre nel mio paese d’origine. Carlos Costa Visoes Uteis Co-direttore artistico
Portogallo
Sono interessanti le connessioni che si creano con altre compagnie per fare assieme progetti europei, anche se questo non è un processo rapido, ma richiede tempo e costanza. Claudine Van Beneden Nosferatu Direttore artistico
Francia
Mi sta aiutando a sviluppare delle idee e degli scambi di residenza a livello internazionale. Ho infatti invitato nel mio spazio alcune compagnie che ho incontrato qui. Fridolin Hinde Ufafabrik Vice direttore generale
Germania
È la prima volta che vengo e per ora mi limito a cercare di capire come poter sfruttare questo tipo di incontri e working group. Posso sottolineare che l’informalità del meeting è un grande facilitatore di incontri. Martina Merico Festival di Santarcangelo Organizzazione e logistica
Italia
IETM Spring Plenary Meeting, Bergamo
Incontrarsi di persona è molto più stimolante e proficuo che scriversi attraverso mail. Qui si incontrano punti di vista talmente differenti che si acquisisce una visione quasi globale. Inoltre mi aiuta perché incontro persone con problemi simili ai miei che hanno trovato soluzioni utili e che potrei traslare nel mio contesto. Spyros Andreopoulos Motus Terrae Theatre Direttore artistico
Grecia
È un modo per incontrare nuovamente persone lontane ed è utile soprattutto umanamente. In più in questo preciso frangente si ha una buona panoramica della situazione italiana. Silvia Gribaudi Artista
Italia
Per me è interessante perché incontro altri programmatori europei e in questo caso specifico ho ottenuto dei nuovi contatti con l’Olanda, per me molto importanti. La parte informale dei meeting è fondamentale. Isabella Lagattolla Festival delle Colline Torinesi Direzione organizzativa e comunicazione
Italia
La mia compagnia è membra di IETM dal 2009 e ormai conosciamo bene la realtà del network. Questo tipo di incontri ci ha aiutato nelle nostre tournée europee. Questa è anche una buona occasione per vedere le compagnie italiane. Valeriya Kilibekova Art&Shock Theatre Development and Strategic Marketing Consultant
Kazakistan
Di questi incontri trovo poco utili le sessioni di lavoro e molto utili invece, sia umanamente che professionalmente, le situazioni informali che si creano spontaneamente. Nicolas Rosette Theatre Nouvelle Generation Direzione sviluppo
Francia
I meeting IETM sono utili per vari aspetti: dal punto di vista personale per gli incontri informali che si creano, da un punto di vista riflessivo perché le working sessions stimolano la circolazione delle idee e favoriscono la partecipazione e infine per il rapporto con gli artisti che qui a Bergamo è duplice, ci sono infatti sia gli spettacoli che le serate di approfondimento delle residenze. Fabrizio Grifasi Romaeuropa Direttore generale e artistico
Italia
Questo per me è il secondo meeting e partecipo per cercare di trovare partner europei e soprattutto per comparare la gestione di spazi indipendenti simili al mio. Abbiamo preso appuntamenti con buoni feedback. Questo meeting in particolare è stato fruttuoso perché ci ha permesso di incontrare molti teatri e organizzazioni nazionali in una volta sola con un grande risparmio di tempo e denaro. Claudio Autelli Lab 121 Direttore artistico
Italia
In occasione di Luoghi Comuni Festival/Spring Plenary Meeting IETM 2015 abbiamo intervistato Nan Van Houte, direttrice del network IETM che si riunisce a Bergamo dal 23 al 26 aprile. IETM è una rete internazionale di circa 500 organizzazioni che si occupano a vario titolo di arti performative contemporanee ed ha come scopo principale quello di facilitare lo scambio e l’interazione tra le varie realtà che la compongono.
Cosa si aspetta dal meeting IETM di Bergamo?
È sempre difficile dire cosa aspettarsi da un Plenary Meeting IETM. L’incontro di Bergamo presenta una gran varietà di working sessions su temi interessanti e cruciali, diversi format allettanti per incontrare colleghi internazionali e una grande offerta di spettacoli e itinerari artistici. Il programma è concepito in stretta collaborazione tra l’ufficio di Bruxelles e gli organizzatori locali di Être, che conoscono il contesto italiano molto bene.
Al tempo stesso, dipendiamo totalmente dai nostri membri, dai partecipanti: sta a loro il 50% del successo. Se avranno un buon atteggiamento, se contribuiranno alle discussioni (e perché non dovrebbero?), siamo sicuri che sarà un grande meeting, con molti partecipanti soddisfatti che andranno a spasso per la meravigliosa Bergamo Alta.
Quante organizzazioni del Sud Europa partecipano a IETM? Rispetto alle organizzazioni del Nord Europa, è più difficile per loro prendere parte al network? È decisamente più difficile partecipare a un meeting IETM se si ha a disposizione un piccolo budget. Questa difficoltà non è necessariamente connessa a una regione, ma ovviamente abbiamo constatato che la crisi ha colpito maggiormente l’area del Mediterraneo rispetto al Nord-Ovest d’Europa.
Per compensare i tagli di budget, IETM sta cercando di organizzare uno dei suoi due meeting annuali in uno di questi Paesi.
Inoltre, abbiamo una strategia di borse di viaggio, sostenuta dalle nostre quote associative annuali e dal contributo di Creative Europe, che ci permette di aiutare quei membri che non possono permettersi i costi di viaggio e alloggio per partecipare alle nostre attività. E da diversi anni ormai abbiamo il sostegno dell’Istituto Francese di Belgrado che supporta le persone provenienti dall’area balcanica.
Al momento ci sono 85 organizzazioni dall’area del Mediterraneo e del Mar Nero (su 500 in totale). Negli ultimi anni abbiamo organizzato i meeting in Grecia e Bulgaria dove abbiamo potuto raggiungere molte organizzazioni oltre ai nostri membri. Lo stesso varrà per il meeting italiano.
Quali sono gli scopi di IETM per il futuro? Cosa volete realizzare nei prossimi anni? IETM mira a rafforzare le arti performative contemporanee nella loro pratica quotidiana, fornisce opportunità per collaborazioni internazionali e la mobilità degli artisti, ed è un ambasciatore delle suddette arti in diverse piattaforme.
I nostri membri stanno facendo fronte a molte sfide in questo momento, quindi rafforzarle ora è molto più complesso rispetto a dieci anni fa. Cerchiamo di aiutare le organizzazioni ad adattarsi alle misure dell’austerità e ai tagli di budget, fornendo loro informazioni e occasioni di workshop su come creare nuove strutture manageriali, modelli di business e su come trovare risorse alternative. Facciamo emergere buone pratiche nel campo delle digital arts intese come compagne delle performing arts, allo stesso modo facciamo ricerca sull’impatto della digitalizzazione sul comportamento dei nostri pubblici, ecc… Discutiamo e informiamo sulle minacce alla democrazia e alla libertà di espressione, attiriamo l’attenzione sugli impatti positivi delle pratiche artistiche che coinvolgono gruppi o comunità minacciate da tendenze nazionaliste, politiche protezioniste o fanatismo religioso.
E, nel frattempo, tentiamo di influenzare i decisori perché si rendano conto del valore dell’arte in un’era che vede l’economia come il maggior motore e la via di salvezza del genere umano.
Commissioniamo ricerche e pubblicazioni, offriamo programmi formativi e, prima di tutto, costruiamo ponti, facciamo incontrare e uniamo le persone, perché siamo convinti che un meeting internazionale sia il modo migliore per far muovere la gente, sia fisicamente che mentalmente e nelle sue attività.
Infine, ovviamente, vorremmo vedere le arti performative contemporanee riconosciute in ogni parte d’Europa come una forma d’arte estremamente umana, che aiuta la società ad imparare, a dare valore all’imprevisto e ad affrontarlo meglio.
Dal suo particolare osservatorio, che impatto ha avuto la crisi finanziaria sulle organizzazioni culturali? La crisi ha colpito il settore artistico in modo non uniforme e credo che tra i vari settori quello che ha ricevuto il colpo più duro sia proprio il settore delle arti performative contemporanee.
In alcuni Paesi, dove le arti contemporanee sono rappresentate solo dal cosiddetto settore “indipendente”, le compagnie hanno perso tutto il loro supporto pubblico.
È fantastico vedere come, stando ai nostri dati, i numeri di pubblico non siano crollati. Ma questo non compensa i sussidi persi e i budget ridotti che hanno ovviamente un impatto, sia artisticamente che dal punto di vista gestionale e organizzativo: assistiamo a una riduzione dei costi che si concretizza in più assoli, più collaborazioni con non professionisti, più performance in spazi pubblici (che hanno il merito di raggiungere nuovi spettatori, non solo di ridurre i costi). Inoltre, per quanto riguarda le risorse umane… molti si stanno esaurendo.
Cosa si aspetta dal teatro italiano che vedrà a Bergamo? Sono emozionata di avere l’opportunità di conoscere questo campo un po’ meglio. Devo ammettere che ho perso la cognizione di molte compagnie negli anni ’90, ad eccezione di pochi artisti molto conosciuti.
Esplorando B.Motion Teatro > Color Teatri – Ailuros @polis
Un tentativo di attraversare gli spettacoli di B.Motion Teatro 2014: una rete di questioni, temi, rimandi e pensieri intorno ai lavori in programma al festival. Con la collaborazione di artisti, ospiti, operatori e spettatori.
A conclusione del triennio che li ha visti dirigere il Festival Internazionale di Teatro in Piazza di Santarcangelo, abbiamo incontrato Silvia Bottiroli e Rodolfo Sacchettini per farci raccontare l’edizione 2014 e la loro visione del futuro.
Quali sono state le linee guida di questo triennio da voi diretto? RS Un lavoro non solo sul Festival ma anche sull’annualità con la realizzazione di Anno Solare: non una stagione teatrale, ma una serie di attività organizzate all’insegna del lavoro con le compagnie, della loro crescita e delle residenze. Il progetto è stato anche un grande lavoro di relazione con la cittadinanza, perché abbiamo visto quanto sia stato fondamentale tenere la brace accesa tra un’edizione e l’altra. Questo era uno degli obiettivi iniziali e siamo contenti di averlo portato a termine. Una seconda questione è la dimensione internazionale: abbiamo lavorato per far sì che Santarcangelo potesse essere una finestra su altri mondi e su nuovi percorsi e che lo facesse in modo capillare come se si stesse lavorando con dei gruppi italiani. Guardare all’Europa con uno sguardo che fosse nostro e con un atteggiamento di grande ascolto nei confronti di ciò che sta succedendo in questi anni.
Come avete concretizzato questo lavoro con la dimensione internazionale? RS Oggi, secondo me, per proporre un discorso culturale di un certo spessore, non si può che avere un orizzonte cosmopolita. Bisogna fare esperienza di ciò che accade fuori per capire anche ciò che ci passa accanto. L’anno scorso abbiamo avuto la possibilità di avvalerci della collaborazione del curatore Matthieu Goeury. Con lui non abbiamo lavorato come con un consulente esterno, ma in ottica di collettivo e in forte condivisione. C’è poi una serie di progetti in cui il lavoro straniero non è stato semplicemente importato, ma è stato reinventato e riadattato alla situazione italiana. L’anno scorso è stato il caso di Lotte Van Den Berg, quest’anno il caso di Sarah Vanhee. Si tratta non tanto di ospitare un artista, ma di creare assieme un rapporto proficuo in termini produttivi. Come dice Ernesto De Martino credo che per essere cosmopoliti bisogna avere un “villaggio nella memoria”. Bisogna avere cioè un proprio punto di vista, radicale. E il punto di vista di Santarcangelo è la sua storia, “eroica” per quanto riguarda il teatro.
foto di Ilaria Scarpa
In cosa siete riusciti a far emergere le forme del radicalmente nuovo? RS Io credo che in questi tre anni Santarcangelo abbia detto alcune cose su più livelli: innanzitutto ha ripensato a una forma di Festival che fosse molto intrecciata alla città. È così da sempre, ma abbiamo ragionato sulla tipologia di relazione da inventare di volta in volta. Secondo noi la relazione tra Festival e territorio di riferimento non può essere una relazione orizzontale, ma triangolare. Ci deve essere un punto d’incontro che sono gli artisti, le opere che si fanno, lo spazio e il tempo che inventiamo. Tra città e Festival ci deve essere il desiderio di fare un passo l’uno verso l’altro. Lo stesso deve accadere con la comunità degli artisti: Santarcangelo è un luogo che fa parte della storia di tante persone. Questo posto per tanti artisti, tecnici, operatori del settore, critici, spettatori è stato il luogo dell’inizio e il luogo in cui nascono le cose, è il luogo del nuovo, della nascita di qualcosa che ancora non si conosce. Solo lasciando passare del tempo potremo sapere cosa è nato in questi anni, sapendo che oggi tenere viva una fonte di questo tipo è difficilissimo, c’è bisogno di tantissimi ingredienti: il desiderio di molti di essere qui, la scoperta, la meraviglia, la diversità, i valori artistici, una condizione economica e una politica che ti permettano di fare tutto questo.
SB I passaggi in cui abbiamo lasciato che qualcosa di nuovo accadesse sono stati i momenti in cui abbiamo fatto un passo di lato o indietro e siamo riusciti a creare un vuoto perché qualcosa di altro potesse accadere. L’esempio più calzante è l’utilizzo che abbiamo fatto della piazza. Nel passaggio dal primo al secondo anno abbiamo innovato un approccio già riconoscibile: abbiamo spostato l’orizzonte di quello che presentavamo o la drammaturgia di quello che accadeva nelle serate aumentando il rapporto con il pubblico e il livello dell’incontro tra un teatro contemporaneo e una platea indifferenziata. Quest’anno invece abbiamo deciso di lasciar andare la piazza, cioè di togliere il teatro da quello spazio perché potesse esistere come luogo in sé. Qualcosa è accaduto con il lavoro di Mael Veisse e le sue sedie dislocate nello spazio perché il suo approccio al luogo e all’architettura porta degli elementi ma li lascia anche liberi di muoversi. La dinamica in sé è molto semplice: le persone vivono la piazza come una piazza ma in modo molto più intenso di quanto fanno normalmente. Ora è il luogo di una laboriosità dove si riparano le biciclette, i bambini giocano, i turisti si fermano e così via, e questo a me comunica il grado di nostalgia che lascerà quella piazza che nell’ordinario non riuscirà a esistere. Il nostro punto di vista curatoriale ci ha permesso di fare un passaggio di sottrazione, togliere il teatro da lì e lasciare lo spazio aperto.
La componente politica attraversa la programmazione del Festival. La forma stessa del Festival e la sua relazione con la città ha una sua componente politica intrinseca, indaghiamola. RS È un Festival che lavora su una diversità e che pone delle domande a una minoranza. Santarcangelo è nella sua natura uno spazio per il teatro di ricerca e ha questo tipo di esigenza radicale: non fare scelte facili, ma scegliere ciò che comporta rischio e sperimentazione. In altri contesti il condizionamento politico e di pubblico è enorme, mentre Santarcangelo garantisce di venire in un luogo vivo, di avere molta attenzione sia da parte del pubblico che degli addetti ai lavori, di avere degli spazi molto belli ma non teatrali e quindi costringe gli artisti a reinventare e riadattare. A Santarcangelo vorremmo costruire un certo spazio di libertà dai ricatti dell’oggi che sono dei vincoli micidiali legati soprattutto ai dettami dell’economia e della comunicazione. Oggi come oggi il mondo si è miniaturizzato, la crisi spaventa e comporta chiusura e minore assunzione di rischio. In una situazione di crollo e di grande confusione anche artistica, credo ci sia un bisogno disperato di luoghi in cui si prova ad andare in controtendenza e si prova a far accadere delle cose, con il margine ovvio del presente incontrollabile. Intanto però si cerca di creare le condizioni utili alla nascita, alla crescita e alla vita di esperienze nuove.
SB Accanto a questo, la forma di Festival veicola di per sé una politica delle relazioni, della cura, parole abusate ma centrali. È una politica effettiva e concreta: diciamo spesso che il Festival per dieci giorni è il sindaco della città, mentre il sindaco diventa spettatore. Il Festival rivolge delle proposte, o degli inviti, su come vivere assieme: bici, acqua, luoghi d’incontro, dove e come si mangia. Ed è una politica che tiene assieme tante realtà diverse, artisti, lavoratori, cittadini, spettatori…
foto di Ilaria Scarpa
Edizione 2014: teatro, danza, cinema, incontri, architettura… RS In questi tre anni, per varie ragioni, abbiamo implementato l’aspetto delle alterità rispetto al teatro. Noi abbiamo uno spazio e un tempo definito e delimitato e in questi dieci giorni vogliamo costruire un piccolo mondo, una polis, in cui ovviamente ci deve essere tutto, in un momento di festa che ha bisogno di sregolatezza: orari, densità di relazione, energia sono accelerati rispetto alla quotidianità. Secondo me c’è bisogno di questo per fare esperienze. Inoltre, da un punto di vista artistico, il lavoro deve essere complesso, per essere all’altezza delle domande dell’oggi: bisogna mescolare e incrociare le cose. L’elemento del linguaggio ibrido è fondamentale ormai da tempo, ma sempre più necessario è l’approccio ibrido a monte.
SB Abbiamo avvertito il bisogno di andare a cercare oltre quella dimensione performativa che il Festival già ha, sapendo che questi nuovi elementi sarebbero stati inseriti in una struttura e un’architettura che sono performative in sé. La forma Festival, abbiamo imparato, può contenere elementi molto diversi. Abbiamo cercato incontri al di fuori del teatro anche perché ci sembra che in questo momento il teatro stesso abbia bisogno di guardare fuori da sé. Gli artisti hanno bisogno di uscire da una dimensione rappresentativa e il Festival può essere l’occasione giusta per farlo date le sue caratteristiche. In alcuni casi per noi è stato importante invitare direttamente alcuni artisti a compiere una serie di incontri, in altri casi, quell’altro a cui il teatro guarda è la realtà nel suo senso più esplicito e politico.
Cosa ti auguri di aver portato di nuovo che possa proseguire nel futuro del Festival? RS Il futuro del sistema teatrale generale mi sembra molto nero… stanno crollando molte cose e ci sono tantissimi problemi. Le fondamenta stesse stanno cedendo, ma ci sono delle situazioni che provano a crescere. Santarcangelo in questi ultimi anni ci ha provato. Siamo partiti dopo un triennio diretto da artisti. Un triennio in cui il Festival è stato “salvato” da tre compagnie storiche della regione che hanno messo al centro della programmazione la loro ricerca artistica. Nei tre anni successivi abbiamo provato a lavorare in maniera meno verticale e con un’idea di curatela molto aperta alle diversità, di cui c’è un disperato bisogno secondo noi. Dopo tre anni di lavoro, secondo me è chiara una cosa: per raccogliere dei frutti c’è bisogno di tempo e di relazioni che nascono anni prima. Questo è da tenere ben presente per il futuro. Come secondo aspetto direi la natura di questo Festival: un luogo dove la sperimentazione e gli incroci possano continuare a essere praticati. Un luogo di diversità, energie giovani, crescita. Altrimenti si normalizza con i tanti altri festival che già esistono. Il valore della diversità della storia di Santarcangelo è un cardine da preservare.
SB Mi sembrano importanti soprattutto due aspetti. Il primo è la dimensione internazionale: Santarcangelo è un Festival che mette in contatto una certa realtà internazionale con una località molto specifica. Qui la temperatura di quest’incontro è molto particolare ed è una responsabilità averne cura, per costruire un’internazionalità che non sia solo un cartellone con molte presenze straniere, ma un lavoro comune con persone e realtà che hanno altre provenienze. In secondo luogo la dimensione del rapporto tra gli artisti e la città: è facile creare sulla carta a priori delle condizioni per un progetto e poi con questioni minuscole, nella pratica, spegnere proprio i fuochi di quei progetti, mentre in questi anni credo che abbiamo saputo far nascere certi percorsi, far accadere certi incontri, alimentare certi incendi.
Il campo veneziano è storicamente oggetto di studio da parte dell’architettura come prototipo di spazio pubblico. Anticamente concepiti come retro di palazzi e chiese, si accedeva infatti sia nei luoghi pubblici che in quelli privati esclusivamente dalle porte d’acqua, i campi si sono evoluti fino a diventare il centro della vita cittadina e il luogo in cui si raccoglieva il bene più prezioso per la comunità: l’acqua piovana.
Public Intimacy di Iris Erez
È a partire da cinque campi veneziani che si sviluppa il filone Agorà della Biennale Danza 2014 diretta da Virgilio Sieni. Il 26 giugno in Campo San Maurizio i nove performers di Public Intimacy condotto da Iris Erez hanno restituito al pubblico il risultato del loro lavoro.
Lo spazio pubblico per definizione è diventato occasione per riflettere sul limite che separa, o forse non separa più, la sfera pubblica da quella privata e legata alla singola intimità.
La coreografa e interprete israeliana ha interrogato performer e spettatori sulla metamorfosi in atto grazie, o a causa, dell’evoluzione dei social network e delle nuove tecnologie a disposizione della massa.
Un perimetro circolare delimita lo spazio dell’azione in cui ogni danzatore si muove autonomamente. I movimenti sono accompagnati da frasi lanciate nel vuoto: piccole descrizioni di “stato” tratte dalla quotidianità di Facebook ed espresse in modo quasi completamente sconnesso.
È la piattezza delle voci a colpire il pubblico, il tono uniforme che non si accorda emotivamente ad alcun contenuto e rende perciò la comunicazione inespressiva.
Cambiando il codice, dall’alfabeto al movimento corporeo, e il luogo, dalla piattaforma virtuale a un’ambientazione fisica, l’effetto che si osserva è di straniamento, di incomunicabilità, di caos e di buffa quanto dolorosa solitudine.
Let’s Play di Stian Danielsen
Prende spunto dal luogo aperto, ma a partire, questa volta, dalla sua dimensione ludica, il lavoro di Stian Danielsen con quattro giovanissime interpreti vicentine: Let’s Play.
Il lavoro fa parte della sezione Vita Nova, un progetto di creazione e formazione rivolto a danzatori tra i 10 e i 15 anni che vede coinvolti sei coreografi italiani ed internazionali: Cristina Rizzo, Adriana Borriello, Helen Cerina, Virgilio Sieni, Simona Bertozzi/Nexus, Stian Danielsen. Il coreografo norvegese crea una composizione pensata per quattro danzatrici nella fase evolutiva tra l’infanzia e la vita adulta e propone come punto di partenza e di riflessione corporea il gioco di strada. Un gioco che si può fare solo in gruppo, attraverso l’interazione tra più soggetti e seguendo regole non scritte molto precise e codificate. Un semplice “Un Due Tre Stella” può diventare coreografia espressiva, così come i canti, le filastrocche e i ritornelli che intonano i bambini per cullarsi e passare il tempo.
Uno squarcio di vita da campo o piazza traslato in teatro.
Al termine del Festival Luoghi Comuni 2014 Play With Us a Mantova, dopo aver intervistato Laura Valli [leggi l’intervista], abbiamo incontrato Silvia Bovio, responsabile organizzativa di Associazione Être. Un insolito e interessante sguardo sull’evento, raccontato da chi ne ha curato l’organizzazione.
Quanti mesi di lavorazione sono serviti per costruire la tre giorni mantovana? S.B. Per organizzare Luoghi Comuni, che si svolge a marzo, si comincia in luglio partendo dalla scelta della città. Si iniziano a fare tra luglio e settembre i primi incontri con le istituzioni locali e ci si divide il lavoro con la residenza. Être fa la supervisione generale, si occupa della comunicazione, della raccolta fondi e sponsor, della scrittura del bando interno e della giuria che sceglie gli spettacoli. Fatto questo si costruisce il palinsesto. La residenza invece segue autonomamente la parte legata agli spazi, alla tecnica e alla logistica, preoccupandosi delle convenzioni con alberghi, ristoranti e spazi da utilizzare.
foto di Pietro Colombo Leoni e Flavio Moriniello
Gli artisti propongono il contenuto, ma l’organizzazione allestisce il format e il concept dell’evento nel suo complesso. Qual è il suo punto di vista sulla formula di Luoghi Comuni 2014, in relazione alla presenza di pubblico e addetti ai lavori? S.B. Anche se quest’anno ci siamo concentrati sul pubblico, ci siamo resi conto che il Festival ha ormai raggiunto un certo grado di affezione tra gli operatori. In quest’edizione abbiamo inserito anche il biglietto a pagamento per loro che è senza dubbio un fattore motivante. Certamente sarebbe stato efficace e forse più vincente aprire il festival solo al pubblico, ma è stato comunque utile per notare alcune differenze di reazione tra addetti ai lavori e non: nello spettacolo di Ilinx Machine ad esempio (performance per quattro spettatori e tre attori che compiono assieme un viaggio in macchina, ndr) c’è un momento in cui i performer rimangono immobili e l’azione sembra interrompersi. In quella “pausa” il pubblico aspetta curioso l’azione successiva degli attori, l’addetto ai lavori in molti casi pensa che sia la compagnia ad aspettarsi una reazione dello spettatore.
In questa edizione si sono visti molti spettacoli in spazi non teatrali; da un punto di vista strettamente organizzativo questo cosa comporta? S.B. Quest’anno il tema ci ha naturalmente portati in spazi in cui il teatro non si fa mai. Abbiamo fatto inizialmente dei sopralluoghi prima ancora di sapere quali sarebbero stati gli spettacoli e chiedendo alla residenza di mostrarci tutti i luoghi della città che a loro avviso potessero essere utilizzati. Siamo partiti da quelli teatrali, luoghi legati all’arte o spazi chiusi come sale comunali. Poi abbiamo dato alle residenze le foto degli spazi raccolti, chiedendo loro di comunicarci se avessero avuto bisogno di spazi specifici. A quel punto abbiamo cercato altri spazi come il bar, il ristorante, il circolo ufficiali. In alcuni casi c’è stato bisogno di riadattare gli spettacoli: Teatro delle Moire ad esempio ha concepito Elvis’ Stardust come performance da svolgere in un distributore di benzina, ma a Mantova avevamo l’esigenza di proporre lo spettacolo in centro storico quindi l’abbiamo inserito in un negozio di arredamento.
Che tipo di lavoro fa con le compagnie e qual è il suo punto di vista nei loro confronti? S.B. Il presupposto da cui partire è che l’associazione non è il primo impegno delle compagnie. Il loro lavoro è innanzitutto la residenza e per questo noi che lavoriamo in Être spesso ci troviamo a rincorrere le singole residenze. La cosa più difficile è raccogliere le informazioni utili per organizzare al meglio il festival. Dipende poi molto dal motivo per cui le varie residenze partecipano all’associazione. Alcune l’hanno fondata, altre hanno vinto il bando Cariplo in un secondo momento, c’è chi crede molto nel lavoro di rete e riesce a farlo bene, chi invece è più in difficoltà perché non ha un organizzatore o ha fasi artistiche ed economiche alternate.
foto di Pietro Colombo Leoni e Flavio Moriniello
Come sarà organizzato il prossimo Luoghi Comuni/Spring Meeting IETM? S.B. È ancora davvero presto per poterlo dire. Sicuramente non sarà riservato solo alle compagnie di Être perché il meeting non è un evento provinciale o regionale, ma nazionale. Presenteremo una selezione della proposta artistica che ci sarà in Italia il prossimo anno: una sfida davvero dura! Dallo scorso novembre abbiamo chiamato degli operatori, degli organizzatori e dei direttori artistici che ci dessero dei consigli. Abbiamo creato dei tavoli di lavoro focalizzati sulla diffusione del progetto che deve essere incisivo già da ora e sulla gestione dei rapporti che vogliamo avere con gli operatori internazionali. Ci siamo poi chiesti che ruolo dovessero avere le residenze e stiamo pensando di organizzare un Social Program: un tour delle residenze in Lombardia da fare prima dei tre giorni di meeting.
Anche nell’edizione appena conclusa ci sono stati molti eventi collaterali: Play the map, Play with food, Play around, Play with Mentor, Play the Music. Perché avete deciso di farli? S.B. Dopo l’edizione 2012 a Bergamo (Let’s Keep in Touch, ndr) abbiamo approntato un questionario interno alle compagnie della residenza e nella parte di consiglio molte di loro ci hanno detto che erano mancate proprio le occasioni informali di incontro: tra di noi, tra gli operatori, con il pubblico. Forti dell’esperienza maturata in questi anni di partecipazione in IETM, dove la parte di Social Program è fondamentale, abbiamo inserito nel programma tutta questa serie di eventi legati al pubblico e alla scoperta del territorio. Abbiamo pensato che, oltre al teatro, fosse giusto valorizzare le specificità della città che ci ha ospitati. Anche perché, a ben pensarci, Être è prima di tutto un insieme di compagnie che lavorano con il loro territorio.
In occasione di Luoghi Comuni Festival 2014 Play With Us abbiamo incontrato Laura Valli, Presidente di Associazione Être. In un ristorante del centro, al termine dello spettacolo della sua compagnia Qui e Ora, le abbiamo rivolto qualche domanda per avere il suo parere sul festival e farci raccontare in anteprima la progettazione del prossimo Luoghi Comuni – Spring Meeting IETM 2015.
foto di Pietro Colombo Leoni e Flavio Moriniello
Partiamo dal format del festival: tre giorni con molti spettacoli in luoghi della città come un bar, un ristorante, una macchina, un negozio e un focus specifico sul pubblico. Quali sono le sue considerazioni in merito al pubblico del festival? L.V. La prima riflessione riguarda il format festival che comporta ovviamente la presenza di operatori, critici e altre compagnie. Con questo tipo di pubblico c’è una specie di filtro mentre con gli spettatori non addetti ai lavori l’impatto è immediato. Questo format è secondo me molto interessante e sarebbe bello poterlo replicare in comuni, magari anche più piccoli rivolgendosi ai soli abitanti. Abbiamo sperimentato con il nostro lavoro in residenza come questo tipo di utilizzo degli spazi urbani non solo avvicini le persone al teatro, ma dia buoni frutti in termini di fidelizzazione del pubblico. Un po’ alla volta, molte residenze stanno facendo queste esperienze e credo che sperimentando possiamo cominciare a rompere alcuni schemi mentali e modi standardizzati di andare a teatro o frequentare i festival.
Come sono stati selezionati gli spettacoli presenti? L.V. Abbiamo una commissione interna che stabilisce dei criteri, invita le compagnie a presentare un progetto e poi seleziona tra gli spettacoli quelli che parteciperanno al Festival. Quest’anno le residenze hanno spontaneamente proposto lavori attinenti al focus. Non sono necessariamente spettacoli andati in scena per la prima volta – Illinx ad esempio ha portato un lavoro di 7 anni fa che era però assolutamente giusto per il tema che abbiamo scelto. Ed è proprio questo filo rosso che ci permette di stare assieme nello stesso festival pur facendo tipi di teatro che sono spesso molto diversi tra loro.
Cosa si aspettano le compagnie dal festival? L.V. Credo che negli anni abbiano capito che la vetrina non vuol dire esclusivamente visibilità, ma significa prima di tutto confronto e poi anche ovviamente approfondire la conoscenza di alcuni operatori.
foto di Pietro Colombo Leoni e Flavio Moriniello
Come si attira il pubblico di una città con un evento unico, che la città non conosce e a cui non è abituata? L.V. Si fa proprio a partire dalla residenza locale e dalla capacità che questa ha sviluppato nel tempo di attrarre il pubblico del territorio di riferimento, di progettare e di interloquire con le amministrazioni e i canali di comunicazione. L’intera rete si affida alla residenza locale sia per quanto riguarda il supporto logistico e organizzativo, sia per quanto riguarda il rapporto con le istituzioni. Qui a Mantova abbiamo potuto portare tutti questi spettacoli in luoghi della città perché Teatro Magro (residenza locale, ndr) ha instaurato un buon dialogo con le istituzioni. L’anno prossimo, quando il festival coinciderà con lo Spring Meeting IETM, torneremo a Bergamo, una città in cui siamo già stati (nell’edizione 2012 Let’s Keep in Touch ndr), e che ha avuto modo di vedere come lavoriamo. Bergamo inoltre, con la candidatura a capitale europea della cultura 2019, ha intrapreso un percorso propositivo in termini culturali.
Come è nata e come sta procedendo la progettazione del prossimo meeting IETM/Luoghi Comuni a Bergamo? L.V. Être è membro di IETM da 5 anni e nel tempo abbiamo imparato a frequentare i meeting, a relazionarci con le persone che partecipano e a raccogliere alcune idee che poi riproponiamo anche qui come lo Speed Dating o la Mentor Room. I meeting IETM sono un’ottima opportunità per incontrare operatori e compagnie straniere di vari livelli. Si possono proporre progetti che si hanno in mente e trovare buoni partner con cui realizzarli. Ad esempio abbiamo proposto quest’anno due progetti partecipando al bando Creative Castaway di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo per la mobilità degli artisti. In un caso abbiamo vinto il progetto perché abbiamo una buona rete di contatti e relativi spazi in cui poter far svolgere il progetto agli artisti. Nel tempo abbiamo acquisito una serie di competenze ed esperienze che ci hanno consentito di sentirci abbastanza sicuri per poterci proporre come paese ospitante. Quando si propone il meeting IETM non è il singolo soggetto attuatore come Être a proporlo o la singola Regione, ma l’Italia.
L’Italia e più in generale il sud Europa partecipano poco a network internazionali rispetto ad altri paesi europei.Che tipo di partecipazione vi aspettate al meeting 2015? L.V. Ci stiamo lavorando e abbiamo convocato innanzitutto dei tavoli di lavoro con persone molto competenti: Maurizia Settembri, Velia Papa e Massimo Mancini, con cui ci confrontiamo in fase di elaborazione di contenuti specifici. Essendo stati tra i fondatori della rete, la conoscono molto bene e sono esperti di interazione con le realtà estere. Poi vogliamo partire con una campagna che racconti cos’è IETM quindi organizzeremo dei tavoli di discussione in cui racconteremo a varie realtà cos’è la rete a partire innanzitutto dalla nostra esperienza.
Per quanto riguarda la progettazione artistica, avete già deciso i contenuti che proporrete in occasione del meeting? L.V. I contenuti artistici non sono ancora stati decisi, abbiamo però un’idea di come vorremmo sviluppare l’interazione tra residenze e partecipanti al meeting. Lo spunto di partenza è mostrare e far conoscere, più che il singolo spettacolo, il luogo dove le residenze lavorano, permettendo così ai partecipanti di scoprire un territorio e di godere di un’esperienza nuova.
Animanera – foto di Pietro Colombo Leoni e Flavio Moriniello
L’annuale appuntamento con Luoghi Comuni, il festival di Associazione Etre, la rete delle residenze teatrali lombarde, si è svolto a Mantova dal 14 al 16 marzo. Il centro della città ha ospitato 11 spettacoli, spesso in luoghi non teatrali, il convegno di apertura Play with me e alcune progettualità collaterali: Play the Map, Workshop, Play with food, Play around, Play with Mentor, Play the music.
La tre giorni mantovana, organizzata da Etre in collaborazione con Teatro Magro, ha proposto come tema centrale di riflessione “il pubblico”, vero e proprio focus dell’edizione 2014. Non è difficile immaginare le motivazioni della scelta, esplicitate nel convegno di apertura Play with me: in primo luogo le residenze, per loro stessa conformazione e modus operandi, pongono al centro del loro lavoro la relazione con il territorio di riferimento e i suoi abitanti. Il radicamento in un contesto sociale specifico è la base da cui sviluppare la ricerca e la produzione artistica.
Vi è poi una motivazione che trascende le singole esperienze di residenza e investe l’intero teatro italiano, che in tempo di crisi e progressiva diminuzione di sostegno, si interroga sulla partecipazione del pubblico, cercando nuove forme per coinvolgerlo.
Le linee guida dei bandi europei del programma Creative Europe 2014-2020 infine, spostano l’accento proprio sul tema dell’audience development, tracciando chiaramente la direzione da perseguire nei prossimi anni.
Ecco quindi che a Luoghi Comuni 2014 gli spettacoli e le performance si spostano spesso in luoghi della città: un ristorante, un negozio, una macchina, un bar, il Circolo Ufficiali, un camerino.
Si comincia proprio da qui, dal luogo in cui l’attore si prepara prima di andare in scena: dieci minuti dentro il camerino del Teatro Sociale ad osservare Alessandro Pezzali di Teatro Magro attraverso il riflesso di uno specchio. E se lo spettatore solitario guarda da vicino l’attore prima che entri in scena, l’attore non rivolge il minimo sguardo a chi è “abusivamente” entrato nel suo spazio Privato, titolo dello spettacolo. Si è spettatori invisibili, intangibili, ci si sente spettri incorporei in un luogo in cui non ci è, di norma, dato di stare.
Esperienza solitaria è anche quella di Hamlet Private, evento per uno spettatore creato da Scarlattine Teatro. Seduti al tavolo di un bar ci si lascia condurre nella lettura delle carte che non sono semplici tarocchi, ma immagini rielaborate di Amleto. I personaggi e gli avvenimenti dell’opera shakespeariana si trasformano in tasselli attraverso cui leggere le proprie esperienze passate e immaginare futuri possibili. Tutto parte da una domanda silenziosa che lo spettatore pone a se stesso, le risposte, se mai arrivano, si sedimentano proprio lì, nello spazio della riflessione personale. Di intimità si nutre Bed Inside, performance di Animanera a fruizione singola che indaga la sessualità in persone diversamente abili. In un letto, circondati di luce rossa si ascolta la storia, la confessione, la speranza di uno dei tre interpreti: Barbara Apuzzo, Giorgio Cossu, David Quagiotti. Non solo attraverso l’udito, ma essendo coinvolti con il proprio corpo, con gli occhi che indugiano in una visione ravvicinata e le mani che accarezzano il viso di chi sta raccontando la propria storia.
Teatro delle Moire – foto di Pietro Colombo Leoni e Flavio Moriniello
In macchina con altri tre spettatori si viaggia verso gli inferi con Ilinx Machine A.T.A. Traghettati nelle strade della città fino ad uno spiazzo buio e deserto dove dovrebbe avvenire lo scambio e il definitivo passaggio all’altro mondo, gli spettatori-passeggeri si trovano a essere prima vezzeggiati, poi interrogati, confusi e infine investiti dagli equivoci e i litigi dei traghettatori di anime, innamorati e terrorizzati dal fantomatico dio degli inferi, mai presente, ma continuamente evocato. Alla Sala del Cinema del Carbone si assiste a Brainstorm! But never mind di Residenza InItinere e alla prova aperta Gli spazi del teatro. Tutti in scena!, nato dalla collaborazione di Compagnia ATIR e Comunità Progetto. Nel primo caso è un solo attore a calcare la scena, nel secondo, l’intera classe di un laboratorio di integrazione sociale che mescola attori, adolescenti, persone diversamente abili. In entrambi gli spettacoli il pubblico è chiamato a interagire con gli interpreti, pur nella tradizionale disposizione di palco e platea. Pubblico e attori classicamente divisi anche in Molti di Teatro Inverso, almeno fino a che lo spettacolo non si interrompe, gli attori si ribellano e il pubblico viene incalzato fino a essere costretto a schierarsi sul palco in due fazioni pro e contro l’esistenza di Dio.
Saga Salsa – foto di Pietro Colombo Leoni e Flavio Moriniello
Elvis’ Sturdust: un Elvis in vetrina, emblema di desolazione e solitudine. Teatro delle Moire si insinua in un negozio di arredamento e si lascia guardare dagli spettatori in strada. Questo consente di fruire dello spettacolo non solo attraverso i propri occhi, ma ricorrendo a foto, video, smartphone e social network, nella totale libertà di chi non si trova in una sala teatrale con le regole che la caratterizzano. Vox Pop, l’happening di Nudoecrudo Teatro letteralmente indaga il pubblico: che sia lui stesso a dire perché va a teatro, a trovare e restituire le proprie motivazioni e riflessioni. E ancora un ristorante, location scelta per raccontare una storia familiare con al centro la regina delle preparazioni casalinghe: la salsa di pomodoro. Qui e Ora porta a tavola Saga Salsa, storia di donne e letteratura, di generazioni che cambiano e una contemporaneità che irrompe laddove la tradizione era ancora vivo presente.
Si chiude invece in teatro, nello splendido Bibiena il Festival di Luoghi Comuni, con Pinocchio REady MADE di Compagnia delleAli. Un pianoforte e un cantastorie che interpreta personaggi e capitoli a richiesta degli spettatori. Un jukebox collodiano, in cui la sequenzialità del racconto è secondaria rispetto al dialogo con il pubblico.
Spettacoli visti nell’ambito di Luoghi Comuni Festival Mantova, 14-15-16 marzo
Il CSC Casa della Danza di Bassano del Grappa, assieme all’Azienda Sanitaria bassanese e al CPV di Vicenza con il sostegno della Regione Veneto/ Fondo Sociale Europeo, è l’ente promotore di un progetto innovativo, presentato al Museo Civico della città il 14 novembre scorso, che promuove un percorso di formazione per danzatori con l’obiettivo di prepararli a gestire laboratori e lezioni di danza rivolti ai malati di Parkinson.
Cosa succede nella mente, e di conseguenza nei movimenti, di questi pazienti se li si cala in un contesto che non ha nulla a che vedere con la riabilitazione, la fisioterapia o la cura ospedaliera? Gli ingredienti del progetto sono tanto semplici quanto dirompenti nei risultati: malati e danzatori assieme, un luogo creativo, come un museo o un teatro, un team che conduce la lezione e della musica a dare il ritmo. Il principio cardine sta nell’uso delle potenzialità espressive e creative della danza, nei suoi movimenti non finalizzati ad alcuna utilità e nella sua componente giocosa e ludica. Far danzare assieme malati e danzatori professionisti permette ai pazienti di non sentirsi tra persone debilitate o in difficoltà, ma anzi di percepirsi come danzatori anch’essi.
Durante lo sviluppo di Act Your Age, il progetto europeo che ha visto danzatori e coreografi confrontarsi con il tema dell’età e dell’invecchiamento attivo, si è svolta proprio a Bassano nel maggio di quest’anno, al CSC Garage Nardini, un’iniziativa pilota in collaborazione con il centro Dance for Health and Parkinson di Rotterdam e il Nederlandse Dansdagen di Maastricht: 13 pazienti affetti dal morbo di Parkinson, alcuni membri del reparto di Neurologia dell’Azienda sanitaria bassanese diretto dal dottor Alessandro Burlina, danzatori professionisti e insegnanti di danza che per una settimana hanno sperimentato la tecnica guidati da Mark Vlemmix (NL) e Andrew Greenwood (Uk).
Sono gli stessi Mark e Andrew, curatori e realizzatori del progetto olandese, a raccontare l’esperienza di quella prima settimana di lavoro a Bassano, citando il caso emblematico di Antonio, un paziente arrivato al Garage Nardini il primo giorno aiutato da un bastone e accompagnato dalla moglie. Già dal giorno successivo il sostegno della moglie si è rivelato superfluo e il terzo giorno il bastone è rimasto, dimenticato, su una sedia del Garage al termine della lezione.
foto di Roberto Cinconze
I risultati, tangibili fin da subito, hanno spinto i pazienti ad avanzare la richiesta di dare continuità all’iniziativa, attivando un percorso di formazione rivolto a danzatori e professionisti della danza che possano acquisire il metodo del centro olandese e continuare la pratica a beneficio dei malati di Parkinson locali. È stato dunque presentato il progetto di formazione, in risposta a un Bando di Mobilità Transnazionale e Interregionale Professionalizzante della Regione Veneto sul Por 2007-2013 Fondo Sociale Europeo, in partnership con il CPV Centro di Produttività Veneto, destinato a 11 persone occupate nell’area della danza contemporanea.
Il percorso prevede una prima settimana intensiva di lavoro che ha già avuto luogo a Bassano e successivamente una serie di occasioni di studio e tirocinio in Olanda, tra Maastricht e Rotterdam in collaborazione rispettivamente con il centro Nederlandse Dansdagen e il centro Dance for Health & Parkinson.
Partendo dalla constatazione che la creatività è l’opposto dell’inattività, il progetto intende indagare l’impatto che la pratica regolare della danza può avere sullo sviluppo della malattia e sulla qualità di movimento e quindi sulla qualità della vita dei malati. A questo proposito, la parola “danzaterapia” risulta fuorviante perché non di pratica terapeutica si tratta, ma di un vero e proprio processo creativo che stimola l’attività mentale e fisica, attraverso l’uso dell’arte coreutica, con l’obiettivo di migliorare l’equilibrio, il senso del ritmo, il movimento e lo sviluppo delle relazioni interpersonali. Vi è inoltre un secondo aspetto da considerare: l’incidenza della malattia in fasce d’età sempre più precoci – sta infatti aumentando il numero di persone colpite dal morbo tra i 40 e i 50 anni e risulta quindi sempre più necessario adottare tecniche che rallentino il più possibile la progressione della malattia, consentendo di condurre una vita attiva a partire proprio dall’esperienza creativa.