Redazione

#appuntidiunfestival pt.9: Pathosformel

Tre esperimenti e una performance. Luci, piante, esseri umani, nello specifico bambini.
Sopravvivenza, competizione, aggressività. Evoluzione, sconfitta, morte.
Immaginare un altro mondo? Rinunciare a questo?

Il nuovo lavoro di Pathosformel – T.E.R.R.Y.  già transitato per il Festival di Santarcangelo e presentato a Dro in prima nazionale durante la XXXIII edizione di drodesera (in coproduzione con Centrale Fies), abita lo spazio del Garage Nardini.
Primo esperimento l’installazione luminosa. Secondo esperimento la serra. Terzo esperimento un laboratorio per bambini. E poi la performance.
Buio. Nessun attore in scena. Macchine. Funi. Ruote. Carrucole. Luci a neon competono per avere energia, si alternano, si rincorrono, si sovrappongono.
Organismi inanimati, che hanno sperimentato cosa significa crescere in un unico terreno, troppo piccolo per accoglierli tutti, si muovono nello spazio, descrivono traiettorie, cooperano, concorrono, si attaccano, finché uno di loro finisce per soccombere.
Uno a uno entrano in scena quattro bambini. Erano seduti fra il pubblico. Testimoni muti di un gioco di relazioni e sovrapposizioni, rivalità e distruzione.
Sono sagome. Non si vedono i volti, non si conoscono i nomi. Sono l’umanità. Incontrano la natura. Cercano di creare nuove regole.
Lavoro concettuale, che s’inscrive nel solco della ricerca dei Pathosformel, tra animato e inanimato, movimento della materia e sentimento dell’uomo, e racconta con una struttura meccanica dinamiche antropiche.

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*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali 

#appuntidiunfestival pt.8: Ailuros & Color teatri

Lasciare le borse, dimenticarsi dei telefoni, liberarsi di ogni peso. Alleggerirsi. Mettersi spalle contro spalle. Attendere. E poi lasciarsi trascinare, farsi condurre. Inizia con un percorso sensoriale I am the passenger, continua con una camminata nei vicoli e nelle piazze, per le salite e le discese, in silenzio, mani fra le mani, a scoprire angoli nascosti.
Due momenti per una stessa performance, esito del progetto che Ailuros  realizza in collaborazione con Color teatri – in your shoes – sostenuto dall’Unione Europea. Il rapporto tra individuo e spazio urbano, la raccolta di testimonianze, le voci di stranieri che vivono nel territorio bassanese, il racconto di un’esperienza, degli incontri con le persone, dell’inserimento in una comunità.
Il ritrovo è al Teatro Remondini. Fuori piovigina. Dentro la stanza oggetti, doni che i partecipanti lasciano, in ricordo di sé. C’è chi sfila un braccialetto dal polso, chi fruga nelle tasche e trova un foglio, conservato o dimenticato, chi porta una penna, per nuove parole. Occhi bendati, si gira nello spazio, perdendo ogni riferimento, si toccano superfici, fredde, ferrose, si aprono scatole, si sentono profumi. E poi, una volta ritrovato lo sguardo, ci si riunisce in coppie, uno spettatore per un accompagnatore, si passeggia per la città, a guardare vetrine vuote e spiare oltre i cancelli. Auricolari nelle orecchie, si escludono i suoni della città, si ascoltano voci straniere.
E poi ci si ritrova in Piazza della Libertà, si riprendono i contatti con il mondo, si mette la borsa a tracolla, e si riprende la propria strada.  E per qualcuno che conclude il percorso, c’è qualcun altro che lo comincia, in direzione opposta, da Piazza della Libertà al Teatro Remondini, per nuove sensazioni, nuove scoperte, nuove passeggiate.

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*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

Intervista alla Generazione Scenario 2013

 

Mio figlio era come_8piccola M.e.d.e.a_7piccola W (prova di resistenza)_piccola trenofermo_6piccola

Nel 2009 Codice Ivan, Anagoor, Marta Cuscunà e Odemà. Nel 2011 Matteo Latino, foscarini:nardin:dagostin, Carullo-Minasi, ReSpirale Teatro. Solo per citare alcuni degli artisti che hanno composto le precedenti Generazioni Scenario e che abbiamo incontrato negli scorsi anni (intervista a Generazione Scenario 20092011 #12011 #2). La settima edizione di B.Motion Teatro ospita i vincitori della nuova Generazione Scenario; per l’occasione riproponiamo un format breve, domande dirette per risposte veloci. Non un ritratto dell’artista, né un racconto della messa in scena. Pennellate piuttosto, materiche o astratte, incisive o poetiche. Lavoro, nordest, dialetto nelle parole dei Fratelli Dalla Via, Marta e Diego, che firmano e interpretano Mio figlio era come un padre per me, vincitore del Premio Scenario. Rabbia e terra per Terry Paternoster, che firma e dirige gli attori del Collettivo InternoEnki in M.E.D.E.A. Big Oil, vincitore del Premio Ustica. Popolo, miseria, barricata in W (prova di resistenza) di e con Beatrice Baruffini, che ha ricevuto la Segnalazione Speciale. Il sud, la provincia, il branco per Dario Aita, ideatore e interprete di treno fermo a- Katzelmacher della compagnia nO (Dance first. Think later).

Il primo spettacolo visto?
Marta Dalla Via: Una rappresentazione de I gemelli veneziani, con un unico attore che riusciva a fare entrambi i personaggi.
Terry Paternoster – Collettivo InternoEnki: Un Don Chisciotte, all’età di 13 anni.
Beatrice Baruffini: Uno spettacolo sull’Iliade, con marionette di legno su una collina di sabbia. Avrò avuto 5 o 6 anni.
Dario Aita – nO (Dance first. Think later): Un Aspettando Godot, del quale non ricordo il regista.

E il primo fatto?
Marta Dalla Via: Romeo è altrove, che ho scritto quando ho conosciuto quello che poi è diventato mio marito.
Diego Dalla Via: Piccolo mondo alpino.
Terry Paternoster: Le serve di Jean Genet.
Beatrice Baruffini:  Odisseo col Teatro del Lemming di Rovigo.
Dario Aita: Aspettando Godot, come regista e attore.

In una frase cos’è il vostro teatro? E cosa non è?
Marta Dalla Via: È autentico, fatto in casa. Non è artificiale.
Diego Dalla Via: Artigianale. Non è un modo per affermare delle verità.
Terry Paternoster: Un teatro incivile, che vuole andare controcorrente, che vuole dimostrare con un gesto politico che si può andare in scena in tanti, contro un sistema che ci vuole soli e deboli. Non è banale, non è intrattenimento.
Beatrice Baruffini: Ho tre parole per definirlo: è poetico, politico, popolare. Io le chiamo le 3 “p” del mio teatro. Non è un muro per il pubblico. Non è indecifrabile.
Dario Aita: Il nostro teatro è corpo che diventa voce. Non è finzione.

Una o più immagini del vostro lavoro?
Marta Dalla Via: La seggiovia con due sciatori che non vogliono scendere. I nostri lavori sono sospesi, il quotidiano convive con un mondo parallelo dove è tutto alterato.
Diego Dalla Via: Penso anche io a un’immagine che non è dello spettacolo: io e Marta che trasportiamo l’attrezzatura da sci a Milano. Siamo come delle chiocciole, con la casa sulla schiena.
Terry Paternoster: Una Basilicata stroncata dalle trivellazioni. Una Basilicata debole. Una Basilicata che ha tante bellezze e tanta cultura, non solo popolare. Una Basilicata che deve combattere una mentalità ancora troppo radicata nel “servaggio” di un tempo.
Beatrice Baruffini: La barricata.
Dario Aita: nove ragazzi di una provincia del sud con caschi luminosi sulla testa.

Quali sono stati i materiali di partenza?
Marta Dalla Via: Ho iniziato a sviluppare questo progetto in Finlandia, uno Stato in cui il suicidio è molto sentito come tema e che mi affascinava molto. Ho visto inoltre molti film di Aki Kaurismäki, tra cui Ho affittato un killer. Un altro materiale è stato La proprietà privata non è più un furto di Elio Petri, che si chiude con la frase di un anziano sorridente, sospeso sull’altalena: «mio figlio era come un padre per me».
Diego Dalla Via: Abbiamo utilizzato anche L’ingorgo, un libro di Giorgio Triani, che parla di come sopravvivere all’abbondanza.
Terry Paternoster: Un lavoro sul campo che si divide in due tempi: nel 2011 sono stata in Basilicata, perché conoscevo il problema ma non ero mai stata a contatto con le persone di Villa d’Agri, Digiano, dove c’è una grossa produzione di petrolio. Poi ho cominciato a scrivere: avevo già in mente il parallelismo con Medea, la madre che uccide i suoi figli perché tradita dall’uomo, dallo straniero. Il secondo tempo viene nel 2012, con il coinvolgimento del Collettivo InternoEnki per approfondire il tema – nessuno di loro è lucano – e per far loro sporcare le mani.
Beatrice Baruffini: Tanti libri e le interviste dei superstiti delle barricate di Parma del 1922: sono state fatte nell’82 e non esistono in formato di file, sono state sbobinate con la macchina da scrivere. Sono andata in archivio – ho cominciato due anni fa – e le ho lette tutte.
Dario Aita: Il testo di partenza è stato Katzelmacher di Fassbinder. Abbiamo preso questo come espediente e ci siamo lasciati contaminare da tutto il resto. Io e Elena Gigliotti portiamo del materiale che viene condiviso con gli attori e messo in relazione al loro vissuto, ai personaggi del loro quotidiano e della loro memoria.

Quali sono gli strumenti del tuo lavoro?
Diego Dalla Via: La lingua e il vissuto del territorio, e delle persone che ci circondano.
Marta Dalla Via: Gli altri, chi vive intorno a noi.
Terry Paternoster: Interviste e lavoro sul campo. Abbiamo cercato di far camminare parallelamente l’antropologia e la ricerca: il lavoro sul campo viene poi rielaborato drammaturgicamente in una testualità che lascia allo spettatore la possibilità di creare la propria cronologia e la propria regia.
Beatrice Baruffini: La materia: il mio è un teatro materiale, di materiale fragile – perché sono mattoni forati – e resistente, perché è sulla Resistenza. Tanti gli oggetti che mi influenzano nella scrittura, che è un’altra cosa necessaria nel mio lavoro. E l’improvvisazione: costruisco a partire da quello che c’è; non lavoro molto fuori dal palco.
Dario Aita: La musica e il nostro corpo.

Una citazione dello spettacolo che sia rappresentativa del lavoro:
Fratelli Dalla Via: «Noi altri semo la sua eredità».
Terry Paternoster: «Qua i politici fanno i politici e i petrolieri i petrolieri, e nuj?» «E nuje p’ mó accuglimm’ i p’mmudur’»
Beatrice Baruffini: La voce fuori campo che all’inizio dice: «Capita raramente che un intero gruppo di mattoni forati riesca a resistere a un carico studiato apposta per sgretolarli. Quando questo succede, è una rivoluzione».
Dario Aita: «Simme venuti ca’ ppe fa’ ammuina» che è una sorta di confusione, di baccano, ma anche di movimento ed energia fatta di corpi e voci.

Il prossimo passo?
Marta Dalla Via: Scrivere. Abbiamo abbastanza chiara qual è la struttura ma abbiamo un po’ un conflitto sul finale (sorride, ndr). Il prossimo passo è finirlo.
Terry Paternoster: Allungare lo spettacolo. Ho iniziato a scrivere e sono a buon punto, però non sono ancora soddisfatta del risultato. Ancora per un mese continuerò a lavorare sul testo e poi da fine settembre torneremo alla messinscena.
Beatrice Baruffini: Ritornare con i miei mattoni in una sala teatrale e mettere insieme tutto il materiale che ho già raccolto. E costruire, a metà tra l’artista e il muratore.
Dario Aita: Completare questo studio.

È stato un processo creativo collettivo o vi è stata una divisione di ruoli?
Marta Dalla Via: Le responsabilità sono equamente divise, è assolutamente collettivo, sono due teste e quattro mani.
Terry Paternoster: È un processo che comincia da una necessità personale di raccontare la storia. Continua come lavoro collettivo in cui ognuno diventa responsabile e si ritaglia naturalmente un proprio ruolo.
Beatrice Baruffini: È stato un processo creativo di assoluta solitudine. Difficile, molto difficile, perché ho avuto continui dubbi soprattutto dalla Semifinale alla Finale: avevo avuto dei consigli da parte della giuria sul tipo di lavoro e volevo provare a seguirli da sola, pur avendo capito che potevo chiedere aiuto a qualcuno. Ho voluto fare di testa mia. Poi è andata benissimo, ma è stato un processo di tanta, tantissima solitudine.
Dario Aita: C’è stata una divisione di ruoli e, allo stesso tempo, una concertazione collettiva. Ognuno mette del suo secondo le proprie specificità: io mi occupo maggiormente della recitazione, Elena dei movimenti scenici, Flavio del coro. E poi il lavoro si fonda sull’improvvisazione, rendendo certamente collettiva la creazione.

Le tappe del Premio Scenario hanno cambiato il processo creativo?
Diego Dalla Via: Le tappe hanno strutturato il lavoro e lo hanno fatto progredire. Mi auguro che questo aspetto ci aiuti a focalizzare i passi verso il debutto. Importante è stato il confronto con gli altri finalisti. Stare insieme, vedere i lavori di tutti, capire quali sono i punti di contatto o meno, tutto questo ci ha consentito di capire meglio il nostro progetto.
Terry Paternoster: Sono occasioni per portare ad evoluzione la riflessione sull’argomento, ogni tappa ci dà qualcosa in più. Anche nel rapporto con il pubblico.
Beatrice Baruffini: Molto. Sempre, dai cinque minuti ai venti della Semifinale e poi della Finale: ho cambiato molto il lavoro, cercando ogni volta di ascoltare i consigli, ovviamente filtrandoli.
Dario Aita: I colloqui con le commissioni sono stati molto utili perché i loro consigli hanno influenzato positivamente il percorso. Non hanno cambiato il processo creativo ma piuttosto è il lavoro che continua a mutare, anche qui a Bassano, ogni volta che riprendiamo lo spettacolo torniamo a lavorarci, è sempre in evoluzione.

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali 

#appuntidiunfestival pt. 7: Fagarazzi e Zuffellato

In data 27 agosto 2013 Andrea Fagarazzi e I-Chen Zuffellato dichiarano, in qualità di fondatori, la nascita dello STATO di HEAVEnEVER.
Si può diventare cittadini dello STATO di HEAVEnEVER proponendo un’azione o una scena da aggiungere alla performance.
Lo STATO di HEAVEnEVER si costituisce nel suo essere progressivamente e in funzione dei contributi proposti dai cittadini. Uno Stato libero. Nessuna identità nazionale e nessuna lotta per essa. Una pluridentità che muti nel tempo.
Questo è ciò che dichiarano Fagarazzi e Zuffellato in conclusione dello spettacolo, consegnando al pubblico l’atto costitutivo dello Stato, che si può trovare anche sul blog http://heavenever.wordpress.com/.
Ciò che accade prima è la ricerca di una condizione di benessere, l’esplorazione di stati stupefacenti, il desiderio di abitare paradisi artificiali.
C’è un tappeto di erba finta, l’estasi di Santa Teresa d’Avila, l’ipossia, il sesso virtuale. C’è un Eden per Adamo e Eva, piume bianche per una danza celeste, aureole per angeli contemporanei. C’è la perdita di lucidità, la vertigine, l’ebbrezza.
I video si alternano alle letture, scene fisiche si avvicendano ai racconti. Molteplici quadri, che aumentano all’aumentare delle proposte del pubblico, si accostano senza intrecciarsi, per un percorso che si compone sempre diverso nella mente e nell’immaginario di chi lo osserva.
Un pic nic con il cervello. Diritto all’esistenza dell’errore. Diritto al dubbio. Autodistruzione.

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*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali 

 

Souvenir#1 dal Premio Scenario 2013

Sono sette. Presentano lavori corali e soli. Vengono dal Veneto, dalla Basilicata, da Roma. Hanno partecipato alla finale del Premio Scenario 2013. Parlano della provincia, del sud e del nord est, affrontano prove di resistenza, sono soli e disambientati, hanno la rabbia del branco. Fra di loro ci sono i segnalati della Generazione Scenario, i vincitori del Premio Ustica e  i vincitori del Premio Scenario. Dai lavori visti a B.Motion, ancora in progress, abbiamo rubato immagini, frasi, suggestioni. Un souvenir dal Premio Scenario 2013. Dalla serata di mercoledì 28 agosto i Fratelli Dalla Via, Valerio Malorni, Silvia Costa & Giacomo Garrafoni, Ilaria Dalle Donne.

polenta Fratelli Dalla Via Mio figlio era come un padre per me
primo studio / VINCITORE PREMIO SCENARIO 2013

Dieci boeri al giorno. Polenta istantanea. Giri di spritz. È la dieta di una generazione che ha fame, che vuole ingoiare i padri e prendere il loro posto. Non per aspirazione borghese. Non per appropriarsi dei beni, dei privilegi, degli immobili. Non per possedere ma per proseguire. Non per guadagnare ma per lavorare. Figli in eterno, progenie marcia di un nordest virtuoso, che prima ha lavorato, poi ha risparmiato, e infine ha sfondato, lasciando in eredità pile di cassette di plastica. Giri di spritz: scolare. Polenta istantanea: mordere. Boeri: inghiottire senza gustare. Ingerire senza assimilare. Lasciarsi vivere. O gettarsi sui binari. Noncuranti di chi quel treno lo prende per tirare a campare.

ramo Silvia Costa & Giacomo Garaffoni Quello che di più grande l’uomo ha realizzato sulla terra
primo studio / FINALISTA PREMIO SCENARIO 2013

«È come se ci chiedessero di descrivere a un cieco che cos’è una cattedrale». Silvia Costa sceglie queste parole di Carver per avvicinare il tema del suo ultimo lavoro Quello che di più grande l’uomo ha realizzato sulla terra: quei «grandi compiti dell’esistenza» che è impossibile afferrare del tutto con gesti o parole. Lo studio si muove proprio lungo questi fronti: qualcosa di estremamente famigliare – la modularità della forma del cubo, gli abiti di colori tenui, le sfumature di luce, le relazioni fra le persone – diventa un mistero di densità estrema, difficile da sgrovigliare. Ma tale dimensione enigmatica non è mai esplicitata, didascalica, dichiarata; piuttosto è una presenza latente, di cui si avvertono tensione e potenza, sempre in agguato dietro l’angolo.

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Valerio Malorni L’Arca è di Noé
primo studio / FINALISTA PREMIO SCENARIO 2013

Lancette segnano il tempo che scorre. Scorre inesorabile per Valerio Malorni che in scena sa, e dichiara spassionatamente, di avere poco tempo. Poco tempo per capire che fare della sua vita, per esprimere il suo malessere, per decidere se restare in Italia o se andare a Berlino. Tutti a Berlino. Poco tempo per leggere un libro che spiega come poter sopravvivere nella capitale tedesca. Per chiarirsi le idee, se gettare tutto ciò che si è costruito in 30 anni e ricominciare in un altro posto, in un altro Paese, con un’altra lingua, da zero. E soli 30 secondi per decidere cosa salvare della propria vita, immersa nel diluvio. Come Noé a 600 anni. Come la generazione italiana dei trentenni di oggi.

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Ilaria Dalle DonneAlice disambientata
primo studio / FINALISTA PREMIO SCENARIO 2013

Polsi fasciati con bende da pugilato, una corda, un ring delimitato agli angoli da quattro fari e una lattina di redbull. Alice on stage round 1. 2. 3. Ad occupare un ipotetico spazio di scontro solo Ilaria Dalle Donne, a terra lo scotch disegna una linea discontinua che ricorda la frequenza di un elettrocardiogramma: è il percorso che la performer attraverserà durante il lavoro; è il tracciato del suo viaggio. Il ritmo scenico e musicale immettono alle viscere di Alice. Scuote e disorienta lo smarrimento di colei che, mentre cerca riparo là dove “everything is fine”, proietta la sua ombra verso il prossimo round, aggrappata al compagno di viaggio ormai senza vita: un nastro stringe il (bian-)coniglio alla sua schiena lasciando che i due corpi divengano una sola cosa. In heaven everyting is fine.

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Abbiamo chiesto ai danzatori e coreografi di B.Motion che hanno abitato Palazzo Sturm nelle ore pomeridiane, di lasciarci alcune immagini e poche parole che raccontino il loro lavoro, la loro performance, la loro ricerca. Una cartolina da B.Motion.

All Dressed Up With Nowhere To GoGiorgia Nardin

Trascorsi solo pochi giorni da B. Project – Restituzioni per il Progetto Bosch, la giovane danzatrice e coreografa Giorgia Nardin torna ad abitare le stanze di Palazzo Sturm per la presentazione di un frammento di All Dressed Up With Nowhere To Go, lavoro vincitore del Premio Prospettiva Danza 2013.
A condividere con lei questo progetto, sono i danzatori Amy Bell e Marco D’Agostin, incontrati in occasione di Choreoroam Europe 2012 (qui l’intervista ai choreoroamers) e interpreti della creazione.

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Solo delle camicie a coprire i corpi dei danzatori. Le loro gambe nude si espongono in tutta la fatica dello “stare”: Bell e D’Agostin si sostengono su un solo piede che ricerca l’equilibrio, mentre l’altro non tocca mai terra. Tremolii, arrossamenti, segni di un’imposizione generata dal proprio corpo come titubanza nel toccare la realtà tutta d’un colpo, quasi un occupare lo spazio fisico in punta di piedi.
Emozionante la fragilità del corpo maschile che si abbandona alla danzatrice, sincera la loro presenza scenica.

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Dopo una prima residenza al CSC Garage Nardini di Bassano del Grappa, la coreografa ha lavorato alla creazione di All Dressed Up With Nowhere To Go in spazi molto più grandi (come il Graner / Mercat de les Flors di Barcellona o il Teatro Villa dei Leoni di Mira) e diversi dalla piccola e barocca stanza di Palazzo Sturm. La vicinanza con lo spettatore rende intima la nudità dei performers e accorcia le distanze nella relazione – umana – tra scena e platea.

 

* La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

 

#appuntidiunfestival pt.6: Buldrini-La Ragione / Dejadonnè

Una scatola nera e velata accoglie due corpi striscianti, inquieti, rotti. Al centro, un tappeto bianco offre la strada verso una redenzione ribaltata, contraria: due performer lo attraversano per poi raccoglierlo e gettarlo, liberando la stanza/scatola del suo unico elemento di purezza. Il bianco lascia posto a distorsioni, perversioni, immagini ambigue, errori, interruzioni.

Le due danzatrici Valentina Buldrini e Martina La Ragione in WILL mostrano e nascondono, sono due facce di una stessa persona, gemelle, sorelle, manichini, bambole, esseri informi senza volto, senza sesso, senza identità.

Il pubblico diventa un voyer di gesti meccanici, ripetitivi, dietro cui si celano i corpi, quasi sempre di spalle o coperte dai capelli raccolti sul viso, in cui l’unico frammento riconoscibile è dato da bocche che si spalancano ed emettono un urlo muto.
Una stanza di incubi o di ricordi malati con una musica che richiama il pianto di bambino, una voce infantile, parole irriconoscibili.
Un’immagine rimane fissa nella memoria: i due corpi in vesti ottocentesche che camminando all’indietro aprono le due parti laterali della stanza segreta, sollevando i tendaggi con lenta poesia.

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*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali 

 

#appuntidiunfestival pt. 5: Alessandro Sciarroni

Occhi chiusi. Silenzio. Solitudine. Distanti i corpi, unica la clava. Inizia così Untitled_I will be there when you die di Alessandro Sciarroni, riflessione sull’arte della giocoleria, secondo capitolo di Will you still love me Tomorrow, indagine sul tempo e sulla sopravvivenza. Tante le clave manipolate, quattro gli interpreti selezionati dal coreografo marchigiano.

«Ho scelto i giocolieri più completi, per presenza fisica, potenziale tecnico, sensibilità, piacevolezza nel parlarci, intelligenza, onestà. Li ho scelti perché sono puri. E per loro è stato come entrare in un altro mondo»

Suono cupo. Suono felpato. Sguardo verso l’alto. Sguardo a destra. Sguardo a sinistra. Da verticale a orizzontale. Fragilità. Errore. Fermarsi e ripartire.

«A differenza del circo classico, dove non si sbaglia mai perché si impara un numero da bambini e ci si allena per tutta la vita, nel circo contemporaneo si cambia numero ogni anno, come accade nella danza. L’allenamento è molto più breve e la percentuale di errore molto più alta, si sbaglia di frequente. I giocolieri di fronte all’errore sono soliti velocizzare o risolverla in maniera comica. Ma a me non interessa nessuna delle due possibilità, perciò chiedo loro di non toccare la clava fino al suo arresto».


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*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali 

 

Focus from Cyprus #1: interview with Lia Haraki

milena ugrenLia Haraki, Cypriot dancer and choreographer, is at B.Motion 2013 with her The shape of necessity, duet performed by Christina Patsali and Petros Konnaris: it is a work which develops the theme of identity in an uncommon way, focusing in particular on the relationship with the other. We met Lia after the show, asking her about the treatment of this theme, the working process and the development of her research; the interview was an opportunity also to know more about the scene and the dance system of Cyprus: Lia Haraki’s perspective will be published during the next days, together with other points of view from the cypriot artists which are present at the Festival.

First, we’d like to ask something about your work, which reflects on identity themes, on the individual and on the relationship with the other. Why did you choose to work on this theme?
Actually this piece was created as a result of a research I’ve been doing on repetition in a solo work that I’ve also presented this year in the Venice Art Biennale as a performance art work. It was how to create from intuition, which for me has to do with creating from a place that you know without mentally knowing. So I focused a lot on the heart body part rather than the mind: not to think about the movement, but to be the movement since it is what it is there and then without doubt.
The solo was 40 minutes long and is called Tune in. There was no choreography, there was only me having one task: to go right and left. In this right-left motion I trusted in what came: I didn’t plan and I didn’t think – I was.
So Tune in was quite successful and I think people appreciated the honesty, the vulnerability and the exposition – because it was very risky. Then I thought that I’d like to experience this with another person. I wanted to create a duet, not on me, but with other people; and I said Ok, what is on the other side of intuition, it must be: well structured and thought out form! So, I went from the formless to the formed: the challenge was through well structured form to be able to be the movement once more rather than thinking about it, and eventually deconstruct it to pure improvised repetitive motion that becomes emotion, like in the last section of the piece .
I chose this idea of a man and a woman, which can be very cliché and I tried to deal with this challenge of how can I make a duet that is not romantic, that is not stereotype – or it is, in a way that I’m not bothered.
I wanted to have these bare bodies, raw, to go trough all these different states. I did not have a plan, for me the process is also about the chemistry of the company – is not just me, is together with the collaborators.

The shape of necessity - photo by Pavlos Vrionides

The shape of necessity – photo by Pavlos Vrionides

During The shape of necessity the performers seem very simmetric…
The idea is that you need the other person to balance. It’s an ideal situation, but it’s also what unconditional love could look like. And in a state of love, you absolutely trust, if it’s unconditional: you accept, you respect whatever is there, without judgement and doubt.

How do you work with the performers in the creative and choreographic process?
I went in the studio and I said whatever was my need on the day – for example that I have a need for pelvis movement today: How do you feel about this? (she smiles, ndr)
As I’m getting older – I’m 38 now – I am less and less interested in a plan but more i try to listen to what is there today, because otherwise it’s science or mathematics, and for me it’s not art: art is about the unknown possibility that is there in order to be discovered.
So we had no plan: we went there and we said all our needs, because when something is a need then you feel you want to be at service to this beautiful thing whatever it is. So then you do and it becomes practical and you are at service to a trully creative process not to a business plan.

How long have you worked for this piece?
On and off, about three months.

Do you think you will develop more this research?
I am now making a piece as part of the ‘Act your Age’ EU Programme with 2 older dancers. Its called ‘Changing Skin’ and it is about courage that comes with aging.
Later i want to create a group piece of 5 naked people based on the Shape research, because we have many ideas we did not explore. About this nakedness, I want to go over and explore more the body, particularly where matter meets no-matter, where form meets formless; where the soul becomes flesh and vise versa, something to do with our energetic body and our connection to the devine.

* La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

B.Class con Elena Giannotti

Quarto giorno per b.Class, la serie di workshop di danza tenuti per B.Motion 2013 dai coreografi e danzatori presenti al festival. Domenica 25 agosto la lezione, dalle 10 alle 12 alla Palestra Vittorelli, è stata condotta da Elena Giannotti.

Ogni giorno pubblicheremo le immagini della lezione, alcuni commenti dei partecipanti e un’intervista ai coreografi!

INTERVISTA A ELENA GIANNOTTI: 5 domande alla coreografa che ha condotto la B.Class

elena giannottiChi sono i tuoi maestri?
Rosemary Butcher, con la quale ho lavorato per dieci anni. E Virgilio Sieni, che è il mio legame con l’Italia e con quelle suggestioni letterarie e teatrali di cui ho bisogno.

Un’esperienza formativa che ti ha segnato
Rosemary Butcher mi ha insegnato l’approccio all’arte, mi ha stimolato ad avere un occhio sensibile. Ha un fortissimo senso estetico, ama il minimalismo, e avere la possibilità di (re)stare su un elemento – un gesto, una visione, una suggestione – per molto tempo. Anche a me piace riposare su una singola visione, che compongo, ricompongo, spezzetto, indagando il mondo intorno a quella piccola cosa.

La tua lezione a B.Motion in una frase
Osservazione. Dialogo silenzioso. Visualizzazione. Ritmo.

Qual è la struttura della tua lezione?
Cerco di comunicare il mio mondo, con esercizi che riguardano la pratica del solo che ho presentato a B.Motion. C’è un riscaldamento, per la concentrazione. E poi lavoro sulla visualizzazione di immagini, partendo dal respiro e dalla base anatomica, dal sistema scheletrico o dalla circolazione sanguigna ad esempio, per trovare un contatto profondo con il corpo.

Cosa non si dovrebbe mai fare durante un workshop?
Seguire una propria traiettoria. Non accordarsi alle risposte della classe. Non cambiare direzione quando c’è una risposta negativa agli stimoli offerti.

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COMMENTI DEI PARTECIPANTI

Elena ci ha fatto capire i punti del corpo con i quali lavorare meglio a terra, come fare uscire il movimento. È stato molto interessante perché in queste esperienze si scoprono sempre cose nuove finora non esplorate. Filippo

Elena is a very detailed and experienced mover. She translates this well through her teaching approaching dance together will her students. Laura

Elena Giannotti
Danzatrice indipendente, ha lavorato con L’Ensemble, Virgilio Sieni, Yoshiko Chuma, Nicole Peisl/The Forsythe Company, Daghdha Dance, Company Blu e Fearghus O’Conchuir tra gli altri. E’ stata la principale interprete e collaboratrice per Rosemary Butcher per più di 10 anni. Come improvvisatrice Elena ha danzato con artisti come Julyen Hamilton, Vera Mantero, Jennifer Monson, Ray Chung, DD Dorvillier tra altri. Ha iniziato a lavorare su proprie creazioni nel 2008. Fino ad oggi il suo lavoro è stato presentato in Irlanda, UK, Messico, Italia, New York, Slovacchia, Germania e Repuublica Ceca.

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali