Redazione

Rassegna stampa_Speciale FESTIVAL#3

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Contemporanea Festival ’13
Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Prato (4 – 12 ottobre)
A Prato è di moda il teatro che parla inContemporanea”. Il festival del Metastasio di Tommaso Chimenti (Rumor(s)cena, 3 ottobre)
Conversazione con John Giorno di Massimo Marino (Doppiozero, 9 ottobre)
Metti una sera a Contemporanea ed è subito “Be Legend” e poi “Muori”. nuove generazioni a confronto di Tommaso Chimenti (Rumor(s)cena, 10 ottobre)
“In/Contemporanea 2013”, la versione dell’arte di Alessandro Gallicchio di Matteo Brighenti (Recensito, 11 ottobre)
Morganti fa suo Buchner ed entra nei meandri della sua poetica di Tommaso Chimenti (Rumor(s)cena, 13 ottobre)
Il futuro passato di Contemporanea di Massimo Marino, Matteo Brighenti (Doppiozero, 17 ottobre)
Teatro in casa e fuori: videoconfronto con Renato Cuocolo e Roberta Bosetti di Renzo Francabandera (PAC- Paneacquaculture.net, 17 ottobre)
Kinkaleri e John Giorno. Niente è vero tutto è possibile di Ines Baraldi (Krapp’s Last Post, 18 ottobre)
Paso Doble – A Contemporanea 2013 Morganti e Nadj per un doppio Büchner di Nebbia/Pocosgnich (Teatro e Critica, 22 ottobre)

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TERNI_ Festival Internazionale della creazione contemporanea
19 – 29 settembre
Immersi “Nella Tempesta” i Motus affrontano le onde di una società difficile da navigare di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 25 settembre)
Danze e camminate che parlano, una serata al Terni Festival di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 5 ottobre)
Immergersi nella realtà e ascendere all’Olimpo: un giorno al Terni Festival di Rossella Porcheddu e Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin, 7 ottobre)
The Walk – una passeggiata a Terni con performance teatraleIl nuovo lavoro di Julie Nioche a Terni – il corpo immagine tra scienza ed arte; Pixelated Revolution – Rabih Mroué e l’arte della testimonianza video di Giorgia Cadinu (Rumor(s)cena, 7 – 13 ottobre)
Nuove dal Caos. Estratti da Terni Festival 2013 di Francesca Bini (Altre Velocità, 25 ottobre)

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Kilowatt Festival
Sansepolcro (20 – 27 luglio)
I visionari di Valeria Palumbo (Persinsala, 28 luglio)
Sfuggendo Salomè di Valeria Palumbo (Persinsala, 30 luglio)
Angeli e insetti di Ilaria Guidantoni (SaltinAria, 27 – 28 luglio)
Display di Ilaria Guidantoni (SaltinAria, 27 – 28 luglio)
Salomè ha perso il lume di Ilaria Guidantoni (SaltinAria, 27 – 28 luglio)
Ricettario/Lato B di Ilaria Guidantoni (SaltinAria, 27 – 28 luglio)
Cartoline da Kilowatt 2013: brevi recensioni sugli spettacoli di Kilowatt Festival 2013 di Marianna Masselli e Viviana Raciti (Teatro e Critica, 5 agosto)

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Festival Collinarea 2013
Lari (19 – 28 luglio)
Guarire l’anima con le parole di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 25 luglio)
Il controcanto degli ultimi con “Thank for Vaselina”. Intervista a Gabriele Di Luca di Andrea Ciommiento (PAC – Paneacquaculture.net, 26 luglio)
The living room. Intervista a Thomas Richards di Andrea Ciommiento (PAC – Paneacquaculture.net, 27 luglio)
Carrozzeria Orfeo: l’ironia come antidoto alla retorica di Rossella Porcheddu (Il Tamburo di Kattrin, 1 agosto)
Storie diverse per gente speciale di Daniele Rizzo (Persinsala, 1 agosto)
Dietro quella porta vivono “vittime famigliari”. Carrozzeria Orfeo racconta storie di ordinaria follia di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 25 agosto)
Collinarea 2013: tra solitudine, oppressione e follia di Rossella Porcheddu (Il Tamburo di Kattrin, 27 agosto)
Un Muro come pagine per raccontare un viaggio nello spazio. Ciro Masella fa rivivere la vita di NOF4 di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 5 settembre)
The Living Room dove l’artista invita lo spettatore a “vivere insieme”. Un progetto perfezionabile di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 10 settembre)

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Mittelfest 2013
Cividale del Friuli (12 – 20 luglio)
Michelangelo – Ritratto d’artista di Daniele Rizzo (Persinsala, 13 luglio)
Mittelfest 2013 – Saturday Night… without Fever di Claudio Facchinelli (Persinsala, 24 luglio)
Mittelfest 2013 di Carlo Faricciotti (Sipario, 10 agosto)

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Teatro a Corte 2013
Dimore sabaude del Piemonte (5 – 21 luglio)
De nos jours [notes on the circus] di Luciano Uggè (Persinsala, 7 luglio)
Lӓhtö/Départ di Simona Maria Frigerio (Persinsala, 7 luglio)
Blow/Bolla di Luciano Uggè (Persinsala, 10 luglio)
Teatro a Corte. Circo e danze folk tra tradizione e ricerca di Sergio Lo Gatto (Teatro e Critica, 14 luglio)
Circensi e danzatori s’interrogano e reinventano la propria arte di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 16 luglio)
A Teatro a Corte la fusione dei linguaggi di Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica, 23 luglio)
1927 chiude Teatro a Corte e rilancia Torino dei teatri di Simone Nebbia (Teatro e Critica, 1 agosto)
Festival Piemontesi 2013 di Maura Sesia (Sipario, 10 agosto)

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Festival delle Colline Torinesi – XVIII Edizione
1 – 21 giugno
I tanti volti della violenza al festival delle colline torinesi di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 10 giugno)
La crisi dell’anima nella seconda settimana del Festival delle Colline Torinesi di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 17 giugno)
Il ritorno del teatro “politico” nell’ultima settimana del Festival delle Colline Torinesi di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 22 giugno)
Biologia del racconto: intervista a Spregelburd di Andrea Ciommiento (PAC- Paneacquaculture.net, 1 luglio)

continua a leggere gli articoli pubblicati sul festival nella Rassegna stampa festival#1: giugno 2013!

 

FESTIVAL ESTERI

Almada, Festival in memoria di Joaquim Benite (2013) di Mario Mattia Giorgetti (Sipario, 11 agosto)
Cosa c’è di nuovo nel circo contemporaneo? Qualche indizio raccolto a Edimburgo di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 19 agosto)
Non semplici giocolieri… di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 19 agosto)
Ancora da Edimburgo: un piccolo ma suggestivo spettacolo sulla convivenza fra esseri umani di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 26 agosto)
Panoramica teatrale su Avignone 2013 di Maria Pia Tolu (Sipario, 13 settembre)
Marsiglia 2013: la danza utopica di Virgilio Sieni di Massimo Marino (Doppiozero, 19 settembre)
Robert Lepage alla ricerca della Lanterna magica. In Algeria. Jeux de Cartes #Coeurs di Anna Maria Monteverdi (Rumor(s)cena, 11 ottobre)

Miscellanea festival: danza

La polis in danza di Virgilio Sieni di Massimo Marino (Doppiozero, 3 luglio)
A concludere il Diario-Fringe: ultimo cenno alla danza di Anna Pozzali (Recensito, 22 luglio)
Untitled: seconda tappa di una sfida per Alessandro Sciarroni di Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica, 25 luglio)
Alle Orestiadi di Gibellina arriva la danza: Castello e Sieni di Filippa Ilardo (Teatro e Critica, 29 luglio)
L’altra città di Danza Urbana di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 15 settembre)
Garofano verde: Il vizio dell’arte e Your girl di Valentina De Simone (Che teatro fa – Repubblica.it, 30 settembre)
20 anni di Civitanova Danza Festival di Carlotta Tringali (Abracadamat, 2 ottobre)
Sasha Waltz: il continuo e la crepa di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 8 ottobre)
L’oscura bellezza. Sasha Waltz tra passato e presente di Lucia Oliva (Altre Velocità, 10 ottobre)
Quando trent’anni non sono nulla: su Calore di Enzo Cosimi di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 21 ottobre)
Giovane danza d’autore. Ammutinamenti a Ravenna di Giuseppe Distefano (Artribune, 23 ottobre)
La notte del crash sull’autostrada: una ballata di spettri di Balletto Civile di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 25 ottobre)

Miscellanea festival: teatro

Alla ricerca dell’Io sui monti della Brianza di Enrico Piergiacomi (Teatro e Critica, 4 luglio)
Teatri di Vita incontra il cuore della Palestina di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 11 luglio)
Maria Lucia Schito su Roma Fringe Festival: Il Big Biggi One Man ShowIo sono la luna; Io mai niente con nessuno avevo fatto (Recensito, 1 – 15 luglio)
Il teatro di una nazione che non c’è: il palestinese Freedom Theatre a Teatri di Vita di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 19 luglio)
Teatro povero con incubi di Massimo Marino (Doppiozero, 25 luglio)
Diario di Bordo del Cortona Mix Festival 2013 di Stefano Duranti Poccetti (Corriere dello Spettacolo, 1 agosto)
Viaggi teatrali d’estate: Radicondoli premia Chiara Guidi. Con una riflessione sul senso dei festival di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 4 agosto)
Dal Festival Inteatro tre giorni di ‘presente’ di Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin, 5 agosto)
Una “Feroce” necessità di dare voce all’uomo capace di difendere la bellezza contro ogni forma di “madreguerra” di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 9 agosto)
Una vita “Super” di un “maschio” incapace di amare. Jarry secondo Vassalli e Guicciardini di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 10 agosto)
La poetica di Raffaele Viviani vista da un regista argentino: Circo Equestre Sgueglia di Maddalena Peluso (Il Tamburo di Kattrin, 12 agosto)
Emilio Nigro su Res Dartae: Il soggiorno dei poeti e degli artisti: momenti d’arte nelle Alpi Carniche; Da Arta Terme continua Res Dartae; Res Dartae. Il soggiorno creativo concluso nel percorso sensitivo (Il Tamburo di Kattrin, settembre)
Corpi in cerca di intonazione: la scena materica di Masque Teatro di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 13 settembre)
La giusta distanza di Pierangela Allegro/Tam Teatromusica di Silvia Mei (Culture Teatrali, 15 settembre)
La festa di Rossella Porcheddu (Che teatro fa – Repubblica.it, 16 settembre)
Benevento Città Spettacolo: La resurrezione contrattuale di Eduardo e La Pivetti e una morte in musical di Enrico Fiore (Controscena, 18 settembre)
La metamorfosi dell’immutabile secondo Piccola Compagnia della Magnolia di Emilio Nigro (Il Tamburo di Kattrin, 18 settembre)
Caino e Manfred rivivono in terra di Siena di Giuseppe Distefano (Artribune, 20 settembre)
Lo stato della drammaturgia in Italia. Le donne di Hitler di Laura Bevione (Amandaviewontheatre, 24 settembre)
Quando la vita si fa teatro, L’(h)anno detto: “il teatro è un magnifico viaggio, ma fa male” di Tommaso Chimenti (Rumor(s)cena, 24 settembre)
Monologue, seconda edizione a Cassano allo Ionio di Emilio Nigro (Il Tamburo di Kattrin, 26 settembre)
Sguardi_Festa/Vetrina del teatro contemporaneo veneto: 20 denti da latte, come è comparso un buco nel mio sorriso di Cristina Zanotto (Corriere dello Spettacolo, 27 settembre)
StartUp: teatro sotto le ciminiere di Maddalena Giovannelli (Doppiozero, 3 ottobre)
Un festival che poggia su “Terreni Creativi” solidi e originali, dove cultura significa valorizzare le realtà del territorio di Albenga di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 14 ottobre)
Critica della ragione creativa teatrale. Un laboratorio di Francesco Brusa (Altre Velocità, 24 ottobre)
L’abietto senza suggestioni. Nerval Teatro e Le presidentesse di Schwab di Alex Giuzio (Altre Velocità, 26 ottobre)

 

Continua a leggere lo speciale dedicato ai festival estivi 2013 …

Rassegna stampa festival#1: giugno 2013 Rassegna stampa_Speciale FESTIVAL#2 Rassegna stampa_Speciale FESTIVAL#4
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la Rassegna de Il Tamburo di Kattrin è curata da Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu

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SPETTACOLI

Il palazzo di Atlante di Anagoor / Suite Michelangelo di Città di Ebla
Sagra Musicale Malatestiana
Quando papi e cardinali rivoluzionavano il teatro in musica di Giuseppe Pennisi (Artribune, 27 agosto)
Sagra Musicale Malatestiana_ Ariosto fin de siècle in un Barocco noir di Silvia Mei (Culture Teatrali, settembre)
L’arte, il potere, la morte: corpo a corpo Michelangelo-Sostakovic con Città di Ebla di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 17 settembre)

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Santo Genet Commediante e Martire
Compagnia della Fortezza 
VolterraTeatro 2013 (22 – 26 luglio)
“Stabile” in carcere se non ora quando di Daniele Rizzo (Persinsala, 27 luglio)
Viaggi teatrali d’estate: a Volterra, quando nel carcere svaniscono le sbarre di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 26 luglio)
Dal vero verso il falso per il primo movimento di Santo Genet di Davide Raitano (Krapp’s Last Post, 28 luglio)
Santo Genet commediante e martire di Rossella Porcheddu (Che teatro fa – Repubblica.it, 29 luglio)
Santo Genet della Fortezza di Massimo Marino (Doppiozero, 1 agosto)
Nostro Signore delle carceri di Igor Vazzaz (Giudizio Universale, 12 agosto)
I “commedianti” e i “martiri” di Genet rivivono nella Fortezza di Volterra in cui Armando Punzo e i suoi attori creano un teatro dell’immaginario di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena, 17 agosto)

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Café Müller/La sagra della primavera
Tanztheater Wuppertal Pina Bausch 
Teatro di San Carlo, Napoli (11 – 14 luglio)
Sweet Mambo, soffia ancora il vento dolce di Pina Bausch di Giuseppe Disfefano (Domenica – IlSole24Ore.com, 4 luglio)
Omaggio a Pina per i 40 anni del Tanztheatre Wuppertal di Chiara Alborino (Krapp’s Last Post, 17 luglio)
Café llerLa sagra della primavera di Rossella Porcheddu (Che teatro fa – Repubblica.it, 19 luglio)
Al San Carlo di Napoli i due laceranti capolavori di Pina Bausch di Giuseppe Disfefano (Domenica- IlSole24Ore.com, 19 luglio)

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A.H.
Compagnia stabilemobile Antonio Latella
(Debutto: 26 luglio 2013, MEIN HERZ Drodesera)
A.H. di Valentina De Simone (Che teatro fa – Repubblica.it, 4 settembre)
Intervista ad Antonio Latella a cura di Roberta Ferraresi e Elena Conti (Il Tamburo di Kattrin, 10 ottobre)
A.H., il male secondo Antonio Latella di Massimo Marino (Controscene – CorrierediBologna.it, 24 ottobre)

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Il libro di Giobbe
Eimuntas Nekrosius / Compagnia Meno Fortas
66° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza (19 – 22 settembre)
“Il Libro di Giobbe” nello sguardo di Eimuntas Nekrosius di Margherita Gallo (Il Tamburo di Kattrin, 24 settembre)
Il lamento debole di un Giobbe senza spessore di Giambattista Marchetto (Bon vivre, 26 settembre)
Il dolente Giobbe di Nekrosius di Enrico Fiore (Controscena, 10 ottobre)

POLITICHE e APPROFONDIMENTI

Cultura e teatro nei quotidiani online: chi cerca trova? di Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica, 1 luglio)
Argot Off, tra vincitori, vinti e menzioni speciali di Rossella Porcheddu (Il Tamburo di Kattrin, 4 luglio)
Finestate Festival: un nuovo network fra passato e futuro di Redazione (Il Tamburo di Kattrin, 11 luglio)
L’Italia, finalmente è un paese per la Cultura di Anna Bandettini (Post Teatro – Repubblica.it, 2 agosto)
Festival Liguria Estate 2013 di Etta Cascini di Etta Cascini (Sipario, 15 agosto)
Il caso Rossini Opera Festival. Finanza e teatro di regia di Giuseppe Pennisi (Artribune, 20 agosto)
LOMBARDIA: Nella “Bassa” il teatro è liquido di Nicola Arrigoni (Sipario, 29 agosto)
Capitali europee della cultura di Giovanni Sabelli Fioretti (Studio28.tv)
Paolo Rosa in memoriam di Anna Maria Monteverdi (Culture Teatrali, 16 settembre)
La sfida del teatro Franco Parenti. La multisala come incrocio di mondi di Maddalena Giovannelli (Doppiozero, 17 settembre)
In galera quelli del Valle Occupato! di Andrea Porcheddu (L’onesto Jago – Linkiesta.it, 21 settembre)
Un fiocco rosa al Valle occupato di Ilenia Carrone (Doppiozero, 23 settembre)
Storie di ordinario Bene Comune di Renzo Francabandera (PAC – Paneacquaculture.net, 24 settembre)
Il Funaro, il teatro e la città di Matteo Brighenti (Doppiozero, 11 ottobre)
Per Luisa Pasello di Cristina Valenti (Culture Teatrali, 17 ottobre)
Arte e editoria a Km zero: il progetto siciliano Tribeart di Virginia Fiume (Studio28.tv, 17 ottobre)

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Premio Scenario 2013: cronaca di una finale di Simone Nebbia (Teatro e Critica, 19 luglio)
Scenario 2013. Lettera aperta per un teatro urgente di Lo Gatto/Nebbia/Pocosgnich (Teatro e Critica, 21 luglio)
Premio Scenario 2013: sguardi rivolti alla contemporaneità di Elena Conti (Il Tamburo di Kattrin, 24 luglio)

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Edizione straordinaria delle Buone Pratiche del Teatro (19 ottobre, Milano)
Chiedilo al ministro Massimo Bray: “Valore cultura. Dal decreto legge ai decreti attuativi”
Tutti i contributi sul sito Ateatro
In diretta col Ministro Bray di Virginia Fiume (Studio28.tv, 19 ottobre)
Verso una riforma del teatro? Incontro pubblico con il Ministro Bray di Maddalena Giovannelli (Doppiozero, 24 ottobre)

INTERVISTE

Intervista a Judith Malina di Massimo Marino (Doppiozero, 16 luglio)
Tra ludus e paidia. Intervista con Simona Bertozzi di Michele Pascarella (Artribune, 2 agosto)
Da Teatro Sotterraneo a “Fight”: un’intervista a Iacopo Braca e Filippo Paolasini di Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin, 2 agosto)
Forme di sopravvivenza, tra gli archetipi del quotidiano a cura di Nicola Ruganti e Francesca Bini (Altre Velocità, 20 settembre)
I suoni del lavoro | Tweet_intervista con Francesco Giomi di Simona Polvani (Simonapolvani, 1 ottobre)
Autofocus, vent’anni di Aldes. Intervista a Roberto Castello di Rodolfo Sacchettini (Altre Velocità, 7 ottobre)
Fondazione Teatro Valle Bene Comune: un’intervista di Emilio Nigro (Il Tamburo di Kattrin, 18 ottobre)
Oltre la caverna. Una conversazione con Egle Mazzamuto in ricordo di Franco Scaldati di Clara Gebbia (Ateatro, 23 ottobre)

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la Rassegna de Il Tamburo di Kattrin è curata da Elena Conti, Maddalena Peluso e Rossella Porcheddu

Dentro il teatro di Fibre Parallele. Intervista a Licia Lanera e Riccardo Spagnulo

Licia Lanera e Riccardo Spagnulo hanno fondato la compagnia Fibre Parallele nel 2005. Da allora il gruppo, di base a Bari, ha proposto spettacoli molto diversi fra loro, in cui tematiche di grande attualità si innestano su situazioni profondamente archetipiche. La scrittura drammaturgica e immagini di grande impatto danno vita a un teatro umanissimo e potente. Nell’edizione 2013, tornano a Bassano del Grappa per B.Motion, festival che, negli anni, ha accolto spesso i loro lavori; questa conversazione, oltre a presentare il lavoro per l’ultimo Lo splendore dei supplizi, è anche l’occasione per raccontare la loro idea di teatro e il loro modo di lavorare.

"Lo splendore dei supplizi" (foto di Luigi La Selva)

“Lo splendore dei supplizi” (foto di Luigi La Selva)

Quelli che affrontate nei vostri spettacoli sono temi sempre di grande attualità, ma in qualche modo anche legati a situazioni e figure archetipiche, in un teatro che si muove originalmente fra tradizione e sperimentazione. Che cosa vi interessa indagare della realtà?
Licia Lanera: Trovo che il teatro, ultimamente, sia diventato molto autoreferenziale: parla e racconta di se stesso, spesso anche svelando i propri meccanismi e il processo creativo, negando, proprio sul palco, la finzione. Non credo che questo interessi molto alla gente, al limite può riguardare gli operatori, chi fa già parte di questo mondo. Secondo me – non certo soltanto per colpa del teatro, ma anche tramite tutto quello che di accattivante e affascinante c’è intorno a noi –, questo ha a che fare con una forma di alienazione in cui siamo già tutti immersi, attraverso cui si crea una distanza tremenda. Credo che un modo per tornare a dialogare con il pubblico – per noi è fondamentale, la priorità assoluta del nostro lavoro, non tanto per cercare di compiacere lo spettatore, ma bisogna tenere presente che non si può prescinderne – sia quello di parlare della realtà, ossia di qualcosa che rende partecipe anche una persona che non fa questo mestiere. L’idea – potrà sembrare banale – è di far inghiottire dentro il tuo mondo quello che ci sta davanti.
Dunque, per noi, sicuramente è fondamentale raccontare il reale, poi, ognuno naturalmente sceglie la forma che gli è più vicina; noi viviamo al sud – abbiamo deciso di continuare a vivere a Bari, anche se lavoriamo prevalentemente altrove –, una realtà ancora legata a tradizioni che forse in altre città si sono perdute… E poi siamo sempre alla ricerca di quartieri popolari, di posti in cui quello che è più antico ancora può sopravvivere. Credo sia un rischio molto grande raccontare il presente attraverso il linguaggio del presente, un rischio che non riusciamo e – sinceramente – non vogliamo assumere, perché c’è la possibilità di diventare una sorta di replica e, così, attraverso la critica di un linguaggio – quello televisivo o altro –, finire per amplificarlo e dargli ancora più importanza. Quindi, torniamo indietro-indietro-indietro, alla ricerca di qualcosa di archetipico per poter raccontare il presente: quando parli dell’uomo in quanto essere umano, le sue pulsioni e i suoi istinti sono assoluti, non hanno tempo né spazio. Lavoriamo molto per un teatro fatto di pulsioni, di carne, di emozioni; partiamo da quello di cui ci interessa parlare – è una cosa su cui ragioniamo molto – e poi andiamo a cercarlo soprattutto in qualcosa di antico. Ci sembra una via giusta per non rimanere ingabbiati e schiacciati dal linguaggio contemporaneo, che a volte diventa veramente faticoso da gestire.
Riccardo Spagnulo: Molte volte si dice che la realtà supera l’immaginazione. Penso al nostro interesse e al nostro rapporto con la cronaca: quando leggi i titoli dei giornali spesso pensi che non sia possibile, perché succedono cose contrarie a qualsiasi previsione, che sono veramente dei colpi che ti folgorano, su cui poi inizi a rimuginare. Ma c’è una cosa da aggiungere, che emerge in particolare con Lo splendore dei supplizi: uno spirito critico-creativo non può riuscire a decodificare la realtà senza l’immaginazione. Questo è lo sforzo che abbiamo cercato di fare con questo spettacolo: ci siamo innamorati di alcune storie reali, però poi occorre dar loro una forma e dei codici, per trovare un modo di farle arrivare, attraverso l’imbuto del palcoscenico, a un pubblico.
L.L.: Un elemento che caratterizza i nostri lavori è una dimensione surreale, in cui si racconta la realtà senza preoccuparsi di utilizzare trucchi, parrucche, il baffo finto – tutte cose che io amo moltissimo, perché rimandano a un teatro antico, da capocomico, un mondo per me meraviglioso. In realtà credo che il teatro sia proprio questo. C’è un’autenticità che lo rende più forte di altre forme d’arte: con qualsiasi cosa, anche di molto piccolo, si possono creare mondi infiniti.
Nei nostri lavori ci preoccupiamo soprattutto che il sentimento che ci porta a voler raccontare una certa cosa sia autentico, il resto può anche essere fintissimo. Ad esempio, nella scena della badante e dell’anziano abbiamo scelto che facessi io il vecchio e Riccardo la ragazza – il contrario avrebbe potuto sembrare meno invasivo –, ma dopo due secondi si dimentica perché abbiamo lavorato più che altro sull’autenticità del rapporto, piuttosto che su un’autenticità di forma.
R.S.: Secondo me, l’artificio è un tranello teso al pubblico: serve per rassicurarlo, perché quello che si mostra è finto e non c’è da preoccuparsi; ma, a un certo punto, emergono come delle crepe in cui ci sono, ad esempio, il rapporto fra me e Licia, cose della vita, anche molto attaccate alla carne. È la nostra vita traslata attraverso degli artifici.

In particolare, nei vostri spettacoli, spesso succedono cose terribili – conflitti, morti, omicidi. È un taglio diretto, non molto frequente nel teatro contemporaneo.
R.S.:
C’è il sacrificio – è la parola a cui girano intorno tutte queste cose. Lo splendore dei supplizi finisce con un sacrificio veramente terribile. È come se, per cambiare qualcosa, ogni volta qualcosa dovesse morire. Quando facciamo gli spettacoli, cerchiamo di raccontare un cambiamento, qualcosa che inizia in un modo e finisce in un altro. È indubbio che la morte sia uno degli elementi più forti che può indurre un cambiamento.
L.L.: Bisogna anche dire che ci sono sempre due piani che si mischiano: il nostro teatro fa parte moltissimo di quello che siamo noi due e dunque l’elemento biografico c’è sempre, se non nei fatti, almeno nelle emozioni. Quindi, per esempio, ci sono tutti i miei pensieri sulla morte. Senza contare il fatto che siamo nati e cresciuti artisticamente in un momento di grande decadenza politica e culturale, di disfacimento di tutto. Il nostro modo di raccontare la devastazione di un mondo che cade a pezzi – per tornare al discorso di prima – non è parlare di Berlusconi o dei tagli alla cultura, ma viene ricercato nel piccolo; se una famiglia proletaria barese arriva a brutalizzarsi in questa maniera, penso a Furie de Sanghe, è anche perché c’è una società intorno che li condiziona. Oppure, per esempio, in Duramadre, oltre alla dimensione matriarcale, c’era un ragionamento sul potere, dunque sulla dimensione politica del nostro Paese. Lo splendore dei supplizi, invece, è più legato alla società che cade a pezzi e il meccanismo è più chiaro. Forse questo è il nostro lavoro più divertente, ma è anche l’unico che finisce veramente male: tutti gli altri avevano, alla fine, una sorta di speranza…
R.S.: Ma perché eravamo noi speranzosi.
L.L.: Questo spettacolo, invece, finisce con la morte, anzi con due che festeggiano la morte di una persona. È senza speranza. Ed è la nostra visione di quello che stiamo vivendo in questo momento storico-politico nel nostro Paese.

"Lo splendore dei supplizi" (foto di Luigi La Selva)

“Lo splendore dei supplizi” (foto di Luigi La Selva)

Per quanto riguarda le fonti, i materiali di partenza, da dove attingete? Quali sono gli archivi, gli immaginari, i repertori? Ad esempio per questo spettacolo.
R.S.: Vita personale.
L.L.: E la cronaca. Poi, ci ha aiutato moltissimo per esempio un testo di David Foster Wallace Da una parte e dall’altra, dalla raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani. Ci piaceva questo taglio di prospettiva…
R.S.: …di raccontare la stessa storia da due punti di vista diversi.
L.L.: In realtà avevamo già quest’idea per ragioni biografiche. Poi ho avuto una suggestione d’immagini: a Vienna, un anno fa, siamo andati all’Albertina, dove c’era una personale di Joel Stenfield che esponeva foto dell’America degli anni ’70 e ’80 di una grandissima volgarità. Non in senso pornografico: c’era l’immagine di una ragazza molto abbronzata – un’abbronzatura di quelle fucsia, forte, fortissima – che portava un top che lasciava intravedere il segno bianco delle spalline del costume, un’altra con una vecchietta dentro un bar che contava i soldi in modo molto avido. Erano di una strana volgarità. È qualcosa che mi sono portata moltissimo nella creazione delle figure di questo spettacolo.
Poi il Mein Kampf, che è stata per me un’illuminazione. Quello della badante è il quadro più delicato, perché è un argomento così vivo e presente che, se lo replichi, rischia di sgonfiarsi. Allora abbiamo deciso, prima di tutto, di fuggire dalla ripetizione della realtà: abbiamo invertito i ruoli; e, poi, cercavamo l’essenza di questo rapporto. Ricordavo di aver letto tanti anni fa il Mein Kampf, quando l’ho ripreso è stato riaprire un mondo, perché è un testo terribile, ma, per affermare la sua tesi, utilizza elementi talmente surreali che prima fanno ridere e poi agghiacciano. Questa è stata la chiave per trovare la via della scena della badante. Poi Riccardo legge molta filosofia…
R.S.: Io amo molto René Girard, poi abbiamo letto Foucault che è stato illuminante ed è diventato il collante di questo spettacolo, come a dare corpo a un pensiero intorno a queste situazioni di cronaca.
L.L.: …e poi musica, tanta musica, infinita musica – quello sempre. Per me è proprio fondamentale per lavorare.

Fibre Parallele nasce nel 2005, sono quasi dieci anni di lavoro insieme. Quali sono le tappe importanti o i punti di svolta di questo percorso fra incontri, esperienze, riferimenti, maestri, spettacoli visti e spettacoli fatti?
L.L.: Dico per me. L’incontro con Massimo Verdastro, penso a suoi spettacoli come l’Ambleto con Lombardi Tiezzi, che mi ha folgorato, un capolavoro assoluto. È stato importante l’incontro con Daniele Timpano durante il Premio Scenario: eravamo demoralizzati perché non arrivammo in finale – appena nato, era già tutto finito –, ma a Daniele piacquero i venti minuti di Mangiami l’anima e poi sputala, così ci portò a Ubusettete, la rassegna che organizzava a Roma.
Poi il bando dell’Eti, Nuove Creatività, che ci ha permesso di fare Furie de Sanghe, un’esperienza di produzione vera: la prima con dei soldi, con altri attori, con i tempi produttivi giusti. E poi anche quando siamo andati a Parigi: non è stata una svolta, ma è stata la cosa più bella del mondo.
Io direi anche Duramadre, che, non in senso positivo, è stato per me un punto importantissimo. L’altro giorno, quando siamo arrivati, guardavo questo spazio e ho pensato a quanto ero diversa l’ultima volta che sono venuta a Bassano, due anni fa: dal 31 agosto 2011 sono cambiate molte cose di come vedo il teatro quando lo faccio, di come mi relaziono alle persone con cui lavoro, di come mi rapporto al teatro e forse anche alla vita. Anche se è stata un’esperienza negativa, la metterei fra i punti di svolta: è stato importante perché, se prima non ci fosse stato Duramadre, non avremmo potuto fare oggi questo spettacolo, mai in questa forma; è stata una delle tappe più importanti del mio lavoro.
R.S.: Pensando alla formazione, una delle esperienze fondamentali è stato un laboratorio con Ricci e Forte, perché, attraverso il lavoro fatto con loro, è come se avessimo rotto delle barriere.
Attraverso la produzione Eti, abbiamo incontrato Vincent Longuemare, che ha contribuito a creare l’immagine degli ultimi tre-quattro spettacoli.
L.L.: È un rapporto fondamentale: è un genio assoluto e difficilmente ne faremmo a meno.
R.S.: Ovviamente, come figure di riferimento, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.
Fra gli spettacoli, l’ultimo stupendo che ho visto è stato Sonja di Hermanis.
Un’altra tappa fondamentale è rappresentata dai laboratori che Licia ha iniziato a fare, che hanno creato una piccola comunità, non necessariamente aspiranti attori, quanto piuttosto persone interessate a stare insieme attraverso il teatro.
L.L.: Quando invece facciamo laboratori per attori è diverso perché, oltre al piacere di fare teatro, c’è sempre giustamente una aspettativa professionale. Invece lavorare con loro è un dono, perché c’è l’entusiasmo, la voglia…
R.S.: E tra un po’ lo faremo con gli anziani. Abbiamo un progetto di laboratorio per over 65.
L.L.: Avere un nostro spazio, che si chiama Agli Antipodi, è stata una tappa fondamentale del nostro percorso.

Che cosa sperate che il pubblico si porti via dopo aver visto un vostro spettacolo?
L.L.: Potrei dire infinite cose, ma quella che mi interessa di più è che almeno una parte, uscendo dalla sala, abbia voglia di tornare a teatro. Per me è la cosa più importante.

Intervista a cura di Roberta Ferraresi e Carlotta Tringali

Prossime date di Lo splendore dei supplizi
18>20 ottobre Nuovo Teatro Abeliano – Bari
21 novembre Teatro Studio – Scandicci (FI)
22 novembre Teatro V. Da Massa Carrara – Porcari (LU)
27 novembre Teatro Comunale Lucio Dalla – Manfredonia (FG)
29 novembre Teatro Bertolt Brecht – Perugia
30 novembre Teatro Rasi – Ravenna

Intervista ad Antonio Latella

Antonio Latella (foto Andrea Pizzalis)

Antonio Latella (foto Andrea Pizzalis)

Abbiamo incontrato Antonio Latella a MEIN HERZ, festival di Centrale Fies all’interno del quale presentava, assieme alla sua compagnia stabilemobile, A.H., un lavoro interpretato da Francesco Manetti che si muove intorno alla figura di Adolf Hitler, affrontando le tragedie che hanno segnato l’Europa nel secolo scorso e le ragioni che ne hanno permesso la concretizzazione. A.H., con la sua partitura travolgente, si muove fra performance e un universo testuale ricchissimo, portando in scena una riflessione sul male che non lascia scampo: pur valorizzando i rapporti fra estetica e politica, fra teatro e memoria, facendosi esplicitamente carico di guardare con lucida precisione le vicende che hanno segnato l’Occidente novecentesco, è una materia capace anche di prescindere dalle coordinate spazio-temporali per aprirsi ad affondi umanissimi, che evocano qualità di una dimensione tragica che attraversa epoche, vicende, storie.

L’incontro con Antonio Latella racconta del processo creativo che ha dato vita allo spettacolo, delle scelte autoriali e dei riferimenti che ne compongono la tessitura, ma diventa anche un’occasione di discussione più ampia: sui rapporti fra testo, attore e regia, sull’approccio alla scena e alla cultura, sul possibile ruolo, infine, che, oggi, può avere il teatro.

Come è nato A.H. e come si colloca all’interno della sua ricerca?
Quello che faccio di solito – anche di più da quando c’è stabilemobile – è darci un tema e, su questo, sviluppare più lavori. In questo modo, lo spettacolo non viene vissuto ogni volta come una prova, ma diventa uno dei tanti appuntamenti intorno a un tema, diventa parte di un processo.
A.H. ha origine dal bisogno di confrontarsi sul tema della menzogna, percorso di cui fanno parte Die Wohlgesinnten, spettacolo dalle Benevole di Jonathan Littell, anch’esso sul nazionalsocialismo, che debutta nell’ambito di Romaeuropa Festival e un lavoro su Peer Gynt, il testo classico per eccellenza che tratta la menzogna; in questo percorso si colloca anche la creazione del Servitore di due padroni. Ci sono più appuntamenti, uno diverso dall’altro, ma riuniti tutti all’interno dello stesso tema: per me, è come fare un unico grande spettacolo.

"A.H.", Francesco Manetti (foto Brunella Giolivo)

“A.H.”, Francesco Manetti (foto Brunella Giolivo)

Francesco Manetti lavora da moltissimo tempo con me – come coach, trainer, assistente alla regia… fa moltissime cose – e credo sia oggi la persona che più possa tradurmi in scena. È più di un attore, nel senso che è una persona che mette la sua arte a servizio di un progetto. Sono un regista che lavora sull’attore e sull’autore – queste sono le mie tematiche, le mie ossessioni, quello su cui mi piace lavorare e su cui oggi, ancora di più, cerco di focalizzare lo studio della regia. Aggiungo che non penso mai a me stesso come a un regista, ma piuttosto come a qualcuno che studia la regia; questo porta non solo a evitare di ripercorrere sempre gli stessi linguaggi, ma anche alla possibilità di scardinarli. Infatti, diverse volte, c’è difficoltà a etichettare il mio lavoro: passo da uno spettacolo da stabile a uno off, da un lavoro di ricerca a uno solo di movimento. È quello che, in assoluto, oggi mi interessa di più di questo lavoro: dimostrare – anche per questo per me è interessantissimo stare qui a Fies – che il teatro oggi non ha più limiti di categoria, nonostante si provi ancora ad etichettarlo. Continuare in questo tentativo è una giustificazione, ed è anche consolatorio, perché, riconoscendosi in un genere, sai che lì puoi “stare a casa tua”. Il teatro è teatro. Punto. Quello che mi interessa, e che è più difficile, è di non restare a casa propria, per vedere cosa succede – a te stesso e agli altri.

Come è nata e come si è sviluppata la collaborazione con Francesco Manetti?
Quando comincio un nuovo lavoro, c’è una cosa che ormai faccio quasi sempre: dare dei compiti prima dell’incontro – libri da leggere, cose da scrivere, canzoni da scegliere, video da vedere. Poi, questi “compiti” vengono condivisi e si comincia a lavorare. A.H. è uno dei casi che chiamerei di teatro di drammaturgia totale; nel senso che per me tutto, in questo caso, è drammaturgia. Questo è stato possibile perché c’è un attore come Francesco: penso che tutto diventi drammaturgia perché nasce da lui, da cose che gli chiedo e dalle sue improvvisazioni. La scena sulle armi, ad esempio, è una sequenza che potrebbe fare solo Francesco: insegna combattimento scenico in tutta Europa e per me era interessante togliergliele, per metterlo nella condizione di farci vedere la guerra, la storia della guerra attraverso la storia dell’arma. Tutto è pensato su di lui. Anche i testi sono nati, non prima, ma dopo l’incontro con lui. Quindi, non sappiamo più chi abbia scritto cosa: ci sono testi nati da Francesco, altri da Federico (Bellini, ndr), altri ancora da me: è veramente un’operazione collettiva, posso dire che è un’operazione di stabilemobile in tutto e per tutto, a 360 gradi.
È un approccio che uso anche in altri casi: per me è fondamentale la persona, non decido mai prima come farò una certa cosa, se non so chi la farà. La scelta delle persone che lavoreranno a un progetto è molto intima e lunga. È un approccio fortemente autoriale, anche quando il testo è un classico, anche quando è già scritto.

Vorremmo chiederle di raccontare qualcosa del processo di lavoro. A.H. si costituisce di un denso tessuto di estratti, citazioni, riferimenti a numerose testualità – letterarie, visive, sonore – differenti. Come sono stati selezionati e poi rielaborati nella fase di montaggio?
Il processo di lavoro è stato strano: lavorando, prima di venire qui, era diventato uno spettacolo comico; non ci dormivo la notte, mi dicevo che non era possibile: quello che vedevo mi piaceva moltissimo, ma non era quello che si poteva e si doveva fare. Dopodiché ci siamo messi nuovamente a parlare della materia. Ricordo che in quel momento avevo in mano un mandarino – ho quest’abitudine di rompere la buccia in pezzetti piccolissimi – e ho pensato che, forse, avremmo potuto ripartire proprio da quei pezzetti: dal frammento, dall’ossessione di spezzettare-spezzettare-spezzettare una vita umana, un’idea, che poi diventa maceria. Il percorso di lavoro è nato da questo: prima una drammaturgia visiva, su cui sono state poi scelte le cose da dire; la partitura fisica, così, ha compreso il testo, come se fossero delle note. Pur avendo moltissimo materiale, il testo è rimasto a servizio della partitura.
Ci sono vari riferimenti. La prima parte nasce da improvvisazioni di Francesco sul tema della menzogna; poi ci sono i comandamenti – non una scelta provocatoria, quello che mi interessava dire è che in ogni processo di creazione, fin dalle origini, c’è il dittatore, ci sono il bene e il male –, quindi siamo arrivati alla Bibbia e alla Creazione. E poi, per me, non poteva non esserci – ma questa è un’ossessione mia e di Federico – Heiner Müller, è il punto di riferimento in tutto il lavoro che facciamo e, per quanto mi riguarda, credo sia colui che ha cambiato totalmente la drammaturgia del Novecento europeo. Un omaggio a Müller si trova nella sequenza del cane: quando riscrisse l’Arturo Ui di Brecht, fece recitare Martin Wuttke – suo strepitoso attore – non commettendo l’errore banale in cui spesso si incorre, mettendogli la divisa e altri segni di questo tipo, ma facendolo comportare come un cane: aveva sempre la lingua di fuori, totalmente rossa, si capiva che era uno affamato, che voleva mangiarsi tutto quello che c’era intorno.

"Die Wohlgensinnten", Thiemo Strutzenbergher (foto Ralf Hoed)

“Die Wohlgensinnten”, Thiemo Strutzenbergher (foto Ralf Hoed)

Che rapporto c’è tra teatro, arte, l’elaborazione autoriale e creativa, e la sua posizione rispetto alla storia, nel senso anche di memoria collettiva? Esiste una forma di responsabilità dell’autore a livello intra- ed extra-teatrale? Poi, in questo caso, sta trattando di Hitler, una figura per molti versi ancora tabù, legata a vicende e fatti non del tutto rimarginati e assorbiti.
È un argomento che, per me, si è chiarificato da non molto tempo. Prima pensavo che fare questo lavoro fosse una necessità; oggi, invece, posso dire che penso che sia soprattutto un dovere, rispetto a me stesso e alle generazioni che verranno: c’è bisogno che ci sia qualcuno che testimoni da tutti i punti di vista – storico, politico, artistico –, c’è bisogno di qualcuno che racconti cos’era il teatro una volta, così come che cos’è stato il male del Novecento. Anche se credo che sia difficile dare una risposta o esprimere un giudizio, ma penso che il dovere del teatro, oggi, sia più di ogni altra cosa la testimonianza e, attraverso la scelta di cosa testimoniare, probabilmente è possibile far capire cosa se ne pensa.
Il rapporto con la storia per me è incredibile. Per quanto mi riguarda, affrontare un tema come questo, oggi, è importantissimo soprattutto per il periodo storico che stiamo vivendo, un medioevo – innanzitutto culturale – terribile, un periodo storico pericolosissimo, soprattutto in Italia. Non si può non testimoniarlo, credo sia fondamentale, per me è necessario.
Questo tema è stato trattato in tantissimi modi, quello che ho cercato di fare è stato di renderlo completamente trasparente e accecante. Ho cercato di non scendere mai nel grottesco, in una qualche caratterizzazione, di non involgarirlo né di trovare la battuta facile; su temi come questo, di solito, si arriva fino a un certo punto e poi si sente il bisogno di utilizzare il grottesco per esorcizzare, perché il dolore è troppo grande e non si può andare oltre: si “mettono i baffi” – invece di toglierli –, perché si ha paura di affondare.

Per quali ragioni ha scelto il tema della menzogna?
La scelta nasce anche da un problema mio, come regista: lavorare in teatro significa avere a che fare con una materia che non resterà mai, perché, quando finisce lo spettacolo, quello che ne resta è forse il testo, forse le tracce nella memoria di qualche spettatore che lo potrà raccontare, ma poi anche coloro che l’hanno visto se ne andranno. Il teatro è un mezzo che usa l’artificio – mi piace proprio per questo motivo –, ma è il luogo in cui tutto può diventare vero, in cui tutto diventa verità perché è il luogo assoluto della menzogna – non in senso negativo –, della fantasia, del bambino che può rendere tutto vero. Mi sono chiesto come fosse possibile trasmettere quest’idea: per me, quello della menzogna è un tema teatrale – oltre che politico e culturale – e oggi mi interessa dichiarare questa consapevolezza, come a dire allo spettatore: “accetta l’inganno, ma non farti ingannare”. In questo momento, per me, è uno dei temi fondamentali, forse anche una delle motivazioni che mi ha dato il coraggio di fondare una compagnia, un luogo ideale in cui la creatività fosse totalmente non condizionata da mercati, da quello che gli altri vorrebbero che tu facessi. In questo senso, il Tram è una dichiarazione: tutto è finto.
Quando si riesce a focalizzare l’attenzione su altre prospettive, di colpo i testi – anche quelli che pensavamo morti e sepolti – diventano leggibilissimi assumendo un valore epico, ancora evocativo – il senso del tragico dell’uomo e dell’attore che Francesco consegna, che è il nodo che mi interessa.

intervista a cura di Elena Conti e Roberta Ferraresi

Prossime repliche degli spettacoli citati:

> Die Wohlgensinnten
12, 13 ottobre, Teatro Eliseo / Romaeuropa Festival
18-19 ottobre, 8-9 e 30 novembre, Schauspielhaus Wien

> A.H.
15 > 20 ottobre, Milano, Teatro OUT OFF
22 > 24 ottobre, Modena, Teatro delle Passioni
25, 26 ottobre, Firenze, Cantiere Florida
27 ottobre, Terranuova B.ni (Ar), Le Fornaci
6 novembre, Potenza, Festival Città delle 100 Scale
8 novembre, Cosenza, Teatro Morelli
14 > 17 novembre, Napoli, Teatro Nuovo

> Il servitore di due padroni
21>24 novembre, Cesena, Teatro Bonci
27 novembre> 1 dicembre, Venezia, Teatro Goldoni
3 dicembre >8 dicembre, Padova, Teatro Verdi
10>11 dicembre, Correggio, Teatro Asioli
12>18 dicembre, Modena, Teatro Storchi

 

Immergersi nella realtà e ascendere all’Olimpo: un giorno al Terni Festival

Itprovaaliano. Inglese. Portoghese. Francese. Spagnolo. Tempesta. Protest. Imaginaçao. Parole a colori, strette le une contro le altre nel totem che campeggia all’ingresso del Caos – Centro per le Arti Opificio Siri, ex fabbrica chimica, spazio dedicato alla cultura, alla sperimentazione, all’innovazione. Frasi rubate agli spettacoli, alle performance del Terni Festival 2013. Pensieri parlati, danzati, installati dagli artisti che hanno partecipato alla festa, in teatro, negli spazi espositivi, nelle piazze. «We gave a party for the gods and the gods all came» è il claim di questa ottava edizione, rubato all’ospite d’eccezione, John Giorno, protagonista della beat generation, che con la presenza – in corpo in voce in danza e in poesia – in Someone in hell loves you| All, opera modulare dei Kinkaleri, chiude il festival nella serata del 29 settembre.
Abbiamo preso parte alla festa per ventiquattr’ore, concentrate, intense, cominciate nel tepore di una tarda mattinata e con la “musica da viaggio” di Bruce Springsteen, per un percorso nelle colline umbre, e finite nella confusione di un treno, con una poesia al telefono, con i versi di Amiri Baraka.
Un solo giorno che non rende conto dell’intera macchina, della diversità dei luoghi e delle proposte, della multidisciplinarietà, delle reti, dei debutti, dei protagonisti internazionali. Ma restituisce l’atmosfera, l’incontro con la città, il coinvolgimento del pubblico e degli artisti. Per un festival che spinge a cambiare il punto di vista, invita a smarrirsi, lasciarsi andare, cadere e risalire. Immergersi nella realtà e ascendere all’Olimpo, per banchettare insieme agli dèi.
E la domanda che si pone Cristina Rizzo ne La Sagra della Primavera Paura e delirio a Las Vegas è la stessa che ci poniamo noi: «Cosa vedo quando ascolto? Cosa ascolto quando vedo?»

Rearview mirror - Foto di Martha Baggetta

Rearview mirror – Foto di Martha Baggetta

Cuffie alle orecchie, casco, giubbetto di pelle, un motociclista con visiera abbassata aspetta in sella il suo passeggero. Inizia così Rearview Mirror, con uno specchietto retrovisore protagonista – che forse riprende il titolo da una canzone dei Pearl Jam –: accomodarsi alle spalle di una persona che non si conosce e, insieme, partire. Si diventa compagni di un viaggio estemporaneo, curioso, divertente, piacevole, intimo. Tra le colline umbre vestite con le prime sfumature autunnali, le curve asfaltate e uno splendido sole, il particolare spettacolo ideato e diretto da Marco Austeri è una vera e propria chicca: la musica da viaggio di Bruce Springsteen e degli Smiths, alternata al testo drammaturgico dello stesso regista e di Stefano Martoni, regalano spensieratezza e libertà, ma innescano anche un meccanismo di domande, spingendo a cambiare il punto di vista. Soprattutto quando il pilota ti abbandona in mezzo a un campo e pensi di essere perduto: l’incontro con una ragazza – l’attrice Valentina Jalali – dallo sguardo caldo e profondo, tenera e muta, ti accompagna per un tempo indefinito, brevissimo ma che potrebbe essere infinito; continua a fissare il tuo sguardo, prima da uno specchio e poi faccia a faccia, regalandoti un pezzo di sé. Tutto giocato su un rimando di sguardi, Rearview mirror è una richiesta di fiducia, di condivisione, di un rischio necessario per andare avanti e non continuare a guardare lo specchietto retrovisore, metafora di quello che si è attraversato. È un atto di coraggio per continuare a viaggiare e correre su una strada che non si conosce, ma che può sempre riservare piacevoli sorprese.

The Walk

The Walk

«Seguimi, ho bisogno di qualcuno che mi riporti a casa». Prima è la voce a infilarsi nelle orecchie, mentre aspettiamo in piazza, in un pomeriggio di sole, poi è la figura snella di una donna col capello corto, Roberta Bosetti, gonna con spacco e tacchi, microfono alla bocca, a rivelarsi. Seguiamo i suoi passi, prima incerti, poi svelti, ci facciamo condurre per le strade di Terni, sulle tracce di un fantasma. Non tradiscono la loro cifra Cuocolo\Bosetti, compagnia che dal territorio capitolino si è spostata a Melbourne. The Walk è una performance per pochi spettatori – nel nostro turno per casualità tutte donne – in un ambiente non teatrale. È il centro ternano ad aprirsi al nostro sguardo: ci sono case disabitate, finestre chiuse – «chissà chi ha abitato là, impossibile saperlo» – angoli nascosti, scritte sui muri, tetti assolati. E il chiacchiericcio di una città in movimento, da vedere senza sentire, da guardare e lasciare fluire. Un percorso di gruppo ma individuale, il racconto di uno che può essere di tanti. E c’è una cartina da seguire, ci sono strade da imboccare e altre da evitare, per una traiettoria già definita e una storia già scritta, che non ha possibilità di essere cambiata. Il passaggio di una vita che è stata e che non è più, un’assenza che non si fa mai viva, un’ombra che non si può rincorrere. Perché c’è un momento per andare e uno per fermarsi, a occhi chiusi, contando fino a cento. «Aspettate qui. Oggi torno».

Diari d'accions

Diari d’accions

Dalla piazza al Caos. Da esterno a interno. Dalla narrazione alla cronaca. I giornali raccontano, fotografano, indagano. Ma se si tagliano e si estrapolano dei titoli, questi possono guidare i movimenti di due performer, creando una drammaturgia alternativa? Ci sono riusciti, in maniera folle e divertente, anche se con qualche riserva su alcuni passaggi eccessivamente “dada”, Iñaki Alvarez e Pere Faura della Companyia Pere Faura, arrivati dalla Spagna al Festival di Terni. Diari d’accions è giocato sulle contraddizioni che separano le parole dalle azioni, dove il linguaggio disegna la scena e i performer fanno di tutto per mescolare significato e significante. La partitura data dai titoli dei giornali – ripresa in diretta con due telecamere e proiettata su uno schermo posto in fondo al palco – ed eseguita dai due performer crea continui sviamenti simpatici e intelligenti. E così la macchina della morte diventa uno schiacciamosche o le stesse identiche azioni assumono significati diversi – coprirsi la faccia, nascondersi, essere disperati. Le metafore performative di Pere Faura coinvolgono inevitabilmente anche il pubblico – che partecipa divertito – chiamandolo a mettersi in gioco e provare a sovvertire linguaggio, azione e infine, perché no, anche la realtà.

È un momento solitario, un ascolto privato quello pensato dai Kinkaleri per Pasto Pubblico| All! progetto che riprende una pratica inventata da John Giorno nel 1969, una poesia al telefono che vede coinvolti, nelle giornate del Terni Festival, diversi artisti e lo stesso poeta statunitense. Una manciata di minuti per sentire versi di Kerouac e Amiri Baraka, letti domenica 29 settembre, da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Mexico City Blues per la voce femminile e Preface to a twenty volume suicide note per la voce maschile. Questo il verso che – più di ogni altro – ci resta: «Ogni notte contavo le stelle e ottenevo sempre lo stesso numero, e quando non era possibile contarle, contavo i buchi che lasciavano».

Rossella Porcheddu e Carlotta Tringali

Un viaggio a Cipro da B.Motion danza 2013

Intervista con Milena Ugren

Intervista con Milena Ugren

Anticamente luogo di nascita di Venere e Adone, fortezza dei Templari nel Medioevo, per secoli avamposto strategico nel cuore del Mediterraneo verso le vie d’Oriente, l’isola di Cipro, negli ultimi mesi, è tornata protagonista dell’immaginario internazionale per ben altre ragioni: il crac finanziario che ha colpito la già fragile economia del Paese ne ha portato le vicende alla ribalta internazionale.
A B.Motion 2013, sono stati programmati ben tre lavori provenienti da Cipro: The shape of necessity di Lia Haraki, She who stays di Milena Ugren Koulas e Wonder?Land di Eleana Alexandrou. L’occasione è preziosa per cominciare a conoscere la scena dell’isola, un mondo artistico per certi versi nuovo allo spettatore europeo e italiano; abbiamo avuto la possibilità di incontrare le coreografe e, all’interno delle interviste, chiedere di raccontarci come funziona il sistema della danza a Cipro, quali sono le opportunità produttive ed espositive, i rapporti fra gli artisti e con il pubblico, con le istituzioni e con l’Europa.

Cipro è una realtà davvero piccola, vi risiedono meno di un milione di persone – come ricorda Milena Ugren –, all’incirca quanto una città come Milano o una piccola regione italiana tipo il Trentino o l’Umbria; i centri maggiori sono pochi: Lemesos e la capitale Nicosia – dove si concentra la maggior attività del sistema –, più pochi altri centri, tutti sostenuti soprattutto dal mercato turistico. È proprio una delle maggiori mete balneari dell’isola, Lemesos, a candidarsi a riferimento nazionale per la danza: con la sua Casa della danza – Dance House Lemesos, diretta da 5 compagnie locali e parte del network europeo EDN – e i diversi festival che organizza, da piattaforme nazionali all’European Dance Festival a una rassegna site-specific che si svolge negli spazi pubblici della città, è indubbiamente il centro di maggior attività, coinvolto quest’anno anche nel progetto europeo Act your age che riunisce artisti di diversi Paesi a riflettere (e creare) intorno ai temi dell’invecchiamento attivo e del confronto generazionale.

Oltre Lemesos e, al limite, la capitale – dove si trova l’altra Casa della danza, Dance Gate Lefkosia, membro di EDN e del progetto Moduldance –, è difficile per gli artisti ciprioti fruire di un mercato di ampio respiro. Proprio per le dimensioni dell’isola, il circuito dedicato alla performance dal vivo, soprattutto per quanto riguarda il contemporaneo e la danza, è molto ristretto: come segnala Milena Ugren, è quasi impossibile avere più repliche dello stesso lavoro nello stesso teatro. La conseguenza, nelle parole della coreografa stessa, si ritrova in una sorta di “bulimia” del sistema: «Cypriot artists and choreographers in particular are pushed to create always something new». La soluzione? Andare fuori, varcare i confini nazionali e esplorare le opportunità all’estero. Per gli artisti ciprioti, infatti – almeno per quanto riguarda la danza –, la prospettiva almeno europea è fondamentale: diversi operatori stranieri raggiungono l’isola in occasione dei vari eventi organizzati durante l’anno, vedono i nuovi progetti in lavorazione e così alcuni artisti hanno la possibilità di spostarsi all’estero per mostrare il proprio lavoro. L’apertura internazionale, oltre a costituire una preziosissima opportunità formativa, è per Cipro una importante possibilità distributiva, per far crescere e vivere lavori che altrimenti, in patria, potrebbero avere vita breve, proprio a causa delle dimensioni dell’isola, dunque del pubblico e del mercato interno.

Intervista con Lia Haraki

Intervista con Lia Haraki

Ma il contesto non incide solo per quanto riguarda le sue piccole dimensioni: Cipro è un’isola, collocata all’estremo sud-est del Mediterraneo – tanto che ancora si dibatte sulla possibilità che geograficamente si tratti di Asia o Europa –, dunque separata da chilometri di mare dal continente, dalle sue logiche (anche artistico-culturali), dalle sue tendenze. Di più, la lontananza e la separatezza che sono proprie di un contesto isolano, soprattutto così remoto, diventano in molti casi il tratto distintivo della produzione artistica locale, quando non addirittura la sua ricchezza; Lia Haraki – anche presidente della Dancehouse di Lemesos – segnala questa particolarità e ne individua le possibili ragioni: «There are many artists that don’t go with the trends: more and more they search for their own artistic voice. I think this is also because in Cyprus we don’t have a contemporary dance culture and backround: and this lack of tradition gives us the space to be ourselves whatever that is.». La prospettiva di Milena Ugren è molto simile, andando a tracciare le condizioni di un particolare sistema di relazione che unisce e separa Cipro e l’Europa: «Cyprus is an island, very far away, in which everything comes later. It’s very hard, you are left on your own and, as I told, there are some problems, but there you are not really influenced from the many things that happens in Europe. Part because it’s so isolated, I find something special in the artists, the way in which and what they create. And I like it».

La scena della danza cipriota, infatti, è relativamente molto giovane: «it’s very new – racconta Lia Haraki –, if you think that the first contemporary experimental choreographer arrived during the ’80s». Ma da lì, la vitalità nel settore della danza non si è più fermata e da diversi anni la creatività nel campo della danza è sostenuta a livello pubblico, facendone uno dei settori di punta dello sviluppo culturale del Paese, come sottolineano entrambe le artiste, soffermandosi tutte e due sulle potenzialità creative espresse da una realtà, come abbiamo visto, così piccola. Lia Haraki, sottolinea come «we have several dance festivals: the European Dance Festival that shows only international dance companies and only 2 local, a site-specif festival with local and international artists, a local platform, the D. H. Lemesos Open House festival and other small festivals. It is a good balance», tirando le fila di un fenomeno che si è manifestato con forza negli ultimi anni – «it’s great for such a small island» –, su cui torna anche Milena Ugren: «for such a small place there are a lot of dancers and many talented people».

Nonostante la vivacità recentemente espressa dalla creatività da Cipro nell’ambito della danza e le potenzialità di ricerca che si profilano ai suoi orizzonti, impossibile, nelle nostre conversazioni, non affrontare il difficile tema della crisi che ha sconvolto di recente il Paese. Nessuno, naturalmente, tenta in alcun modo di limitarne la percezione, riportando nelle proprie parole il quotidiano senso di incertezza che domina il Paese; ma entrambe le artiste tentano di inquadrare il fenomeno anche in termini produttivi, certo di impatto rispetto alle modalità di lavoro e alle possibili opportunità, ma provando a convertirne i termini su un piano anche costruttivo. Chiudiamo il nostro viaggio nella piccola e vivace scena della danza cipriota con le parole in proposito di Lia Haraki: «I think that in this time of the financial crisis, the arts and creativity in general become very present. The more people understand there is nothing left to lose, the more aware they become of essential qualities like compassion, love, creativity. For me this is a very good epoch for the arts to really play a vital role in changing the values in general».

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

Il lusso dell’accadere: conversazione con Silvia Costa

silvia costaUna porzione di palco. Due pareti che s’incontrano a formare un angolo. Uno spazio bianco. Due uomini e due donne che lo abitano. Senza mai mostrare il volto, senza mai svelare il mistero. Possiamo vederli ma non riusciamo a riconoscerli. Possiamo guardarli ma non definirli. Abiti dai colori tenui. Movenze leggere. Parole poetiche. Immagini raffinate. Quello che di più grande l’uomo ha realizzato sulla terra di Silvia Costa, progetto finalista al Premio Scenario 2013, è un susseguirsi di quadri, è sfiorare l’amore, la felicità, il dolore, senza riuscire a delinearne i confini. In occasione della settima edizione di B.Motion Teatro, Silvia Costa ci racconta la nascita di questo primo studio, tra quotidianità e dimensione immaginativa.

«Parto sempre dallo spazio. In questo caso l’immagine iniziale è quella di un angolo, che porta in sé l’idea di collasso. Una visione prospettica, non simmetrica. Quando ho cominciato a pensare chi potesse abitare questo spazio, ho ragionato sull’incapacità di descrivere cose normali, semplici, e mi è venuta in mente la frase di Carver “È come se ci chiedessero di descrivere a un cieco che cos’è una cattedrale”, che è stata di spunto per entrare in una dimensione testuale, una forma dialogica, in un testo che diventa quasi estetico. Ho scritto molto, molte più parole di quelle che saranno nella versione finale. Ho cominciato a pensare a dei quadri, alle pagine di un libro, a personaggi molto connotati negli abiti ma con volti che non si vedono mai. Mi succede spesso, quando leggo, che i personaggi del libro mi si staglino nella mente senza che riesca a identificarne i volti. Vedere il viso è svelare un segreto, non mostrarlo è anche lasciare maggiore libertà d’interpretazione. In questo lavoro ci sono microstorie, elementi quotidiani che si mescolano a una dimensione immaginativa. È realismo dell’immaginazione. La sensazione che voglio comunicare è quella di un sogno che non si riesce a descrivere, che si sfalda tra le mani. Una creazione fragile, che scivola via quando cerchi di afferrarla. Per me è la celebrazione della cesura, la celebrazione della pausa, il lusso dell’accadere».

quellochedipiùgrandeDopo la fase di scrittura è arrivato il coinvolgimento degli altri attori?
“Sì, nei primi cinque minuti presentati alle selezioni del Premio Scenario eravamo in scena solo io e Giacomo Garaffoni. Ma volevo più caos, più confusione, e allora ho contattato Laura Dondoli, che lavora anche con la Socìetas Raffaello Sanzio, e Sergio Policicchio, che ha lavorato con i Motus, e ho cambiato la struttura dei testi che all’inizio erano dialogici, aggiungendo i personaggi. In due si creava una dinamica di coppia, e io, invece, volevo più combinazioni possibili.

La drammaturgia è già scritta o si compone durante il processo creativo?
È definita prima. Scrivo dettagliatamente tutto ciò che accade nei quadri, anche i movimenti, che sono ovviamente ipotesi. Il dialogo con gli altri è successivo, su una sorta di diario, cui partecipano tutti, con scritti ma anche immagini, e del quale mi piacerebbe, un giorno, fare una pubblicazione. La dimensione di discussione, quindi, si è creata dopo un momento di solitudine iniziale. E il vero confronto arriva con le prove.

“Bisognerebbe iniziare a fissare piuttosto che guardare” si legge nella presentazione di questo lavoro. È importante che lo sguardo sia orientato?
L’angolo deve essere un catalizzatore di energie. Voglio fissare un’immagine ed è necessario che il pubblico la guardi. Bisogna avere uno sguardo più attento e le immagini non devono solo essere belle, devono essere necessarie. È un lavoro di selezione più maturo degli inizi, di quando ho cominciato. Una volta mi era sufficiente fare qualcosa di estetico, adesso non mi basta più.

Tre le presenze venete nella Generazione Scenario 2013. Qual è il legame con il territorio? Cosa spinge a restare sul territorio?
Innanzitutto è una necessità organizzativa, torno qua perché so come muovermi. Ho il falegname e il fabbro di fiducia, chiamo mio zio per costruire i miei meccanismi. E poi c’è una comunità, trovo una forza, un sostegno. Se ho bisogno dello spazio, ad esempio, so che posso chiamare gli Anagoor, che mi hanno sempre dimostrato una grande disponibilità. O Carlo Mangolini (Vice Direttore Operaestate, Direttore Artistico B.Motion Teatro, ndr) che mi ha spesso concesso lo spazio del Garage Nardini. La dimensione della piccola città mi aiuta a essere concentrata, a lavorare bene. E sto qua perché è giusto partire dalla propria città, dalla propria provincia, creare la base di un buon lavoro per poi andare fuori.

Nella home del tuo sito, si parla di un percorso che non ha una definizione precisa, di un nomadismo della forma…
Ho il mio caos mentale e voglio mantenerlo. Mi piace cambiare, tenere più strade aperte, non cercare uno stile, voglio iniziare ogni volta da zero, non riconoscermi in niente. È la forma che mi sceglie, non sono io che scelgo la forma.

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

Mobilità artistica. Internazionalizzazione: i progetti europei della Casa della Danza di Bassano del Grappa

Marco D'agostin

Marco D’agostin

Una riflessione sulle migrazioni. Un progetto che coinvolge sedici artisti provenienti da Italia, Croazia, Francia e dalle province canadesi del Quèbec e della British Columbia. Migrant Bodies è solo l’ultimo di una serie di progetti europei che vedono protagonista il Comune di Bassano del Grappa e il CSC/Casa della Danza, che riporta alla memoria quello che fu il primo progetto realizzato da Operaestate nel 2006, The Migrant Body, approfondito alcuni mesi fa in un incontro con Roberto Casarotto, responsabile del Progetto Danza Internazionale (leggi l’intervista).
Si è concluso da poco Choreoroam Europe, il percorso biennale di ricerca coreografica e mobilità artistica, nell’ambito del quale sono nati gli spettacoli di Giorgia Nardin, All dressed Up With Nowhere To Go, e di Marco D’Agostin, Per non svegliare i draghi addormentati, presentati durante l’ultima edizione di B.Motion Danza. «Nel 2011, in una delle tappe di Choreoroam – racconta D’Agostin – siamo stati impegnati in un workshop a Londra con Rosemary Butcher, nostra mentore. Questa coreografa eccezionale guidava delle improvvisazioni molto belle e aperte, in una delle quali ci ha chiesto di partire dall’idea di lasciare delle tracce nella stanza dove eravamo; l’indicazione precisamente era “leave prints” e io ho capito “prince”, cioè principe: ho fantasticato per circa un’ora, non sulle tracce nella stanza, ma su un principe abbandonato su una spiaggia da cui è nata l’immagine per la nuova creazione». Grazie a questo progetto, ideato da Operaestate Festival Veneto/CSC con The Place di Londra e Dansateliers di Rotterdam, si sono sviluppate inoltre molteplici collaborazioni artistiche, come quella tra Alessandro Sciarroni, Pablo Esbert Lilienfeld (per Folk-s e UNTITLED) e Marco D’Agostin (Folk-s), e tra Giorgia Nardin, D’Agostin e Amy Bell, che hanno dato vita a All dressed Up With Nowhere To Go. Finito Choreoroam, sono sette i progetti attualmente in corso. Azioni di mobilità artistica, di formazione, di creazione e produzione cui prenderanno parte professionalità artistiche e manageriali, attive sul territorio regionale e nazionale. L’obiettivo? L’internazionalizzazione.

Comunità locali e comunità di immigrati s’incontrano in Migrant Bodies, che intende riflettere sull’impatto sociale e culturale delle migrazioni. Promuove il dialogo intergenerazionale Act Your Age, progetto biennale realizzato in collaborazione con il reparto di neurologia dell’ospedale di Bassano, una ricerca sull’impatto che la pratica della danza contemporanea può avere sul sistema neurologico e in particolare sulle persone con il morbo di Parkinson. Gli italiani coinvolti sono Chiara Frigo, Silvia Gribaudi e Marco D’Agostin; quest’ultimo ha presentato al festival bassanese Last day of all, un lavoro ispirato a Le Sacre du Printemps di Straviskij nato dall’incontro con non professionisti di diverse età: Maria (75), Federico (19), Clara (65), Elena (19) e Serenella (15). «Trovavo molto interessante che il progetto chiedesse il punto di vista dei più giovani – racconta il danz’autore – ma io sentivo una grossa responsabilità perché non sapevo cosa volesse dire invecchiare. Ho deciso allora di declinare il compito che ci veniva dato a favore del racconto dello scambio tra generazioni, e del corpo che invecchia. Quando ho fatto un workshop all’interno di Act Your Age in Austria, dove ho conosciuto Maria – la signora che c’è nel lavoro –, ho capito che il modo in cui volevo andare a fondo era rendere possibile un incontro tra le diverse generazioni, partendo dal lavoro con il gruppo e non sviluppando prima il progetto. Ho cercato di far tradurre a loro qualcosa di molto personale conservando tuttavia l’autenticità di questo incontro. Il progetto ha fornito una cornice dentro alla quale ho trovato qualcosa che sarà utile al di fuori».

Untitled_I will be there when you die di Alessandro Sciarroni

Untitled_I will be there when you die di Alessandro Sciarroni

Progetto quinquennale articolato in quattro fasi – ricerca, residenza, produzione e presentazione – Modul Dance è promosso da EDN, il network europeo delle Case della Danza di cui il CSC di Bassano del Grappa è partner dal 2011. Alessandro Sciarroni, selezionato per la trilogia Untitled_I will be there when you die, ci ha raccontato le fasi del progetto: «UNTITLED_I will be there when you die (secondo capitolo della trilogia) ha ricevuto il sostegno del Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa – che ci ha proposto –, del Mercat de les Flors di Barcellona, del Dance Ireland di Dublino, della Maison de la Danse di Lione, del Dansehallerne di Copenhagen. Abbiamo fatto due settimane di casting – in un’atmosfera fantastica – presso El Graner di Barcellona, che è collegato al Mercat de les Flors, e che ha ospitato tutti i giocolieri (i dodici da cui sono stati selezionati i quattro interpreti attuali, ndr). La Maison de la Danse di Lione ci ha prodotto; il Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa, oltre ad avere fornito una quota di produzione, ci ha ospitato in residenza. Le fasi non sono scandite dai partner, gli artisti possono scegliere i propri tempi. Nel mio caso, ero già avanti con la ricerca, e quindi sono partito subito con la residenza, cui ha fatto seguito la produzione, la circuitazione e la presentazione, e adesso continuo la ricerca con S.P.O.R.T, che è parte del progetto Will you still love me tomorrow? (terzo capitolo della trilogia avviata con Folk-s, ndr)».

La danza contemporanea e le nuove tecnologie: Spazio_A European network for dance creation indaga il carattere multidisciplinare della danza contemporanea, offrendo ai giovani artisti cinque residenze nell’arco di un anno. Nasce nell’ambito di questo progetto Forms changed into new bodies di Tiziana Bolfe e Matteo Maffesanti, presentato a B.Motion Danza il 24 agosto.
Programma di cooperazione tra cinque Case della danza europee, LEIM intende individuare nuovi operatori culturali nella danza contemporanea, e investire su di essi. L’obiettivo è quello di costruire una comunità di operatori della cultura in grado di giocare ruoli diversi in differenti organizzazioni orizzontali (multi-players) e stimolare lo sviluppo creativo attraverso lo scambio e l’interazione con le istituzioni, gli artisti e le comunità al di fuori del contesto culturale abituale in cui operano.
Viaggi coreografici nel mondo di Bosch, altri modi di abitare le sale museali: è B PROJECT, un progetto che collega diverse organizzazioni alla città olandese di ’sHertogenbosch. Realizzato dalla Fondazione Jheronimus Bosch 500, in collaborazione con il Comune di Bassano del Grappa, CSC, il festival Dance Umbrella di Londra, il Centre de Développement Chorégraphique / Biennale de danse du Val-de-Marne e D.ID Danza Identity, coinvolge gli spazi che ospitano opere del pittore olandese, dal Museo di Palazzo Grimani a Venezia al Louvre di Parigi, dal Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam alla National Gallery di Londra.
Si rivolge infine a giovani danzatori e coreografi (tra i 16 e 20 anni) LIFT, il progetto di accompagnamento alla formazione professionale internazionale. Incontri con direttori di accademie e scuole, insegnanti internazionali, la partecipazione a rassegne e festival, l’orientamento ai diversi programmi di studio all’estero e due incontri al mese a Bassano per una durata totale di 24 mesi.
Una città in ascolto pronta ad accogliere gli stimoli e le progettualità del CSC/Casa della Danza come è accaduto lo scorso 17 agosto quando i coreografi di B Project hanno abitato Palazzo Sturm assieme ai giovani danzatori di LIFT, in un evento che ha trasformato le sale museali in palcoscenico, e gli osservatori in pubblico attivo.

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

Souvenir#2 dal Premio Scenario 2013

Continuiamo a rubare immagini, frasi e suggestioni dai lavori del Premio Scenario 2013 visti al Festival B.Motion; opera ancora in progress, spettacoli non ancora terminati. Dopo la prima serata del 28 agosto – qui il link  di Souvenir#1 – ecco i souvenir presi dalla seconda serata del 29, Collettivo InternoEnki, nO (Dance first. Think later) e Beatrice Baruffini.

Burri_scenario Collettivo InternoEnki M.E.D.E.A. Big Oil 
primo studio/VINCITORE PREMIO USTICA 2013

Materico e viscerale, energico e disturbante, è il lavoro vincitore del Premio Scenario per Ustica, dedicato all’impegno civile e alla memoria che in questa edizione ha posto lo sguardo direttamente sulla contemporaneità, su una «Basilicata stroncata dalle trivellazioni. Una Basilicata debole […] che deve combattere una mentalità ancora troppo radicata nel “servaggio” di un tempo» (leggi l’intervista). Dalla rielaborazione del mito greco, Terry Paternoster interpreta la figura di Maria-Medea, donna e madre lucana legata alla sua terra, vittima e carnefice insieme. Un coro di nove attori incalza intorno a lei gettando fuori tutte le contraddizioni di un paese sfruttato da grandi compagnie petrolifere che, nel prospettare glorie future, non portano altro che distruzione e morte.

ombrello_katzenmacher nO (Dance first. Think later) trenofermo a-Katzelmacher
primo studio/GENERAZIONE SCENARIO 2013Un non-luogo, un posto sfatto e immobile, lucette di natale kitch su un motorino, un ombrellone ammaccato, un’insegna di un bar in cartone, un manifesto appiccicato su una lamiera che non si toglie più. Ma soprattutto un’indolenza rabbiosa in un nulla eterno e fagocitante. Trenofermo a-Katzelmacher restituisce, nei corpi dei suoi 10 attori, nel loro dialetto sporco e dolente, aspro e magmatico che si addolcisce solo in stacchetti neomelodici, la parte trash di un sud abbandonato, dove i giovani non hanno alcuna volontà di cambiare quello che li circonda. Un nulla desolato e amaro da cui è impossibile vedere anche un solo barlume di riscatto.
large Beatrice Baruffini W (prova di resistenza)
primo studio / GENERAZIONE SCENARIO 2013«Capita raramente che un intero gruppo di mattoni forati riesca a resistere a un carico studiato apposta per sgretolarli. Quando questo succede è una rivoluzione». Dice una voce fuori campo mentre Beatrice Baruffini si aggrappa ai mattoni, abbattuti, appiattiti, tutti in fila, tutti uguali. Ogni pezzo è un uomo: è l’ultimo di cinque figli, che gira a piedi nudi perché le scarpe passate di fratello in fratello si sono rotte, bucate, consumate, è una ragazza di 23 anni, figlia, moglie, madre, è una donna che sogna l’America, di giorno e di notte, è un uomo ferito dalle pallottole. Sono vite che profumano di miseria, in cui pulsa un sentimento popolare. Il dolore, la fatica, la resistenza. E la voglia, la spinta, la necessità di fare muro, di fare barricata.

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

#appuntidiunfestival pt.10: Babilonia Teatri

«Chi sono
ditemi chi sono
voglio saperlo
Sono le codine che mi hanno fatto
le gonne che mi hanno messo
gli orecchini che mi hanno appiccicato»

Undici anni e due spettacoli con i Babilonia, Olga Bercini non ci attende in scena. Capelli sciolti e gonna di jeans, percorre la platea con un monopattino. Sul palco stavolta c’è un microfono e la voce di Valeria Raimondi, a interrogarsi su chi sia Lolita, a chiedersi cosa pensa, come parla.
Cambia, rispetto alla prima nazionale al Napoli Teatro Festival, il nuovo spettacolo dei Babilonia Teatri, Lolita. Si muovono in due nello spazio scenico, cantano in playback, sfilano, giocano. Una salta la corda, l’altra appiccica post-it con frasi d’amore.
I pensieri, da confessare a un diario segreto, da chiudere a chiave in un cassetto, scorrono sul grande schermo, scritti a mano con pennarello verde su foglio bianco. 

«Sono il divieto di saltare che ti si alzano le gonne
di correre che ti si scombinano i capelli
di andare sull’erba che ti si sporcano le scarpe
sono l’ordine di incrociare le gambe che ti si vedono le mutande
di non giocare con la terra che ti si rovina lo smalto
di non fare la lotta che sembri un maschiaccio»

Ragazzina come tante, Lolita è cresciuta tra divieti che le hanno imposto e frasi che le hanno sussurrato. Ha sognato principi azzurri, si è imbattuta in lupi.

«Mia unica speranza di riscatto è lui
rischierò la vita per lui
per un ballo con lui
per essere sua»

Lolita è un corpo non ancora formoso, un’adolescente non ancora donna. Lolita può essere ferita. Lolita può essere adorata. Lolita può essere spogliata. Lolita può essere violata. Lolita si è suicidata.

«Mi hanno trovata impiccata in garage.
Nuda.
Ero truccata pesantemente.
Due segni neri di matita intorno agli occhi. Mascara. Rossetto deciso»

lolita 1

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali